COMBONIANUM – Formazione e Missione

— Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA — Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa — Blog of MISSIONARY ONGOING FORMATION — A missionary look on the life of the world and the church

IV Domenica di Quaresima (B) Commento

IV domenica di Quaresima (B) “Laetare”
Gv 3,14-21


In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».


IV Domenica di Quaresima (B) 7


Noi siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama
Ermes Ronchi

Dio ha tanto amato il mondo, versetto centrale del Vangelo di Giovanni, versetto dello stupore che rinasce ogni volta, per queste parole buone come il miele, tonificanti come una camminata in riva al mare, fra spruzzi d’onde e aria buona respirata a pieni polmoni; parole da riassaporare ogni giorno e alle quali aggrapparci forte in tutti i passaggi della vita, in ogni caduta, in ogni notte, in ogni delusone.
Dio ha così tanto amato… e la notte di Nicodemo, e le nostre notti si illuminano. Qui possiamo rinascere. Ogni giorno. Rinascere alla fiducia, alla speranza, alla serena pace, alla voglia di amare, di lavorare e creare, di custodire e coltivare persone e talenti e creature, tutto intero il piccolo giardino che Dio mi ha affidato.
Non solo l’uomo, ma è il mondo che è amato, la terra è amata, e gli animali e le piante e la creazione intera. E se egli ha amato la terra, anch’io la devo amare, con i suoi spazi, i suoi figli, il suo verde, i suoi fiori.. E se Egli ha amato il mondo e la sua bellezza fragile, allora anche tu amerai il creato come te stesso, lo amerai come il prossimo tuo: «mio prossimo è tutto ciò che vive» (Gandhi).
La rivelazione di Gesù è questa: Dio ha considerato il mondo, ogni uomo, questo mio niente cui però ha donato un cuore, più importante di se stesso. Per acquistare me ha perduto se stesso. Follia d’amore.
Dio ha amato: la bellezza di questo verbo al passato, per indicare non una speranza o una attesa, ma una sicurezza, un fatto certo, e il mondo intero ne è intriso: «il nostro guaio è che siamo immersi in un oceano d’amore, e non ce ne rendiamo conto» (G. Vannucci). Tutta la storia biblica inizia con un “sei amato” e termina con un “amerai” (P. Beauchamp). Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama.
Dio non ha mandato il Figlio per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato, perché chi crede abbia la vita. A Dio non interessa istruire processi contro di noi, non dico per condannare o per pareggiare i conti, ma neppure per assolverci. La vita degli amati da Dio non è a misura di tribunale, ma a misura di fioritura e di abbraccio, nel paradigma della pienezza.
Perché il mondo sia salvato: salvare vuol dire conservare, e nulla andrà perduto, non un sospiro, non una lacrima, non un filo d’erba; non va perduta nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza, nessun gesto di cura per quanto piccolo e nascosto: Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi, non avrò vissuto invano. Se potrò alleviare il Dolore di una Vita o lenire una Pena, o aiutare un Pettirosso caduto a rientrare nel suo nido non avrò vissuto invano. (Emily Dickinson).

La gloria dell’amore
Enzo Bianchi

Domenica scorsa abbiamo ascoltato nel quarto vangelo l’annuncio che Gesù è ormai il tempio di Dio, cioè il luogo della comunione con Dio (cf. Gv 2,19.21). E abbiamo conosciuto ancora una volta come la lettura del quarto vangelo richieda una fatica più grande per la comprensione del Vangelo, della buona notizia in esso contenuta. Oggi eccoci nuovamente di fronte a un altro brano del vangelo giovanneo, a un testo per molti aspetti difficile: Giovanni, infatti, ha una visione che va colta al di là di quello che scrive, una visione più profonda, che non è – potremmo dire – la nostra visione umana, ma appartiene solo a chi ha la fede in Gesù, dunque una visione ispirata dallo sguardo di Dio sulla vicenda di Gesù.

Giovanni è stato testimone della passione e morte di Gesù sul Golgota, quel venerdì, vigilia della Pasqua, 7 aprile dell’anno 30 della nostra era. Ha visto la sofferenza di Gesù, il disprezzo che egli subiva da parte dei carnefici e soprattutto quel supplizio vergognoso e terribile – “crudelissimum taeterrimumque supplicium”, come lo definisce Cicerone (Contro Verre II,5,165) – che era la croce. Ha visto questa scena con i suoi occhi ma, dopo la resurrezione di Gesù, nella fede piena, nella contemplazione e meditazione di questo evento, giunge a leggerlo in modo altro rispetto ai vangeli sinottici. In quei vangeli Gesù aveva annunciato per tre volte la “necessità” della sua passione, morte e resurrezione, e per tre volte tale annuncio aveva atterrito i discepoli (cf. Mc 8,31-33 e par.; 9,30-32 e par.; 10,32-34 e par.). Anche il quarto vangelo attesta che per tre volte Gesù ha parlato di questa necessitas, ma lo fa con un linguaggio altro: ciò che nei sinottici è infamia, tortura, supplizio in croce, per Giovanni diventa invece un “innalzamento”, cioè una gloria.

