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UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

V Domenica di Quaresima (B) Commento

V Domenica di Quaresima (B)
Giovanni 12,20-33


5 Quaresima (B) Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto (Gv 12,20-33)1

Il chicco di grano, icona di una vita che si fa feconda,
Commento di Ermes Ronchi.

Alcuni stranieri chiedono agli apostoli: Vogliamo vedere Gesù. Una richiesta dell’anima eterna dell’uomo che cerca, che arriva fino a noi, sulla bocca di molti, spesso senza parole, e ci chiede: Mostrami il tuo Dio, fammi vedere in chi credi davvero. Perché Dio non si dimostra, con alte catechesi o ragionamenti, si mostra. Mostrando mani d’amore e occhi limpidi, una vita abitata da lui.

Gesù risponde portando gli interlocutori su di un altro piano, oltre il suo volto, proponendo una immagine indimenticabile: Volete capire qualcosa di me? Guardate un chicco di grano. Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Il vero volto, la verità del chicco consiste nella sua storia breve e splendida.

È bellissimo che Gesù adoperi il paragone del seme di frumento: non si tratta di un’allegoria esterna, lontana, separata, ma significa che ciò che Gesù sta dicendo, ciò che con la sua vita sta mostrando è inscritto nelle leggi più profonde della vita. La vita delle creature più semplici risponde alle stesse leggi della nostra vita spirituale: Vangelo e vita sono la stessa cosa, reale e spirituale coincidono. E come il chicco di grano è profezia di pane, così Gesù afferma: anch’io sono un pane per la fame del mondo.

Se cerchiamo il centro della piccola parabola del seme, la nostra attenzione è subito attratta dal forte verbo «morire»: Se il chicco non muore, se invece muore… Ma l’accento logico e grammaticale della frase cade invece su due altri verbi, sono loro quelli principali: Rimanere solo o produrre molto frutto. Il senso della vita di Cristo, e quindi di ogni uomo, si gioca sul frutto, sulla fecondità, sulla vita abbondante che lui è venuto a portare (Gv 10,10). Non è il morire che dà gloria a Dio, ma la vita in pienezza.

Fiorire non è un sacrificio. Il germe che spunta dal chicco altro non è che la parte più intima e vitale del seme; non uno che si sacrifica per l’altro, ma l’uno che si trasforma nell’altro; non perdita ma incremento. Seme e germe non sono due entità diverse, ma la tessa cosa: muore una forma ma per rinascere in una forma più piena ed evoluta. In una logica pasquale.

La seconda immagine che Gesù offre di sé, oltre al chicco, è la croce: Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me. Io sono cristiano per attrazione, sedotto dalla bellezza dell’amore di Cristo. La suprema bellezza del mondo è quella accaduta sulla collina fuori Gerusalemme, quando l’infinito amore si lascia inchiodare in quel niente di legno e di terra che basta per morire. E poi risorgere, germe di vita immortale. Perché ciò che si oppone alla morte non è la vita, è l’amore.

Il chicco di grano che muore e dà frutto
Commento di Enzo Bianchi

Come domenica scorsa, anche il brano del vangelo secondo Giovanni previsto per oggi dalla liturgia ci presenta una riflessione sulla passione e morte di Gesù.

Il contesto è quello della terza e ultima Pasqua vissuta da Gesù a Gerusalemme, quando ormai i sommi sacerdoti hanno preso la decisione di condannarlo a morte (cf. Gv 11,53), e dopo il suo ingresso messianico nella città santa acclamato da molta folla (cf. Gv 12,12-19). Come in occasione di ogni grande festa, erano saliti a Gerusalemme anche dei greci (héllenes), dei non ebrei, dunque dei pagani, i quali avevano certamente sentito parlare di Gesù, del suo carattere profetico, della sua autorevolezza nel rivolgersi alla gente. Gesù ha conosciuto un certo successo, che gli ha procurato fama, oltre che acerrimi nemici. Questo successo inquieta soprattutto gli uomini religiosi, impazienti di frenare ed estinguere il movimento nato dalla predicazione di Gesù. Costoro poco prima erano arrivati a dire: “Ecco, tutto il mondo gli va dietro!” (Gv 12,19), chiedendo dunque di fare qualcosa di definitivo riguardo a Gesù, di risolvere la questione una volta per tutte.

I pagani presenti a Gerusalemme, interessati a incontrare Gesù, avvicinano Filippo (il discepolo con un nome greco, proveniente da Betsaida di Galilea, città abitata da molti greci) e gli chiedono: “Vogliamo vedere Gesù”. Ciò però non è facile, perché incontrare dei pagani nella città santa, da parte di un rabbi, non è conforme alla Legge, non rispetta le regole di purità. Filippo, titubante, va a riferirlo ad Andrea, il discepolo più intimo di Gesù, il primo chiamato alla sequela secondo il quarto vangelo (cf. Gv 1,37-40); poi, insieme, i due decidono di presentare la richiesta a Gesù. Quest’ultimo, ascoltandoli, nella sua capacità di riflettere e di leggere gli avvenimenti percepisce che tale domanda è una profezia che riguarda i pagani: anche loro potranno essere suoi discepoli, credere in lui e fare parte della sua comunità.

La sua vita sta volgendo alla fine, la morte è decretata dalle legittime autorità della comunità religiosa, della sua “chiesa”, ma Gesù riesce a vedere oltre la morte, anzi riesce a vedere nella sua morte una fecondità inaudita: “È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato”. L’ora della morte in croce è l’ora della gloria, dell’epifania del suo amore vissuto all’estremo per gli uomini tutti (cf. Gv 13,1). Quell’ora di cui a Cana aveva detto alla madre: “La mia ora non è ancora giunta” (Gv 2,4), quell’ora che aveva annunciato come prossima e verso la quale andava con desiderio, quell’ora che era “la sua ora” (Gv 7,30; 8,20), finalmente è arrivata. Questa è l’ora decisiva, che inaugura un nuovo tempo per la fede, per l’adorazione di Dio (cf. Gv 4,21.23), per la salvezza dei morti e dei vivi (cf. Gv 5,25-29).

Per rivelarla, Gesù ricorre a una breve similitudine, pronunciata con grande autorità: “Amen, amen io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Ecco la necessitas della passione e morte, della croce. La sua morte è una semina, nella quale il seme deve cadere a terra, essere sotterrato, morire come seme e dare origine a una nuova pianta che moltiplica i semi nella spiga. Così Gesù legge la propria morte e così ci rivela che anche per noi, uomini e donne alla sua sequela, diventa necessario morire, cadere a terra e anche scomparire per dare frutto. È una legge biologica, ma è anche il segno di ogni vicenda spirituale: la vera morte è la sterilità di chi non dà, di chi non spende la propria vita ma vuole conservarla gelosamente, mentre il dare la vita fino a morire è la via della vita abbondante, per noi e per gli altri. Il cristiano che vuole essere servo del Signore, che dice di amare il Signore, deve semplicemente accogliere questa morte, accettare questa caduta, abbracciare questo nascondimento. E allora non sarà solo, ma avrà Gesù accanto a sé, sarà preceduto da Gesù, che lo porterà dove egli è, cioè nel grembo di Dio, nella vita eterna.

Con questa fede, con questa convinzione Gesù, anche se turbato dalla morte imminente, sa dire “amen”, sa dire “sì” a quell’ora che è la sua. Per questo anche la preghiera di Gesù così espressa dai sinottici: “Abba! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice!” (Mc 14,36; cf. Mt 26,39; Lc 22,42), nel quarto vangelo diventa un grido di vittoria: “Per questo sono giunto a quest’ora” e un’invocazione: “Padre, glorifica il tuo Nome”. Ed ecco che, in risposta, scende su di lui dal cielo una voce, come promessa e sigillo: “L’ho glorificato e lo glorificherò presto!”. È la voce del Padre il quale conferma al Figlio Gesù che quell’ora della croce è l’ora della gloria. Per questo Gesù può esclamare: “Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo è gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra”, come il serpente innalzato da Mosè (cf. Nm 21,4-9; Gv 3,14), “attirerò tutti a me”.

Tutti, giudei e greci, tutti attirati da lui potranno vederlo, ma sulla croce, mentre dona la vita l’umanità intera. Questa la risposta di Gesù a chi vuole vederlo!

Il seme produce frutto…
Commento di don Angelo Casati

La parabola del chicco di grano caduto in terra ci propone la parabola dell’ora di Gesù che tra pochi rivivremo: per tre giorni caduto nella terra, nell’invisibilità, nel silenzio, tolto, per sempre. Ma il seme riposava nella terra: è rigermogliato, è risorto, non è morto e noi ancora vediamo l’albero dare frutti, molti frutti. La linfa giunge fino a noi. E ci fa vivi riscattati dai nostri inaridimenti.

La piccola parabola ci viene consegnata non solo come memoria ma come invito. “Se uno mi vuol servire mi segua”

Anche tu sii chicco di grano: fuggi l’esteriorità, l’innalzamento, il mito del successo, il rumore delle parole, la smania della visibilità. Sta nella terra di tutti, nell’apparente insignificanza dei gesti quotidiani, nella dedizione apparentemente inosservata, nella terra delle domande senza riposta. E ricorda la piccola parabola di Gesù: il seme – produce molto frutto.

Chi vogliamo vedere?
Commento di Wilma Chasseur

Che simpatici questi Greci! Erano degli stranieri saliti a Gerusalemme per la festa di Pasqua. La venuta del Maestro non era passata inosservata per nessuno: anche questi Greci, giunti nella città santa per celebrare la Pasqua erano rimasti colpiti dalla sua grande popolarità e avevano detto a Filippo che volevano vedere Gesù. Filippo l’aveva poi detto ad Andrea ed entrambi erano andati a dirlo al Signore

Sappiamo comunicare?

Bello questo intreccio comunicativo tra i Greci, Filippo, Andrea e Gesù. Vedete com’è importante la comunicazione? Da lì procede l’incontro e la conoscenza delle persone. Ma perché si rivolgono a Filippo e questi ad Andrea? Perché erano gli unici, tra i discepoli, ad avere un nome greco; gli altri avevano tutti nomi ebraici. Visto che Filippo era di Betsaida, probabilmente conosceva il greco, perché Betsaida era una delle dieci città della Decapoli, cioè quelle città della Palestina dove si parlava il greco e si seguivano usanze elleniste, essendo sotto l’influenza e la cultura greca. Ciò che mi colpisce di più è proprio questa richiesta “Vogliamo vedere Gesù!” Ecco il punto! Lo vogliamo veramente vedere noi, i greci di oggi, cioè quelli che non sono nati ebrei? Oppure vogliamo vedere di tutto e ci sentiamo attirati da tutto fuorché da Gesù? Non è una domanda scontata, sapete! Il punto cruciale della domanda non è la seconda parte, ma la prima. Gesù è sempre lì che aspetta, ma noi lo vogliamo veramente vedere? Vedere Gesù è un conto: VOLERLO vedere è un altro. Vedere, lo vedevano anche scribi e farisei, ma di lui non ne vollero sapere…

Da che parte guardiamo?

Ma speriamo che tutti noi – almeno quanti leggiamo queste righe – abbiamo veramente questo desiderio di vedere Gesù. Ammesso questo dobbiamo però chiederci da che parte dobbiamo guardare per vederlo; e se vogliamo veramente guardare da quella parte. Perché la parte giusta è quella della Croce. “Quando sarò innalzato attirerò tutti a me”. Alzi la mano chi vuole guardare per di là! Se guardiamo da tutt’altra parte, non lo vediamo. Credo dunque che la difficoltà stia proprio qui: vogliamo vedere Gesù, ma nessuno vuole guardare da quella parte. Perdere la propria vita, morire come un chicco di grano nelle profondità della terra per portare frutto, trovare la gioia nella rinuncia, ecco una logica che il mondo non conosce e l’uomo carnale non capisce! Per costui portare frutto significa avere successo, sfondare, brillare, conquistare, dominare ecc. Ma Gesù ci dà alcune dritte che sono diametralmente all’opposto! Questa è la sezione finale della sua vita pubblica: la sua esistenza sta volgendo al termine. Termine drammatico e molto temuto dal Signore: “Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre glorifica il tuo nome”.

La voce del PADRE

Venne allora una voce dal Cielo: “L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò”. Vi rendete conto? UDIRONO LA VOCE DEL PADRE! Non vorreste anche voi udire la voce del Padre? I Giudei la sentirono, ma non capirono che era LUI, credevano fosse un tuono… Eppure Gesù precisò: “questa voce non è venuta per me, ma per voi”. Per loro dunque! Ma anche per noi! Lui lo sapeva benissimo che la strada regale era quella della croce e del morire come un chicco di grano; siamo noi che non lo sappiamo, o non lo vogliamo sapere. E sì che Gesù, con le folle che gli correvano dietro avrebbe potuto conquistare il mondo seguendo la via facile, ma va da tutt’altra parte. E solo dopo aver preso quell’altra strada, si ode la voce dal cielo. “L’ho glorificato e ancora lo glorificherò”. Dio in persona parla e ratifica la decisione di Gesù dicendo che ha preso la giusta direzione. Ora tocca a noi prendere la strada giusta. E dopo sentiremo anche noi la voce del Padre.

“Vogliamo vedere Gesù”
Commento di D. Severino GALLO sdb

Penso che nel Vangelo di oggi ci abbia colpito in modo particolare quest’espressione: “Vogliamo vedere Gesù”. Quel gruppo di Greci che volevano vedere Gesù è il simbolo delle innumerevoli anime che attraverso i secoli desiderano incontrare Gesù, perché sono indicibilmente assetate di Lui. Anche ai nostri giorni le anime ardono dalla sete di vedere Gesù, d’incontrarsi con Lui, anche se purtroppo Lo cercano dove non lo troveranno mai: cioè nei piaceri, nelle ricchezze, nel sesso, nell’egoismo, nella droga. Tocca a noi far incontrare alle anime Gesù, come centro vivo della storia.

Evangelizzare è annunciare la Persona vivente di Gesù, “ieri, oggi e nei secoli”. Gesù Uomo-Dio, punto focale tra l’amore divino e quello umano; è annunciare un fatto storico: Gesù di Nazaret, Figlio di Dio incarnato, crocifisso e risorto; è annunciare una presenza sempre attuale nella Chiesa: comunità che ha incontrato il Signore e mossa dallo Spirito, tende verso il suo ritorno. E’ annunciare Gesù totale nella sua dimensione storica e in quella della sua Risurrezione: sempre vivo tra gli uomini e nel mondo.

Vedete, Gesù si è fatto Uomo, come uno di noi, proprio per farsi conoscere, per farsi vedere. Dio è troppo grande per i nostri occhi. E’ come la luce del sole che abbaglia a guardarlo e non possiamo fissarlo direttamente. Nessuno ha visto Dio, finché non è venuto sulla terra. Chi ha visto Gesù, ha visto Dio. Per farsi vedere, anzi addirittura per farsi toccare, il Figlio di Dio, facendosi Uomo, ha preso un corpo come il nostro, ha parlato con le nostre stesse parole. Prese un Cuore che pulsava come il nostro. Però Gesù non era solo Uomo, ma anche pienamente e totalmente Figlio del Dio vivente.

Ora io vi dico: il desiderio di vedere Gesù, che era dei Greci, che è stato il desiderio di tanti e tanti uomini e donne dei secoli passati, sarà il desiderio di tutte le anime fino alla fine del mondo. Gesù è forza e potenza di Dio, Gesù è Dio con noi. E noi abbiamo il desiderio di diventare come Lui. Ecco perché il desiderio di vederLo e di incontrarLo si trasmette da un uomo all’altro sino alla fine dei secoli. Anche a me piacerebbe tanto vedere Gesù… Penso che piacerebbe anche a voi… Ci piacerebbe toccarLo, stingerGli la mano. Farci accarezzare da Lui, sentire la sua mano divina posarsi sul nostro capo.

Ma se davvero vogliamo veder Gesù, dobbiamo cercarLo dove Egli si trova. Gesù si vede e si sente nella sua Parola, nella Comunione, nella Messa, nei fanciulli innocenti. Noi vediamo Gesù nei poveri, negli ammalati: Dobbiamo vederLo nei doveri della vita quotidiana: tutto è un incontro con Gesù, se abbiamo viva fede. Se alziamo gli occhi, vediamo la Croce sulla quale Gesù si presenta a noi. La Croce è un posto dove noi possiamo guardare Gesù. Lo dice Lui stesso nel Vangelo di oggi: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”. La Messa, più ancora che non la Croce, riporta Gesù in mezzo a noi e noi possiamo perfino toccarLo, presente nel sacramento dell’Eucaristia. Care sorelle e fratelli , vi dico un segreto: anche Gesù desidera vedere noi… Desidera vedere il suo volto riflesso nel nostro sempre più luminosamente. Ma anche le anime desiderano vedere in noi Gesù: siamo davvero uno specchio luminoso di Lui? I Santi sono realmente trasparenze viventi di Gesù. Perciò se vogliamo riflettere Lui, dobbiamo essere Santi…

In un carcere delle Filippine era rinchiuso Taruc, il capo comunista dei ribelli filippini, caduto nelle mani della polizia. Douglas Hyde, comunista convertito e giornalista ben noto, ottiene il permesso di restare in carcere anche lui per tenergli compagnia. Vive volontariamente in prigione quaranta giorni, dividendo can lui la durezza del carcere: la fame, il caldo, la sete.”Discutevamo continuamente sedici ore il giorno”, ha detto Douglas Hyde e ha assicurato di aver avuto ragione: infatti il condannato a morte si è convertito al cattolicesimo. L’idea di quest’apostolato particolare era venuta al giornalista inglese dopo la lettura di S. Teresina di Lisieux, la quale ha scritto così, parlando del Carmelo: “Felice prigionia alla quale avevo aspirato da lungo tempo”. “Lasciando la prigione, ha precisato il giornalista, ho capito che i miei migliori argomenti avevano avuto meno effetto del fatto che io avevo accettato volontariamente la vita di carcerato per amore di lui”.


 

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Un commento su “V Domenica di Quaresima (B) Commento

  1. Luca Zacchi
    21/03/2015

    L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Prepararsi al Vangelo della domenica, di domani, del giorno del Signore, e di nessun altro! Non del consumo, non dell’economia, non del tempo libero sempre più vuoto perchè riempito di vacuità, di cose vuote che durano lo spazio di un attimo. Non è il tempo di ciò che non sazia, riempie la pancia, ma poi la lascia subito vuota. E’ il tempo del pane e del vino, del cibo vero, del cibo sano, di quello che riempie la vita. Occorre accogliere quel chicco di grano, e morire con Lui, come Lui, perchè oltre a noi, tutti possano rinascere alla nuova, vera vita.

    Amen

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Questa voce è stata pubblicata il 15/03/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Quaresima (B) con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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