COMBONIANUM – Formazione e Missione

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II Domenica di Pasqua (B) Commento

II domenica di Pasqua (B) Gv 20, 19-31
Domenica della divina Misericordia


II PASQUA Daniel Seiter, Incredulità di Tommaso, 1700

Essere visti ed essere toccati 
Enzo Bianchi

Il vangelo di oggi, ottavo giorno dopo la Pasqua, ci testimonia due manifestazioni del Risorto, una avvenuta la sera dello stesso giorno della scoperta del sepolcro vuoto, l’altra avvenuta il primo giorno della settimana seguente. D’altronde resta difficile separare le due manifestazioni, perché entrambe sono strettamente collegate, anzi la seconda è solo un’appendice della prima.

Sappiamo che, nell’ora della cattura di Gesù al Getsemani, tutti i discepoli fuggirono pieni di paura: temevano di essere coinvolti in quel processo che avrebbe portato Gesù alla condanna e alla morte. Secondo il quarto vangelo, solo Pietro e un altro discepolo avevano tentato di vedere cosa accadeva, seguendo Gesù fino al cortile della casa del sommo sacerdote (cf. Gv 18,15); ma poi anche Pietro, spaventato per essere stato riconosciuto, se n’era andato (cf. Gv 18,16-18.25-27).

Quelli che avevano abbandonato tutto per seguire Gesù (cf. Mc 1,18.20), hanno finito per abbandonare Gesù e fuggire tutti (cf. Mc 14,50). Perché? A causa della paura! La paura è una potenza terribile: quando si impadronisce di noi, ci toglie ogni forza, ogni possibilità di resistenza, ci rende innanzitutto vili, perché ci toglie la responsabilità: nel nostro caso la responsabilità della fede, dell’amore, della speranza. Quei discepoli coinvolti nella vita di Gesù per alcuni anni, che lo avevano seguito e da lui erano stati ammaestrati e fatti crescere come credenti, sopraggiunta l’ora della prova, della “crisi”, hanno paura; e la paura debilita la loro fede, fa dimenticare il loro amore reale per Gesù, annebbia la loro esile speranza.

Essi dunque non rispondono: negano la loro identità, i loro rapporti con Gesù, e dunque stanno in casa al chiuso, “per paura dei giudei” (dià tòn phóbon tôn ioudaíon). Le porte della casa dove avevano celebrato l’ultima cena con Gesù sono chiuse, in attesa che ritorni la calma, la sicurezza, così che possano fare ritorno in Galilea, alle loro case. È il terzo giorno dopo la morte di Gesù ed è quasi sera. Certo, hanno saputo da Maria di Magdala che il sepolcro è vuoto (cf. Gv 20,2); Pietro e l’altro discepolo, recatisi alla tomba, hanno confermato le parole di Maria (cf. Gv 20,10), la quale ha anche testimoniato: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18). La situazione resta però di aporia, perché la paura prevale su questo annuncio, che pure conferma le promesse di Gesù: “Vado e tornerò da voi” (Gv 15,28); “Un poco e non mi vedrete più, un poco ancora e mi vedrete … e la vostra tristezza si cambierà in gioia” (Gv 16,16.20).

Regnava dunque la paura quando “Gesù venne, stette in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’”. Ecco la venuta del Gesù vivente perché risorto da morte, la venuta del Kýrios, del Signore. Viene e sta in mezzo a loro, con una presenza che si impone, che raduna, attira, fa comunità! È proprio Gesù? Sì, per questo mostra le mani e il petto. Le mani trafitte per la crocifissione, ma soprattutto quelle sue mani che avevano toccato, accarezzato, consolato i suoi fratelli, da lui chiamati amici (cf. Gv 15,13-15). Le mani che avevano toccato i malati, che avevano spezzato il pane prima di porgerlo loro, che avevano stretto, abbracciato. Che tristezza saper solo contemplare i buchi, le ferite, e non vedere le mani! Eppure i discepoli non solo avevano ascoltato tante volte Gesù, e dunque ne riconoscevano la voce, ma avevano sentito il contatto con lui attraverso le sue mani, lo avevano sentito vicino attraverso le sue mani. Toccare è un’azione che lascia un sigillo su chi è toccato… Poi Gesù mostra il petto ferito dalla lancia nell’ora della morte: il petto sul quale il discepolo amato ha reclinato il capo nell’ultima cena (cf. Gv 13,25; 21,20), è anche il petto che egli ha visto colpito da uno dei soldati e dal quale sono usciti sangue e acqua (cf. Gv 19,33-37). Mani che hanno toccato, accarezzato, amato, che mai hanno colpito qualcuno; petto aperto, ferito, che dice il suo aver dato tutto, anche il cuore…