Nel nostro brano risuona il primo dei tre annunci fatti da Gesù: “È necessario che il Figlio dell’uomo sia innalzato”. Effettivamente Gesù, appeso al legno, è stato innalzato da terra, ma per Giovanni questo innalzamento da terra non è fisico, bensì è un essere innalzato gloriosamente da Dio, un essere glorificato, cioè rivelato nella sua gloria. Per Giovanni “essere innalzato” (verbo hypsóo) è anche “essere glorificato” (verbo doxázo: cf. Gv 7,59; 8,54, ecc.), essere sulla croce è essere alla destra del Padre. Per questo Gesù dice anche: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo”, ossia lo avrete materialmente messo in croce, “allora conoscerete che Io Sono (egó eimi: cf. Es 3,14)” (Gv 8,28), che io sono come Dio. E ancora: “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Quest’ora dell’innalzamento è dunque l’ora della glorificazione (cf. Gv 12,23; 13,31-32), l’ora della passione e della croce. Nel quarto vangelo croce e Pasqua sono lo stesso mistero, e l’ora della passione è l’ora dell’epifania dell’amore.

Sì, dobbiamo confessare che questo sguardo giovanneo sulla croce non è facilmente accettabile da noi uomini, eppure questa è la vera e profonda comprensione della croce di Gesù: la croce è stata un supplizio, ma è stata anche un alzare il velo su come Gesù “ha amato i suoi fino all’estremo (eis télos)” (Gv 13,1); è stata una morte da maledetto da Dio e dagli uomini (cf. Dt 21,23; Gal 3,13), crocifisso a mezz’aria perché Gesù non era degno né del cielo né della terra, eppure proprio sulla croce egli riconciliava cielo e terra, faceva cadere ogni barriera e apriva il Regno all’umanità, portando l’umanità in Dio (cf. Ef 2,14-16). Sulla croce moriva un uomo solo e abbandonato, ma quest’uomo narrava che “l’amore più grande è dare la vita per gli amici” (cf. Gv 15,13).

Questa è la lettura paradossale della croce fatta da Giovanni. Questo è il Vangelo che Gesù rivela a Nicodemo, un esperto delle Scritture che però Gesù definisce “ignorante” (cf. Gv 3,10): un “maestro in Israele” che non conosce l’azione di Dio nella sua verità profonda. Per cercare di spiegargli questa “necessità” della passione e morte del Messia, Figlio dell’uomo, Gesù tenta un paragone con un fatto avvenuto a Israele nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto. Secondo il libro dei Numeri, gli ebrei furono attaccati da serpenti mortiferi, e allora Mosè innalzò su un’asta un serpente di bronzo: chi lo guardava, anche se morso dai serpenti restava in vita, era salvato (cf. Nm 21,4-9). Questo racconto antico viene reinterpretato dal libro della Sapienza che fa una lettura altra dell’evento, cogliendo nel serpente “un segno di salvezza” (Sap 16,6): “chi si volgeva a guardarlo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva, ma da te, Salvatore di tutti” (Sap 16,7).

Comprendiamo bene le parole di Gesù, che sono dunque un invito a guardare al Figlio dell’uomo, innalzato in croce come il serpente innalzato da Mosè: chi guarda al crocifisso, trova salvezza e vita. Questo innalzamento del Figlio dell’uomo è il segno che “Dio ha tanto amato il mondo”, questa nostra umanità, “da dargli in dono il Figlio unico”, cioè se stesso. Lo ha donato inviandolo nel mondo, quale Figlio diventato uomo tra gli uomini, non per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo, perché “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4); non vuole condannare il mondo ma vuole che tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

Questo sguardo di Giovanni sulla passione e morte di Gesù ci appare quasi insostenibile, eppure è lo sguardo che ci permette di vedere in una storia di morte una storia di amore, una storia gloriosa dell’amore umano vissuto da Gesù, che così ha narrato una volta per tutte (exeghésato: Gv 1,18) l’amore di Dio.

