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Osservazioni sulla Regola di Vita

Spiritualità comboniana
Regola di Vita (2)

Regola di vita

ANNO 2018
RIVISITAZIONE E REVISIONE DELLA REGOLA DI VITA

Nel 2013, in occasione della celebrazione dei 25° della RV, era stata nominata una commissione per riflettere sulla nostra RV. Diversi confratelli hanno scritto delle riflessioni. Vorremmo mettere a disposizione tali contributi per l’attuale processo di “rivisitazione e revisione della RV”. Ecco una riflessione di P. Venanzio Milani.

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Testo   PDF  Contributi RV – Milani – RV Osservazioni

OSSERVAZIONI SULLA REGOLA DI VITA
P. Venanzio Milani

1. Regola di Vita: il nome.

Il nome è comprensivo delle norme Costituzionali e Direttoriali, anche se nel linguaggio comune indica principalmente le Costituzioni.

Infatti, se per “Regola di Vita” s’intende non solo la descrizione della propria ispirazione evangelica, ma anche la normativa pratica della condotta religiosa, ossia un itinerario concreto di sequela del Signore con una “disciplina” spirituale e una particolare metodologia apostolica, che guida nell’esistenza quotidiana la condotta personale e comunitaria dei professi, Regola di Vita appare più consono a indicare simultaneamente sia le “Costituzioni” che i testi del “Direttorio”.

Possiamo dire che per noi l’espressione “Regola di Vita” pur indicando principalmente e sostanzialmente le Costituzioni, include nella sua significazione pratica anche il Direttorio generale.

2. Valore della Regola

a) Comboni parlava delle Regole come “via a lui tracciata dalla provvidenza”; in ogni luogo e tempo siano guida”.

Propaganda fide nel decreto di approvazione presentava la Regola come “guida sicura per perseguire la vocazione religiosa – missionaria secondo il carisma della Famiglia”.

Un elemento che si ricava leggendo la storia delle “Regole” nella vita religiosa, è che esse sono il tentativo di traduzione del Vangelo o di un aspetto del Vangelo. Costituiscono uno sforzo di avvicinare quanto più possibile la Parola di Dio alla situazione attuale, alla realtà concreta che si vive. Le Regole sono “parole minuscole” che interpretano la Parola maiuscola. E’ la ripresa, in chiave di consacrazione religiosa, del principio di sempre, che vede nel Vangelo la “fonte di ogni verità e di ogni regola morale”. Come ebbe a dire Bossuet.

b) La Regola e le Costituzioni non sono pesi aggiunti al giogo del Vangelo, ma sono lo stesso Vangelo più minutamente spiegato e adattato alla vita di comunità.

La Regola ha inoltre una funzione determinante per creare la comunione e dare una stabilità alla vita di un istituto. Anche se, strettamente parlando, il riconoscimento a livello ecclesiastico di una famiglia religiosa non s’identifica con l’approvazione della rispettiva Regola, tuttavia questa agli effetti di una consapevolezza di comunità, ha avuto e ha tuttora un grande peso. Proprio per quella capacità catalizzatrice che possiede.

c) E’ vero che non è la Regola in se stessa che fonda il senso di appartenenza, ma l’essere inseriti in una stessa consacrazione e l’operare sotto uno stesso carisma. Rimane però vero che essa mantiene, protegge e anima quella consacrazione ‘tipica’ dell’istituto, nella quale e per la quale ci sentiamo famiglia religiosa.

L’uguaglianza d’ideali, di linee ispiratrici, di progetti, di usi e costumi, di stile di vita, di comportamenti, di strutture, tutte cose che una Regola contiene di necessità, costituiscono l’impalcatura che dà la sagoma all’edificio e lo mantiene legato. L’impalcatura non è tutto l’edificio, ma è indispensabile per la solidità e l’organicità di esso. Vi entra non come elemento secondario o facoltativo, ma come elemento strutturale di un’esperienza di comunità, di una consapevolezza di essere nella Chiesa ‘popolo caratterizzato’.

Ne è prova, dicono gli esperti, del valore coagulante del testo normativo quanto è accaduto in questi ultimi tempi nell’ambito della vita religiosa. Alla relativizzazione dei dettati costituzionali, dovuta alla fase sperimentale chiesta dalla Chiesa allo scopo di rifondare e provare le Regole, seguì un senso di disorientamento e di destabilizzazione che coinvolse, sebbene in maniera diversa, tutti gli istituti religiosi. Un dato di fatto che non è da attribuirsi esclusivamente, com’è stato detto da alcuni, all’immaturità dei religiosi, ma al fatto che veramente è venuta meno, o si è allentata, una componente organica, di “costituzione” della vita consacrata.

3. Regola elemento catalizzante

  1. Prima di tutto nella normativa è contenuto il ‘codice genetico’ dell’istituto, vale a dire la formula carismatica che ha generato la congregazione e che presiede a tutto il suo sviluppo. Sono le leggi vitali, che più di ogni altra cosa mantengono l’organismo compatto e in efficienza. Sulla formula genetica, dalla quale tutti membri sono derivati, nella quale tutti si ritrovano come immagine e attra­verso la quale tutti si ricollegano all’unico capostipite, l’istituto cresce tenendosi legato. Parafrasando S. Paolo si può dire che c’è un solo corpo, perché unico è lo spirito e unica è la fede carismatica.

Una delle più insistenti richieste che la Chiesa ha fatto alla vita religiosa, impegnata nella revisione della Regola, è stata quella di evidenziare con più chiarezza che nel passato le note carismatiche. Sotto ci sta la convinzione che alla caduta di significato e di appartenenza affettiva ed effettiva, di cui stava ammalandosi la vita consacrata, era possibile rimediare, riscoprendo i principi unificatori, evidenziando il comune quadro di riferimento. In misura che un gruppo si autentica, si unisce; in misura che si dà un volto, si riconosce.

  1. Un forte potere calamitante la Regola lo deve pure al comune progetto apostolico che contiene e nel quale la congregazione intera si riconosce ed è impegnata. A livelli scalati, cioè di congregazione, di provincia, di comunità e di persona, i religiosi sono chiamati a muoversi, in maniera decentrata, nell’ambito del piano missionario, quale appunto è delineato nella Regola.

  2. Un altro elemento catalizzatore della compagine religiosa è lo statuto comportamentale, che caratterizza l’essere e il fare, privato e sociale, di tutti i membri di un istituto. Obbedito da tutti, esso finisce con il creare un ‘comune’ stile di vita, che non riguarda solo le piccole o grandi ‘osservanze’, ma che arriva a formare nell’intimo un modo originale di vivere l’esperienza religiosa.

Si verifica quello che il monachesimo benedettino chiama la ‘conversatio morum’, cioè il modo di vivere tipico della vocazione monastica. Esso obbligava si ad accogliere le osservanze scritte nella Regola, ma obbligava nel medesimo tempo a convertirsi interiormente, crescendo nei valori che corrispondono alle osservanze. Si tratta cioè di ‘costruirsi’ tutti in un certo modo, di darsi tutti una certa fisionomia interiore, aiutati dalla comune osservanza.

In altre parole, lo statuto comportamentale, capillarmente irrorato nella vita di ogni membro dell’istituto, mira a creare somiglianze spirituali. I singoli religiosi, essendo copie viventi dello stile di vita inculcato dalla comune Regola, diventano conseguentemente copie tra di loro.

E ciò agisce positivamente sul senso di appartenenza, in quanto lega le persone per somiglianza morale: tutte dentro un modo di vivere, che fa da alveo etico al cammino dell’istituto. Rimane sempre vero che là dove la Regola viene disobbedita nelle sue esigenze comportamentali, viene meno nell’istituto un ganglio unificatore. Si cancellano poco alla volta i tipici lineamenti fisionomici per i quali, incontrandoci in qualunque angolo della terra, ci si riconosce fratelli.

4. Attitudini nei confronti della Regola.

a) C’è chi cestina moralmente i novi statuti, perché ritiene di essere vincolato solo da quelli abbracciati al tempo della professione. Siamo di fronte a un caso di letteralismo esasperato, che nulla ha a che fare con la fedeltà a Dio. Il Signore non lega mai le persone a delle parole o a dei modi di espressione, ma solo ai valori e, tramite questi, a Lui, che è il Dio della storia.

b) C’è chi ritaglia a piacere i dettati della Regola, allo scopo di trovare delle pezze di appoggio per le proprie posizioni e degli strali per colpire gli avversari.

È una forma di strumentalizzazione che porta alla comprensione settoriale della Regola, per non dire di parte e opportunistica. L’inconveniente è di venire sempre confermati nelle proprie opinioni, retrograde o avanzate che siano: oltre al fatto di svisare i vari messaggi. Il coglierli in ritaglio, giungendo addirittura a polarizzarli in maniera univoca, significa deformarli. Si sa quando siano importanti per una retta interpretazione della legge i criteri della globalità dei temi e della correlatività dei canoni.

c) Alcuni si limitano ad accogliere le carte costituzionali solo per le grandi linee ispiratrici che dettano, tralasciando l’assenso sul concreto, sugli ordinamenti, sullo spicciolo. Ci si dimentica in questo caso che la fedeltà non si misura sulle adesioni generiche ed euforiche o sugli apprezzamenti verbali o emotivi, ma sulla volontà obbedienziale di assumere il momento, di inserirsi in un insieme di atti e di comportamenti che compongono il quotidiano.

La Regola rappresenta allora un forte ancoraggio al principio della realtà. Si tratta di vedere la sequela non come un impegno astratto, ma come un impegno ancorato al ‘dato’ di questa vita concreta che devo vivere, di questa realtà nella quale sono immerso e con la quale devo confrontarmi, come uno degli elementi che esprimono inequivocabilmente la volontà di Dio su di me. La Regola mi obbliga a prendere sul serio la vita concreta, a impegnarmi in essa, a mettermi alla sequela qui e ora, ad accettare la realtà quotidiana con responsabilità e fede operosa” (P. G. Cabra). La conversione la si costruisce non sulle parole, ma sui fatti, la si sostanzia non di aspirazioni avulse, ma di quotidianità.

d) Altri ancora, ritenendo deludenti le Regole attuali, magari risultato mediocre di compromessi e polemiche, si sentono autorizzati a snobbarle. Siccome non corrispondono alle personali aspettative, non meritano l’assenso. Il religioso rimane sempre in attesa dell’ottimo che non arriverà mai, sempre vagheggiante tempi propizi per la realizzazione dei propri sogni di sequela perfetta. Dice ancora p. P.G. Cabra. “Una delle insidie costantemente presenti per gli ‘uomini spirituali’, per gli uomini cioè particolarmente sensibili agli ideali e ai valori dello Spirito, può essere un certo romanticismo. Oggi, soprattutto tra i giovani, si è portati a valorizzare la creatività personale, la proiezione in un futuro migliore e il conseguente sguardo di sufficienza verso l’oggi con le sue esigenze. L’oggi sembra appartenere a un ‘eone’ sorpassato, degno solo di una scarsa e critica attenzione. Tale atteggiamento di ‘fuga in avanti’ induce a far credito più al possibile che al reale, il che, nel nostro ambito, induce a privilegiare atteggiamenti di sequela altisonanti nei programmi, ma velleitari nelle realizzazioni. Il verbalismo programmatico può svuotare di realismo la ruvida quotidianità della sequela.”

e) Questi sono solo alcuni modi di ‘resistere’ alla novità depositata nella Regola. Ne esistono certamente altri più personali e subdoli. Tutti però hanno come denominatore comune la chiusura dello spirito, la non disponibilità a convertirsi. Il grosso pericolo che gli istituti oggi corrono è questo: vanificare sul concreto le ricchezze, poche o tante che siano non ha importanza, che le Costituzioni offrono. L’attualità dei testi diventa attualità dell’istituto, se viene coperto nella realtà il cammino dallo scritto alla vita.

Sono attuali le Costituzioni – sottolinea B. Baroffio – a condizione che siano totalmente assunte in un cammino di conversione, con il costante e crescente ricupero di tutto il positivo che c’è nel passato, nel presente e nel futuro”.

Dopo la grande fatica della revisione delle Regole, ai religiosi ne è chiesta oggi un’altra: quella di ‘ascoltarle’ fino in fondo. Si, perché ascoltare fino in fondo vuol dire obbedire. Non per nulla in greco il verbo ‘ascoltare’ significa contemporaneamente anche ‘obbedire’, e in latino ‘ob-aedire’ corrisponde alla stessa radice di ‘audire’.

La sordità ai messaggi regolari costituirebbe una grossa omissione, una distrazione (e perché non peccato!) dalle conseguenze incommensurabili. Verrebbe impedito il tanto atteso passo in avanti, al quale è legata la vitalità, e forse anche la sopravvivenza, dell’istituto.

Penso che gli istituti religiosi cresceranno in numero, in maturità e in santità nella misura in cui s’impegneranno ad amare e vivere le Costituzioni” (P.G.Cabra).

5. Come accostarsi alla Regola

Per chi ha scelto di “maturare in Cristo” all’interno di un carisma di istituto la Regola è un punto di riferimento imprescindibile.

Chi vive in tale prospettiva sa che nella ‘sua’ Regola, nelle ‘sue’ Costituzioni, egli trova le indicazioni necessarie per il suo itinerario spirituale. Altri testi potranno destare interesse, ma devono essere subordinati all’obbedienza nei confronti della propria legislazione. Una vola che si è percepita con chiarezza la propria vocazione, è dovere e, prima ancora, diritto del consacrato di trovare nel corpo legislativo precise indicazioni per la dinamica della sua vita. Ciò spiega come in passato si sia parlato spesso di un vero ‘culto’ della Regola. Eventuali e sempre possibili esagerazioni in un senso o in altro, non possono giustificare il rifiuto di un profondo atteggiamento di attenzione per quella che, di fatto, è la nostra personale parola di salvezza” (B. Baroffio).

Fondamentalmente la Regola è un libro di conversione, che il singolo religioso e l’intero istituto sono tenuti ad adottare: su di esso, quando di riferimento sempre a portata di mano, vanno misurati i passi. S. Benedetto, come al solito, ci conforta: “Abbiamo scritto questa Regola, perché, osservandola nei monasteri, diamo prova di una certa serietà di vita e di avere almeno mosso i primi passi sulla via della conversione”.

Affermare che il codice costituzionale svolge il ruolo di ‘coscienza critica’, equivale a richiamare il religioso ad alcuni precisi doveri:

a. Tenere con la Regola di vita un contatto assiduo, fatto di ascolto profondo e disponibile. Si tratta di familiarizzarsi con i dettati canonici, fino al punto di sentirli immediati, vicini, quotidiani. “Accanto alla ‘lectio’ biblica quotidiana non dovrebbe mancare ogni giorno la riflessione su di un passo o un tema del corpo legislativo. Assai utile si rivela la proposta giornaliera da parte del superiore a tutta la comunità in forza del suo specifico servizio pastorale: spetta, infatti, a lui attualizzare Regola e Costituzioni, sapendole rileggere nella situazione precisa dell’oggi” (id).

b. Portare la normativa sul piano della coscienza, affinché diventi mentalità. Il che vuol dire collocarla all’interno della propria persona, dandole la presidenza e permettendole di divenire fonte irradiante del proprio pensare e perno propulsore del proprio agire. Solamente se arrivano al cuore, è possibile alle leggi risuonare in profondità ed essere ‘caricate’ dall’intelligenza, dall’affettività e dalla volontà. “La tua legge è nel profondo del mio cuore”. Più le parole sono ‘cariche’. Nel senso di psicologicamente e spiritualmente avvolte e incuneate, più diventano incisive agli effetti della conversione. Fino a che la Regola non diventa coscienza, cessando di essere norma, non sarà mai capace di convertire le persone.

c. Offrire alle proposte della Regola il coraggio del confronto: lasciarsi criticare. Non è applaudendo ai nuovi testi legislativi che le cose cambiano nei religiosi e nell’istituto. È invece il lasciarsi da essi demolire in ciò che di obsoleto è in noi, anche se ormai parte della sacrosanta tradizione, per lasciarsi poi ricostruire in novità di vita. Naturalmente, non accontentandoci di trasformazioni epidermiche o periferiche, di tipo comportamentale, ma arrivando a scalfire idee, impostazioni, modi di vedere…, toccando cioè gli schemi mentali e i quadri di riferimento. Senza il passaggio dal piano estetico (che bello!) al piano etico (che buono!) non sono possibili cambiamenti di sorta, anche se avessimo in mano le Regole meglio riuscite. Il rinnovamento costituzionale è inutile, al limite anche fonte di disobbedienze , se non porta al rinnovamento della vita.

Quello che le Regole rinnovate chiedono oggi ai religiosi è una fatica non indifferente. E, bisogna riconoscerlo, non pochi, e a livello personale e a livello di congregazione, stentano ad affrontarla o, se l’hanno affrontata, avanzano con passo troppo lento, pieni di incertezze e ripensamenti.

Su questo punto nodale si raccolgono le maggiori resistenze, tutte motivate, nella loro ragione più vera, dalla paura del confronto e dalla non disponibilità al cambiamento. E’ molto vero anche per il discorso quanto C.Rogers dice riguardo all’ascolto della persone: “Se io mi permetto di comprendere veramente una persona, potrebbe darsi che questa comprensione mi faccia cambiare. E noi abbiamo paura del mutamento. Il timore di essere cambiati è una delle più paurose prospettive che molti di noi possono incontrare, perciò la maggior parte di noi non può ascoltare. Ci troviamo più spesso spinti a valutare, perché ascoltare ci sembra troppo pericoloso”.

6. Leggere la Regola come la lectio

P. Calati dice che “la Regola” va letta e commentata al pari delle Scritture, secondo la classica ermeneutica biblica “della lettera e dello spirito” e che si deve mettere in atto una visione di fede che ultimamente è stata attutita, togliendole lo “smalto sacro” e riducendola a semplice codice che regola una collettività. È per questo che la Regola ha perso importanza e non entra più “per molti” tra i libri che “stanno a cuore”. Un recupero di fede ci porterà a dare ad essa una accoglienza più fiduciosa, più spirituale.

1) Lettura spirituale, lettura guidata dallo Spirito.

Per scoprire lo spirito e l’anima della Regola, cioè ‘ascoltare’ la voce del Fondatore e della sana tradizione dell’istituto.

Lo stesso Spirito che ha ispirato la Regola, ne spiegherà in contenuto a chi in un contesto di preghiera vi si accosta. Lo Spirito che ha agito sul Fondatore, susciterà analoghi impulsi di sequela. Unicamente lo Spirito può spiegarla. Solo lo Spirito può infondere una vita nuova per mezzo di un testo redatto da uomini e approvato dalla Chiesa. Questo perché la Regola non è solo norma giuridica da osservare, ma ha principi evangelici, ha l’esperienza vitale del Fondatore e dei membri dell’istituto. Ha valori di vita. La Regola è un’esperienza che vuol provocare un’altra esperienza” (Card. Pironio).

2) Lettura meditata

a) Per arrivare alla linfa della Regola non basta leggerla una volta e tanto meno superficial­mente o sbrigativamente. Occorre un accostamento ai testi di tipo meditativo, in modo che la mente e il cuore possano sostare, adagiandosi su di essi e masticandoli ripetutamente. Per gustare il succo saporoso della liquirizia, bisogna masticare a lungo la parte filamentosa. Solo al termine di questo sforzo, s’incomincia a sentirne il sapore aromatico.

Sovente il poco apprezzamento della Regola, accompagnato in alcuni casi da un esplicito disinteresse, è dovuto al fatto che, fermati alla scorza, non si è ancora arrivati ad estrarne e gustarne il succo. La si valuta per la materialità delle norme senza sforzarsi di arrivare alle feconde correnti sotterranee. La si legge una volta sola e per giunta in fretta, attratti dalla novità, e poi la si abbandona nello scaffale, come lettera morta o quantomeno superflua.

Manca l’approfondimento, manca la sosta meditativa, manca la lettura ‘intraprendente’, che lentamente ci porta alla scoperta del tesoro nascosto e fa aprire il chicco di frumento, affinché da esso parta la carica vitale.

Il comma legislativo lo si spreme, meditandolo. E’ una fatica richiesta oltre tutto dal genere letterario stesso della Regola. Il linguaggio canonico è di per sé ‘enunciativo’. Svela tutta la ricchezza di motivazioni, di riferimenti, di contesti, di esperienze…, solo se metabolizzato dalla riflessione, avida di sostanza e non di forme.

b) I fondatori erano ben convinti di questo tipo di approccio alla Regola. Il loro invito a leggerla, tanto insistente da sembrare a noi addirittura esagerato, si motiva da questa convinzione: solo con la lettura, fatta in contesto di preghiera, la ‘memoria’ che essi avevano affidato alla Regola, sarebbe diventata ‘profezia’. La fedeltà che essi invocavano, doveva svilupparsi in un ambito di ‘devozione’, di ‘spiritualità’. Volevano una fedeltà ricca e calda, che non può uscire se non da soste oranti fatte sui singoli brani.

San Vincenzo De Paoli così esortava le sue figlie: “Sorelle, è necessario che a suo tempo abbiate della regola una copia, stampata o no, e che ne leggiate tutti i giorni qualche articolo. Inoltre dovete portarla sempre con voi e quando vi fermate in qualche posto per aspettare una compagna, prenderla dalla tasca e leggerla. I cappuccini la leggono molto spesso. Perché? Forse non la conoscono? La sanno benissimo. Non sembrerebbe necessario rileggerla. Tuttavia la leggono tutti i venerdì, perché sperano che, ascoltandola, Dio darà loro maggiori lumi per osservarla”.

3) Lettura sapienziale

a) Alla lettura spirituale si aggiunga una lettura sapienziale. Nel senso che l’accostamento al dettato canonico, per dirsi indovinato, deve essere effettuato anche con sapienza evangelica. Sapienza che vuol dire ‘intelligenza’, sapere cioè leggere dentro e attorno’ e ‘con il senso delle proporzioni e delle parti. E’ dare immediatamente peso e consistenza a ciò che è duraturo e vitale, relativizzando con serenità d’animo ciò che invece è caduco e transeunte. Si tratta in altre parole di scorrere le pagine costituzionali con spirito di discernimento. Utile leggere le note di Comboni nelle sue Regole al riguardo.

b) Si sa: nella Regola si trovano l’essenziale e il marginale, il perenne e il temporaneo, i valori e le formulazioni, l’alveo e i ruscelli. È dunque indispensabile nell’abbondanza degli enunciati farsi sapientemente strada per dare il dovuto valore al perenne, all’essenziale, ai valori, all’alveo. Quasi un organizzare la molteplicità degli elementi, che potrebbero anche disorientare, su una scala di valori, dove appaiono con chiarezza le priorità e le marginalità, l’ordinamento spicciolo e le dimensioni portanti. Dove insomma l’esperienza fondazionale non venga soffocata da tante bigiotterie, alle quali siamo sempre tentati di dare evidenza.

Non che lo spicciolo non abbia importanza. Solo che gli va assolutamente tolta la possibilità di immettere il religioso in estenuanti meandri legalistici, facendogli smarrire la strada maestra. O peggio di trattenerlo in una ansiosa preoccupazione del ‘piccolo’, negandogli la possibilità di consolidarsi su dimensioni determinanti.

c) Si tratta, in poche parole, di creare sulla Regola una gerarchia di valori, proprio perché non tutto ciò che in essa è contenuto ha la stessa importanza ed efficacia ai fini di una fedeltà dinamica.

Naturalmente questo discernimento lo devono fare prima di tutti i superiori, evitando di esigere dai confratelli un’adesione paritaria per tutto il dettato canonico, o peggio ancora sovvertendo a piacere la gerarchia dei contenuti canonici, in base a un personale criterio di valutazione. Si sa quanta incidenza ha l’autorità tanto nello stabilizzare le comunità su posizioni di ‘osservanza’ piccina e ripetitiva, quanto nel movimentarla su itinerari di vita e di creatività. Che non capiti di vedersi arrivare in casa circolari riguardanti il taglio dell’abito, il colletto clericale… e altre preoccupazioni comportamentali.

4) Lettura concordata

a) E’ l’analogo criterio ermeneutico che Giovanni Paolo II suggerisce per un’adeguata interpretazione del nuovo codice di diritto canonico. Siccome esso è “un grande sforzo per tradurre in linguaggio canonico la dottrina del Vaticano II, per capire la sua ampiezza, specie in caso di dubbio, occorre rifarsi ai documenti conciliari, come a esempio primario”. Applicato al caso nostro significa che sulla Regola di Vita vanno proiettati tanti fari di luce quanti sono i richiami, vuoi storici, vuoi di contenuto, che il singolo numero invoca, ora in modo diretto, ora in modo tangenziale. Da questa illuminazione convergente l’enunciato canonico riceve chiarezza ed è colto nel suo significato più genuino (vedi le note a piè pagina della RdV). Il marista Fr. Francois presentando ai suoi religiosi la Regola del 1852 diceva: “Non tutte queste regole sono state scritte dalla mano del nostro fondatore, ma esse derivano tutte da lui; poiché noi le abbiamo raccolte dalla sua bocca o dai suoi scritti o dalle usanze ch egli aveva stabilito fra noi. Esse sono l’espressione fedele della sua volontà e contengono il suo spirito, cioè la sua maniera di praticare la virtù, di dirigere e di fare il bene tra i fanciulli”.

b) C’è tutto un materiale scritto, orale e fattuale che appartiene al fondatore e alla storia iniziale dell’istituto e che va chiamato in causa come strumento ermeneutico per l’interpretazione della Regola. Più che è possibile occorre far parlare l’estensore del testo. Farci spiegare da lui il significato e il peso di certi ordinamenti, di certe linee ispiratrici, che proprio perché cronologicamente e culturalmente lontane hanno perso un pò della loro evidenza e alcune volte anche della loro originale internazionalità.

c) Anche l’ermeneutica giuridica ci avverte che uno dei criteri da adottare per una retta ainterpretazione della legge è il ricercare l’intenzione del legislatore, ricorrendo a quanto egli ha prodotto, con scritti o altro, intono alla legge in questione. È un lavoro certamente faticoso, ma indispensabile.

È tanto importante la lettura concordata che alcune Regole la suggeriscono in maniera esplicita, facendone per ogni religioso un dovere. Ad esempio nella “Nota di lettura” che precede il testo normativo delle suore dette di “Maria Bambina” si legge: “La presentazione della superiora generale, la nota storico-giuridica sull’istituto, il profilo ‘storia di un carisma’ e le Carte di fondazione sono una premessa necessaria per la comprensione della Regola di vita”.

d) Lodevole in questo senso è la deliberazione di alcuni istituti di premettere al testo ufficiale e rinnovato della Costituzioni, Scritti attinenti del fondatore (vedi in appendice alla nostra Rdv la Regola del ’71 e le 273 note della RdV). Uguale apprezzamento merita l’altro sistema di approntare testi legislativi con un abbondante apparato critico, che mette in mano al lettore delle buone chiavi interpretative.

Penso di potere applicare a questa nostra riflessione quanto R.M. Mainka dice del carisma in genere: “Questa nostra responsabilità ci spingerà a ricercare una sempre maggiore familiarità con il nostro carisma originale attraverso una lettura assidua e meditata degli scritti del fondatore e dei suoi primi compagni, della storia dei nostri istituti… Un aiuto di esempio ci viene dai santi e beati e dai confratelli esemplari del nostro istituto. La lettura dei loro scritti e delle loro vite fanno parte della nostra ricerca di familiarità con il nostro carisma…”.

5) Lettura confrontata con la Bibbia

Vitalizzare la Regola con la Bibbia, a cui fa spesso riferimento, che stimola a spaziare su orizzonti spirituali e apostolici più ampi. È la luce biblica che permette alla parola legislativa di uscire da ambiguità, visioni personali, miope. Aiuta al discernimento. La regola rimanda spesso alla Bibbia. P. Calati, parlando dell’esperienza benedettina diceva che “ La Bibbia è chiamata in causa per dare alla parola canonica il soffio dello Spirito”. Si veda la pubblicazione di P. Casile e Ramirez sulle citazione della Bibbia in relazione agli articoli della Regola di Vita (titolo simile).

6) Lettura confrontata con i Documenti Conciliari

Nei documenti conciliari e postconciliari è depositata la grande lettura dei segni dei tempi, che fa da faro orientativo alle particolari letture, che nei vari settori della vita ecclesiale si sono fatte, compreso quello della vita religiosa. Il numero della regola, una volta letto in sede comunitaria, o personale, veniva illuminato da riferimenti biblici e da testi conciliari. Al dire di coloro che hanno adottato un simile metodo di lettura, i risultati ottenuti sono si considerevole importanza per chi intende discernere seriamente le “vie del Signore”.

Conclusione

Tutto quello che è stato detto ha lo scopo di portare alla pratica della Regola. Non basta l’approccio conoscitivo e/o affettivo, ma occorre che questo approccio diventi pratica di vita.

La “pratica vissuta” è molto di più di una semplice osservanza; esige una fedeltà sorretta da testimonianza personale, da comunione di vita in casa, da inventiva pastorale che risponda alle sfide dei tempi, da coscienza di Chiesa locale e universale, da predilezione dell’attuale gioventù bisognosa, da un instancabile spirito di sacrificio per ogni giorno dell’anno.

Testo di tempo fa, rivisto il 4.5.13

P. Venanzio Milani


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Questa voce è stata pubblicata il 23/03/2018 da in Carisma comboniano, ITALIANO con tag .

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