Il Risorto dice parole brevissime ma straordinarie, che illuminano quella theoría, quello “spettacolo” (Lc 23,48): “Pace a voi!”. Poi fa anche un gesto, respira forte e alita sui discepoli per trasmettere loro il suo respiro, il suo soffio, il suo Spirito: “Ricevetelo!”. In pochi secondi – diremmo noi in modo inadeguato – avviene tutto, accade il necessario ephápax, una volta per tutte. Perché se quel soffio effuso sui discepoli diventa il loro respiro, allora essi hanno lo stesso respiro di Gesù, il quale respirava perdonando i peccati degli uomini e delle donne che incontrava. Quello era il suo respiro che, soffiato su di noi, toglieva la polvere, purificava, cancellava le colpe: Gesù chiede solo che, avendo il suo respiro, anche noi siamo capaci di perdono verso tutti…

E Tommaso? Quella sera non è con gli altri, e nei suoi ragionamenti pensa di dover toccare i buchi delle mani e del costato, per credere, mentre non sa che è Gesù ora a doverlo toccare. Ma quando Gesù viene di nuovo e Tommaso lo vede, vede le sue mani e il suo petto, allora non tocca, non mette il dito per verificare; no, si inginocchia e confessa: “Mio Signore e mio Dio!”, la più alta e la più esplicita confessione di fede in tutti i vangeli. Per la fede non bisogna né vedere né toccare, come pensava Tommaso, ma occorre essere visti da Gesù ed essere toccati dalle sue mani, che sono sempre una carezza, una stretta di mano; e rarissime volte ecco anche un bacio, in cui il suo respiro diventa il nostro. Gesù si rivela “toccandoci”, soprattutto toccandoci con “il suo corpo” e “il suo sangue”.

L’uomo del dubbio è in mezzo a loro
Angelo Casati

C’è un modo di raccontare la Risurrezione in qualche misura fantastico, miracoloso: un rovesciamento improvviso -quasi automatico delle situazioni- un cammino trionfante, dirompente. Così si racconta a volte la Risurrezione, e così si racconta a volte la Pentecoste: un rombo come di vento ed ecco le porte si aprono. Non dico che non ci sia del vero in questo modo di raccontare. E’ il modo di raccontare di chi corre in avanti e anticipa il futuro.

In realtà -se stiamo al vangelo che oggi abbiamo ascoltato- il cammino della risurrezione ci appare meno dirompente: conosce avvicinamenti, resistenze, pause, gradualità. C’è un po’ di enfasi in una certa predicazione che va sostenendo che come si fa presente Gesù, il Risorto, come viene lo Spirito, ecco le porte si aprono, si spalancano.

L’evangelista Giovanni dice che otto giorni dopo, otto giorni dopo la Risurrezione, le porte erano ancora chiuse! Eppure avevano visto il Signore fermarsi in mezzo a loro, avevano ricevuto lo Spirito: “Ricevete lo Spirito Santo” aveva detto, alitando su di loro. Ebbene le porte erano ancora chiuse! Le porte -le porte chiuse- sono come un simbolo: simbolo della durezza di una situazione, che ancora permane. Noi oggi ci lamentiamo degli insuccessi della fede. Pensate ai discepoli, agli apostoli che non riescono a convincere uno di loro. Eppure erano stati testimoni oculari del Risorto, l’avevano sentito dire: “Pace a voi”. Aveva mostrato loro le ferite. E avevano gioito al vedere il Signore.

Non erano riusciti. E le porte erano ancora chiuse: la povertà delle nostre parole a dire, a testimoniare, e la resistenza del cuore a credere. Le porte chiuse! E questo Gesù, il Risorto, che viene a porte chiuse -non si vuol certo dire che viene alla maniera dei fantasmi-. Si vuol dire che nonostante i nostri ostacoli, nonostante le nostre resistenze, viene! Nonostante le nostre porte chiuse! E questo ci consola: tu, Signore, non ti fermi davanti alle nostre porte chiuse. E ci porti una parola di pace: “Pace a voi”. E ci mostri le mani e il costato. E c’è bisogno di pace. Voi mi capite, certo di una pace anche dalla guerra e non possiamo non guardare con preoccupazione il riaccendersi di focolai di guerra in questi giorni.

Ma c’è bisogno di pace dentro di noi, una pace che liberi anche noi -come un giorno gli apostoli- dalle paure, dalle paure che ci bloccano dentro. A volte mi capita di pensare che i discepoli erano barricati sì anche per la paura dei Giudei, ma forse erano anche barricati dentro da un’altra paura, ancora più devastante, che era la paura per come avevano reagito, per come si erano comportati nei giorni della cattura e della crocifissione del loro maestro. Bloccati, come a noi succede, dalla delusione verso se stessi, una delusione che genera inquietudine, genera frustrazione, genera paura.

