COMBONIANUM – Formazione e Missione

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FP.it 3/2018 P. Cantalamessa – Terza predica di Quaresima 2018

cantalamessa-predica-quaresima-2018

“NON FATEVI UN’IDEA TROPPO ALTA DI VOI STESSI”
La umiltà cristiana
“Rivestitevi del Signore Gesù Cristo” (Romani 13,14)

L’esortazione alla carità che abbiamo raccolto dalla bocca dell’Apostolo, nella precedente meditazione, è racchiusa tra due brevi esortazioni all’umiltà che si richiamano con evidenza tra di loro, in modo da formare una specie di cornice al discorso sulla carità. Lette di seguito, omettendo ciò che vi è di mezzo, le due esortazioni suonano così:
“Non valutatevi più di quanto è conveniente valutarsi ma valutatevi in maniera da avere di voi una giusta valutazione. […] Non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi” (Rm 12, 3.16).
Non si tratta di raccomandazioni spicciole alla moderazione e alla modestia; attraverso queste poche parole la parenesi apostolica ci apre dinanzi tutto il vasto orizzonte dell’umiltà. Accanto alla carità, san Paolo individua nell’umiltà il secondo valore fondamentale, la seconda direzione in cui si deve lavorare per rinnovare, nello Spirito, la propria vita ed edificare la comunità.
Mai come in questo campo le virtù cristiane ci appaiono come un fare propri “i sentimenti che furono in Cristo Gesú”. Egli, ricorda altrove l’Apostolo, pur essendo di natura divina, “umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Fil 2, 5-8) e ai suoi discepoli disse egli stesso: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11,29). Dell’umiltà si può parlare da diversi punti di vista, come vedremo farà l’Apostolo, ma nel suo significato più profondo l’umiltà è solo quella di Cristo. Umile davvero è chi si sforza di avere il cuore di Cristo.

1. L’umiltà come sobrietà

Nella parenesi della Lettera ai Romani, san Paolo applica alla vita della comunità cristiana l’insegnamento biblico tradizionale sull’umiltà che si esprime costantemente attraverso la metafora spaziale dell’“innalzarsi” e dell’“abbassarsi”, del tendere all’alto e del tendere al basso. Si può “aspirare a cose troppo alte” o con la propria intelligenza, con un indagare smodato che non tiene conto del proprio limite di fronte al mistero, oppure con la volontà, ambendo a posizioni e mansioni di prestigio. L’Apostolo ha di mira entrambe queste due possibilità e, in ogni caso, le sue parole colpiscono l’una e l’altra cosa insieme: sia la presunzione della mente che l’ambizione della volontà.
Nel trasmettere però l’insegnamento biblico tradizionale sull’umiltà, san Paolo dà una motivazione in parte nuova e originale di questa virtù. Nell’Antico Testamento, il motivo o la ragione che giustifica l’umiltà è che Dio “respinge i superbi e dona la sua grazia agli umili” (cf Prv 3, 34; Gb 22, 29), che egli “guarda verso l’umile, ma al superbo volge lo sguardo da lontano” (Sal 137,6). Non si diceva, però – almeno esplicitamente – perché Dio fa questo, cioè perché “innalza gli umili e abbassa i superbi”. A questo fatto si possono dare infatti diverse spiegazioni: per esempio, la gelosia o “invidia di Dio” (sphonos Theou), come pensavano certi scrittori greci, oppure semplicemente la volontà divina di punire l’arroganza umana, la hybris.
Il concetto decisivo che san Paolo introduce nel discorso intorno all’umiltà è il concetto di verità. Dio ama l’umile perché l’umile è nella verità; è un uomo vero, autentico. Egli punisce la superbia, perché la superbia, prima ancora che arroganza, è menzogna. Tutto ciò infatti che, nell’uomo, non è umiltà è menzogna.
Questo spiega perché i filosofi greci, che pure conobbero ed esaltarono quasi tutte le altre virtù, non conobbero l’umiltà. La parola umiltà (tapeinosis) conservò sempre, presso di loro, un significato prevalentemente negativo di bassezza, di piccineria, di meschinità e pusillanimità. I filosofi greci ignoravano i due capisaldi che permettono di associare tra loro umiltà e verità: l’idea di creazione e l’idea biblica di peccato. L’idea di creazione fonda la certezza che tutto ciò che vi è di buono e di bello nell’uomo viene da Dio, niente escluso; l’idea biblica di peccato fonda la certezza che tutto ciò che vi è di male, in senso morale nell’uomo, viene dalla sua libertà, da lui stesso. L’uomo biblico è spinto all’umiltà sia dal bene che dal male che scopre in sé.
Ma veniamo al pensiero dell’Apostolo. La parola usata da lui nel nostro testo per indicare l’umiltà-verità è la parola sobrietà o saggezza. Egli esorta i cristiani a non farsi un’idea sbagliata ed esagerata di se stessi, ma ad avere piuttosto, di sé, una valutazione giusta, sobria, potremmo quasi dire oggettiva. Nella ripresa dell’esortazione, al versetto 16, il “farsi un’idea sobria di sé”, trova il suo equivalente nell’espressione “tendere alle cose umili”. Con ciò egli viene a dire che l’uomo è saggio quando è umile e che è umile quando è saggio.
Abbassandosi, l’uomo si avvicina alla verità. “Dio è luce”, dice san Giovanni (1 Gv 1, 5), è verità, e non può incontrare l’uomo se non nella verità. Egli dà la sua grazia all’umile perché solo l’umile è capace di riconoscere la grazia; non dice: “Il mio braccio, o la mia mente, ha fatto questo!” (cf Dt 8, 17; Is 10, 13). Santa Teresa d’Avila ha scritto: “Mi domandavo un giorno per quale motivo il Signore ama tanto l’umiltà e mi venne in mente d’improvviso, senza alcuna mia riflessione, che ciò deve essere perché egli è somma Verità e l’umiltà è verità”.

