COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Visione sintetica della Regola di Vita

Spiritualità comboniana
Regola di Vita (4)


Regola di vita

ANNO 2018
RIVISITAZIONE E REVISIONE DELLA REGOLA DI VITA

Nel 2013, in occasione della celebrazione dei 25° della RV, era stata nominata una commissione per riflettere sulla nostra RV. Diversi confratelli hanno scritto delle riflessioni. Vorremmo mettere a disposizione tali contributi per l’attuale processo di “rivisitazione e revisione della RV”. Ecco una riflessione di P. Carmelo Casile.
Testo
Word Contributi RV – Carmelo Casile – Visione sintetica della RV
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VISIONE SINTETICA DELLA REGOLA DI VITA
P. Carmelo Casile

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«L’Istituto comboniano desume la sua identità e il suo modo specifico di seguire Cristo dal carisma del Fondatore, vissuto nella consacrazione, alla luce dei segni dei tempi. Il nome ufficiale dell’Istituto è: MISSIONARII COMBONIANI CORDIS JESU, abbreviato con la sigla MCCJ» (RV 1).

«La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza. […] Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa: Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede» [Eb 11, 1-2.39-40; 12, 1-2].

Il quadro qui presentato si trova nell’antica sede del noviziato comboniano di Huánuco-Perú; è stato ideato con la finalità di illustrare il contenuto fondamentale della Regola di Vita dei MCCJ; è opera del novizio Jorge Luis Cervantes, che ha già raggiunto la Sorgente del “fiume di acqua viva limpida come cristallo”. In esso:

  • San Daniele Comboni indica a un giovane il cammino della “donazione totale alla causa missionaria” (RV 2), che nasce nell’incontro con il Crocifisso/Risorto (RV 3-4).

  • Il cammino che porta in cima al Calvario, è il “cammino dello spirito” (S 2712), che Comboni vive e propone ai suoi missionari in maniera molto precisa nelle Regole del 1871; le orme ricordano il cammino già percorso da “quei missionari la cui vita ha offerto la migliore esemplificazione del carisma originario (RV 1.4).

  • Il Calvario, vertice del cammino, è il nuovo Oreb nel “deserto” del mondo. Nel Crocifisso /Risorto, viene espresso l’inesauribile dialogo e comunione tra il Padre che ama tanto il mondo da decidere di inviare il Figlio, e il Figlio che risponde con la sua obbediente consegna redentrice fino alla morte in Croce e merita il dono dello Spirito. Dal coinvolgimento in questo dialogo nasce il dono della vocazione missionaria nella sequela di Cristo (RV 20-21; 1).

  • Il Crocifisso/Risorto, trionfo dell’amore salvifico di Dio-Trinità, è un’esplosione di Luce che disperde le tenebre, illumina e dà pienezza di vita al mondo intero. Questa esplosione di Luce è l’amore incondizionato del Padre, che dal Cruore Trafitto di Cristo sotto l’impulso dello Spirito Santo si effonde nel cuore del mondo e percorre tutte le direzioni.

  • Sotto la Croce c’è la vergine Maria nel silenzio del suo «Sì», quello che ha pronunciato nel momento dell’Annunciazione e che ora diviene la misura della totalità del dono di sé a Dio. Ella, infatti, è la prima ad accogliere questo dono di amore e a corrispondervi con tutto il suo essere; è la «Mistica chiave del Cuore di Gesù», che lo tiene sempre aperto e introduce in maniera particolare alle sue intenzioni salvifiche. Diviene così figura della Chiesa che, nata dall’esplosione dell’amore salvifico di Dio-Trinità, è chiamata a rimanere in questo amore e ad annunciarlo al mondo intero.

  • I quattro fasci di luce segnano il cammino missionario della Chiesa che nasce dal Cuore Trafitto di Cristo. È il cammino iniziato dagli Apostoli. Essi, illuminati dallo Spirito, capiscono che l’amore del Padre, esploso nel gesto di estremo amore nella Pasqua del Signore, darà inizio al mondo nuovo e, fatti essi stessi “luce del mondo” per la partecipazione nel mistero del Crocifisso/Risorto, si mettono in cammino per ”annunciare il Vangelo ad ogni creatura”.

