COMBONIANUM – Formazione e Missione

— Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA — Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa — Blog of MISSIONARY ONGOING FORMATION — A missionary look on the life of the world and the church

III Domenica di Pasqua (B) Lectio

III Domenica di Pasqua (B)
Luca 24, 35-48
Lectio di Silvano Fausti 

III Domenica di Pasqua (B) 2

SONO IO, IN PERSONA! PALPATEMI E GUARDATE

1. Messaggio nel contesto

“Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete!” (10,23). È la santa invidia nostra e di Luca per i primi discepoli, che videro colui che ci testimoniarono. Qui ci si narra come anch’essi, pur avendolo visto e toccato, devono, come noi, riconoscerlo e credergli attraverso la memoria della sua parola e il suo banchetto (vv. 36-45).

La Parola e il pane sono la presenza costante del Risorto nella sua chiesa. Con la prima ci spiega la promessa di Dio e ci tocca scaldandoci il cuore; con il secondo ci apre gli occhi sulla sua realizzazione e si fa vedere nel dono di sé (vv. 13-35). In questo modo anche noi sperimentiamo in prima persona la verità di quanto ci hanno trasmesso i testimoni oculari (1,2) e facciamo nostro il loro grido di meraviglia per la grande opera di Dio: “Veramente il Signore è risorto, e fu visto da Simone” (v. 34).

In questo brano Luca collega direttamente il nostro riconoscerlo con l’esperienza di Simone e degli altri con lui. La differenza tra noi e loro sta nel fatto che essi contemplarono e toccarono la sua carne anche fisicamente, noi invece la contempliamo e tocchiamo solo spiritualmente, attraverso la testimonianza della loro parola e il memoriale eucaristico (cf. 1Gv 1,1ss).

Luca insiste molto sulla corporeità del Signore risorto. È in polemica con l’ambiente ellenistico, che credeva all’immortalità dell’anima, ma non alla risurrezione dei corpi (At 17,18.32; 26,8.24). Con questa sta o cade sia la promessa di Dio che la speranza stessa dell’uomo di superare il nemico ultimo, la morte (1Cor 15,26). Questa vittoria è frutto dell’albero della croce, dove ci è offerta la solidarietà di Dio col nostro male.

Chiave di lettura e sintesi delle Scritture (“così è scritto”, v. 46) è il Crocifisso, che ci offre la visione di un Dio come amore e misericordia infinita. La sua risurrezione è quasi un corollario, che conferma da una parte la sua divinità e dall’altra il dono che è venuto a portarci.

Nel suo nome si annuncia a tutti la conversione e la remissione dei peccati (v. 47). In lui infatti vediamo la verità di colui dal quale la menzogna ci fece allontanare, e torniamo a volgerci a lui, che è la nostra vita. Ai piedi della croce cessa la nostra paura di Dio e la nostra fuga da lui, perché vediamo che lui da sempre è rivolto a noi e per sempre ci perdona. I discepoli saranno testimoni di questo (v. 48): faranno conoscere a tutti i fratelli il Signore Gesù come nuovo volto di Dio e salvezza dell’uomo.

La forza di questa testimonianza è lo Spirito santo, la potenza dall’alto (v. 49). Come scese su Maria, scenderà su di loro (1,35; At 1,8; 2,1ss. 33). L’incarnazione di Dio nella storia non solo continua, ma giunge così al suo stadio definitivo. Siamo negli ultimi giorni (At 2,17), in cui si vive ciò che è per sempre. Dio ha reso perfetta la sua solidarietà con l’uomo: al tempo degli antichi fu “davanti a noi” come legge per condurci alla terra promessa; al tempo di Gesù fu “con noi” per aprirci e insegnarci la strada al Padre; ora, nel tempo della chiesa, è “in noi” come vita nuova. Il Padre nel suo amore ci ha donato il Figlio; il Figlio, nello stesso amore, ci ha donato il suo Spirito; ora lo Spirito è la nostra vita piena nel Figlio, in cui amiamo il Padre e i fratelli. Il seme già è piantato e germogliato. Deve crescere e portare la pienezza del suo frutto, fino a quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). Allora sarà la festa del raccolto.

Gesù ha terminato la sua missione. Noi la continuiamo nello spazio e nel tempo. In lui e come lui, ci facciamo prossimi a tutti i fratelli, condividendo con loro la parola e il pane, curando con l’olio e il vino le loro ferite mortali. Da Gerusalemme fino agli estremi confini della terra, l’universo e quanto contiene, tutto sarà ricolmo della Gloria. Allora l’uomo avrà ritrovato pienamente se stesso. E sarà salvo, lui e la sua storia.