Partire e alzare lo sguardo,
Don Antonio Savone

Una sorta di filo rosso percorre tutti e tre i brani della liturgia della Parola di questa domenica: Dio non si rassegna alla situazione di morte in cui si trovano tutti gli uomini e per questo reagisce sempre con premura e con compassione.

Paradossalmente, proprio quando quel vaso di argilla che è la nostra vita si rompe, il tesoro della sua fedeltà e del suo amore riluce in tutto il suo splendore. Dio non si rassegna mai alla piega che prende la storia, non si scoraggia neppure di fronte al nostro rifiuto e per questo riprende sempre il discorso con chi ha conosciuto l’amara esperienza della fragilità e della caduta. L’ultima parola sulla storia del singolo uomo come dell’intera umanità non spetta mai all’infedeltà o alla morte: la porta del cuore di Dio, infatti, rimane sempre aperta. Per questo l’esperienza del limite e della contraddizione non va letta come un impedimento ma come occasione per toccare con mano fino a che punto io stia a cuore a Dio.

Attraverso la voce dei profeti, il Signore aveva fatto di tutto per impedire che Gerusalemme venisse distrutta. Aveva visto gli uomini chiudere gli occhi dinanzi alla luce e neanche in quel frangente aveva ritirato da loro la sua fedeltà: se noi manchiamo di fede – ripeterà Paolo in 2 Tm2,13 – egli però rimane fedele perché non può rinnegare se stesso. E così, proprio nel silenzio della distruzione avvenuta, quando sembrava impossibile intravedere una pur timida possibilità di ripresa, per Israele risuona ancora una parola di speranza: il tempo delle mancanze e della disobbedienza è già il tempo che prepara e prelude a una novità e a un cambiamento. Là dove l’uomo persegue progetti mortiferi, Dio tesse occasioni nuove perché egli scelga esperienze di vita. E, guarda caso, tali occasioni sono tessute da Dio persino attraverso chi non lo ha mai conosciuto. Cos’era mai il re Ciro se non un re pagano? Eppure… Penso alle tante voci profetiche, magari anche pagane (situazioni a cui difficilmente conferiremmo diritto di parola), che ancora si levano nella nostra vita per invitarci a riprendere coraggio, a ritrovare la gioia di appartenere al Signore.

E se nel crollo di tante nostre sicurezze storiche fosse insita la possibilità di una nuova svolta per la storia? Non ci accada quello che tante volte è accaduto nella storia, di subire gli eventi, ma di riconoscerli e attraversarli.

Come è possibile? si chiedeva stupito e incredulo il maestro di teologia. Come è possibile? continuiamo a chiederci noi. A Nicodemo e a noi Gesù parla addirittura di una necessità che le cose vadano in tal senso: è questione di vita o di morte (bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato…). È soltanto il suo entrare personalmente nella esperienza della smentita che inverte l’orientamento della storia dell’umanità: dall’odio all’amore, dalle tenebre alla luce, dalla condanna alla salvezza, dalla menzogna alla verità. È il paradosso della fede cristiana: a salvarci è ciò da cui immediatamente è venuta a noi la rovina. Se solo avessimo uno sguardo di fede!

Davanti alla croce, Nicodemo prima, ognuno di noi poi, è invitato a mettersi in crisi, a ridiscutere tutto ciò che nella sua vita è ancora nel segno dell’ambiguità. Metro di giudizio su di sé la croce del Signore Gesù. Certo, è più comodo restare ancorati al proprio vecchio modo di guardare le cose. Ma sulla lunghezza, il rimanere sulle proprie, vuol dire rimanere eternamente appesi alla domanda che si porrà Pilato: che cos’è la verità? senza mai decidersi a compierla.

Per questo è necessario non abbassare gli occhi: la croce va guardata senza paura per quanto sia uno spettacolo drammatico. In quella realtà che racchiude tutto il male di cui l’uomo è capace, tutta la violenza che può abitare nel cuore dell’uomo, lì si manifesta altresì l’amore che giunge al limite estremo. Il colmo dell’umiliazione e dell’abbassamento coincide con il massimo della dedizione: così Dio ha amato il mondo! Fino a questo punto! Dio ama così chi non sempre accoglie il suo dono ma anzi lo rifiuta. Non dirà mai: basta! se non di fronte alla nostra libertà, tanto da subire persino il nostro giudizio.

Se la libertà dell’uomo può giudicare e condannare, la gratuità della misericordia di Dio non smetterà di amare perdutamente. Per questo, persino l’esperienza più drammatica del rifiuto di Dio da parte dell’uomo, la croce, quella che sembrava essere la vittoria dell’uomo su Dio, diventerà ancora una volta la vittoria di Dio.