  • L’amore incondizionato del Padre, brillato nella Pasqua del Signore, si è riversato mediante lo Spirito nel cuore di Comboni spingendolo al centro dell’Africa “per stringere tra le braccia a dare un bacio di pace e di amore quegl’infelici suoi fratelli”, lo impulsa a dar vita a un «piccolo Cenacolo di Apostoli», perché sia un “punto luminoso” che irradia sul mondo la luce di questa esplosione di amore: “Perciò questo Istituto diventa come un piccolo Cenacolo di Apostoli per l’Africa, un punto luminoso che manda fino al centro della Nigrizia altrettanti raggi quanti sono i zelanti e virtuosi Missionari che escono dal suo seno: e questi raggi che splendono insieme e riscaldano, necessariamente rivelano la natura del Centro da cui emanano” (S 2648).

Si trova qui il nucleo della Regola di Vita dei MCCJ, che viene poi esplicitato in modo sistematico, sottolineando la vita missionaria comboniana come sequela evangelica “ad vitam” nella consacrazione mediante la professione pubblica dei consigli evangelici, nella vita fraterna e nel servizio missionario “ad Gentes”.

Da questa visione d’insieme, approfondiamo qualche aspetto più saliente.

1. Il cammino della “donazione totale alla causa missionaria”: RV 2-4

San Daniele Comboni vuole i suoi missionari «santi e capaci. L’uno senza dell’altro val poco per chi batte la carriera apostolica. […] Il missionario e la missionaria devono andare in paradiso accompagnati dalle anime salvate. Dunque primo santi, cioè, alieni affatto dal peccato ed offesa di Dio e umili: ma non basta: ci vuole carità che fa capaci i soggetti». (S. 6655).

A questa meta i missionari comboniani arrivano «col tener sempre fissi gli occhi in Gesù Cristo, amandolo teneramente, e procurando d’intendere ognor meglio cosa voglia dire un Dio morto in Croce per la salvezza dell’anime». (S 2892).

I missionari, per tanto, sono capaci di consacrarsi interamente all’opera per la quale li ha chiamati il Signore (RV 20) nella misura in cui imparano a coniugare nella loro vita le esigenze della consacrazione con quelle del loro ministero missionario (21; 21.1-2).

In questa prospettiva, il missionario, in virtù della sua consacrazione è chiamato a “esser-fuori” del popolo, sul Calvario accanto a Maria. Il Calvario è il nuovo Oreb, la montagna del grande incontro con il Signore nel “deserto” di questo mondo. Lì il Signore che l’ha chiamato e consacrato, gli va rivelando il suo piano riguardo al popolo che gli ha affidato e lo invita a lavorare perché lo stesso popolo arrivi alla conoscenza di questo piano, lo accetti e lo integri nella sua vita, ricavandone opzioni di vita corrispondenti. Lì sperimenta l’amore salvifico del Signore per se stesso e per il suo popolo. Questa esperienza religiosa lo porta ad accettare e a raggiungere quella robustezza morale necessaria, per affrontare le grandi prove che il suo ministero missionario comporta. La sua lealtà a Dio, infatti, lo metterà non poche volte in conflitto con gli uomini come è successo allo stesso suo Maestro e Signore.

Nello stesso tempo, il missionario, in virtù del suo ministero, è chiamato a “esser-dentro” la situazione del suo popolo, deve lasciare che la vita del suo popolo tocchi profondamente il suo cuore di pastore. La sua partecipazione appassionata nella vita e nella sorte dei suoi fratelli costituisce un elemento fondamentale della sua vita di inviato di Cristo.

Questo “essere-dentro” la situazione del popolo e questo “essere-fuori” dal popolo nell’orbita della trascendenza divina, rendono il missionario capace di servire gli uomini e sostenerli nel travaglio del “passaggio pasquale”, cioè dal peccato, dalla violenza, dall’ingiustizia, dall’egoismo alla piena comunione con Dio Padre e tra gli uomini. Togliendo uno dei due aspetti, si toglie anche la possibilità del “passaggio pasquale”.

Trascendenza” e “incarnazione” o “esperienza mistica” e“inserzione”: sono due dimensioni che quanto più sono vissute in mutua relazione tanto più abilitano il missionario a compiere il compito che gli è stato affidato.

Siamo qui di fronte allo stesso Mistero della persona di Cristo: Figlio di Dio (= trascendenza, esperienza mistica o profonda di Dio => essere-fuori), Uomo (= incarnazione, inserzione => essere-dentro), tanto “dentro” e tanto “fuori” della situazione del popolo al quale è inviato che proprio per questo fatto è autore della “Pasqua” definitiva.