E Gesù che, come prima parola, dice una parola di pace. E anche la Chiesa dovrebbe dire come prima parola sempre questa: non una parola di condanna, ma di pace: “Non temere, va in pace”.

Ed è sorprendente, ma anche ricca di significati, nel brano, la connessione tra pace e segno delle ferite. Disse loro: “Pace a voi”. Detto questo mostrò loro le mani e il costato. Disse: “Pace a voi”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani, stendi la tua mano e mettila nel costato”. La visione di quelle ferite, che potrebbe ingenerare paura -la paura e lo sconforto per i nostri tradimenti- dà invece pace.

L’evangelista Giovanni ricorda il costato “metti la tua mano nel costato”. Non possiamo dimenticare che Giovanni, unico evangelista, ha parlato nel suo vangelo della lancia che ha aperto il costato del Signore sulla croce.

Attraverso quella ferita -dicono i mistici- attraverso l’apertura del costato, tu hai accesso al cuore di Cristo: un territorio ora invaso, invaso da tutti, una dimora per tutti noi, una dimora di pace, per tutti. Le ferite, proprio perché vi leggi l’amore di un Dio che ci ha amati sino alla fine, quelle ferite, ci danno pace. Pace a voi. State in pace.

Non ci rimane tempo di indugiare su Tommaso, l’uomo del dubbio, il primo dei credenti. Una cosa però vorremmo -ancora una volta- sottolineare: che la chiesa degli inizi, per chiusa che fosse, non aveva chiuso la porta in faccia all’uomo del dubbio… non l’aveva messo alla porte. Il non credente, l’uomo del dubbio è in mezzo a loro. Un’accoglienza che -a mio avviso- ha qualcosa da suggerire alla chiesa di oggi.

C’è bisogno anche di Tommaso
Antonio Savone

Ancora una conferma di come sia lento il cammino della luce nella nostra esistenza. Affatto scontato, a tratti addirittura impedito, come testimoniano i percorsi di fede molto umani di cui ci narra il vangelo, contrassegnati ognuno da tempi e modi differenti, dove si alternano mediocrità e adesioni, dissenso e adorazione.

Le porte del luogo dove si trovavano erano chiuse. Figura di ben altre chiusure, quando ci accade di non riuscire più ad osare, di non credere più in alcun cambiamento, quando ci accade di gestire l’esistente senza sussulto alcuno. Accade anche a noi, talvolta, che la paura veli i nostri volti di stanca rassegnazione e nulla sembra poterci restituire l’entusiasmo di un tempo.

E nondimeno – ecco il vangelo, la lieta notizia per noi – anche se questa è la condizione dei discepoli, ciò non diventa motivo perché Gesù li abbandoni. La nostra paura e le nostre resistenze non lo intimoriscono. Anzi: non ne resta ai margini ma si pone nel mezzo assumendo quella paura, attraversandola perché insieme a lui possiamo riprendere il cammino.

Di fronte al terrore dei discepoli nessuna risposta ideologica o appello ad una possibile via di scampo ultraterrena alla violenza. Unica alternativa alla violenza la pace nuda come il suo corpo martoriato. Solo la pace donata a prezzo della propria esistenza è in grado di trascinare l’essere umano fuori dalle mura anguste in cui la violenza vorrebbe trascinarlo. La pace che Gesù dona non è uno status, ma energia nuova, forza capace di mettere in cammino.

Non è un caso, credo, che dopo aver donato la pace Gesù soffi su di loro. Ed è questo dono che permette di aprire dall’interno le porte dietro le quali ci si era barricati. Dall’interno: la situazione esterna infatti non muta, muta invece l’atteggiamento nei confronti di essa.

E i liberati diventano liberatori: esiste un perdono dei peccati, esiste, cioè, la possibilità di ricominciare di nuovo nella nostra vita pur dopo misfatti e sconfitte. I liberati diventano annunciatori di pace nella misura in cui saranno capaci di offrire se stessi per amore. Sempre legato, infatti, il dono della pace a mani e piedi forati. Capacità di portare pace e offerta di sé sono intimamente legati.

Ricolma il cuore di speranza che Gesù consegni il suo Spirito, consegni il sogno di Dio proprio alle mani di discepoli che conoscono l’esperienza della paura e del tradimento.

Tocca a voi, ripete Gesù. E lo ripete proprio a noi. Ancora a noi. Quanta fiducia! Tocca a voi! Quale speranza racchiudono queste parole. Mai stanco dell’uomo il nostro Dio.

E, infatti, ha gesti e attenzione persino per il discepolo del dissenso e dell’abbandono ostinato, per chi avendo visto svanire il proprio sogno di cambiamento, non aveva trovato di meglio che rifugiarsi nella delusione, nell’amarezza, nella stanchezza di idealismi che non cambiano nulla. Quando l’annuncio della Chiesa non converte è Gesù stesso che assume l’iniziativa, da allora fino ad oggi.

