COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

VENERDÌ SANTO – Commenti di Enzo Bianchi


Chiesa di san Francesco, Assisi.jpg

14 aprile 2017
VENERDI’ SANTO    Liturgia della croce
di ENZO BIANCHI

Giovanni 18,1-19,37


In quest’ora della croce i cristiani su tutta la terra ascoltano il racconto della passione e della morte di Gesù, il loro Kýrios, Signore. Sono i quattro vangeli a consegnarci questa narrazione lunga, sproporzionatamente lunga rispetto al racconto della vita di Gesù. Noi abbiamo ascoltato la testimonianza del quarto vangelo (Gv 18,1-19,37), la testimonianza del discepolo amato che ha seguito Gesù dalla cattura nel Getsemani fino alla crocifissione. È una testimonianza nella quale la memoria degli eventi ha subito una meditazione e una contemplazione profonda, grazie alla fede nel Crocifisso-Risorto, grazie a una prassi liturgica nella quale sempre il Risorto si mostrava con i segni di questa passione: le piaghe nelle mani e il petto squarciato (cf. Gv 20,20).

Questo racconto è dunque un racconto altro rispetto a quello dei vangeli sinottici, perché tratto dall’altro vangelo, perché scaturito dalla fede dell’altro discepolo. È un racconto lungo, di cui vorrei fornire solo una lettura globale, per comprenderne il significato e cogliere la specificità della cristologia del quarto vangelo.

Chiunque legga la passione secondo Giovanni, prende consapevolezza che questa racconta la violenza subita da Gesù e operata, inflitta da alcuni uomini. Potremmo dire che la violenza subita da Gesù durante la sua vita – violenza soprattutto verbale, consumatasi attraverso giudizi, mormorazioni e calunnie su di lui, che hanno nutrito e preparato il tradimento di Giuda e la condanna – nella passione è diventata persecuzione, tortura, uccisione. Avevano detto: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore” (Gv 9,24); “È indemoniato ed è fuori di sé” (Gv 10,20); “È conveniente che lui solo muoia per il popolo, e non vada in rovina la gente” (Gv 11,50; cf. Gv 18,12), quindi avevano preso la decisione di ucciderlo (cf. Gv 11,53).

E ora ecco che tutto si compie, non per un destino, non per una necessitas divina, ma per la responsabilità assunta da quelli che hanno preparato la fine di Gesù. Epifania della violenza: ecco cos’è innanzitutto la passione. Gesù non soffre a causa della sua condizione fragile e umana, a causa della sua carne, ma a causa di una violenza che gli viene inflitta dagli umani, i quali di fronte a un uomo che appare “giusto” non fanno altro che scagliarsi contro di lui, perché non sopportano neppure di vederlo (cf. Sap 2,14). Gesù ha conosciuto la sofferenza, “uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is 53,3) – profetizza Isaia nel quarto canto del Servo del Signore proclamato in questa liturgia –, l’ha conosciuta come uomo (anche se i vangeli non ne parlano). Ma nella passione Gesù soffre non a causa della sua natura umana, bensì a causa degli altri che lo aggrediscono e lo violentano. Gesù aveva anche conosciuto la sofferenza umana negli incontri con ogni sorta di malati, e contro questa sofferenza aveva combattuto. Ma nella passione la sofferenza è altra: è sofferenza frutto della violenza, dell’ingiustizia, della cattiveria degli altri!

Seguendo il racconto della passione, vediamo Gesù catturato, legato, portato di fronte ai potenti religiosi: nell’interrogatorio condotto da Anna viene schiaffeggiato da una guardia (cf. Gv 18,22). Portato di fronte ai potenti di questo mondo, dal rappresentante del potere totalitario, Pilato, Gesù viene flagellato, incoronato di spine e deriso; gli viene fatta indossare la porpora dei re, dei ricchi, dei potenti di questo mondo (cf. Gv 19,1-2), la porpora del potere di Babilonia (cf. Ap 17,4-5). Così è presentato da Pilato alla folla, con i segni della flagellazione e della tortura, derisi dalla porpora di cui Pilato l’ha rivestito: “Idoù ho ánthropos”, “Ecco l’uomo!” (Gv 19,5). C’è qui l’icona centrale di Gesù nella passione secondo Giovanni: Gesù è l’uomo, il figlio di Adamo, da Abele in poi vittima della violenza del fratello (cf. Gen 4,1-16).

