COMBONIANUM – Formazione e Missione

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II Domenica di Pasqua (B) Lectio

II Domenica di Pasqua (B)
Giovanni 20, 19-31
Domenica della Divina Misericordia


Cristo Risorto13
19 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

È indicato il giorno =tệ hēméra ekéinē=quel giorno (della Resurrezione) nel quale inizia la nuova creazione, =tệ mìậ sabbátōn=il primo della settimana. Il luogo non viene precisato. L’annuncio che Gesù è risuscitato non toglie i discepoli dalla paura per la loro incolumità in quanto anch’essi sono ricercati (nell’interrogatorio il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo i suoi discepoli, 18,19). Non è sufficiente sapere che Gesù è risuscitato, ma occorre sperimentarlo presente. Gesù si presenta ponendosi al centro (stette in mezzo) della comunità. Questa dell’evangelista è una indicazione teologica: la comunità cristiana è centrata unicamente in Gesù, unico punto di riferimento e fattore di unità. Viene sottolineato il contrasto tra il timore dei discepoli e la pace che Gesù comunica loro. Perché questa comunicazione di pace diventi effettiva deve essere accompagnata da gesti che la concretizzino. La pace di Gesù scaturisce dai segni del suo amore per i discepoli. Quell’amore che ha fatto sì che lui si consegnasse dando la vita per i suoi rimane impresso per sempre nella sua carne. Si realizza quanto Gesù aveva loro promesso: “Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia”(16,22). Il timore per i Giudei lascia il posto alla gioia per il Signore. Se avevano paura della morte che potevano infliggere le autorità, ora sperimentando Gesù resuscitato, sanno che nessuno può togliere la vita all’uomo.

21 Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.

L’incarico ricevuto dai discepoli è quello di prolungare la missione di Gesù per essere manifestazione visibile dell’amore

22 Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo.

Il verbo “soffiò”=enephiúsēsen da emphiusáō è lo stesso usato dall’autore del Libro della Genesi nel racconto della creazione del primo uomo: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7 LXX). Gesù aveva detto: “è lo Spirito che dà la vita… le parole che io vi ho detto sono Spirito e sono vita” (6,63). Questa, per Giovanni evangelista, è la Pentecoste di At 2,1. La pienezza di vita che Gesù risuscitato possiede viene trasmessa ai suoi. Il dono dello Spirito effettua come una nuova creazione. Questo soffio è lo spirito vitale che permette all’uomo di diventare un essere vivente (Sap 15,11), dotato di un principio di vita che è la partecipazione alla vita stessa di Dio e che ogni creatura deve accogliere sempre di più nella propria vita! L’uomo da corpo animale/materiale (essere animale) è diventato corpo spirituale (essere spirituale) [cfr. 1Cor 15,44], cioè se prima faceva conto principalmente sulla sua umanità ora può far conto sullo stesso Spirito di Gesù. La forza dello Spirito è contenuta nel messaggio, per questo Gesù comunica lo Spirito al momento di inviare gli apostoli a trasmettere agli uomini le parole ricevute dal Padre. Gli uomini devono prendere coscienza sempre di più di questa Presenza per giungere alla pienezza di vita, quella della nuova e definitiva creazione, portata a termine in Gesù.

23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.

Questo incarico di Gesù non riguarda solo alcuni della comunità, ma è rivolto a tutti. Compito della comunità è prolungare l’attività di Gesù. Come Gesù non è venuto per giudicare ma per salvare: “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.” (3,17); e “Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.”(12,47) così compito della comunità non è giudicare gli uomini ma offrire loro una proposta di vita che li conduca alla pienezza. Non si tratta di una “potestà” ma di una “capacità” che si misura dalla sintonia con Gesù per mezzo dello Spirito.

