Gloria Riva
Avvenire giovedì 5 aprile 2018

Pierre Puvis de Chavannes era figlio di un ingegnere minerario e la sua famiglia vantava origini nobiliari, benché poco noto ai più, ebbe molto successo sul finire del 1800. La sua tela Maria Maddalena nel deserto fonde, con notevole anticipo, il colorismo di De Chirico e la metafisica di Carrà. Guardavo quest’opera all’indomani della Pasqua quando il Vangelo propone le donne come araldi della buona Novella che in 2000 anni ha cambiato il mondo.
La Maddalena è vestita di rosso: memoria di un passato burrascoso, secondo la tradizione, ma anche segno della sua anima appassionata al Maestro e alla Verità che l’ha resa fedele lungo il Calvario fin sotto la croce, fino al sepolcro custodito dalle guardie. Ora è circondata dal deserto, luogo ove risuona la Parola, ma anche luogo ove manca l’acqua della torah. Si è ritirata lì onde pregare Colui che solo può salvare l’uomo dalla sua incredulità.


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Pierre Puvis de Chavannes (1824–1898) Maria Magdalena nel deserto. 1870 Olio su 157 × 106 cm Städel Museum Francoforte.


Un tale deserto appare tanto simile a questo nostro mondo. Nonostante i 2000 anni che ci separano dalla Risurrezione, nonostante l’annuncio perenne della Chiesa, il mondo presenta a tratti i segni di una non Redenzione; di un decadimento dell’umano sempre più evidente; di una religiosità che si misura più su un sistema di pensiero che sulla legge dell’amore e del dono di sé. Siamo anche noi nel deserto, dibattuti fra il teschio che ella regge nella mano sinistra come un trofeo e una lucertola che, ai suoi piedi, sta placidamente immobile, con lo sguardo rivolto al cielo.

Il teschio è il memento mori, una meditazione continua sulla morte e sul disfacimento della bellezza ancora così prepotentemente presente nel giovane corpo della Maddalena. Una meditazione che, religiosamente parlando, si è allontanata dal nostro quotidiano. Oggi sempre più raramente i sacerdoti dal pulpito predicano i novissimi, mettendo in guardia circa il sopraggiungere repentino della morte, che deve trovarci in stato di grazia. Ciò che non fanno i preti, ci pensano i mass media a farlo. Sono essi, ormai, la coscienza critica della società occidentale (e non). Sono essi ogni giorno a parlarci della morte, a proposito e a sproposito, come nel recente caso della stazione spaziale cinese Tiangong1 disintegrata sul Pacifico. Diversi quotidiani avevano tuonato: «Attenti, guai in vista!». Ma dopo lo scampato pericolo nessuno ha ammesso lo sbaglio, l’allarmismo imprudente o, peggio, nessuno ha ringraziato Dio per lo scampato pericolo. Tutto ci è dovuto, e il deserto della fede, cresce a dismisura, mentre i memento mori di certa fede laicista imperano sui nostri teleschermi senza filtri.

Il memento mori della Maddalena è, invece, pieno di speranza, scevro da allarmismi apocalittici. E lo dimostra quella piccola lucertola che sta sulla roccia accanto a lei. La lucertola non teme di guardare la luce e verso il sole sempre si orienta. Nell’arte, questo rettile, è il timido segno della risurrezione. Qui, mentre l’altisonante teschio è elevato, fa rumore, la risurrezione è aderente alla terra, umile e sfugge agli sguardi frettolosi.
Ecco: Cristo è risorto! Questo annuncio ci permette di guardare alla morte con dignità e forza. Proclamare che Cristo è risorto, oggi, è come gridare nel deserto. Una voce che cade nel vuoto, ma c’è ed è così vera da cambiare la vita di chi l’ode. È bello, allora, che l’annuncio cristiano sia affidato alle donne: nel loro utero, così simile alla terra, si consuma il trionfo della vita, qui ogni uomo impara esperienzialmente che oltre al dolore del parto c’è una grande promessa di vita e di felicità.