2. Lettura del testo

36: “mentre parlavano essi di queste cose”. La Parola e lo spezzare del pane mettono i due discepoli pellegrini in comunione con quelli di Gerusalemme. La loro esperienza si confronta ed entra in dialogo anzi in comunione con quella di Simone e degli altri, che ora verrà descritta. Anche Paolo, che incontrò il Risorto sulla via da Gerusalemme a Damasco, tornerà “a Gerusalemme a consultare Cefa”, per non trovarsi “nel rischio di correre o di aver corso invano” (Gal 1,18; 2,2). Ogni credente è chiamato a verificare la propria esperienza su quella dei primi, e a unirsi ad essa. Quando essi lo videro, fu anche per tutti gli altri, che, attraverso la loro testimonianza, crederanno, lo riconosceranno e lo ameranno pur senza vederlo (Gv 20,29; 1Pt 1,8; 1Gv 1,1-4).

“stette in mezzo a loro”. La sua presenza è ovunque se ne parla. Non è impedita nella sua azione da leggi spazio-temporali. È il Signore sia di chi è per via, sia di chi è in casa. Si fa vicino a tutti; nessuno è sottratto alla sua azione salvifica. Egli ora si pone definitivamente al centro della cerchia dei suoi.

“Pace a voi”. Shálóm è il baciarsi di ogni desiderio dell’uomo con la promessa di Dio. È il suo dono definitivo. Cantata dagli angeli sul presepio, è ora donata dal Crocifisso risorto a tutti gli uomini. L’annuncio della pace fa da inclusione alla sua vita, che ne è la rivelazione e il dono pieno. Gesù infatti è l’Amen totale di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio (cf. 2Cor 1,20). La pace, segno indubitabile della presenza di Dio, è l’insieme armonico dei molteplici aspetti dell’unico frutto dello Spirito.

37: “terrorizzati e presi da paura”. La pace di Dio eccede talmente la nostra piccolezza, che dapprima ci sconvolge. Rompe e dilata il nostro cuore, per farne il recipiente capace di contenerla.

“pensavano di vedere uno spirito”. Per un greco lo spirito è in contrapposizione al corpo. Paolo invece parla di “corpo spirituale” (1Cor 15,44). Non è qualcosa di incorporeo o un fantasma (cf. Mc 6,49), ma un corpo materiale vivificato dallo Spirito di Dio. Un corpo si differenzia in vegetale, animale, umano o spirituale secondo il diverso principio vitale che lo anima, che è rispettivamente vegetativo, animale, razionale o divino. Su queste cose e su come sarà il corpo glorioso vedi 1Cor 15,35-58.

38: “Perché siete turbati”. Anche Maria rimase perturbata circa il significato dell’annuncio dell’angelo (1,29). I discepoli però sono turbati perché pensano che lui non sia il Risorto in persona, ma il suo fantasma di morto.

“per quale motivo salgono sragionamenti nel vostro cuore?”. Dal cuore salgono i ricordi. Ma ogni memoria passata è necessariamente di morte. La risurrezione è una sorpresa incredibile. Ai discepoli sembra di sognare (cf. Sal 126,1). Dio realizza la sua promessa: “Ecco, io creo nuovi cieli e nuova terra. Ecco, faccio una cosa nuova; proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Non risalgano più dal vostro cuore le antiche paure” (Is 65,17; 43,19; 65,16 LXX).

39: “Guardate le mie mani e i miei piedi”. Le mani e i piedi, segnati dai chiodi, fanno innanzitutto vedere l’identità del Risorto con il Crocifisso, la continuità storica tra croce e risurrezione. Il corpo, che è loro presente, è quello stesso che è assente dal sepolcro. I segni di vittoria della morte sono ora segni della sua sconfitta. Contro ogni falso spiritualismo (docetismo), il corpo è molto importante: “Ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne è da Dio” (1Gv 4,3). È vero che il Crocifisso è risorto. Ma il vero mistero è che il Risorto è il Crocifisso. Questo è quanto vogliono chiarire i Vangeli, e quanto i discepoli sono da sempre portati a ignorare.

“Sono io”. “Sono io” = JHWH: è il nome di Dio. Le mani, i piedi (e il costato) sono i segni di colui che è stato trafitto. Ci fanno vedere il Signore (cf. Gv 19,37; 20,20).