Se si sbiadisce la presenza di Gesù Cristo come dono del Padre (= consacrazione, esperienza mistica) nella vita del missionario, il suo ministero si trasforma in semplice frutto della nostra terra (= incarnazione-inserzione come pura strategia umana).

A questo riguardo è emblematico il fatto che Mosè fu sottoposto alla stessa tentazione, quando il popolo chiedeva gli “dèi” per essere “come” gli altri popoli, ma egli rispose bruciando il vitello d’oro.

È chiaro che il missionario che sbiadisce il dono della consacrazione e non è disposto ad affrontare la grande fatica della preghiera e del cammino ascetico, rimane fuori del significato della sua vocazione missionaria. Finirebbe per identificarsi con il vitello d’oro, perdendo così il senso della sua missione, che consiste nel rivelare il piano di Dio al popolo e accompagnarlo nella sua realizzazione.

Per mantenere vivo il senso della consacrazione e progredire nel suo cammino di santità, la Regola di Vita propone al missionario la pratica dei consigli evangelici mediante la professione religiosa (RV 11-12) e la vita in fraternità (RV 23; 36).

2. Il cammino che porta in cima al Calvario e dal Calvario alla Missione

Nel dipinto questo cammino è ricoperto dalle tante orme che salgono verso il Calvario e che poi scendo in mezzo al mondo come cammini di luce: rappresentano i missionari comboniani che hanno percorso questo cammino o che lo stanno percorrendo.

Per noi comboniani entrare in questo cammino comporta assumere il carisma del Fondatore e quindi fare l’esperienza del fratello”.

Nel contesto della vita cristiana in generale e della Vita Consacrata in particolare, “fare l’esperienza del fratello” significa lasciarsi attrarre dallo Spirito del Signore Gesù mediante l’influsso della personalità dei fratelli nella fede. Si tratta di fratelli che sono capaci di trasmettere e sostenere nell’adesione alla persona e all’opera di Gesù loro e nostro Signore, vivendo in modo originale e intenso alcuni aspetti specifici dell’infinita ricchezza del Mistero di Cristo come dono a beneficio dell’umanità bisognosa di salvezza; é la predicazione viva da cui nasce e si rafforza la nostra fede missionaria (cf Rom 10,17).

Per noi il primo di questi fratelli è san Daniele Comboni, Padre e fondatore con il fascino della sua personalità di «testimone di santità e maestro di Missione».

Fare l’esperienza del fratello comporta:

  • Ascoltare il Dio della vita che ci chiama e c’invia al mondo d’oggi per mezzo di una persona concreta, che ci coinvolge nel suo cammino di fede, speranza e carità da essa vissuto nella missione che é stata chiamata a svolgere nella Chiesa;

  • Accettare la mediazione di questa persona come dono provvidenziale di Dio che ci stimola e ci guida nella continua crescita in Cristo e nell’identificazione vocazionale;

  • Riconoscere in questa persona il “padre” secondato lo spirito, che ci genera ad un particolare stato di vita nella Chiesa e diviene il “capostipite” di un gruppo di con-vocati per la realizzazione di un progetto vocazionale comunitario.

Può darsi che ci sia chi faccia fatica ad accettare che un fratello divenga suo padre nello spirito. Un tale atteggiamento può dipendere dal “complesso paterno” presente nella società attuale, che porta all’incapacità di accettarsi come “figlio” ad un livello più radicale ed universale di quello biologico, cioè generato da qualcuno che sia mediazione nella genesi della propria vocazione e missione nel mondo.

La ragione di quest’atteggiamento sta nel fatto che l’uomo attuale vuole essere la causa di se stesso e costruirsi con le proprie mani con la conseguente tentazione del protagonismo. Ma la Parola di Dio ci parla del cammino di fede nel Dio della vita come un intreccio di solidarietà tra i membri del popolo in cammino e che riunisce generazioni e razze diverse (cfr. Es 3, 13-15; Eb 11, 1-2.39-40; 12, 1-2).

Riguardo a noi Missionari Comboniani, questa corrente spirituale ha inizio, si approfondisce e si specifica grazie all’incontro con san Daniele Comboni (= esperienza originaria o remota del fratello) e con i Missionari Comboniani che ci hanno preceduto (= esperienza prossima del fratello).