2. Che cos’hai che non hai ricevuto?

L’Apostolo non ci lascia ora nel vago o in superficie, a proposito di questa verità su noi stessi. Alcune sue frasi lapidarie, contenute in altre lettere ma appartenenti a questo stesso ordine di idee, hanno il potere di sottrarci ogni “appiglio” e farci andare veramente a fondo nella scoperta della verità.
Una di tali frasi dice: “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?” (1 Cor 4, 7). C’è una sola cosa che non ho ricevuto, che è tutta e solo mia, ed è il peccato. Questo so e sento che viene da me, che trova la sua sorgente in me, o, comunque, nell’uomo e nel mondo, non in Dio, mentre tutto il resto – compreso il fatto di riconoscere che il peccato viene da me – e da Dio. Un’altra frase dice: “Se qualcuno pensa di essere qualcosa, mentre è nulla, inganna se stesso!” (Gal 6, 3).
La “giusta valutazione” di se stessi è, dunque, questa: riconoscere il nostro nulla! Questo è quel terreno solido, a cui tende l’umiltà! La perla preziosa è proprio la sincera e pacifica persuasione che, per noi stessi, noi non siamo nulla, non possiamo pensare nulla, non possiamo fare nulla. Senza di me non potete “fare” nulla dice Gesù (Gv 15, 5) e l’Apostolo aggiunge: “Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa…” (2 Cor 3, 5). Noi possiamo, all’occasione, usare l’una o l’altra di queste parole per troncare una tentazione, un pensiero, una compiacenza, come una vera “spada dello Spirito”: “Che cos’hai che non hai ricevuto?”. L’efficacia della parola di Dio si sperimenta soprattutto in questo caso: quando la si usa su di sé, più che quando la si usa sugli altri.
In tal modo siamo avviati a scoprire la vera natura del nostro nulla, che non è un nulla puro e semplice, un “innocente nonnulla”. Intravediamo il traguardo ultimo a cui la parola di Dio ci vuole condurre che è di riconoscere quello che veramente siamo: un nulla superbo! Io sono quel qualcuno che “crede di essere qualcosa”, mentre sono nulla; io sono quello che non ha nulla che non abbia ricevuto, ma che sempre si vanta – o è tentato di vantarsi – di qualcosa, come se non l’avesse ricevuto!
Questa non è una situazione di alcuni, ma una miseria di tutti. È la definizione stessa dell’uomo vecchio: un nulla che crede di essere qualcosa, un nulla superbo. L’Apostolo stesso confessa cosa scopriva, quando anche lui scendeva nel fondo del suo cuore: “Scopro in me – diceva – un’altra legge…, scopro che il peccato abita in me… Sono uno sventurato! Chi mi libererà?” (cf Rm 7, 14-25). Quell’“altra legge”, il “peccato che abita in noi” è, per san Paolo, come si sa, anzitutto l’autoglorificazione, l’orgoglio, il menar vanto di sé.
Al termine del nostro cammino di discesa, non scopriamo, dunque, in noi l’umiltà, ma la superbia. Ma proprio questo scoprire che siamo radicalmente superbi e che lo siamo per colpa nostra, non di Dio, perché lo siamo diventati facendo cattivo uso della nostra libertà, proprio questo è l’umiltà, perché questo è la verità. Aver scoperto questo traguardo, o anche soltanto l’averlo intravisto come da lontano, attraverso la parola di Dio, è una grazia grande. Dà una pace nuova. Come chi, in tempo di guerra, ha scoperto che possiede sotto la sua stessa casa, senza neppure dover uscire fuori, un rifugio sicuro contro i bombardamenti, assolutamente irraggiungibile.
Una grande maestra di spirito – santa Angela da Foligno –, vicina a morire, esclamò: “O nulla sconosciuto, o nulla sconosciuto! L’anima non può avere migliore visione in questo mondo che contemplare il proprio nulla e abitare in esso come nella cella di un carcere” .La stessa Santa esortava i suoi figli spirituali a fare il possibile per rientrare subito in quella cella, appena, per qualsiasi motivo, ne fossero usciti fuori. Bisogna fare come certe bestiole molto pavide che non si allontanano mai dal buco della loro tana tanto da non potervi rientrare subito, alla prima avvisaglia di pericolo.
C’è un grande segreto nascosto in questo consiglio, una verità misteriosa che si sperimenta provando. Si scopre allora che esiste davvero questa cella e che vi si può entrare davvero ogni volta che lo si vuole. Essa consiste nel quieto e tranquillo sentimento di essere un nulla, e un nulla superbo. Quando si è dentro la cella di questo carcere, non si vedono più i difetti del prossimo, o si vedono in un’altra luce. Si capisce che è possibile, con la grazia e con l’esercizio, realizzare ciò che dice l’Apostolo e che sembra, a prima vista, eccessivo e cioè di “considerare tutti gli altri superiori a sé” (cf Fil 2, 3), o almeno si capisce come esso possa essere stato possibile ai santi.
Chiudersi in quel carcere è tutt’altro, dunque, che chiudersi in se stessi; è, invece, aprirsi agli altri, all’essere, all’oggettività delle cose. Il contrario di quello che hanno sempre pensato i nemici dell’umiltà cristiana. È chiudersi all’egoismo, non nell’egoismo. È la vittoria su uno dei mali che anche la moderna psicologia giudica esiziale per la persona umana: il narcisismo.
In quella cella, inoltre, non penetra il nemico. Un giorno, Antonio il Grande ebbe una visione; vide, in un attimo, tutti gli infiniti lacci del nemico spiegati per terra e disse gemendo: “Chi potrà dunque evitare tutti questi lacci?” e intese una voce rispondergli: “L’umiltà!” .
Il Vangelo ci presenta un modello insuperabile di questa l’umiltà-verità, ed è Maria. Dio – canta Maria nel Magnificat – “ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1, 48). Ma cosa intende qui la Vergine con “umiltà”? Non la virtù dell’umiltà, ma la sua condizione umile o, al massimo, la sua appartenenza alla categoria degli umili e dei poveri di cui si parla nel seguito del cantico. Lo conferma il rimando esplicito al cantico di Anna, la madre di Samuele, dove la stessa parola usata da Maria (tapeinosis) significa chiaramente miseria, sterilità, condizione umile, non sentimento di umiltà.
Ma la cosa è chiara di per sé. Come si può pensare che Maria esalti la sua umiltà, senza, con ciò stesso, distruggere l’umiltà di Maria? Come si può pensare che Maria attribuisca alla sua umiltà la scelta di Dio, senza, con ciò, distruggere la gratuità di tale scelta e rendere incomprensibile tutta la vita di Maria a partire dalla sua immacolata concezione? Per sottolineare l’importanza dell’umiltà, qualcuno ha scritto incautamente che Maria “non si vanta di nessun’altra virtù se non della sua umiltà”, come se, in tal modo, si facesse un grande onore, e non invece un grande torto, a tale virtù. La virtù dell’umiltà ha uno statuto tutto speciale: ce l’ha chi non crede di averla, non ce l’ha chi crede di averla. Solo Gesù può dichiararsi “umile di cuore” ed esserlo veramente; questa è la caratteristica unica e irripetibile dell’umiltà dell’uomo-Dio.
Maria non aveva, dunque, la virtù dell’umiltà? Certo che l’aveva e in grado sommo, ma questo lo sapeva solo Dio, lei no. Proprio questo, infatti costituisce il pregio ineguagliabile della vera umiltà: che il suo profumo è colto soltanto da Dio, non da chi lo emana. L’anima di Maria, libera da ogni vera e peccaminosa concupiscenza, davanti alla situazione nuova creata dalla sua divina maternità, si è portata, con tutta rapidità e naturalezza, al suo punto di verità – al suo nulla – e di lì niente e nessuno l’ha più potuta smuovere.
In ciò l’umiltà della Madre di Dio appare un prodigio unico della grazia. Ella ha strappato a Lutero questo elogio: “Sebbene Maria avesse accolto in sé quella grande opera di Dio, ebbe e mantenne un tale sentimento di sé da non elevarsi sopra il minimo uomo della terra […]. Qui va celebrato lo spirito di Maria meravigliosamente puro, ché mentre le viene fatto un onore sì grande, non si lascia indurre in tentazione, ma come se non vedesse, rimane sulla giusta via” .
La sobrietà di Maria è al di sopra di ogni paragone anche tra i santi. Ella ha retto alla tensione tremenda di questo pensiero: “Tu sei la madre del Messia, la madre di Dio! Tu sei quello che ogni donna del tuo popolo avrebbe desiderato essere!”. “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?”, aveva esclamato Elisabetta, ed ella risponde: “Ha guardato la piccolezza della sua serva!”. Ella si inabissò nel suo nulla ed “elevò” solo Dio, dicendo: “L’anima mia magnifica il Signore”. Il Signore, non la serva. Maria è davvero il capolavoro della grazia divina.

3. Umiltà e umiliazioni

Non ci dobbiamo illudere di aver raggiunto l’umiltà solo perché la parola di Dio e l’esempio di Maria ci ha condotti a scoprire il nostro nulla. A che punto siamo giunti in fatto di umiltà, si vede quando l’iniziativa passa da noi agli altri, cioè quando non siamo più noi a riconoscere i nostri difetti e torti, ma sono gli altri a farlo; quando non siamo solo capaci di dirci la verità, ma anche di lasciarcela dire, di buon grado, da altri. Si vede, in altre parole, nei rimproveri, nelle correzioni, nelle critiche e nelle umiliazioni. “Spesso giova molto a conservarci nell’umiltà –dice l’autore dell’Imitazione di Cristo – che gli altri conoscano e riprendano i nostri difetti”.
Pretendere di uccidere il proprio orgoglio colpendolo da soli, senza che nessuno intervenga dal di fuori, è come usare il proprio braccio per punire se stesso: non ci si farà mai veramente male. È come volersi asportare da soli un tumore. Vi sono persone (e io sono certamente tra queste) le quali sono capaci di dire di sé – e anche sinceramente – tutto il male possibile e immaginabile; persone che, durante una liturgia penitenziale, fanno delle autoaccuse di una schiettezza e di un coraggio ammirevoli, ma appena qualcuno intorno a loro accenna a prendere sul serio le loro confessioni, o si azzarda a dire di esse una piccola parte di quello che si son dette da sole, sono scintille. Evidentemente c’è ancora tanta strada da fare per arrivare alla vera umiltà e all’umile verità.
Quando io cerco di ricevere gloria da un uomo per qualcosa che dico o che faccio, è quasi certo che quello stesso uomo cerca di ricevere gloria da me per quello che dice o fa in risposta. E così avviene che ognuno cerca la propria gloria e nessuno la ottiene e se, per caso, la ottiene non è che “vanagloria”, cioè gloria vuota, destinata a dissolversi in fumo con la morte. Ma l’effetto è ugualmente terribile; Gesù attribuiva alla ricerca della propria gloria addirittura l’impossibilità di credere. Diceva ai farisei: “Come potete credere voi che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Gv 5, 44).
Quando ci ritroviamo invischiati in pensieri e aspirazioni di gloria umana, gettiamo nella mischia di tali pensieri, come una torcia ardente, la parola che Gesù stesso usò e che ha lasciato a noi: “Io non cerco la mia gloria!” (Gv 8, 50). Essa ha il potere quasi sacramentale di realizzare ciò che significa, di dissipare tali pensieri.
Quella dell’umiltà è una lotta che dura tutta la vita e si estende a ogni aspetto della vita. L’orgoglio è capace di nutrirsi sia del male che del bene e di sopravvivere, quindi, in ogni situazione e in ogni “clima”. Anzi, a differenza di ciò che avviene per ogni altro vizio, il bene, non il male, è il terreno di coltura preferito di questo terribile “virus”.
“La vanità ha così profonde radici nel cuore dell’uomo che un soldato, un servo di milizie, un cuoco, un facchino, si vanta e pretende di avere i suoi ammiratori e gli stessi filosofi ne vogliono. E coloro che scrivono contro la vanagloria aspirano al vanto di aver scritto bene, e coloro che li leggono, al vanto di averli letti; io, che scrivo questo, nutro forse lo stesso desiderio e forse anche coloro che mi leggeranno” .
La vanagloria è capace di trasformare in atto di orgoglio il nostro stesso tendere all’umiltà. Ma con la grazia, noi possiamo uscire vincitori anche da questa terribile battaglia. Se infatti il tuo uomo vecchio riesce a trasformare in atti di orgoglio i tuoi stessi atti di umiltà, tu, con la grazia, trasforma in atti di umiltà anche i tuoi atti di orgoglio, riconoscendoli. Riconoscendo, umilmente, che sei un nulla superbo. Così Dio viene glorificato anche dal nostro stesso orgoglio.