“Palpatemi e guardate”. Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete! Beate le mani che toccano quello che voi toccate! Anche noi, attraverso la loro testimonianza, siamo invitati con loro a toccare e vedere il Signore per partecipare alla loro stessa gioia (cf. 1Gv 1,14). C’è un palpare e vedere più profondo di quello fisico, un tocco e una vista spirituale, un gusto interiore, con pace e sbigottimento, adorazione ed esultanza grande. Principio è l’ascolto della Parola, più dolce del miele (Sal 119,103); apice è la comunione eucaristica, in cui riceviamo il pane dal cielo, “capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto” (Sap 16,20).

40: “mostrò loro le mani e i piedi”. È il mostrarsi di “Sono io” in persona. Le mani e i piedi, con le ferite del suo amore crocifisso, sono l’estensione che Dio fa di sé al mondo. E noi gioiamo, come i discepoli (Gv 20,20), perché vediamo il Signore direttamente così com’è in sé: amore per noi.

41: “non credendoper la gioia”. Si può non credere per delusione, come i due di Emmaus. Ma anche per paura di illusione, come questi: “È troppo bello per essere vero!”. Il mestiere di Dio è proprio fare quell’impossibile che all’uomo risulta necessariamente incredibile. Il suo dono supera sempre ogni attesa.

“Avete qui qualcosa da mangiare?”. Luca presenta gran parte dell’attività di Gesù a tavola o in cammino. Egli insiste molto sul mangiare di Gesù risorto per indicare la sua corporeità. La chiesa ne fece subito una lettura eucaristica.

42: “pesce arrosto”. Richiama Giovanni, dove si dice che nessuno più osava chiedergli: “Chi sei?”, poiché sapevano bene che era il Signore (Gv 21,12). Infatti il suo corpo, realmente risorto, ha già aperto anche il nostro sepolcro: “Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe” (Ez 37,13). Già prima di morire aveva preso, spezzato e dato il pane e il pesce (9,10ss). Ora, risorto, condivide il pane con quelli di Emmaus e il pesce con questi. Nel pesce arrosto si vide un’allusione al Cristo morto e risorto: piscis assus, Christus passus. Il pesce vive negli abissi: catturato e cotto, diviene alimento dell’uomo. Anche il Cristo viene dall’abisso di Dio e vive in quello della morte: catturato e cotto sul legno della croce (in ara crucis torridum), si fa nostro cibo di vita. Dei codici aggiungono: “un favo di miele”, simbolo della parola di Dio (cf. Sal 119,103). Si completa così l’interpretazione eucaristica, con la duplice mensa in cui il Signore si fa riconoscere pienamente.

43: “mangiò”. È una dimostrazione della realtà corporea della risurrezione. Il corpo, tempio dello Spirito, è destinato a rivelare la gloria dei figli di Dio. Le prove con cui Gesù si mostrò vivo sono il farsi vedere e palpare, parlare e mangiare (cf. At 1,3-4). Esplicitando il senso eucaristico, dei codici aggiungono: “e, presi i resti, li diede loro”.

44: “Queste le mie parole”. Richiama l’inizio del Deuteronomio, con il testamento di Mosè. Questo è il testamento nuovo, del nuovo Mosè.

“mentre ero ancora con voi”. “Era con” noi. Ora invece “è in” noi con il dono del suo Spirito.

“bisogna che sia compiuto tutto quanto è scritto su di me”. Il Risorto ci ricorda le parole che disse prima di morire e ci fa comprendere il mistero pasquale come compimento delle Scritture. Tutto quanto c’è nella Bibbia, dice Gesù, “è scritto su di me”, e si compie nella sua morte e risurrezione. La Scrittura tutta parla di lui, morto e risorto, e trova in lui la verità di ciò che dice.

45: “spalancò la loro mente”. Il Risorto, come apre le Scritture alla mente (v. 27), così apre la mente alle Scritture: le spiega e piega la nostra durezza a comprenderle. È il grande prodigio che ci guarisce dalla nostra cecità. Il Risorto finalmente compie il miracolo che non gli era riuscito in vita: illuminare i discepoli come il cieco di Gerico (cf. l’inizio e la fine della sua catechesi sul Figlio dell’uomo: 9,45; 18,34). L’Agnello immolato toglie il duplice sigillo: sia quello che c’è sulla Scrittura, che rivela ciò che nessuno mai vide (1Cor 2,9), sia quello che c’è sul cuore (2Cor 3,15), che è velato dalla menzogna antica. Finalmente è levata la maledizione di Isaia: “Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato: si dà a uno che sappia leggere, dicendogli: ‘Leggilo’, ma quegli risponde: ‘Non posso perché è sigillato’. Oppure si dà il libro a uno che non sa leggere, dicendogli: ‘Leggilo’, ma quegli risponde: ‘Non so leggere’” (Is 29,11s). Ora, “noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18).