L’esperienza originaria del fratello

Per noi fare l’esperienza originaria del fratello significa vivere il fatto che:

  • San Daniele Comboni, in virtù della comunione dei santi, con la sua vita, la sua parola e la sua opera, ci narra il “suo” Dio;

  • Il Dio che ci narra Daniele Comboni é il Dio che incarna il suo amore salvifico nel Cuore Trafitto di Gesù, Buon Pastore, che offre la sua vita per il genere umano a partire dagli uomini e dalle donne più dimenticate della terra (RV 3-5).

Da questo profondo senso di Dio emerge in Comboni la certezza della sua vocazione, che si manifesta in lui come dedizione totale alla causa missionaria (cf. RV 2).

  • Narrandoci il suo Dio, Daniele Comboni ci trasmette i palpiti del Cuore di Cristo per le situazioni “Nigrizia”; suscita il nascere della nostra fede missionaria, rendendoci capaci di ascoltare quella particolare chiamata divina a consacrare l’esistenza al servizio missionario e fare dell’evangelizzazione la ragione della nostra vita (RV 2; 20; 56); fa di noi una nuova Famiglia, che desume la sua identità dal suo Fondatore e Padre (cf. RV 1).

  • L’opera affidata da Dio a Daniele Comboni rimase incompiuta alla sua morte, perché Dio stesso vuole portarla a compimento attraverso di noi, chiamandoci a vivere la vita missionaria con l’audacia di Daniele Comboni nel duplice versante della santità e della dedizione alla causa missionaria.

  • Daniele Comboni è, per tanto, il fratello nella fede a cui Dio concesse un dono carismatico, destinato ad essere fermento e guida nel cammino missionario di molti altri. Con il suo dono carismatico, Daniele Comboni è il “timoniere” della Congregazione, che la guida attraverso i tempi a coinvolgersi in modo creativo nelle situazioni “Nigrizia”, che la storia costantemente le propone: AC ’97, 4 9.

  • Daniele Comboni, in quanto Padre e Fondatore, missionario e profeta fino al dono totale di sé, é una mediazione sempre eloquente e determinante, che imprime un tono caratteristico nella realizzazione della vocazione missionaria di un gruppo di persone che formano l’Istituto Comboniano dei Missionari del Cuore di Gesù (RV 1).

Per tanto, seguire il cammino tracciato da san Daniele Comboni, significa vivere la consacrazione missionaria “ad Gentes” come espressione di un incontro con Dio qualificato dagli ideali e dall’esperienza di Daniele Comboni come sono vissuti nell’Istituto: RV 46; 81-82; RF 54-62; AC ’97, 10-14.

Allora ci accorgiamo e ringraziamo il Signore perché:

  • Daniele Comboni si trova in cammino in noi ed in mezzo a noi e quindi in situazione di continua crescita. La sua vita é come un chicco di frumento seminato nel solco della Storia della Salvezza, destinato a fruttificare nel corso dei tempi soprattutto attraverso i suoi Istituti…

  • Non cresce più cronologicamente perché sta nell’eternità, ma é la comprensione della sua opera e del suo spirito che crescono in noi e attraverso di noi nella Chiesa per la rigenerazione dell’umanità bisognosa di salvezza, che é un’opera che non può morire perché é opera del Dio della vita, che vuole che tutti conoscano la verità e giungano alla salvezza.

Per crescere in noi e camminare con noi, Daniele Comboni ci ha tracciato un cammino spirituale, che si presenta a noi come un passaggio da una visione di fede sui fatti della storia all’impegno missionario (S 2742).

Questo passaggio implica un cammino ascetico, i cui elementi sono stati proposti da Comboni stesso nelle Regole del 1871 e sono ripresi e attualizzati la Regola di Vita dei MCCJ e via via ribaditi negli interventi dei Superiori o nelle decisioni dei Capitoli.

L’esperienza prossima del fratello

L’esperienza prossima del fratello, cioè la predicazione da cui nasce e si alimenta la nostra fede missionaria, sono i Missionari Comboniani del Cuore di Gesù con le loro attuali Costituzioni: RV 1; 1.1-4.

Questi Missionari Comboniani sono quelli che ci hanno preceduto e dai quali abbiamo ricevuto in eredità il Carisma di Comboni, soprattutto quelli la cui vita ci offre la migliore esemplificazione del carisma originario e ci trasmette lo spirito dell’Istituto: RV 1.4; AC ’91, 13.

Esperienza prossima del fratello siamo tutti noi, che abbiamo motivi di gratitudine a Dio per la crescita nella fedeltà al dono carismatico ricevuto attraverso il Fondatore (AC ’91, 10; 12-14; AC 97, 2), ma che dobbiamo riconoscere anche i limiti del cammino percorso (AC ’91, 11; AC ’97, 9).

Esperienza prossima del fratello sono anche i Capitoli Generali, perché in essi i Capitolari cercano di confrontare le situazioni missionarie e la situazione attuale dell’Istituto con il carisma originario, come sorgente per un continuo rinnovamento dello stile di vita, degli orientamenti e della presenza missionaria: AC ‘91,5.1; AC ‘97,1; cf. RV, Preambolo; RV 16.

Infatti, il carisma del Fondatore si rivela come un’esperienza nello Spirito trasmessa ai discepoli per essere vissuta, custodita e costantemente sviluppata da essi (MR 11). Questo sviluppo deve essere realizzato in un contesto d’apertura universale e costruttiva di fronte alle sfide della realtà mondiale, ecclesiale, missionaria e interna comboniana: AC ’91, 3 4; AC ’97, 4 9.

Con la Canonizzazione di Daniele Comboni, il suo carisma si fa proposta alla Chiesa e al mondo d’oggi. È la nuova sfida di Comboni ai suoi missionari chiamati ad essere fermento missionario “ad gentes” nella Chiesa di Cristo all’inizio del Terzo Millennio con l’audacia del loro Padre e Fondatore: AC ’97, 1.

3. Il Calvario, nuovo Oreb nel “deserto” del mondo,
dove si rivela l’Amore trinitario e crocifisso per la salvezza del mondo.

Sul Calvario, nuovo Oreb nel “deserto” del mondo, il missionario comboniano è introdotto da san Daniele Comboni nel Mistero della SS. Trinità e nel suo dinamismo missionario:

Un fiume d’acqua viva limpida come cristallo(Ap 22,1) scaturisce dal seno di Dio-Trinità, sfocia nella santa umanità di Gesù (1Gv 5,11-12), Capo della Chiesa (Col 1,18), si raccoglie come dentro di un abisso (Col 1,19) e da questa umanità si riversa abbondantemente (Gv 1,16; 10,10; 19,28-35; Col 2,3.9-10; 1 Cor 1,6), per opera dello Spirito Santo (Rom 5, 5), sull’umanità intera, per farla partecipe della sua luce e della sua gloria (Gv 17,22) e portarla di nuovo, in Gesù Cristo (1 Tim 2,5; 1 Gv 5,12), nel seno della Trinità, da dove era uscita (Gv 4,14; Col 3,3; 1 Cor 3,23).

Il missionario trova in questo “fiume d’acqua viva”, che sgorga dal Cuore trafitto di Cristo, la fonte e la ragione ultima del suo “essere” e ”fare” missionario.

3.1 L’esperienza di Comboni sul nuovo Oreb: RV 3-5; S 2742

Immaginiamo ora di ascoltare questa esperienza dalla bocca dello stesso Comboni:

«Percorrendo il deserto della mia anima ho trovato un “pozzo”. Sì, perché anche se nel deserto non c’è altro che arena, anche se non vedi e non senti niente, si trova sempre nascosto da qualche parte un pozzo, dove puoi bere e riprendere le forze (cf Gen 21, 8-19).

Questo pozzo è il Cuore Trafitto di Gesù, Buon Pastore.

Inoltrandomi nel mio deserto, sazio la mia sete bevendo in abbondanza da questo “pozzo”, che cammina con me.

L’acqua che scaturisce da esso, è quella “Virtù divina” che, penetrando nel mio mondo interiore, mi spinge a svilupparlo senza posa. È essa che rende in me sempre più forte il sentimento di Dio e sempre più saldo il legame di solidarietà con la Nigrizia.

È da essa che nasce in me quella vita esteriore esuberante, tenace e coerente che richiama la tua attenzione.

Il deserto della mia anima s’incrocia con il deserto della Nigrizia. Infatti, il deserto affascinante e orribile che dovevo attraversare per raggiungere la Nigrizia, si proietta su di essa come un “buio misterioso” che la avvolge. Un buio che nasce da un intreccio di fenomeni sconcertanti e che attanaglia gli Africani in una vicenda di “povertà” radicale di oltre quaranta secoli, tenendoli lontani dai benefici del progresso umano e della fede. È una povertà in tutte le direzioni: essa tocca l’ambiente naturale, fascinante e nello stesso tempo ostile alla vita e alla missione, le anime, i corpi e il tessuto sociale, causando l’indole avvilita dei neri, “su cui pare che ancora pesi tremendo l’anatema di Cam”. In una parola, è una povertà che, come il deserto, scava un vuoto orribile tutto all’intorno ed in mezzo alla Nigrizia e la rende una viva immagine di un’anima abbandonata da Dio.