E la crocifissione è solo l’atto estremo di questa violenza di cui l’uomo è capace, fino a negare all’altro il diritto di esistere, di vivere. Gesù in croce non è icona del dolore umano, ma icona del dolore inflitto dalla violenza, dalla volontà dell’uomo, dal fratello – dovremmo dire… È la sofferenza dovuta alla violenza, all’ingiustizia che noi non vogliamo vedere. Preferiamo provare emozioni per le vittime dello tsunami, dei terremoti, piuttosto che guardare con realismo la sofferenza delle vittime dell’ingiustizia che regna nel mondo e fa molte più vittime di quelle che fa la natura: è la sofferenza di quelli che muoiono di fame, che sono oppressi, che sono perseguitati, che marciscono nelle carceri, che sono vittime delle guerre sempre decise e condotte dai potenti di questo mondo. Gesù sulla croce è vittima delle violenze! Troppo facile dire che è vittima dei nostri peccati: questo è vero in profondità, ma prima di tutto Gesù è stato vittima della violenza che ci abita, che esce dal nostro cuore, che noi decidiamo responsabilmente… non di qualsiasi nostra azione detta peccato dai legisti della religione. Gesù in croce ci mette in faccia il nostro “io violento”!

Ma se è vero che il racconto della passione è epifania della violenza, è anche vero che è testimonianza di come Gesù ha vissuto questa violenza, dunque è epifania di amore. È soprattutto la passione secondo Giovanni che ci testimonia come Gesù ha vissuto questa sofferenza ingiusta. Fin dalla cattura nel Getsemani Gesù appare come chi entra nella passione con sovrana libertà. Va a passare la notte al di là del torrente Cedron, quel luogo che era conosciuto da Giuda come luogo in cui Gesù passava la notte a Gerusalemme (cf. Gv 18,1-2). Nessuna fuga, nessun tentativo di sottrarsi al tradimento, alla cattura; e quando arriva quel gruppo armato per prenderlo, Gesù risponde liberamente: “Egó eimi”, “Io sono” (Gv 18,6.8), vieta ai suoi la resistenza armata e si consegna nella consapevolezza che “doveva bere il calice che il Padre gli aveva dato” (cf. Gv 18,11). È il primo atto di libertà sovrana di Gesù nella passione. Di fronte alla violenza, c’è il no di Gesù alla violenza: “Rimetti la spada nel fodero!” (ibid.), perché solo così si può cominciare a interrompere la catena della violenza di cui l’uomo è capace.

Poi Gesù, trascinato davanti a sommo sacerdote, di nuovo con sovrana libertà proclama: “Io ho parlato con libertà al mondo (egò parresía leláleka tô kósmo), … non ho detto nulla in segreto … Interroga i miei ascoltatori” (Gv 18,20-21). Che libertà! Che postura quella di Gesù di fronte alla calunnia! Di fronte alla violenza Gesù resta nella parresía, chiede conto della violenza che si scarica su di lui: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23), ma non si vendica, non si difende. E infine, davanti a Pilato Gesù ha il coraggio di dire l’indicibile: “Il mio regno non è di questo mondo, se lo fosse ricorrerei alla violenza … Ma io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo, è questa la mia missione: dare testimonianza alla verità, alla Parola di Dio” (cf. Gv 18,36-38). Gesù dice a Pilato: “Sono re metaforicamente, non un re come lo si è in questo mondo, e sono venuto nel mondo per resistere alla menzogna, la madre di ogni violenza, e per essere testimone della Parola di Dio”.