Affinché questo sia chiaro l’evangelista fa un attento uso dei termini: non adopera il verbo perdonare (=siunghighnṓskein) ma condonare/liberare/cancellare/togliere via ( = aphéōntai da aphíēmi), e si riferisce ai peccati e non alle colpe/mancanze degli uomini. [Il termine greco hamartía=peccato riguarda generalmente il passato dell’individuo (cfr. Rm 7,14.17.20.23.25; 1Cor 15,17; Mt 1,21) e non il suo presente e si riferisce a una situazione di ingiustizia (e non ad una colpa occasionale) nella quale l’individuo si trova volontariamente o perché non ha mai conosciuto un’alternativa. Negli scritti neotestamentari conosciamo altri termini usati per esprimere “il peccato” in una vasta gamma di significati: peccato involontario (Eb 9,7); fallo/sbaglio (Mc 3,28); iniquità /senza legge (Mt 13,41); mancanza (a un dovere) (Rm 11,12); trasgressione (di un comandamento) (Rm 5,19); prevaricazione (Rm 2,23); mancanza/peccato nel senso di singola violazione (Mt 6,14-15; Ef 1,7) ].

A tutti gli uomini la comunità dei credenti deve mostrare il progetto divino realizzato da Gesù, offrendo la possibilità di uscire dalla situazione di ingiustizia rompendo con la condotta precedente. Quanti lo accolgono vengono liberati dal passato di peccato. Quanti, pur ricevendo questa proposta di vita, la rifiutano rimangono sotto la cappa dell’ingiustizia/peccato. Se compito della comunità è prolungare l’attività di Gesù è bene tener presente che c’è chi ha dato adesione a Gesù liberandosi così del passato e c’è invece chi lo ha rifiutato indurendosi nel comportamento di ostilità verso gli uomini. Missione della comunità e anche la sua grande responsabilità è di far brillare la luce nelle tenebre per permettere a quanti desiderano la vita di accoglierla. La comunità prolunga così l’offerta della vita che il Padre fa alla comunità.

24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù.

Tommaso è già apparso con il suo soprannome Didimo=Gemello nell’episodio di Lazzaro dove aveva dichiarato andiamo anche noi a morire con lui (11,16). L’evangelista sottolinea che non ha fatto l’esperienza di Gesù risuscitato e dello Spirito.

25 Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.

Tommaso che si era dichiarato disposto a morire con Gesù (Gv 11,16) non crede a una vita capace di superare la morte. È solo da questo versetto di Giovanni che si conosce l’uso dei chiodi per la crocifissione di Gesù e si conosce altresì che Tommaso, in effetti, sta protestando il suo disperato bisogno di credere!

26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa, e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”.

Otto è il simbolo della pienezza nuova ed assoluta, è la cifra della resurrezione. La terza apparizione di Gesù avviene mentre i discepoli sono nuovamente riuniti. La presenza di Gesù diventa abituale quando i suoi sono riuniti. Sono forti le allusioni alla celebrazione eucaristica che manifesta visibilmente la presenza di Gesù. La reiterazione Pace a voi, che precede la comunicazione dello Spirito, indica che ogni volta che Gesù si rende presente rinnova la missione dei suoi discepoli comunicando loro lo Spirito. Gesù si manifesta a tutti ma si rivolge in particolare a Tommaso.

27 Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”.

Nel rimprovero di Gesù risuona quello rivolto al funzionario di Cafarnao: Se non vedete segni e prodigi, voi non credete (4,48). Le mani e il costato di Gesù conservano in maniera indelebile i segni della passione alla quale l’amore per i suoi lo ha condotto.

28 Gli rispose Tommaso : “Mio Signore e mio Dio!”.

Se nel prologo Gesù era già stato presentato come il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre…(1,18), qui per la prima volta Gesù viene riconosciuto come Dio, realizzando la sua profezia ai Giudei: Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato (8,28) e realizzando quanto assicurato ai discepoli: In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi (14,20). Da Tommaso, l’incredulo, abbiamo la professione di fede più alta di tutti i Vangeli!

29 Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.