Tuttavia la meravigliosa aurora del deserto che imporpora come un incendio d’oro il cielo, i monti e il piano; il sole che puntualmente si alza maestoso e infuoca l’immenso vuoto del deserto, sono nel mio animo segni della presenza provvidente di Dio in tutti i luoghi, anche nel regno della morte. Questa presenza mi spinge a entrare e mi sostiene in questo “buio misterioso” della Nigrizia, per far causa comune con i suoi figli e figlie, nella certezza della loro rigenerazione.

Proseguendo il cammino del deserto della mia anima, coinvolto in questo “buio misterioso” che ricopre la Nigrizia e sostenuto dall’acqua che sgorga dal Cuore di Cristo, a un certo momento mi trovai sul Monte del Signore.

Non so bene se fosse il monte Oreb, o quello della Trasfigurazione o del Calvario.

Forse tutti e tre questi monti per una volta si sono ravvicinati e mi hanno stretto assieme nel loro abbraccio, comunicandomi qualcosa del Mistero di Dio di cui ciascuno di essi è testimone. Il fatto si verificò sul colle del Vaticano, mentre pregavo sulla tomba di S. Pietro, contemplando il Cuore di Gesù in occasione della beatificazione di Margherita Maria Alaquoque.

Si tratta di un momento di preghiera, nel quale mi vengono dall’Alto i singoli punti del Piano per la rigenerazione della Nigrizia, che imprimono una svolta definitiva e configurano il resto della mia vita missionaria. In esso è presente tutta la Sacrosanta Trinità. Di fatto, una intensa luce “dall’Alto” illumina nel mio spirito la comunione con la Trinità da me vissuta fino a questo momento. Comincio a esperimentare la comunione con la Trinità in un modo nuovo, in quanto la percepisco pellegrina nel cammino degli uomini… Questa percezione che inonda il mio spirito, è la vena nascosta che dà ragione e forma alla mia “passione” per la Nigrizia, per cui posso dirti con verità che vengo dal cuore della Trinità.

Vengo dal coinvolgimento nel dinamismo dello Spirito Santo, “Virtù divina”, che mi rivela nel Cuore Trafitto di Gesù sulla Croce il segno e lo strumento perenne dell’amore salvifico che eternamente sgorga dal cuore del Padre, e la via della solidarietà con la vita di tutti gli uomini. Vengo così introdotto nell’inesauribile dialogo e comunione tra il Padre che ama tanto il mondo da decidere di inviare il Figlio, e il Figlio che risponde con la sua obbediente consegna redentrice fino alla morte in Croce e mi merita il dono di questa stessa “Virtù divina” come fiamma di Carità che sgorga dal suo Cuore Trafitto.

All’essere coinvolto nell’azione salvifica della Trinità mediante questa fiamma di Carità, vengo tratto fuori dal “buio misterioso” che ricopre l’Africa e dalla paura del passato in cui “rischi di ogni genere e scogli insormontabili sgominarono le forze e gettarono lo sgomento” tra le file missionarie. La Nigrizia si trasfigura ora davanti al mio sguardo: comincio a vederla ”come una miriade infinita di fratelli aventi un comun Padre su in cielo”. L’abbraccio di Dio Padre lo esperimento segnato dalla sofferenza di questi suoi figli africani, e nel bisognoso africano scopro un fratello, che ancora non usufruisce della benedizione del Padre che scaturisce dalla Croce…, per cui ha bisogno di essere incamminato verso di Lui.

Sotto l’influsso dello Spirito Santo esperimentato come fiamma di Carità che sgorga dal costato del Crocifisso sul Golgota, sento che i palpiti del mio cuore si fondono con quelli di Gesù e si accelerano. In questa sintonia di cuori percepisco come il Padre, attraverso il suo Figlio incarnato, morto e risorto, ascolta il grido di quella miriade di figli suoi che vivono in Africa ancor “incurvati e gementi sotto il giogo di Satana” ed entra con tutto il suo essere nella loro storia e nel loro dolore.

Questa Carità mi fa sentire figlio amato dal “comun Padre” che si prende cura di me allo stesso modo che dei miei fratelli più abbandonati fino alla consegna del suo proprio Figlio; è questa Carità che mi trasporta e mi spinge a stringerli tra le braccia e dar loro il bacio di pace e di amore; mi spinge, cioè, ad assumere la loro storia e il loro dolore divenendone parte e facendo “causa comune con loro”, anche con il rischio della mia vita.

È un incontro con dei fratelli in cui si cela il volto di Gesù nello sconcertante mistero della sua identificazione con gli esclusi della storia. Nei miei fratelli africani oppressi mi si rivela il volto dolorante e sfigurato del Crocifisso, che fissa il suo sguardo su di me e mi chiama a evangelizzarli e a lavorare per il loro progresso e per la liberazione dalla loro schiavitù. Nello stesso tempo continuo a tenere lo sguardo fisso sul Crocifisso, per “capire sempre meglio cosa vuol dire un Dio morto in croce per la salvezza delle anime”.

Sono i fratelli che ricevo dall’azione salvifica della Trinità, ai quali posso finalmente comunicare l’evento salvifico del Trafitto–Risorto, che rompe il loro esilio e li mette sul cammino della libertà, pregustazione della Patria Trinitaria. Così sarà piena la loro e la mia gioia».

4. Identità e nome: RV 1

Quando andiamo “ad gentes”, nasce nelle persone che incontriamo il desiderio di sapere chi siamo, da dove veniamo, che cosa intendiamo fare e perché lo facciamo. La rivelazione della nostra origine, e del nostro curriculum vitae, delle nostre intenzioni, costituiscono la lettera di raccomandazione (cfr. 2Cor 3,2-3) o il certificato di garanzia della nostra vita e del nostro messaggio, che ci apre la via ad un incontro fecondo con loro.

Ma questa rivelazione non può avvenire immediatamente per mezzo di un certificato di garanzia burocratico, ma per via esistenziale, cioè per mezzo della testimonianza nella condivisione della vita.

Il missionario, per tanto, porta la sua lettera di raccomandazione scritta nel suo cuore; è una lettera che ha la sua origine in Dio che dà al missionario la missione e la capacità di esercitare questo ministero, e che porta il sigillo di Cristo e del suo Spirito; è una lettera che egli scrive e perfeziona nella comunità da cui proviene, e che viene letta dalla gente gradualmente tramite la qualità delle relazioni e la dedizione competente e generosa agli altri…

Come lettera di Cristo il missionario è una “sequentia sancti evangelii“, cioè una pagina di Vangelo aperta, dove tutti sanno leggere, anche gli analfabeti …

Il comboniano è chiamato ad essere lettera di Cristo personalmente e comunitariamente mediante san Daniele Comboni, «testimone di santità e maestro di missione».

Il contenuto di questa lettera lo troviamo sintetizzato nel primo numero della Regola di Vita, intitolato appunto «identità e nome».

La comprensione, accettazione e integrazione di questo nome, ci permette di approfondire e mantenere dinamica la nostra identità di Missionari Comboniani e quindi di situare l’azione missionaria, alla quale siamo consacrati, in coerenza con questa identità.

Una profonda consapevolezza della propria identità è previa ad ogni tipo di analisi della realtà, è punto di partenza imprescindibile per discernere le urgenze missionarie del mondo di oggi, per interagire con l’identità del popolo o gruppo umano a cui siamo inviati, e di altri agenti pastorali, con i quali condividiamo la missione. Questa consapevolezza nella relazione con l’altro da una parte ci porta a rafforzare la nostra identità e, dall’altra, a sentire come arricchimento la presenza e l’apporto che ci viene dall’altro e a individuare i punti di aggancio per l’azione missionaria.

Per ottenere questo obiettivo, è indispensabile rimanere radicati o ritrovare le radici della nostra vita missionaria comboniana, e dedicarci a coltivarle, così da coniugare armonicamente l’essere e il fare dei membri dell’Istituto, che è composto di Sacerdoti e Fratelli.

La connessione con le radici o le sorgenti della nostra identità ci mantiene in un cammino di continua crescita in Cristo e di identificazione con il carisma dell’Istituto, necessari per mantenerci fedeli alla nostra vocazione e da qui rispondere alle esigenze sempre nuove della missione della Chiesa nel mondo di oggi (cfr. RV 99).

Ogni persona è autentica nella misura in cui si costruisce accogliendosi come dono dalla sua sorgente; nella misura in cui si costruisce secondo il “Sì” dato alla parola-chiamata che ha ascoltato sull’Oreb della sua vita guidato da san Daniele Comboni.

