COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Riflessioni sul Giovedì Santo


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Non esiste altra presidenza se non quella del servitor
A. Louf

 Tra il primo segno, quello dell’eucaristia o del corpo sacrificato, e il secondo segno, quello della lavanda dei piedi e dell’umile amore, la continuità è totale, sottolineata d’altronde da Gesù, grazie all’ingiunzione, in entrambi i casi, di ripeterli fino alla fine dei tempi, in sua memoria. I discepoli, investiti del ruolo di dignitari quando presiedono l’eucaristia, sono gli stessi discepoli che dovranno abbassarsi all’estremo davanti ai loro fratelli e con la loro miseria: come Gesù dice loro, “anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”. Ora non esiste altra presidenza se non quella del servitore, non esiste altra autorità se non quella dell’amore, non esiste più altra dignità, se non quella di condividere la miseria comune.

Non era nemmeno pensabile che i discepoli lo avessero compreso al primo colpo. Poiché Pietro aveva violentemente protestato al momento del primo annuncio della passione, quella del sangue versato, è ancora lui a mostrare nuovamente incomprensione e protesta davanti a uno scenario che, ai suoi occhi, disonora Gesù e tutti quanti sono disposti a seguirlo. Pietro deve ancora imparare l’umile amore del pastore che giunge fino a questo punto, che si unisce al povero e al peccatore fino al punto più basso del suo sconforto. Questo lo capirà non solo tramite l’esempio di Gesù inginocchiato davanti a lui, ma subito dopo, soprattutto quando avrà penosamente rinnegato il suo Signore, quando lo sguardo di Gesù incrocerà il suo ed egli sentirà di nuovo nel suo cuore le parole che Gesù aveva rivolto a lui, ma cariche ormai di un senso cocente e sconvolgente in modo diverso: “Se io non ti lavo, non avrai parte con me”.

Secondo Gesù, l’amore fino alla fine è sempre e prima di tutto l’amore che si abbassa fino al punto estremo davanti a coloro che egli intende amare. Infatti la massima espressione di amore è proprio quella di colui che dona la vita per coloro che ama, ci dice ancora Gesù (Gv 15,13). Ma come si può dare la propria vita concretamente per un fratello, tutti i giorni? Sembrerebbe un obiettivo irraggiungibile. Invece, diventare il servitore dei propri fratelli, cedere loro il posto, condividere i propri beni con loro, annullarsi davanti a loro, scomparire in loro favore, andare per istinto a occupare l’ultimo posto, è proprio questo il nostro amore fino alla fine, la nostra vita donata e la nostra Pasqua di tutti i giorni. Sono i segni distintivi di Gesù e dei suoi discepoli, in particolare di quelli che, come Pietro, Gesù istituisce ministri della sua eucaristia. Che il primo sia l’ultimo; che chi comanda sia come chi serve affinché il sa­cramento di Gesù e della sua Pasqua non manchi mai alla sua chiesa e al mondo

(A. Louf, Beata debolezza, 58-59 Ed. Messaggero).

La regola è nell’Eucaristia
L. Monari

 “Prendete e mangiate; questo è il mio corpo: la mia vita offerta in sacrificio per voi. Prendete e bevete; questo è il calice del mio sangue, versato per voi e per la moltitudine in remissione dei peccati” (Mt 26,26-27). Dunque l’Eucaristia contiene la croce di Cristo, la vita donata di Cristo, il servizio del lavare i piedi che Gesù ha fatto ai suoi discepoli. Il perché l’abbiamo detto prima: il ‘lavare i piedi’ significa il dono di sé, della propria vita; non è solo un piccolo gesto di servizio, di umiltà, ma è l’impegno, la profezia del dare la vita.

Allora quando noi celebriamo l’Eucaristia, che cosa facciamo? Mangiamo e beviamo l’amore e il dono della vita di Cristo per noi, ci lasciamo amare, accettiamo che Cristo si pieghi a lavare i nostri piedi’, che Cristo si pieghi a donare la sua vita per noi e che non tenga niente per sé, ma ci doni tutto quello che è e che possiede. Quando celebriamo l’Eucaristia facciamo questo: il Signore ci dona se stesso sotto il segno ‘del pane e del vino’ e noi lo mangiamo e lo facciamo nostro; ma se lo facciamo nostro, allora la legge dell’Eucaristia è questa: ‘Lui ha dato la vita per noi e quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli’. In fondo tutto il senso della vita cristiana è nell’Eucaristia che ora noi facciamo e in quello che dobbiamo fare quando usciamo di chiesa per vivere l’Eucaristia. Quando usciamo di chiesa dobbiamo donare la vita: “Vi ho dato infatti l’esempio, perché siccome io vi ho donato la vita, così la domate anche voi; siccome io vi ho lavato i piedi, anche voi vi laviate a vicenda”.

La regola è nell’Eucaristia, e lì c’è il succo dell’amore di Dio per noi, e deve uscire il frutto dell’amore fraterno, del dono della vita gli uni per gli altri. Il Giovedì santo ci ricorda questo: abbiamo fatto memoria della istituzione dell’Eucaristia, ma tenete pre­sente che è il dono della vita che Cristo fa di se stesso, lo fa sulla croce e lo fa il Giovedì santo nel segno ‘del pane e del vino’ perché noi lo possiamo assimilare e fare nostro. Il resto è tutta la spiegazione: la vita cristiana è fatta di tante cose che dobbiamo credere, fare e sperare, ma il succo fondamentale è nell’Eucaristia che stiamo facendo, nel ricevere l’amore del Signore e vivere secon­do quel dono che il Signore ci ha fatto

(L. Monari, Ritornate al Signore vostro Dio, 109-110 Ed. Berti).


 

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Questa voce è stata pubblicata il 29/03/2018 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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