Ma accanto a questa sovrana libertà di Gesù, il quarto vangelo nella passione narra il suo amore. All’inizio della passione è stato detto: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine, fino all’estremo (eis télos)” (Gv 13,1). Sì, in tutta la passione traspare l’agápe di Gesù: amore per suo Padre, Dio, del quale lui vuole fare la volontà, anche a prezzo della morte e dell’umana violenza che si scarica su si lui; e amore per i fratelli, per l’umanità. Per questo Gesù assorbe la violenza, la prende su di sé, non la fa rimbalzare con la vendetta o la difesa simmetrica all’offesa, ma con il silenzio e soprattutto con l’eulábeia (Eb 5,7; 12,28), l’accettazione della violenza che la interrompe, e con la mitezza attiva Gesù mostra che sta vivendo l’amore all’estremo. Lui che aveva salvato gli altri, non salva se se stesso (cf. Mc 15,31 e par.), anzi perde se stesso per salvare gli altri. Ecco come Gesù si è posto di fronte alla violenza. E quando ha esclamato: “È compiuto!” (Gv 19,30), ha voluto dirci che la sua eulábeia è stata vissuta fino alla fine, fino alla pienezza. Ora non ha altro da fare se non consegnare il suo Spirito (ibid.). La passione secondo Giovanni diventa così epifania della gloria di Gesù: dal dolore di Gesù, all’amore di Gesù, alla gloria dell’amore! Così Gesù ha vinto con il bene il male della violenza che gli uomini hanno scaricato su di lui, ha interrotto nella storia la catena della violenza dell’uomo contro l’uomo.

La passione del quarto vangelo è dunque per noi epifania della violenza dell’uomo sull’uomo, ma anche redenzione della violenza nell’eulábeia, e perciò anche epifania dell’agápe, dell’amore. Il passo della Lettera agli Ebrei che abbiamo ascoltato così sintetizza: “Nei giorni della sua carne egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per la sua eulábeia, per la sua sottomissione, venne esaudito” (Eb 5,7). Con questa épignosis, sovraconoscenza che ci viene in dono da Dio, dall’ascolto della sua Parola, guardiamo alla theoría (Lc 23,48), alla contemplazione del Crocifisso, e per questo veneriamo la croce in quanto strumento dell’epifania dell’amore.

25 marzo 2016
Venerdì santo
omelia per la liturgia della croce
di ENZO BIANCHI

Giovanni  19,1-5

1 Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. 2E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. 3Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. 
4Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». 5Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».

Porta della Resurrezione (particolare), Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, RomaLa passione di Gesù, attraverso i nostri orecchi, è entrata nel nostro cuore, dove, custodita, ricordata e approfondita, diventa una forza che ci rende sempre più conformi a Gesù, senza che noi lo sappiamo o lo possiamo misurare. Perché l’assiduità con una persona ci cambia, ci cambia nel bene o nel male: questa è una legge incancellabile. L’assiduità con Gesù, che ci fa vedere la sua bellezza, ci fa constatare il suo amore, ci fa fare esperienza della sua misericordia, può mutarci se noi non restiamo chiusi in un’autarchia spirituale e umana. Nella liturgia c’era una sequenza, lo Stabat Mater, tutta intessuta di invocazioni convinte, per un’autentica partecipazione alla passione di Cristo:

Fac me tecum flere …
Fac, ut portem Christi mortem …
Fac me plagis vulnerari, cruce hac inebriari.

Desiderio di conformità, di partecipazione, che è nient’altro che esigenza di amore.

Oggi, venerdì santo, nell’ora della croce siamo qui proprio perché desideriamo essere coinvolti nella passione di Gesù, essere con-morti e con-sepolti con lui per con-risorgere con lui, dice l’Apostolo (cf. Rm 6,3-5.8Col 2,12.20): questo, però, non in un’operazione mistica, ma concretamente, esistenzialmente. Sappiamo bene che l’unica contemplazione cristiana secondo il Vangelo è la theoría (Lc 23,48), la contemplazione di Gesù crocifisso tra due condannati come lui, di Gesù abbandonato da tutti e morente nella vergogna di chi è stato giudicato nocivo per la comunità religiosa e nocivo per la polis romana imperiale. Ecco allora la nostra theoría oggi, che vuole fermarsi su alcuni versetti della passione secondo Giovanni che abbiamo proclamato:

Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare.
E i soldati, intrecciata una corona di spine,
gliela posero sul capo
e lo vestirono con una veste di porpora.
E venivano a lui e dicevano:
“Salve, re dei Giudei!”,
e gli davano schiaffi.
E Pilato uscì di nuovo fuori e disse loro:
“Ecco, ve lo conduco fuori,
perché sappiate che non trovo in lui nessuna causa di condanna”.
Gesù dunque uscì fuori,
portando la corona di spine
e la veste di porpora.
E Pilato disse loro:
“Ecco l’uomo!” (Idoù [ho] ántropos). (Gv  19,1-5)

Cerchiamo di accogliere e di assumere con i nostri occhi ciò che abbiamo udito. Un uomo, Gesù di Nazaret di Galilea, è stato portato dal potere sacerdotale giudaico davanti all’unico giudice che poteva condannarlo a morte. Gli hanno dichiarato: “Ti consegniamo un malfattore, uno che ha fatto del male, che ha compiuto delitti e crimini contro la legge”. Siccome non era possibile mettere Gesù a morte senza il verdetto del rappresentante imperiale, Pilato, ecco che egli è stato condotto nel pretorio (cf. Gv 18,28-32). D’altronde, costoro hanno insinuato a Pilato che Gesù è uno che cerca il potere, che si dice re dei Giudei e così bestemmia la legge giudaica; non solo, ma si rivolta anche contro Cesare, vantando un regno proprio.

Pilato, dopo aver interrogato Gesù, senza comprendere nulla delle sue risposte, e dopo aver visto i capi dei giudei gridare di nuovo: “Vogliamo libero non lui, ma Barabba!” (cf. Gv 18,33-40), decide di farlo flagellare. Bastoni, flagelli e corde si abbattono sul corpo di un uomo di poco più di trent’anni, tumefacendolo, ferendolo… Quello di Gesù è un corpo d’uomo insanguinato, deformato dai colpi, senza bellezza né splendore, ma piuttosto un corpo che chiede di non essere guardato, perché fa orrore (cf. Is 53,2-3). Sì, siamo di fronte a un corpo umano, alla carne umana di una vittima della violenza: è uno spettacolo, una contemplazione non rara nella nostra storia. Quasi tutti i giorni infatti possiamo vedere, almeno virtualmente, corpi di uomini e donne dilaniati dalle bombe del terrorismo, corpi torturati nelle prigioni, corpi tumefatti e gonfi perché naufragati nei nostri mari… A tutta questa violenza si aggiunge, come sempre, il disprezzo, i gesti di insulto, perché la violenza spinge a diventare peggio degli animali.

Gesù è anche deriso, con una parodia. I soldati si inginocchiano davanti a lui e lo salutano, lo acclamano ridendo: “Salve, re dei Giudei!”. In questi casi il potere trova sempre anonimi esecutori di torture, che qui si affrettano a raccogliere rami spinosi, a intrecciarli in una corona che mettono sul capo di Gesù, perché la parodia sia totale. Gli fanno anche indossare un manto di porpora, il tessuto dell’abito dei re e dei grandi del mondo… Pilato allora lo conduce fuori, ma Giovanni precisa che è Gesù a uscire fuori, con piena soggettività e consapevolezza, nella postura di chi domina gli eventi e non si lascia piegare, né si lancia tentare dalla rinuncia alla testimonianza che sentiva come una vocazione.

È allora che Pilato emette una dichiarazione solenne: “Ecco l’uomo!” (Idoù [ho] ántropos). Potremmo dire che egli, pur senza averne coscienza, profetizza, dice e proclama la verità. Se Dio in quel momento avesse parlato, avrebbe detto le stesse parole. Come aveva detto al battesimo e alla trasfigurazione: “Ecco il mio Figlio!” (cf. Mc 1,11 e par.; 9,7 e par.), qui avrebbe detto: “Ecco l’uomo!”. Dunque Gesù è l’uomo creato da Dio, è Adamo (cf. Gen 1,26-27; 2,7), il nuovo Adamo venuto alla fine dei tempi ma in realtà origine dell’Adamo creato da Dio nel sesto giorno, l’uomo da Dio voluto a sua immagine e somiglianza. Gesù è l’uomo che con la sua vita racconta (exeghésatoGv 1,18) l’immagine e la somiglianza con Dio e nella sua carne manifesta l’amore di Dio. Proprio perché “Dio è amore” (1Gv 4,8.16), lui è ridotto così, vittima del potere e della violenza di questo mondo!

Gesù è l’uomo consegnato, condannato, imprigionato, accusato e ucciso
ma non contaminato da odio e violenza.
Gesù è l’uomo
tradito con un bacio da Giuda (cf. Gv 18,2-3),
rinnegato da Pietro (cf. Gv 18,12-18.25-27),
abbandonato dai discepoli (cf. Mc 14,50Mt 26,56),
ma baciato e profumato da Maria di Betania (cf. Gv 12,1-8).
È l’uomo che è glorificato dall’amore vissuto per gli altri
e la sua carne, il suo corpo lo racconta!

