COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Domenica delle Palme (B) Commento

Domenica delle Palme e della Passione del Signore
Mc 14,1-15,47

Domenica delle Palme 4

Guardare la croce con gli occhi del centurione
Ermes Ronchi

Gesù entra a Gerusalemme, non solo un evento storico, ma una parabola in azione. Di più: una trappola d’amore perché la città lo accolga, perché io lo accolga. Dio corteggia la sua città, in molti modi. Viene come un re bisognoso, così povero da non possedere neanche la più povera bestia da soma. Un Dio umile che non si impone, non schiaccia, non fa paura. «A un Dio umile non ci si abitua mai» (papa Francesco).
Il Signore ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito. Ha bisogno di quel puledro d’asino, di me, ma non mi ruberà la vita; la libera, invece, e la fa diventare il meglio di ciò che può diventare. Aprirà in me spazi al volo e al sogno.
E allora: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. È straordinario poter dire: Dio viene. In questo paese, per queste strade, in ogni casa che sa di pane e di abbracci, Dio viene, eternamente incamminato, viaggiatore dei millenni e dei cuori. E non sta lontano.
La Settimana Santa dispiega, a uno a uno, i giorni del nostro destino; ci vengono incontro lentamente, ognuno generoso di segni, di simboli, di luce. La cosa più bella da fare per viverli bene è stare accanto alla santità profondissima delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli. Stare accanto, con un gesto di cura, una battaglia per la giustizia, una speranza silenziosa e testarda come il battito del cuore, una lacrima raccolta da un volto.
Gesù entra nella morte perché là è risucchiato ogni figlio della terra. Sale sulla croce per essere con me e come me, perché io possa essere con lui e come lui. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo che è in croce. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere con l’amato, stringersi a lui, stringerlo in sé, per poi trascinarlo in alto, fuori dalla morte.
Solo la croce toglie ogni dubbio. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio. La croce è l’abisso dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa. L’ha capito per primo un pagano, un centurione esperto di morte: costui era figlio di Dio. Che cosa l’ha conquistato? Non ci sono miracoli, non risurrezioni, solo un uomo appeso nudo nel vento. Ha visto il capovolgimento del mondo, dove la vittoria è sempre stata del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio che è quello di dare la vita anche a chi dà la morte; il potere di servire non di asservire; di vincere la violenza, ma prendendola su di sé.
Ha visto, sulla collina, che questo mondo porta un altro mondo nel grembo. E il Crocifisso ne possiede la chiave.

Nella libertà e per amore 
Enzo Bianchi

Il racconto della passione di Gesù, che la liturgia oggi ci propone accanto a quello dell’entrata festosa di Gesù in Gerusalemme (Mc 11,1-10), occupa quasi un quinto dell’intero vangelo secondo Marco; non potendo dunque farne un commento puntuale, mi limiterò a uno sguardo d’insieme che ne evidenzi gli elementi principali.

Questa narrazione mette alla prova il nostro sguardo di fede su Gesù: siamo quasi costretti a patire lo scandalo e la follia della croce (cf. 1Cor 1,23), siamo posti di fronte all’esito fallimentare della vita di Gesù. Colui che è passato in mezzo alla sua gente facendo il bene (cf. At 10,38), curando i malati e talvolta guarendoli, e costringendo il demonio ad arretrare; colui che, quale “profeta potente in opere e in parole” (Lc 24,19), ha attirato a sé le folle fino a entrare nella città santa tra acclamazioni trionfali; colui che è riuscito a radunare intorno a sé una comunità itinerante di uomini e donne; quest’uomo, Gesù di Nazaret, conosce una fine impensabile, la sua vita approda a una morte fallimentare. Ogni lettore attento del vangelo, ogni discepolo non può che essere profondamente turbato da tale esito…

Dov’è finita – viene da chiedersi – la forza di Gesù, la potenza con cui egli liberava dalla malattia e dalla morte quanti ne erano segnati? “Ha salvato altri e non può salvare se stesso!” (Mc 15,31) – lo scherniscono i suoi avversari… Dov’è finito quel carisma profetico con cui egli annunciava ormai vicinissimo, anzi presente, il Regno di Dio (cf. Mc 1,15)? Perché nella passione Gesù è ridotto al silenzio e si lascia umiliare senza aprire la bocca (cf. Is 53,7)? Dov’è quell’autorevolezza riconosciutagli tante volte da chi lo chiamava maestro, lo acclamava profeta, lo invocava come Messia e Salvatore? Tutti coloro che sembravano suoi seguaci e simpatizzanti sono scomparsi, e Gesù è solo, abbandonato da tutti.