Gesti e attenzione, Gesù, ospitalità anche per l’uomo che non ce la fa a restare – non era con loro – e nondimeno non ha chiuso per sempre la questione, tanto che continua a dubitare, comunque a lasciarsi mettere in questione, voler toccare, voler dare concretezza a tante parole che altrimenti gli sembrano vuote. Tommaso non può fidarsi di un chiacchiericcio patetico. E come per Gesù la paura e la resistenza dei discepoli non aveva rappresentato un ostacolo al suo manifestarsi, così non lo è l’incredulità di Tommaso, raggiunto dal Maestro proprio nella sua incredulità confessata.

Perché il sogno di Dio non si spenga c’è bisogno anche di Tommaso, l’unico nel vangelo ad esprimersi con una formula di confessione e di adorazione che non ha eguali: “Il mio Signore e il mio Dio”. Una fede, quella di Tommaso, che matura e cresce soltanto di fronte ai segni di un amore che non pone condizioni ma liberamente si offre anche a chi aveva opposto non poche resistenze.

Il sogno di Dio non si fa strada per chi può finalmente vantare l’appartenenza al coro di esibite certezze, ma  grazie a chi ha provato a fargli strada proprio nel cuore della sua distanza riconosciuta e accolta.  Per questo c’è un’occasione rinnovata e offerta anche per lui. E così la comunità si ricompone quando trova la forza di rimettere al centro il sogno di Dio affidato ancora una volta alle mani fragili e ai passi incerti dei suoi discepoli. Il rimettere al centro il sogno di Dio è ciò che fa uscire allo scoperto arrivando persino a sfidare il potere imperiale che decreterà la morte di non pochi di loro e tuttavia non riuscirà a spegnere quel sogno che è giunto anche a noi.

acasadicornelio

Quelle ferite di Gesù sono l’alfabeto dell’amore
Ermes Ronchi

I discepoli erano chiusi in casa per paura dei Giudei. La paura è la paralisi della vita. Ciò che apre il futuro e fa ripartire la vita sono invece gli incontri. Gesù lo sa bene. I suoi sono scappati tutti, l’hanno abbandonato: che cosa di meno affidabile di quel gruppetto allo sbando? E tuttavia Gesù viene.

È una comunità dove non si può stare bene, porte e finestre sbarrate, dove manca l’aria e si respira dolore. Una comunità chiusa, ripiegata su se stessa, che non si apre, che si sta ammalando. E tuttavia Gesù viene. E non al di sopra, non a distanza, ma “viene e sta in mezzo a loro”. Non nell’io, non nel tu soltanto, lo Spirito abita nel cuore delle relazioni, è come il terzo tra i due, collante delle vite.

Viene e sta in mezzo. Lui, il maestro dei maestri, ci insegna a gestire l’imperfezione delle vite. Il suo metodo non consiste nel riproporre l’ideale perfetto, nel sottolineare la nostra distanza dal progetto, ma nell’avviare processi: a chi sente i morsi della paura, porta in dono la pace; a chi non crede, offre un’altra occasione: guarda tocca metti il dito; a chi non ha accolto il soffio del vento dello Spirito, lui spalanca orizzonti.

Il suo metodo umanissimo, che conforta la vita, sta nell’iniziare percorsi, nell’indicare il primo passo, perché un primo passo è possibile sempre, per tutti, da qualsiasi situazione. Il gruppo degli apostoli aveva tentato di coinvolgere Tommaso: abbiamo visto il Signore. Ma lui, che era il più libero di tutti, lui che aveva il coraggio di entrare e uscire da quella casa, non ci sta: io non mi accontento di parole. Se lui è vivo, come fate ad essere ancora qui rinchiusi, invece di uscire nel sole del mondo? Se lui è vivo, la nostra vita cambia!

Ed ecco Gesù che entra, sta in mezzo, e dice: Pace a voi. Non un augurio, non una promessa, è molto di più, una affermazione: la pace è con voi, è qui, è iniziata; non è merito, è dono. Poi si rivolge a Tommaso: Metti qui il tuo dito. Gesù aveva educato Tommaso alla libertà interiore, a dissentire, l’aveva fatto coraggioso e grande in umanità. Per farlo ancora più grande, gli fa un piccolo rimprovero, ma dolcemente, come si fa con gli amici: non essere incredulo… Rispetta i suoi tempi, e invece di imporsi, si propone: Metti, guarda, tocca.

La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il punto più alto dell’amore, la grande bellezza della storia. Su quel corpo l’amore ha scritto il suo racconto con l’alfabeto delle ferite, le uniche che non ingannano. Indelebili ormai come l’amore stesso.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 05/04/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Pasqua (B) con tag , , .

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