Punto centrale dell’episodio: la coppia dei verbi vedere/credere appare sette volte nel Vangelo di Giovanni (4,48; 6,30.36; 20,8.25.29.29bis) e tre volte compare in questo episodio. Non solo la situazione dei credenti di tutti i tempi non è inferiore a quella dei discepoli di Gesù, testimoni della sua risurrezione, ma è superiore perché quanti saranno capaci di credere senza vedere vengono proclamati beati a differenza di quanti hanno creduto perché hanno veduto. L’evangelista sottolinea che non vi sono apparizioni privilegiate (=esperienze) al di fuori della comunità. È questa che rende presente e manifesta Gesù risuscitato. In Giovanni vi sono solo due beatitudini, l’una in relazione all’altra: ”Sapendo queste cose, siete beati se le metterete in pratica…(13,17) e “…beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”(20,29). Il servizio, espressione dell’amore, darà ai discepoli la possibilità di sperimentare Gesù risorto.

30 Gesù, in presenza dei suoi discepoli fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro.

Porre una prima conclusione avanti la conclusione finale di un libro era un procedimento letterario ben testimoniato nella letteratura antica (cfr. 1Mac 9,22).

31 Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo abbiate la vita nel suo nome.

Il pronome “questi” non indica solo i segni, ma anche le parole di Gesù e più esattamente tutto il contenuto del libro che è stato scritto. L’evangelista vuole attirare l’attenzione del lettore su questa testimonianza scritta della vita di Gesù. È questa testimonianza che deve condurre il lettore a credere in Gesù!

Riflessioni…

  • Con la Risurrezione, tutto si rinnova ed inizia il nuovo processo di fede di una comunità che vede e crede in una presenza di Vita. E tutto ricomincia con il solito Soffio di Dio…
  • Alla riunione dei discepoli, mancava Gesù. Ed Egli arriva, puntuale, come sempre, al momento giusto, nella pienezza dell’ora: del primo giorno, e otto giorni dopo, mostrando i segni dell’amore. E si fonda la Comunità.
  • La riunione si trasforma in comunità: la paura si dilegua, sospinta dalla presenza di pace, e lascia il posto alla gioia. Sono le connotazioni di ogni comunità: famiglia, gruppi nati da relazioni naturali o da scelte di vita.
  • E la comunità matura: per lo Spirito di vita nuova che riceve e la costituisce, per la fede vissuta e sperimentata nel Cristo Risorto, per la capacità di perdonare. Sono le connotazioni di una comunità di fede.
  • E finché Gesù sta nel mezzo , con i suoi segni e le sue parole, e la Comunità pone in Lui la sua fiducia, Essa vive e cresce, e riesce ad assicurare nel tempo la pace, la gioia, il perdono, cioè lo Spirito di Dio.
  • Un Grazie particolare a Tommaso, detto Didimo, perché ha insegnato alla comunità, come si fa ad indurre Dio a presenze suppletive per l’uomo alla ricerca di autenticità e di fede, ad intenerire il cuore del Figlio che ha riaperto dolorose ferite, per riconfermare il dono della pace e dello Spirito, in nome del quale ricomincia la nuova Storia. Grazie per aver per primo sperimentato e testimoniato la fede nel Risorto in mezzo alla Comunità, luogo naturale di ogni gesto di fede e di amore.
  • Grazie al Risorto che supera muri e barriere, per rivedere volti cari, risentire voci amiche, per riguardare occhi gonfi di ricerche, cuori orfani di amore sincero. E si svela, senza pudori divini: metti qui, guarda, tendi… Ma tutto si dissolve in confessioni umane e profezie divine. Signore mio, amico mio anche se incredulo… Alla fine riemerge l’amore, anche per noi, beati per dono divino.
  • Da qui riparte un nuovo corso, una storia rinnovata di chi crede nella Vita, e nonostante tutto, continua a sperare, e si affianca a Dio per Alla fine riemerge l’amore, anche per noi, beati per dono divino.

Associazione “il filo – gruppo laico di ispirazione cristiana” – Napoli http://www.ilfilo.org

 

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