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Aria di guerra in Togo, Chiesa e opposizioni chiedono le dimissioni del presidente

Il leader Faure Gnassingbé rifiuta di farsi da parte. L’Istituzione ecclesiastica invoca il ritorno allo stato di diritto. Parla il cappellano nazionale dei politici cattolici


Togo

LUCA ATTANASIO

Il Togo, ormai da mesi in uno stato di tensione permanente, rischia di scivolare verso il caos. Dall’estate del 2017 si susseguono manifestazioni organizzate dalle opposizioni che raccolgono il malcontento di una sempre maggiore fetta della popolazione e che sono regolarmente represse nel sangue. Al centro delle contestazioni di massa vi è il presidente Faure Gnassingbé che, successo al padre Eyadéma Gnassingbé morto a seguito di un malore nel 2005, guida indisturbato il Paese – governato dinasticamente dal 1967 – e non vuole farsi da parte neanche nel 2020, al termine del suo terzo mandato consecutivo.

Il paese, con i suoi 6,5 milioni di abitanti, ha visto forse per la prima volta nella sua storia dall’indipendenza, una partecipazione massiccia della popolazione alle proteste che vanno avanti dall’agosto scorso. Tra gli attori entrati a pieno titolo nella scena politica di questi mesi, vi è senza dubbio la Chiesa cattolica. I vescovi criticano da mesi il Presidente per la sua riluttanza a lasciare il potere e il suo rifiuto del dialogo. L’arcivescovo Philippe Fanoko Kossi Kpodzro, ex titolare della capitale Lomé, dopo aver dichiarato che Gnassingbé deve andarsene al termine del mandato nel 2020, ha aggiunto: «Se non lo facesse, la sua ostinazione sarebbe da considerarsi diabolica».

La dinastia Gnassingbé, al comando in Togo da oltre 50 anni, è uno dei casi più controversi di detenzione del potere da parte non solo di un uomo – come capita spesso in vari paesi africani – ma addirittura di una famiglia. Tutto il fronte contrario a Gnassingbé, inclusa la Chiesa, chiede a gran voce il ripristino della Costituzione del 1992 che prevedeva il limite massimo di due mandati presidenziali e che è stata emendata nel 2002 a favore del presidente in carica.

Padre Pierre Affognon, cappellano nazionale dei politici cattolici in Togo, divenuto simbolo della lotta per i diritti civili, di recente ha scritto una appassionata lettera a tutti i fedeli togolesi nella quale, citando documenti del Concilio, della Dottrina sociale della Chiesa o degli ultimi Papi, ha chiesto alle donne e gli uomini cattolici impegnati in politica di prendere una netta posizione verso il cambiamento e imboccare la via dell’impegno pacifico. «A metà febbraio ho scritto una lettera in qualità di cappellano nazionale dei politici cattolici indirizzata in particolare a coloro che avrebbero dovuto partecipare al dialogo politico in atto, in linea con le lettere inviate dalla conferenza episcopale. È ancora presto per sapere se e come è stata compresa. Purtroppo, però, il dialogo, appena partito, si è già fermato. Ma, come Giovanni Battista, la Chiesa e io con lei, vuole essere «voce di uno che grida nel deserto».

I vescovi temono che si arrivi a un conflitto e che scoppino anche tensioni etniche e religiose. Negli ultimi mesi chiedono con insistenza la ripresa del dialogo ma anche le dimissioni di Gnassingbé alla fine del mandato e il ritorno  alla Costituzione del 1992, come ha reagito il presidente?  

«Il Togo deve cambiare e la politica deve accettare le riforme indispensabili che sono ben specificate nei messaggi dei vescovi del 2016 e del 2017. È un’urgenza e sappiamo che Dio è dalla parte del popolo. A oggi, i cattolici possono portare come contributo al dialogo la preghiera, gli incontri di riflessione e l’impegno a evitare la violenza. Prego che il capo dello Stato e i membri del partito al potere ascoltino la voce dei vescovi che indicano un cammino di salvezza per tutti. Molti di questi sono cattolici e credo che lo sia anche il Presidente della Repubblica che di recente ha incontrato il Papa a Roma. I politici cattolici non possono esimersi dall’ascolto dei loro vescovi. La Chiesa è molto preoccupata per il rischio di conflitto ma noi dobbiamo compiere ogni sforzo per favorire la pace sociale. Non credo che siamo sull’orlo di un conflitto religioso ed etnico piuttosto vedo la possibilità di scivolare verso violenze politiche generalizzate che già sono purtroppo diffuse. Nel 2009 è stata istituita dal governo una “Commissione Verità e Giustizia” proprio perché da quasi un decennio si verificano regolarmente violenze e gravi violazioni dei diritti umani».

Le opposizioni chiedono che nel tavolo di dialogo nazionale il primo punto siano le immediate dimissioni di Gnassingbé, non alla fine del mandato nel 2020. È per questo che il negoziato è fallito sul nascere?  

«Non sono un politico ma credo che il dialogo debba portare a una revisione costituzionale e istituzionale con l’organizzazione di elezioni libere, trasparenti e credibili. Ci vogliono uomini e donne nuove con un cuore e una mentalità democratica e patriottica. Saranno questi nuovi cittadini a incarnare le istituzioni all’interno della Ceni (Commissione elettorale indipendente) e della Corte costituzionale. La neutralità dell’esercito, poi, è uno degli elementi più importanti. In ogni caso, la questione nodale non sono le dimissioni immediate o posticipate del Presidente ma giungere al più presto a un rinnovamento democratico che inneschi un processo di sviluppo duraturo. La miseria e il mancato rispetto dei diritti e i principi democratici sono due grosse piaghe del nostro Paese mentre l’educazione e la sanità vivono ancora in uno stato di crisi profonda».

Il presidente del Ghana e quello della Guinea stanno giocando un ruolo di mediazione, crede possa favorire la soluzione del conflitto?

«La mediazione del Ghana e della Guinea è per me un segno molto positivo che rivela non solo la preoccupazione per la pace nella nostra regione ma anche una presa di coscienza dei paesi vicini. Il nostro è l’unico Paese dell’area dove l’alternanza politica è bloccata dal rifiuto a limitare il mandato presidenziale, senza dimenticare la violenza che crea instabilità e perdita di vite umane e la grande fragilità dell’economia nazionale. Dobbiamo ringraziare Ghana e Guinea per l’aiuto ma credo che la crisi vada primariamente affrontata insieme dai nostri politici: quando è troppo è troppo. La crisi politica e sociale è profonda al momento. L’opposizione vuole riprendere le marce di protesta mentre il dialogo è fermo. Per il futuro nutro ancora fiducia e spero che si ascolti la voce dei vescovi. Ci avviciniamo alla Pasqua e mi auguro che la luce di Cristo risorto porti consiglio a tutti nel mio Paese per il bene comune. Come ha detto lo stesso presidente, una minoranza non può impossessarsi di un Paese intero. Il Togo è un bene comune e non il feudo di un piccolo gruppo di cittadini tele-governati da oscure potenze internazionali, segrete e oppressive».


 

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Questa voce è stata pubblicata il 27/03/2018 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag .

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