Questa è la vera contemplazione cristiana:

non vedere Dio,
non contemplare la luce,
non ricevere visioni,

ma discernere nella carne di chi è preda della violenza e del potere, di chi è preda di tutti i poteri – da quello economico, a quello politico, a quello che può insinuarsi in famiglia e in comunità –, discernere l’uomo per eccellenzaconforme alla volontà di Dio, l’uomo buono e amante come Dio è buono e amante.

Su tutta la terra oggi i cristiani celebrano liturgie della via crucis o del seppellimento di Cristo, in oriente e in occidente. Ma non dimentichiamo che questi sono solo esercizi per vivere concretamente i nostri rapporti con i corpi e la carne degli uomini e delle donne che stanno accanto a noi o che incontriamo. Afferma una parola di Gesù tramandata dai padri della chiesa: “Hai visto un uomo? Hai visto Dio!”, cioè, “se contempli un uomo, una donna con occhio umano, umanissimo, tu vedrai il Cristo e, attraverso di lui, vedrai Dio”. Dunque è proprio ascoltando: “Ecco l’uomo!”, che dobbiamo saper dire: “Ecco Dio!”. Sì, il nostro Dio ha preso carne in un uomo, l’ha abitata, si è fatto corpo umano. A Dio non bastava comunicare con la parola, perché il suo amore non poteva essere contenuto in parole. L’incarnazione, l’umanizzazione era una necessitas del suo “amore fino alla fine senza fine” (Agostino): un amore che per essere dato e ricevuto deve “prendere carne” (cf. Gv 1,14). Come noi per dire l’amore abbiamo bisogno di guardare ed essere guardati, di ascoltare ed essere ascoltati, di toccare ed essere toccati, così pure Dio. Ecco la ragione del suo assumere un corpo. “Non ti sono bastate liturgie in cui parlare, mi hai plasmato un corpo”, dice il Servo a Dio nel salmo 39 (40) (v. 7 LXX). Per questo Gesù ha raccontato Dio, è passato tra di noi (cf. At 10,38) toccando malati, abbracciando bambini, rianimando corpi morti, nutrendo affamati, lavando i piedi ai discepoli…

Eppure noi, di fronte a questa dichiarazione: “Ecco l’uomo!”, di fatto rispondiamo con la folla: “Sia crocifisso! Sia crocifisso!” (Gv  19,6). Meglio dunque non vedere questa contemplazione, meglio che finisca subito…

Bose, 6 aprile 2012
Omelia di ENZO BIANCHI

Ecco allora Dio, l’Amante nella passione di Gesù. Egli soffre per amore perché soffre per il male che noi ci facciamo: il male inflitto a Gesù vittima, infatti, è l’icona dei mali, delle sofferenze che infliggiamo agli altri, della mancanza di amore con cui li facciamo soffrire. E si faccia attenzione: «non siamo noi che abbiamo amato Dio, ma è lui che ha amato noi» (1Gv 4,10); dalla croce di suo Figlio Dio ci chiede di «credere all’amore (cf. 1Gv 4,16), ci attira tutti alla croce perché «vuole che tutti siamo salvati» (cf. 1Tm 2,4)

CrocifissioneAbbiamo ascoltato il racconto della passione di Gesù, una passione gloriosa secondo il vangelo di Giovanni (Gv 18,1-19,37), perché in essa, a differenza di quella narrata dai sinottici, riusciamo a vedere al di là di ciò che è avvenuto mondanamente, riusciamo a vedere ciò che Dio ha operato, la sua gloria quale kavod, peso, splendore, potenza che si impone. È una gloria non analogica a quella che noi uomini immaginiamo, progettiamo o proiettiamo su Dio e su Gesù Cristo.

Nel racconto della passione secondo Giovanni – lo sappiamo bene – Gesù manifesta più ancora che nella sua vita e nelle sue azioni, più ancora che nei segni da lui operati, l’«egó eimí», l’«io sono» (Gv 18,5.6.8) proprio del Signore vivente. Sicché, quando Pilato lo flagella, Gesù appare come l’uomo per eccellenza («Ecce homo!»: Gv 19,5), l’uomo «coronato di gloria e splendore» del Salmo 8 (v. 6); quando i soldati lo disprezzano e lo deridono, appare come colui che li attira e li fa inginocchiare davanti a sé; quando sta di fronte a Pilato per essere condannato, appare come il giudice escatologico che siede sul trono del giudizio nel Litòstroto-Gabbatà (cf. Gv 19,13); quando sta in croce, appare come collocato su un trono da cui regna; quando viene scritta la sua condanna, in verità è confessato con un titolo, «Gesù il Nazareno, il re dei giudei» (Gv 19,19), che esprime la sua identità messianica autentica. E al vertice di tutto questo, quando Gesù spira, muore, secondo il quarto vangelo «consegna lo Spirito» (Gv 19,30), effonde cioè lo Spirito santo sull’intera creazione. La passione di sofferenza e di morte diventa gloria della passione, gloria dell’amare, dell’amore di Gesù «fino alla fine» (eis télos: Gv 13,1).

Ma nel leggere la passione secondo Giovanni noi ci interroghiamo quest’anno – come abbiamo fatto ieri sera per la lavanda dei piedi – sulla presenza di Dio, su Dio quale protagonista dell’evento della passione. Perché proprio nel quarto vangelo si dice con chiarezza che la passione è la consegna da parte del Padre di suo Figlio Gesù: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, l’unigenito» (Gv 3,16). Anche Paolo proclama: «Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato (verbo paradídomi) per tutti noi» (Rm 8,32); e lo stesso Giovanni nella sua Prima lettera scrive: «Dio ha mandato suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10). Sì, nelle Scritture del Nuovo Testamento e anche nel quarto canto del Servo di Isaia che abbiamo ascoltato (cf. Is 52,13-53,12) vi sono espressioni che dicono la consegna del Figlio da parte del Padre a noi uomini, nelle mani di noi peccatori. Dunque nella passione il Padre consegna il Figlio, Gesù è il consegnato e Gesù consegna poi a sua volta lo Spirito al Padre.

Eppure a me sembra che una tale lettura non sveli davvero Dio, non lo spieghi, non sia fedele all’exeghésato (Gv 1,18) che Giovanni proclama come azione di Gesù che narra Dio. Questo terreno non è facile, e dobbiamo avere molto timore nell’incamminarci su di esso per cercare di entrare nel mistero e poterlo ridire con parole nostre. Ciononostante è nostro dovere farlo, perché altrimenti si potrebbe essere indotti da tali espressioni a leggere un Dio che ha bisogno del sacrificio del Figlio e, di conseguenza, lo ordina. Anche Joseph Ratzinger ha scritto: «Ci si allontana con orrore da un Dio che reclama la morte del Figlio. Quanto questa immagine è diffusa, tanto è falsa». Ora, resta vero che nel secondo millennio così si è compresa la passione e la croce; che Lutero ha parlato dell’abbandono di Gesù da parte del Padre; che Calvino diceva che il Padre ha mandato Gesù all’inferno, dove c’è condanna e dannazione; che la predicazione della controriforma cattolica indugiava sul Padre il quale, vedendo Gesù patire e morire, si sentiva soddisfatto perché la giustizia era ristabilita. Sì, questi sono secoli in cui – lo dobbiamo dire senza giudicare – su Dio sono state riversate immagini terribili, che sono all’origine di tante negazioni di Dio da parte degli uomini.