Il non distogliere lo sguardo da quello spettacolo e l’accogliere ciò che esso rivela è condizione per poter nascere come persone nuove.

Com’è il mio sguardo sul mondo? Lo sguardo di Dio è sempre uno sguardo di speranza anche quando la storia prende la china dell’assurdo.

Spetta a noi trasformare le difficoltà e gli ostacoli del vivere, in gradini da sormontare per nuove salite.

acasadicornelio

 Ognuno di noi è il figlio prediletto del Padre,
Ermes Ronchi

Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Questo versetto è il punto sorgivo e il perno attorno al quale danza la storia di Dio con l’uomo.

Dio ha amato, un passato che perdura e fiorisce nell’oggi, verità che assorbe ogni cosa: tutta la storia biblica inizia con un “sei amato” e termina con un “amerai” (P. Beauchamp). È la lieta notizia da ripeterci ad ogni risveglio, ad ogni difficoltà, ad ogni sfiducia. Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama. Che cos’è l’amore? Ossigeno della vita. Il nucleo incandescente del Vangelo è la bellezza dell’amore di Dio (Ev. Ga. 36) che Gesù ha mostrato, vissuto, donato. È questo il fuoco che deve entrare in noi, la cosa più bella, più grande, più attraente, più necessaria, più convincente e radiosa (Ev. Ga.35).

Tanto da dare suo Figlio. Nel Vangelo “amare” si traduce sempre con un altro verbo, umile, breve, di mani e non di emozioni: “dare”. Dio altro non fa che eternamente considerare ogni uomo più importante di se stesso. «Il mondo sappia che li hai amati come hai amato me» (Gv 17,23), il Padre ama me come ha amato Cristo, con la stessa passione, la stessa fiducia, la stessa gioia, con in più tutte le delusioni che io so procurargli. Ognuno è il figlio prediletto di Dio.

Cristo, venuto dal Padre come intenzione di bene, nella vita datore di vita, ci chiama ad escludere dall’immagine che abbiamo di Lui, a escludere per sempre, qualsiasi intenzione punitiva, qualsiasi paura. L’amore non fa mai paura, e non conosce altra punizione che punire se stesso. E non solo l’uomo, è il mondo intero che è amato, dice Gesù, la terra, gli animali e le piante e la creazione tutta. E se Egli ha amato il mondo e la sua bellezza fragile, allora anche tu amerai il creato come te stesso, lo amerai come il prossimo tuo.

Dio non ha mandato il Figlio per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. A Dio non interessa istruire processi contro di noi, neppure per assolverci, ora o nell’ultimo giorno. La vita degli amati non è a misura di tribunale, ma a misura di fioritura e di abbraccio.

Dio ha tanto amato, e noi come lui: quando amo in me si raddoppia la vita, aumenta la forza, sono felice. Ogni mio gesto di cura, di tenerezza, di amicizia porta in me la forza di Dio, spalanca una finestra sull’infinito.

Dio ha tanto amato, e noi come Lui: ci impegniamo non per salvare il mondo, l’ha già salvato Lui, ma per amarlo; non per convertire le persone, lo farà Lui, ma per amarle.

Se non c’è amore, nessuna cattedra può dire Dio, nessun pulpito. Non c’è più il ponte che ricollega la terra al cielo, il motore che fa ripartire la storia, una storia con sapore di Dio.


Annunci

2 commenti su “IV Domenica di Quaresima (B) Commento

  1. Soltanto l’AMORE puó capire l’ amore!

    Mi piace

  2. Luca Zacchi
    13/03/2015

    L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Lo sguardo giovanneo sulla croce non è facilmente accettabile da noi uomini, eppure questa è la vera e profonda comprensione della croce di Gesù: la croce è stata un supplizio, ma è stata anche un alzare il velo su come Gesù “ha amato i suoi fino all’estremo (eis télos)” (Gv 13,1); è stata una morte da maledetto da Dio e dagli uomini (cf. Dt 21,23; Gal 3,13), crocifisso a mezz’aria perché Gesù non era degno né del cielo né della terra, eppure proprio sulla croce egli riconciliava cielo e terra, faceva cadere ogni barriera e apriva il Regno all’umanità, portando l’umanità in Dio (cf. Ef 2,14-16). Sulla croce moriva un uomo solo e abbandonato, ma quest’uomo narrava che “l’amore più grande è dare la vita per gli amici” (cf. Gv 15,13).

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 09/03/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Quaresima (B) con tag , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 505 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione e Missione on WordPress.com

  • 214.775 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: