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Più grandi della colpa /9. L’economia della piccolezza


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Una volta Rabbi Bunam pregò in una locanda. Più tardi disse ai discepoli: «Talvolta si crede di non poter pregare in un luogo e se ne cerca un altro. Ma questa non è la via giusta. Poiché il luogo abbandonato si lagna con lui: “Perché non hai voluto fare le tue preghiere su di me? Se c’era qualcosa che ti disturbava questo era proprio il segno che avevi l’obbligo di redimermi”»

Martin Buber
Storie e leggende chassidiche

Luigino Bruni
Avvenire sabato 17 marzo 2018

Il declino di Saul si interseca con l’ascesa di Davide, stella luminosissima nella Bibbia, forse la più luminosa nell’Antico Testamento. È il personaggio biblico di cui più conosciamo il cuore – una parola che, non a caso, fa la sua comparsa già nel primo racconto della sua vocazione («L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore»: 1 Samuele 16,7). Abramo e Mosè sono figure immense nella Bibbia, ancora più centrali di Davide nella storia della salvezza. Di loro conosciamo le imprese, le parole, soprattutto la fede, e queste sono sufficienti per fare di essi le colonne del popolo e dell’alleanza. Il cuore di Abramo o di Mosè, però, non lo conosciamo, o lo conosciamo molto poco. Il Sinai e il monte Moria sono luoghi di grandi dialoghi, forse i più grandi di tutti, ma che cosa veramente accadde nell’anima di Mosè e di Abramo il testo biblico non ce lo dice. Ce lo lascia immaginare, e anche per questo gli scrittori e gli artisti nei secoli hanno potuto “completare” le storie intime di questi uomini di Dio, che nel testo biblico erano solo suggerite o sussurrate.

Di Davide la Bibbia ci apre il cuore, ci fa entrare nella sua interiorità, nelle sue emozioni, nei suoi sentimenti e nelle sue tragedie. Così la narrazione della sua storia ci dona pagine tra le più emozionanti e sublimi della letteratura antica, e Davide diventa un re molto amato sebbene più peccatore e “piccolo” di altri personaggi biblici. Davide assomiglia a Geremia: entrambi chiamati da giovani, entrambi sedotti nel cuore, entrambi grandi per le loro imprese e per i loro gesti, ma amati soprattutto per le pagine dei loro diari dell’anima, per i loro canti e salmi intimissimi del cuore. Con Davide il suono, il canto e l’amicizia diventano parola di Dio, i valori e i sentimenti umani acquistano il diritto di cittadinanza nel cuore della Bibbia, che è il grande codice della nostra civiltà non solo e non tanto perché ci parla diversamente di Dio, ma perché ci parla diversamente degli uomini e delle donne, perché ci parla diversamente di noi, per dirci chi siamo.

«YHWH disse a Samuele: “Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho ripudiato perché non regni su Israele? Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re”» (1 Samuele 16,1). La nuova parola di Dio per Samuele inizia con un riferimento a Saul. Samuele piange per Saul ripudiato. Il testo non ci dice perché Samuele piange. Possiamo però pensare che Samuele abbia vissuto con dolore il ripudio di Saul da parte di YHWH. Lo aveva cercato e consacrato; lo aveva baciato, e poi aveva partecipato nella gioia alla festa della sua intronizzazione. Il fallimento di Saul era stato anche il fallimento di Samuele, come accade nella vita quando l’insuccesso di chi scegliamo per svolgere un compito diventa anche il nostro insuccesso. Chi si trova alla guida di comunità e di organizzazioni sa che non è possibile sganciarsi dai fallimenti delle persone alle quali ci siamo affidati. Anche se la responsabilità oggettiva dell’insuccesso non è nostra, quel patto che ha creato quell’incarico e quel compito è una reciprocità incarnata. E, come in tutti i patti, il fallimento dell’altro è anche il mio fallimento. È vero che Samuele, giudice e profeta, agiva e parlava su comando di YHWH. Ma il profeta onesto nel momento in cui pronuncia la parola ricevuta, diventa personalmente solidale con la parola che dice. Sempre, ma soprattutto quando le cose vanno male.

Il pianto di Samuele per il ripudio di Saul, che fa seguito alle sue grida («Samuele si adirò e alzò grida a YHWH tutta la notte» 15,11), ci ripete allora la misteriosa e meravigliosa dinamica della parola e della profezia nella Bibbia. La profezia vive di un duplice patto di fedeltà: quello tra Dio e il profeta e quello tra il profeta e la parola. Nel momento in cui Samuele agisce e parla sulla base della parola ricevuta, inizia una solidarietà-fedeltà tra il profeta e le parole che pronuncia, che arriva fino al dovere etico di sentire sulla sua carne il dolore per una parola che non si compie per ragioni che egli non può controllare. Il profeta non è una macchina, non è un mediatore indifferente tra Dio e il mondo. È invece un canale vivo e incarnato, e quando la parola lo attraversa per raggiungere la terra e diventare efficace, egli diventa parte delle storie e delle azioni che quella parola opera, e ne segue le sorti. Un Samuele che non piangesse per una parola di YHWH andata a male, non sarebbe un profeta responsabile ma semplicemente un falso profeta, che non soffre per il fallimento delle sue parole dette perché quelle parole erano solo vanitas, fumo, fake news. L’unzione di Saul era nata da una parola autentica, e in quanto tale aveva operato, era stata performativa, aveva cambiato la realtà, per sempre. «E sarai trasformato in un altro uomo» (10,6), aveva detto Samuele a Saul il giorno dell’unzione. Se quella parola era vera, è stata una parola efficace. Dio cambia idea e/o Saul pecca, ma è il pianto di Samuele a dirci che le parole non sono vento, e che Samuele era un profeta onesto. A dirci l’immenso valore della parola e delle parole nella Bibbia – e nella vita.

Samuele parte, si reca da Iesse, a Betlemme: «Quando furono entrati, egli vide Eliàb e disse: “Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!”. Il Signore replicò a Samuele: “Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura”» (16,6-7). Samuele ci appare ancora confuso, dentro una scena che ricorda troppo da vicino la chiamata di Saul in cerca delle asine smarrite. Viene infatti colpito dall’aspetto e dalla statura del primogenito di Iesse (Eliàb), un giovane dalle caratteristiche simili a quelle di Saul (bello e alto). Iesse presenta tutte e sette i figli, ma «Samuele ripeté a Iesse: “Il Signore non ha scelto nessuno di questi”» (16,10). Ed ecco la svolta narrativa: «Samuele chiese a Iesse: “Sono qui tutti i giovani?”. Rispose Iesse: “Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge”. Samuele disse a Iesse: “Manda a prenderlo”» (16,11). L’ottavo figlio, il più piccolo, l’assente, il pastorello, raggiunge Samuele e il resto della sua famiglia: «Era castano, con begli occhi e bello di aspetto. Disse YHWH: “Àlzati e ungilo: è lui!”. Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore cadde su Davide, da quel giorno in poi e per sempre» (16,12-13).

Una scena splendida, che doveva essere ancora più ricca di dettagli nelle prime narrazioni antiche (ormai perse). Il merito nella Bibbia è qualcosa di radicalmente diverso dalla nostra meritocrazia. Colpiscono alcuni dettagli che assumono un grandissimo valore teologico e antropologico. La struttura narrativa del testo ci mostra un dialogo tra YHWH e Samuele, dove persino Dio ha bisogno di vedere il volto di Davide prima di dire a Samuele: “Ungilo: è lui”. La Bibbia è certamente un umanesimo della parola, ma è anche un umanesimo dello sguardo e degli occhi. Dal primo sguardo di Elohim sull’Adam quando vide che “era cosa molto buona”, al secondo sguardo tra due umani, finalmente “occhi-negli-occhi”, a quello sguardo tra Gesù e un uomo ricco: “guardatolo lo amò”. Davide è il più piccolo tra i fratelli. Suo padre Iesse non lo aveva neanche invitato al banchetto sacrificale, data la sua giovane età che non gli consentiva di partecipare ai sacrifici. Siamo dunque dentro un altro grande episodio, forse il più grande di tutti, di quell’economia della piccolezza che attraversa l’intera Bibbia, e ne rappresenta una sua anima profondissima.

L’Alleanza, la liberazione, la conquista e la protezione della terra, la profezia, vivono di un dialogo vitale e fecondissimo tra forza e debolezza, grandezza e piccolezza, legge e libertà, istituzione e carisma, tempio e profezia. Sono la trama e l’ordito della storia della salvezza, che solo insieme consentono di vedere le forme, i colori e la bellezza del disegno dell’umanità. Ma nei momenti decisivi di questa storia, la Bibbia ci dice che la co-essenzialità di questi due princìpi non arriva a negare l’esistenza al primato che spetta all’oikonomia della piccolezza. Quella di Abele, delle donne sterili e madri, di Giuseppe, di Amos e di Geremia, di Davide, di Betlemme, delle beatitudini, del Golgota. La logica dell’economia della piccolezza nasce direttamente dall’idea di Dio, di persona e di relazioni contenuta nella Bibbia. Ci dice che YHWH è una “sottile voce di silenzio”, il suo tempio è un tempio vuoto. È una voce, non si vede né si tocca, che si sceglie come alleato il più piccolo tra i popoli, che diventa bambino, e che poi lascia suo figlio e i nostri figli appesi a una croce. Ma ci dice anche che la vita spirituale della persona fiorisce veramente il giorno in cui comincia a intuire che la salvezza si trova in ciò che è talmente piccolo da non averlo neanche “invitato al banchetto”, in quei fallimenti di ieri, in quelle ferite dell’anima, in quelle domande che abbiamo cacciato via, in quei peccati e in quei limiti che non vogliamo guardare. Prendere sul serio questa economia della piccolezza ci porta a guardare il mondo in un altro modo. A cercare i re di domani tra gli scartati e tra i poveri di oggi, a prendere molto sul serio e i giovani e i bambini, a trovare meriti laddove l’oikonomia della grandezza sa vedere solo demeriti.

C’è un ultimo piccolo dettaglio, talmente umile da restare spesso sullo sfondo del racconto. Mentre Samuele passa in rassegna i suoi fratelli, Davide sta “pascolando il gregge”. Nella sua famiglia era il solo maschio che in quel momento stava lavorando (forse con le sorelle e la madre che possiamo immaginare, a loro volta, al lavoro). Stava pascolando il gregge, come Mosè sul monte Oreb. Non è il lavoro un ostacolo alle nostre chiamate più grandi, perché, semplicemente, le vocazioni e le teofanie più importanti e vere accadono mentre “pascoliamo il gregge”. Uno stupendo cantico alla laicità e al lavoro. Per scoprire la nostra vocazione e quindi capire quale è il nostro posto al mondo, non possiamo fare niente di meglio che lavorare.

l.bruni@lumsa.it


 

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Questa voce è stata pubblicata il 18/03/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Più grandi della colpa con tag .

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