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Il Cristo abita ancora agli inferi?


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Scendere agli inferi per Cristo ha significato essere solidale con ogni sofferenza; svuotare gli inferi ha significato liberare l’uomo e la creazione dal male e dalla morte, realtà strettamente collegate e interdipendenti (Cf. Isacco il Siro, Centurie III, 2): questo è il nocciolo della discesa agli inferi. Ma allora, potremmo chiederci, finché la sofferenza e la morte permangono ancora attive nella creazione, finché la vittoria di Cristo è si già totale e completa, ma non è ancora pienamente efficace per noi, Cristo è ancora agli inferi o è solo nella gloria?

Cristo è già morto, risorto e asceso al cielo. Eppure il suo passare agli inferi ha fatto si che anche lì restasse viva la sua memoria. Potremmo allora rispondere che Cristo è nella gloria, ma Cristo è ancora nel più profondo degli inferi. Egli resta anche discreta presenza al cuore del peccato e della morte, perché nessuna creatura possa pensare di essere scesa nel male più in basso di lui. Il messaggio della discesa di Cristo agli inferi è che ormai nessun peccato è alienante a tal punto da impedire la risalita.

Massimo il Confessore ha parole molto eloquenti e suggestive circa questa compassione fedele e puntuale del Cristo:

A causa della sua condiscendenza verso di noi, Dio soffre misteriosamente, con la sua tenerezza, accogliendo in se stesso e con-soffrendo la passione di ciascuno, fino alla fine dei tempi, secondo la misura della sofferenza di ciascuno (Massimo il Confessore, Mistagogia 24).

Si, Cristo ha sofferto una volta per tutte, come dice la lettera agli Ebrei; la sua sofferenza però non è astratta, lontana dalle reali sofferenze degli uomini, ma è secondo la misura della sofferenza di ciascuno.

È questa certezza che Cristo è ancora lì, vittorioso, ma fedele alla nostra debolezza, che fa dire a Silvano dell’Athos: “Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare” (Silvano dell’Athos, Non disperare! Scritti inediti e vita, Bose 1994, p. 78). Questo è possibile perché sappiamo che gli inferi sono pregni di Cristo; che lui ha ormai legato terra e cielo.

Gli inferi non sono più prigione, ma via! Ed è necessario che ciascuno impari a transitare per questa via; che la discerna quale via necessaria. Necessaria per entrare nel mistero della propria esistenza e della propria morte, per incontrare la verità del proprio Dio, per diventare solidale con la creazione intera.

La discesa di ciascuno agli inferi è innanzitutto discesa nella propria morte; ma ancor prima è viaggio nella propria interiorità, come ricorda Origene. Negli inferi si manifesta la verità di noi stessi; in quel profondo, come dice Marco Guzzi riferendosi a Rimbaud, “ci si perde, ma solo nel profondo si può trovare la propria immagine più vera”; e continua invitando a discernere “l’ambiguità della discesa agli inferi (che è nel contempo dissoluzione e assoluzione) (M. Guzzi, “Perché Orfeo? Rimbaud, Rilke, Campana: discesa agli inferi e rinascita dell’Io”, in Vita monastica 201, 1995, p. 57).

Scendere agli inferi è necessario a ciascuno di noi anche per conoscere in profondità ciò da cui Dio ci ha liberati e come ci ha liberati, e penetrare quindi nel mistero dell’amore e della misericordia che è all’origine di tutto questo; quel amore che, come ricorda Origene, precede anche la Passione del Figlio:

Se è disceso sulla terra, ciò è stato per compassione del genere umano. Sì, ha patito le nostre sofferenze anche prima di aver patito la croce, anche prima di aver assunto la nostra carne. Infatti se non avesse patito non sarebbe venuto a condividere la nostra vita umana. Prima ha patito, poi è disceso e si è rivelato. Ma qual è questa passione che per noi ha sofferto? È la passione d’amore (Origene, Omelie su Ezechiele 6,6).

Agli inferi si può comprendere l’abisso dell’amore, come ricorda ancora l’archimandrita Sofronio quando dice: “È veramente impossibile, senza l’esperienza della discesa agli inferi, conoscere ciò che è l’amore di Cristo, il Golgota e la sua resurrezione” (Archimandrita Sofronio, Silvano del Monte Athos (1866-1938), Vita, dottrina, scritti, Torino 1978, p. 206).

Infine, scendere agli inferi significa entrare nella piena solidarietà con la creazione intera. Se il Signore è sceso agli inferi, fino a rendersi solidale con tutto il peccato del mondo, anche noi, con lui, spinti dallo stesso Spirito d’amore, siamo chiamati a scendere agli inferi, a diventare solidali con tutti i peccatori e a portare il peso di tutto il peccato . Senza questa esperienza di discesa agli inferi, che fa parte integrante del mistero di Cristo, è impossibile conoscere in verità l’immensità del suo amore e sperimentare la compassione universale e cosmica. La nostra discesa agli inferi è anche una via possibile di solidarietà cosmica.

Ritornando allora alla domanda iniziale se gli inferi sono vuoti e se Cristo abita ancora agli inferi, potremmo dire che tutto questo non sta nell’ordine del dogma, ma nell’ordine della speranza e della con-passione. Queste sono verità che ciascuno impara nella propria vita e nella propria passione. Forse colui che meglio ha compreso tutto ciò è Gregorio di Nazianzo che dice: “Se [Cristo] scende agli inferi, scendi con lui: e anche tu conoscerai i misteri che il Cristo vi ha svelato, quale sia il disegno e la ragione di questa duplice discesa: se salva tutti senza eccezione con il suo solo apparire, o se anche laggiù [salva] solo quelli che credono” (Gregorio di Nazianzo, Discorsi 45,24). Il mistero degli inferi lo si può comprendere solo agli inferi!

Origene, interrogandosi sul senso mistico dell’affermazione di Giovanni Battista: “Io non sono in grado di chinarmi a sciogliere il legaccio dei suoi sandali” (Mc 1,7), dice:

Io penso che uno dei sandali significhi il farsi uomo, allorché il Figlio di Dio assunse carne e ossa; e che l’altro invece stia a indicare la sua discesa agli inferi – quali che siano questi inferi -, il suo viaggio in spirito alla prigione (cf. 1 Pt 3,19) … Chi dunque è in grado di esporre degnamente il senso di entrambe queste venute di Cristo è in grado di sciogliere i legacci dei sandali di Gesù: si china anche lui con la sua mente, e discende con lui che discende negli inferi; discende anche lui dal cielo e dai misteri relativi alla divinità di Cristo giù verso la sua venuta – resasi necessaria – tra noi uomini, quando Cristo legò a sé l’uomo. Ma colui che ha legato a sé l’uomo, ha legato a sé anche [l’uomo] morto. Cristo infatti è morto ed è tornato in vita per essere il Signore sia dei vivi sia dei morti (Rm 14,9). Ecco perché ha legato a sé quello vivo e quello morto, cioè quello che è sulla terra e quello che è negli inferi, per essere il Signore sia dei vivi sia dei morti. Chi mai è in grado di chinarsi a sciogliere il legaccio di tali sandali? E dopo averli sciolti, chi può fare appello a una seconda, più grande capacità, in modo da non abbandonarli, ma assumerli e portarli, conservandoli cioè nella memoria dopo averli compresi? (Origene, Commento al vangelo di Giovanni VI, 35, 174-178).

È evidente la finezza della domanda che Origene rivolge al lettore, circa la capacità di sciogliere, che non significa solo sciogliere il mistero, nel senso di comprenderlo, ma anche sciogliere, nel senso di separare, gli uomini da colui che li ha uniti a sé. Chi è capace di questo, se non colui che, legato a Cristo, scende insieme a lui? Per Origene il mistero resta tale, anche perché, se compreso pienamente, il suo carico diventerebbe troppo pesante per il cuore dell’uomo.

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Questa voce è stata pubblicata il 02/04/2018 da in Fede e Spiritualità, ITALIANO con tag , .

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