46: “Così è scritto, ecc.”. Dopo questo miracolo, che spalanca la mente, tutta la Scrittura diventa spiegazione della morte/risurrezione del Signore, centro della rivelazione e dell’annuncio. Anche chi lo ha visto giungerà alla fede – come quella di Emmaus e quanti verranno dopo – attraverso la sua parola e il suo cibo, che guariscono gli occhi e il cuore.

47: “e sarebbe stata proclamata nel suo nome”. L’annuncio per Luca diventa un articolo di fede. Esso è fatto nel nome, cioè nella persona stessa di Gesù, l’annunciato. Il discepolo presta la sua bocca a lui, che è presente, vivo e operante nella parola su di lui. L’annuncio del Signore morto e risorto dilata la salvezza pasquale nello spazio e nel tempo.

“la conversione e la remissione dei peccati”. È il frutto della predicazione che ci presenta il Signore morto e risorto. In lui finalmente possiamo volgerci a Dio, perché abbiamo compreso che ci vuol bene e fu un errore fuggire da lui. Questa è la vera conversione. Il Crocifisso ci mostra che Dio è amore e perdono; il Risorto ci mostra che l’amore crocifisso e perdonante è Dio.

“a tutte le nazioni”. Luca è “cattolico” (= universale). Nessun figlio può essere escluso dall’amore del Padre. Chi si chiude a uno, non conosce il Padre ed esclude sé – e, con sé, anche il Figlio, che si è fatto ultimo di tutti per salvare tutti, anche chi, escludendo gli altri, esclude se stesso.

“iniziando da Gerusalemme”. Il Vangelo presenta Gesù che va a Gerusalemme. Gli Atti presentano i discepoli che vanno da Gerusalemme fino agli estremi confini della terra. Ma unica è la missione: quella del Figlio ai fratelli, per far loro conoscere il Padre. In Gerusalemme è la sorgente. Da lì esce l’acqua che sazia la sete di tutta la terra.

48: Voi testimoni di questo”. In At 1,8 Gesù dice: “Mi sarete testimoni”. Egli si identifica con l’annuncio. Testimone (in greco: mártyr) significa uno che ricorda. Il discepolo ricorda il maestro: lo tiene davanti agli occhi e nel cuore, e lo vive nella quotidianità della vita, fino alla morte. Il Regno altro non è che questo “martirio” di chi cammina come lui ha camminato, continuando a fare e dire ciò che lui per primo cominciò a fare e a insegnare (At 1,1).

49: “io invio la promessa del Padre mio su di voi”. I discepoli attendono la promessa del Padre, “quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito santo” (At 1,4s; cf. 3,16). Lo Spirito santo (= vita di Dio) è la promessa del Padre e il dono del Figlio. Scese su Maria e scenderà sui discepoli riuniti con Maria (1,35; At 1,8; 2,1ss). Sta all’inizio della storia sia di Gesù che della chiesa, e segna il passaggio dalla promessa al compimento, dall’Antico al Nuovo Testamento. L’incarnazione del Verbo, cominciata in Maria per la potenza dello Spirito, si perpetua fino alla fine dei tempi, quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). Allora il Figlio avrà raggiunto la sua statura piena (Ef 4,13), perché tutti i fratelli saranno in lui. Il Vangelo ci narra l’azione di Gesù nello Spirito (cf. 3,22; 4,1.18); gli Atti ci narrano l’azione dei discepoli, suoi testimoni nella potenza dello stesso Spirito (At 1,8).

“sedete nella città”. Lo Spirito di Dio non può essere prodotto o pretesa dell’uomo. È invece dono all’umile attesa di chi “siede” nella città – da cui ormai scaturisce.

“finché siate rivestiti di potenza dall’alto”. Sarà la pentecoste. Gesù ci invia alla sua stessa missione, possibile solo con il suo stesso Spirito. La nostra debolezza sarà il vaso della sua potenza (cf. 2Cor 4,7; 12,9s).

3. Preghiera del testo

  1. Entro in preghiera come al solito.
  2. Mi raccolgo nel cenacolo insieme agli apostoli e ai discepoli.
  3. Chiedo ciò che voglio: gioire sempre poiché il Signore è risorto.
  4. Contemplo la scena.

4. Passi utili

Gv 20,19-29; 16,5-15.

 

Annunci

Un commento su “III Domenica di Pasqua (B) Lectio

  1. giuma56
    17/04/2015

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 12/04/2018 da in anno B, Domenica - lectio, ITALIANO, Liturgia, Pasqua (B) con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 505 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione e Missione on WordPress.com
aprile: 2018
L M M G V S D
« Mar   Mag »
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30  

  • 214.814 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: