Gloria Riva
Avvenire giovedì 22 marzo 2018
Rimbomba come un tuono nella notte il grido di Isaia al capitolo 30 (v 15-17): Dice il Signore Dio, il Santo di Israele: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza». Ma voi non avete voluto, anzi avete detto: «No, noi fuggiremo su cavalli».- Ebbene, fuggite! -«Cavalcheremo su destrieri veloci». Ebbene più veloci saranno i vostri inseguitori. Mille si spaventeranno per la minaccia di uno, per la minaccia di cinque vi darete alla fuga, finché resti di voi qualcosa come un palo sulla cima di un monte e come un’asta sopra una collina.
Dio perdonerà. Ritorna prepotente l’immagine del palo sopra la collina dal quale Dio perdonerà le nostre fughe, le nostre miserie, le nostre incapacità di leggere la storia in modo non strumentale, senza inganni, senza infingimenti servendo finalmente il lavoro di un Altro.
E, invece, appare sempre più reale questa fuga del mondo cristiano dai suoi Misteri, questa ribellione che si traduce in scelte politiche, in scelte morali lontane dalle verità. Sì, non c’è icona più bella per la Pasqua ormai vicina di un dipinto del 1867, dove una nube oscura, quella della storia, sembra inghiottire il cielo. La luna è rossa di vergogna per il disonoramento della Verità; Gerusalemme nel suo biancore sembra una città fantasma, priva della Vita vera, mentre una folla, quieta, quasi sconfitta, quella dei carnefici, torna sui suoi passi, lasciando là sulla collina l’unica Via. Ci sono anche gli amici della vittima, sono stati i primi ad andarsene, vinti dalla tragedia. L’artista, Jean-Leon Gérôme, li sorprende ormai lontani, presso Gerusalemme. La valle del Cedron con i suoi ulivi curvi sembra testimoniare una natura consapevole, presaga della qualità del Condannato.
E nel silenzio generale che suscita la tela di Gérôme, due centurioni, due pagani, due che non sapevano forse nulla delle Scritture, lanciano un grido. Sono loro, nel gesto deciso di puntare il dito, che richiamano l’attenzione verso la collina ove appunto si ergono i pali. Sono tre le aste, non una. Ma l’artista non le lascia vedere: «Niente occhi sulla croce, tiriamola giù dai nostri muri, cancelliamola dal nostro panorama quotidiano: non serve più esser perdonati, siamo già buoni. Tutto è già deciso, tutto è inghiottito dalla nube che si presenta all’orizzonte, certa della vittoria». E invece no. La vittoria è là, nel perdono di uno appeso a un palo, uno che compie la Parola dei profeti.
Quando, nel 1868, la tela fu esposta al Salon del Louvre, a Parigi, suscitò aspre polemiche e s’innalzarono grida scandalizzate per l’inconsueta iconografia della croce. Nessuno poteva immaginare, allora, quando quest’ombra – di lì a 150 anni – sarebbe divenuta profetica: lo specchio di un mondo che si è allontanato dai Misteri. Eppure l’inconsapevole Gérôme, 150 anni fa, ci ha indicato il profilo della speranza. Sì, è vero, vediamo solo l’ombra della croce, ma è un’ombra inequivocabile, è l’ombra del serpente di rame innalzato nel deserto dell’abbandono, della tiepidezza, della nullità umana. A ben vedere, quella centrale è l’unica vera ombra umana. Riconoscibile tra mille e mille. Possiamo distogliere lo sguardo dalla croce, ma resterà sempre l’ombra della sua misericordia a vegliare sulla nostra insanabile miseria.
Che si possa in questa Pasqua, come i centurioni, levare il grido del Profeta (Is 30,18): il Signore aspetta per farvi grazia, per questo sorge per aver pietà di voi, perché un Dio giusto è il Signore; beati coloro che sperano in lui!