In questa battaglia Dio è solito venire in soccorso ai suoi con un rimedio quanto mai efficace e singolare. Scrive san Paolo: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni mi è stata messa una spina nella carne un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi: perché io non vada in superbia” (2 Cor 12, 7).
Perché l’uomo “non monti in superbia”, Dio lo fissa al suolo con una specie di àncora; gli mette dei “pesi ai fianchi” (cf Sal 66, 11). Noi non sappiamo cosa fosse esattamente questa “spina nella carne” e questo “inviato di Satana” per Paolo, ma sappiamo bene cos’è per noi! Ognuno che vuole seguire il Signore e servire la Chiesa ce l’ha. Sono situazioni umilianti dalle quali si è richiamati costantemente, talvolta notte e giorno, alla dura realtà di quello che siamo. Può essere un difetto, una malattia, una debolezza, un’impotenza, che il Signore ci lascia, nonostante tutte le suppliche. Una tentazione persistente e umiliante, forse proprio una tentazione di superbia! Una persona con cui si è costretti a vivere e che, nonostante la rettitudine di entrambe le parti, ha il potere di mettere a nudo la nostra fragilità, di demolire la nostra presunzione.
Talvolta si tratta di qualcosa di più pesante ancora: sono situazioni in cui il servitore di Dio è costretto ad assistere impotente al fallimento di tutti i suoi sforzi e a cose troppo più grandi di lui, che gli fanno toccare con mano la sua impotenza di fronte al potere del male e delle tenebre. È qui soprattutto che egli impara cosa vuol dire “umiliarsi sotto la potente mano di Dio” (cf 1 Pt 5, 6).
L’umiltà non è solo importante per il progresso personale nella via della santità; è essenziale anche per il buon funzionamento della vita di comunità, per l’edificazione della Chiesa. Io dico che l’’umiltà è l’isolante nella vita della Chiesa. L’isolante è importantissimo e vitale per il progresso nel campo dell’elettricità. Più, infatti, è alta la tensione e potente la corrente elettrica che passa attraverso un filo, più deve essere resistente l’isolante che impedisce alla corrente di scaricarsi al suolo o di provocare corti circuiti. Al progresso nel campo dell’elettricità deve corrispondere un analogo progresso nella tecnica dell’isolante. L’umiltà è, nella vita spirituale, il grande isolante che permette alla corrente divina della grazia di passare attraverso una persona senza dissiparsi, o, peggio, provocare fiammate di orgoglio e di rivalità.
Terminiamo con le parole di un salmo che ci permette di trasformare in preghiera l’esortazione che l’Apostolo ci ha rivolto con il suo insegnamento sull’umiltà
Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze.
Io sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia.
(Sal 130).

1.S.Teresa d’Avila, Castello Interiore, VI dim., cap. 10.
2.Il libro della Beata Angela da Foligno, ed. critica a cura di L. Thier e A. Calufetti, Quaracchi 1985, p. 734.
3.Apophtegmata Patrum, 7 (PG 65, 77).
4.M. Lutero, Commento al Magnificat, ed. Weimar 7, p. 555 s.
5.Imitazione di Cristo, II,2.
6.B. Pascal, Pensieri, n. 150 Br.

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Questa voce è stata pubblicata il 09/03/2018 da in Articolo mensile, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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