Ma l’enigma è ancora più radicale: dov’èDio durante la passione di Gesù? Quel Dio che sembrava essergli così vicino e che egli chiamava confidenzialmente “Abba”, cioè “papà caro”; quel Dio che lo aveva definito “Figlio amato” al battesimo (cf. Mc 1,11) e alla trasfigurazione (Mc 9,7); quel Dio per il quale Gesù aveva messo in gioco e consumato tutta la propria vita, dov’è ora? Non lo si dimentichi: la morte di croce è la morte del maledetto da Dio (cf. Dt 21,23; Gal 3,13), giudicato tale dalla legittima autorità religiosa di Israele, e, nel contempo, èil supplizio estremo inflitto a chi è ritenuto nocivo alla polis. Davvero Gesù è morto come un impostore, appeso tra cielo e terra perché rifiutato da Dio e dagli uomini…

È assai difficile rispondere a queste domande. Si può cominciare col notare che Gesù ha percorso questo cammino – giustamente definito via crucis, via della croce – pregando il Padre affinché lo sostenesse in quell’ora tenebrosa, “supplicando Dio con forti grida e lacrime” (cf. Eb 5,7); in tutto questo, però, ha sempre lottato per abbandonarsi in Dio e cercare di compiere la sua volontà, non la propria (cf. Mc 14,36). Sì, Gesù ha avuto fede, ha creduto che Dio non lo avrebbe abbandonato, che sarebbe rimasto con lui, dalla sua parte, nonostante le apparenze di segno opposto e il reale fallimento umano della sua vita e della sua missione.

Ma per comprendere appieno la passione di Gesù, così da poterlo seguire in essa senza scandalizzarsi, è fondamentale approfondire il senso del gesto eucaristico dell’ultima cena (cf. Mc 14,17-25). Gesù ha compiuto tale atto per evitare che i discepoli leggessero la sua morte come un evento subìto per caso, oppure dovuto a un destino ineluttabile voluto da Dio. Nulla di tutto questo. Gesù ha infatti vissuto la propria fine nella libertà: avrebbe potuto fuggire prima che gli eventi precipitassero, avrebbe potuto cessare di compiere azioni e pronunciare parole al termine delle quali lo attendeva una condanna a morte. Ma non lo ha fatto; anzi, è rimasto fedele alla missione ricevuta da Dio, ha continuato a realizzare in tutto e puntualmente la volontà del Padre, anche a costo di andare incontro a una fine ignominiosa. E questo perché sapeva bene che solo così poteva amare Dio e gli uomini fino alla fine (cf. Gv 13,1)… Ecco, Gesù ha concluso la sua esistenza così come l’aveva sempre spesa: nella libertà e per amore di Dio e degli uomini! Affinché ciò fosse chiaro, Gesù ha anticipato profeticamente ai discepoli la sua passione e morte, spiegandola loro con un gesto capace di narrare l’essenziale di tutta la sua vicenda: pane spezzato, come la sua vita lo sarebbe stata di lì a poco; vino versato nel calice, come il suo sangue sarebbe stato sparso in una morte violenta.

Se, all’inizio del vangelo, Marco aveva scritto che i discepoli “abbandonato tutto, seguirono Gesù” (cf. Mc 1,18.20), nell’ora della passione si vede costretto ad annotare che essi, “abbandonato Gesù, fuggirono tutti” (Mc 14,50). Lo scandalo della croce permane in tutta la sua durezza e non va attutito, ma il segno eucaristico, memoriale della vita, passione e morte di Gesù, sarà capace di radunare di nuovo i discepoli intorno al Cristo Risorto. La comunità dei discepoli di Gesù potrà così attraversare la storia e giungere fino a noi, senza temere di affrontare anche le ore buie e le crisi: il suo Signore l’ha infatti preceduta anche in esse, vivendole nella libertà e per amore.

«Davvero era figlio di Dio». La Croce capovolge la storia 
Ermes Ronchi

Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo». Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me» (….).

In questa settimana santa, il ritmo dell’anno liturgico rallenta: sono i giorni del nostro destino e sembrano venirci incontro piano, ad uno ad uno, ognuno generoso di segni, di simboli, di luce. La cosa più bella che possiamo fare è sostare accanto alla santità delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli. E deporre sull’altare di questa liturgia qualcosa di nostro: condivisione, conforto, consolazione, una lacrima. E l’infinita passione per l’esistente. «Salva te stesso, scendi dalla croce, allora crederemo». Qualsiasi uomo, qualsiasi re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Gesù, no.

Solo un Dio non scende dal legno, solo il nostro Dio. Perché il Dio di Gesù è differente: è il Dio che entra nella tragedia umana, entra nella morte perché là è risucchiato ogni suo figlio. Sale sulla croce per essere con me e come me, perché io possa essere con lui e come lui. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo che è in croce. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo di questi è di essere con l’amato, unito, stretto, incollato a lui, per poi trascinarlo fuori con sé nel mattino di Pasqua. Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio. Solo la croce toglie ogni dubbio. La croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante. Dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa.

L’ha capito per primo un estraneo, un soldato esperto di morte, un centurione pagano che formula il primo credo cristiano: costui era figlio di Dio. Che cosa ha visto in quella morte da restarne conquistato? Non ci sono miracoli, non si intravvedono risurrezioni. L’uomo di guerra ha visto il capovolgimento del mondo, di un mondo dove la vittoria è sempre stata del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio, del suo disarmato amore; che è quello di dare la vita anche a chi dà la morte; il potere di servire non di asservire; di vincere la violenza, ma prendendola su di sé. Ha visto sulla collina che questo mondo porta un altro mondo nel grembo, un altro modo di essere uomini.

Come quell’uomo esperto di morte, anche noi, disorientati e affascinati, sentiamo che nella Croce c’è attrazione, e seduzione e bellezza e vita. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d’amore. La nostra fede poggia sulla cosa più bella del mondo: un atto d’amore. Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all’estremo. La mia fede poggia su di un atto d’amore perfetto. E Pasqua mi assicura che un amore così non può andare deluso.

Restare umani
Antonio Savone

Questo è il giorno del grande malinteso: qualcuno pensa sia giunto il tempo in cui finalmente Gesù instaurerà il Regno di Dio, qualcun altro ritiene Gesù soltanto un grande impostore. Forse nessuno comprende fino in fondo che cosa stia accadendo. D’altronde, come tenere insieme un ingresso trionfale nella città santa e il suo epilogo in una condanna a morte?

Abbiamo bisogno di metterci in ascolto del racconto della passione se non vogliamo perpetuare il grande malinteso di quei giorni.

Ho provato così a lasciar parlare il mondo interiore di Gesù soprattutto nel momento in cui egli avverte il bisogno di mettersi in preghiera davanti al Padre. Per Gesù si tratta di ingaggiare una vera e propria lotta non tanto con chi svolge l’ingrato compito di catturarlo quanto con la tentazione sempre più seducente di fuggire. È possibile scegliere di farsi dono mentre è più che mai tangibile l’incomprensione e il rifiuto persino da parte di chi ti si proclama amico e discepolo? Ha ancora un senso dare la vita in un simile frangente? Ha senso amare? È possibile restare umani?

Forse ci scandalizza il Gesù in preda all’angoscia, ma il Vangelo non ci ha mai restituito l’immagine di un super-uomo o di una figura eroica. L’umanità di Gesù è vera quanto la mia umanità quando prova paura e sente non poche volte di voler sfuggire alla presa. Pur credendo che Gesù sia vero Dio e vero uomo, avremmo preferito non si trattasse di una umanità tanto fragile e provata.

Forse anche noi sogniamo una vita cristiana al riparo da fragilità e debolezze che invece affiorano a ogni snodo dell’esistenza, quasi ritenessimo che il cammino di Gesù sia un cammino solo per chi crede di aver raggiunto una certa maturità.

Restate qui e vegliate…

Non lasciatemi solo! Ai tre discepoli che già lo avevano accompagnato sul monte della Trasfigurazione, Gesù consegna il suo stato d’animo fortemente provato: la mia anima è triste fino alla morte. Rivela la fragilità da cui si sente attraversato. Ciò che egli sperimenta è ciò che prova ogni uomo quando grida il bisogno di qualcuno che gli stia accanto, il bisogno di una compagnia: vegliate con me. Anche Gesù chiede la condivisione di un momento difficile mentre lotta con paure e desideri che affollano il suo cuore.

Allontana da me questo calice!

Più volte Gesù aveva predetto la sua fine ignominiosa, più volte aveva dovuto ridimensionare le mire trionfalistiche di Pietro e degli altri discepoli proprio a questo riguardo. Ora, invece, sembra tirarsi indietro mentre chiede al Padre di sfuggire al momento che sta per incombere e verso cui si era diretto con tanta determinazione. Conosciamo anche noi – forse non in modo così drammatico – la lotta interna al nostro cuore: “voglio e non voglio, ho deciso e ho paura… mi butto e insieme vorrei fuggire”. Anche Gesù fatica a consegnarsi. Solo in un secondo momento aggiungerà: però non ciò che voglio io…

Credo che con troppa facilità noi colmiamo lo scarto che c’è tra i due momenti della preghiera di Gesù, tra “la resistenza e la resa”. Quello scarto verrà denominato dai mistici “la notte oscura”, quando si sperimenterà aridità, non senso, comunione di mensa con i peccatori. Ciascuno di noi attraversa anche più volte questo tipo di esperienza interiore. Per questo abbiamo bisogno di non distogliere lo sguardo da questa icona di Gesù prostrato davanti al Padre nel Getsemani. Quella scena si ripeterà per ben tre volte: non si tratta quindi di un calo di tono momentaneo. È piuttosto un’esperienza che segna la vita profondamente e a volte dura giorni, mesi, anni. Non è facile ripetere: non ciò che voglio io ma ciò che vuoi tu.

Ma che cosa permette questo passaggio dalla resistenza alla resa? A favorire tale passaggio non è lo sforzo della volontà ma la consapevolezza di continuare a stare a cuore al Padre anche se si attraversa il dramma dell’angoscia e dell’abbandono. La lotta interiore che si consuma nel cuore di Gesù ha un suo approdo nella certezza che non è abbandonato ad un cieco destino o alle mani di chi lo tradisce, ma è nelle mani del Padre. Il dramma della fede si supera solo nella consegna di sé. Credere, infatti, significa consegnarsi.

E i discepoli? Che fine hanno fatto? Li trovò addormentati. Non ce l’hanno fatta, neanche a distanza sono stati in grado di percepire il dramma che si stava consumando nel cuore del Maestro.

Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora?

Accompagnare Gesù nella sua agonia e scrutarne i risvolti drammatici, significa anche prendere coscienza di tutta la nostra povertà. La pretesa di fedeltà e di abnegazione che Pietro aveva vantato in precedenza si scontra con la propria invincibile debolezza.

Vegliate e pregate per non entrare in tentazione.

Di cosa sta parlando Gesù? Della sua tentazione di fuggire dalla volontà del Padre. È di sé che parla quando dice che lo spirito è pronto ma la carne è debole. Certo, è arrivato a questo punto della sua vicenda con consapevolezza, liberamente (lo spirito è pronto), ma il mondo emotivo e interiore, la volontà umana è in tempesta (la carne è debole).

Gesù si sta confidando con i suoi e li invita a vivere i momenti di debolezza come sta facendo lui, non isolandosi ma continuando a mettersi nelle mani del Padre proprio come ha fatto lui. La carne è debole, ossia: attenzione a illudervi delle buone intenzioni e dell’avere obiettivi chiari. Quanto cristianesimo vantato, esibito! Non basta. È necessario, umilmente, essere consapevoli della precarietà delle nostre scelte, sempre passibili di smentite.

Noi di solito leggiamo la tentazione come la spinta a compiere qualcosa di male. Qui si tratta di qualcosa di molto più subdolo: la madre di tutte le tentazioni è la paura della volontà di Dio. Gesù sarà a chiamato a scegliere non secondo un criterio di realizzazione e di benessere immediati, ma secondo un bene che solo il Padre conosce.

Restate qui: imparare a stare con Gesù non solo nell’ora in cui tutto sembra confermare le nostre aspettative, ma anche in quella della solitudine e dell’angoscia.

Quel restate qui lo sento come un invito a non aver paura della propria vulnerabilità. Lo sento ancora come un invito a intercettare attorno a noi quelle situazioni di povertà e di limite che ci chiedono non soluzioni anzitutto ma l’esercizio della compagnia (vegliate con me).

Alzatevi, andiamo!

Per andare è necessario alzarsi. Da che cosa dobbiamo alzarci? Dal torpore di una vita cristiana a costo zero, dal torpore del vivere con Gesù solo i giorni in cui i nostri progetti personali sono in sintonia con i suoi, dal torpore di chi, volendo tenere sotto controllo la situazione, ha paura di consegnarsi con spirito di fede.

https://acasadicornelio.wordpress.com

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 22/03/2018 da in Domenica - commento, Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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