Ebbene, senza fare finta che ciò non sia avvenuto, non fermiamoci solo sulla passione di Gesù di Nazaret ma poniamoci la domanda: «Qual è il protagonismo di Dio, la sua azione nella passione di Gesù?». Il Padre, infatti, è presente più che mai nella passione, anzi è narrato più che in altre ore della vita di Gesù. Gesù in croce è più che mai «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15). È sulla croce che egli grida più che mai: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). Origene ha potuto affermare: «È sulla croce che Gesù è stato rassomigliante in modo pieno al Padre che ci ama fino all’estremo, eis télos». L’origine dell’Amore, l’Amante, va adorato nudo sulla croce, per parafrasare le parole di Guigo I il Certosino. Il Padre non ha consegnato suo Figlio per essere soddisfatto, ma ha mostrato attraverso suo Figlio che lui voleva, vuole la comunione con gli uomini, che ama la sua vigna all’estremo, per ricorrere all’immagine usata da Gesù in una parabola (cf. Mc 12,1-12 e par.; Is 5,1-7). «Manderò mio Figlio: avranno rispetto almeno di lui?» (cf. Mc 12,6 e par.). Ecco l’amore del Padre per la vigna, per la sua comunità, per l’umanità. Dio è quel Padre che ama e aspetta sempre il figlio che si è allontanato ed è perduto (cf. Lc 15,11-32). Tante volte, come il padre della parabola, Dio è uscito per pregare noi di entrare nel banchetto di vita (cf. Lc 15,28.31-32): è lui che prega noi, mentre pensiamo sempre di essere noi a pregare lui… L’Amante, il Padre, è colui che dice: «Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ai nemici, Israele? … Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo brucia di compassione» (Os 11,8).

Questo Padre avrebbe dunque abbandonato suo Figlio? L’avrebbe abbandonato sulla croce? Lui che ha seguito i deportati a Babilonia, accompagnandoli con la sua Shekinah (cf. Ez 10,18-22; 11,22-25), dov’era nella morte di Gesù? Era in lui, era accanto a lui, e Gesù lo raccontava fedelmente! Nel Credo diciamo di Gesù che «passus est sub Pontio Pilato» ma potremmo dire, con i Concili della chiesa antica: «Deus passus est». «Il Padre non è impassibile, ma soffre la passione dell’amore» («Pater ipse … patitur»: Omelie su Ezechiele 6,6; PG 13,714-715), scriveva ancora Origene. Dio ha sofferto, ha sofferto come si soffre nell’amore. Non c’è solo il dolore fisico o solo quello psicologico, ma c’è un dolore, una sofferenza più profonda che ognuno di noi conosce come ferita che brucia: soffrire per amore. Anzi, non c’è amore senza sofferenza, questo noi uomini lo sappiamo bene.

Ecco allora Dio, l’Amante nella passione di Gesù. Egli soffre per amore perché soffre per il male che noi ci facciamo: il male inflitto a Gesù vittima, infatti, è l’icona dei mali, delle sofferenze che infliggiamo agli altri, della mancanza di amore con cui li facciamo soffrire. E si faccia attenzione: «non siamo noi che abbiamo amato Dio, ma è lui che ha amato noi» (1Gv 4,10); dalla croce di suo Figlio Dio ci chiede di «credere all’amore (cf. 1Gv 4,16), ci attira tutti alla croce perché «vuole che tutti siamo salvati» (cf. 1Tm 2,4). Dio ci aspetta e ci ama mentre noi siamo suoi nemici, Dio ci perdona mentre noi crocifiggiamo suo Figlio e dunque rifiutiamo lui, uccidiamo lui, il Padre, l’Amante, l’origine dell’Amore (cf. Rm 5,6-11). Gesù narra così Dio, l’Amante, conformandosi in tutto al pensare di Dio, facendo sempre la sua volontà, fino all’estremo. Ecco dunque sulla croce non un Dio soddisfatto della morte del Figlio, non un Dio che vuole il sacrificio del Figlio, ma un Dio che mostra come il sacrificio, il dare la vita per gli altri è presente in sé come esito del suo essere l’Amante, colui che ama da se stesso e si offre all’altro, all’amato. Non c’è amante che non porti la croce inscritta nella sua carne, non posso non pensare qui alla porta di Mitoraj a Roma, dove quel Cristo amante ha la croce che gli attraversa le carni. Dolore e sofferenza in sé non hanno nessuna capacità di redenzione: solo l’amore, che richiede sempre un «soffrire per amore», salva.

Nell’ultima cena Gesù inginocchiato che lava i piedi ai discepoli narra un Dio inginocchiato davanti a noi, che ci lava i piedi per togliere la nostra sporcizia. Sulla croce, quando Gesù vive la sua passione e morte, Dio ci racconta in Gesù il suo amore e la sua sofferenza per la nostra lontananza. Sempre Dio ci attira a sé, ci prega di rientrare nella sua comunione, perché egli ci ama e non può cessare di amarci.

Enzo Bianchi per la Liturgia della croce


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Questa voce è stata pubblicata il 30/03/2018 da in ITALIANO, Liturgia con tag , .

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