Alla radice della nostra identità e nome c’è la consacrazione, che è un evento nella Storia della Salvezza, cioè una scelta storica di Dio, un’iniziativa dell’amore che Egli, creatore e Padre, ha per il genere umano bisognoso di essere salvato: un dono quindi che viene dall’Alto e che può essere capito e accolto soltanto con la luce e la forza che vengono dall’Alto (cf S 2742).

È un dono, un evento amicale, una proposta di amicizia, in cui convergono l’elezione e l’alleanza: l’elezione è propriamente un scelta di Dio assolutamente gratuita, «analogamente» a una nuova creazione; l’alleanza suppone una libera accoglienza dell’elezione da parte dell’uomo. Quindi è una chiamata ad una comunione, ad un coinvolgimento reciproco. Con l’elezione ha inizio l’economia dell’alleanza. Se alla proposta di Dio io rispondessi «no», rimarrei per sempre qualcuno che Dio per primo aveva scelto, ma che ha rifiutato tale scelta.

La consacrazione, per tanto, come evento nella storia di un credente passa attraverso il suo cuore, luogo dell’incontro con Dio. Il cuore, infatti, è terra dell’uomo dove egli si agita, desidera e cerca Dio, ed è simultaneamente terra di Dio, che in essa si manifesta con il suo stile di Dio-Amore, Padre di tutte le genti. L’agitazione dell’uomo provoca l’intervento di Dio e l’intervento di Dio stimola l’instabilità e la precarietà dell’uomo nel suo desiderio di Dio, introducendolo nella profondità del suo Mistero.

In questa ottica, la consacrazione è una questione di cuore, una relazione di grazia e di dono di sé da parte di Dio, a cui corrisponde una relazione di rendimento di grazie e di libero dono di sé da parte dell’uomo; è un evento divino-umano, che è essenzialmente comunione d’amore con Dio che genera missione nel quotidiano della vita.

Attraverso quest’esperienza, Dio prende possesso della persona eletta in modo radicale, nuovo e definitivo ed imprime in essa dei tratti distintivi che raggiungono l’intimo del suo essere. Con questo prendere possesso della persona, il Signore la individualizza, la contrassegna, in modo così irrepetibile che dà un senso completamente nuovo al suo stesso nome e la lascia segnata per sempre; così, per esempio, Abram diviene Abraham, cioè Padre di una moltitudine di popoli (Gn 17, 5); Simone diviene Pietro, cioè Roccia (Gv 1, 42); ecc…

Nel mondo orientale imporre il nome a una cosa o ad una persona, significa prendere possesso di essa: il papà, per esempio, riconosceva il figlio, imponendogli il suo nome. Nella teologia della vocazione, imporre il nome nel momento della chiamata rivela che questa persona diviene già in modo speciale “proprietà di Dio”. La persona è segnata con il Sigillo di Dio e nessuno potrà mai offenderla senza offendere nello stesso tempo Dio stesso, ed essa a sua volta non potrà sottrarre niente di sé dal servizio di Dio, senza essere colpevole di profanazione o di adulterio.

Quando chi prende possesso è il Creatore, la consacrazione è un’azione che parte dallo stesso Dio. Per mezzo di quest’azione Dio opera nella persona una trasformazione, che è come una nuova creazione, e la riserva al suo servizio, orientandola verso la missione che deve compiere.

L’imposizione del nome, per tanto, porta alla scoperta di una nuova propria identità, quella vera, che l’Altro ci rivela, e che diviene manifestazione del suo disegno d’elezione particolare in vista di una misericordia universale.

Questa imposizione del nome è effettuata da Dio Padre in Cristo Gesù, perché il piano di Dio Padre per ciascuno di noi è che “siamo conformi all’immagine del Figlio suo” (Rom 8, 29), non solo in modo generico, ma in un modo profondamente personale ed unico.

La Regola di Vita, fin dall’inizio, si collega con l’evento della consacrazione nella Storia della Salvezza, e afferma chiaramente che il dono della consacrazione dà al missionario la sua identità e nome nuovi: missionario comboniano del Cuore di Gesù (RV 1), che riceve attraverso la mediazione di san Daniele Comboni.

In questa definizione, l’espressione “…del Cuore di Gesù” significa la reciproca appartenenza tra il Cuore di Gesù ed il missionario (cf. RV 21.1), fondata sui tratti del Mistero di Cristo che Dio Padre imprime in modo peculiare nell’intimo del missionario; l’aggettivo “comboniano” si riferisce alla mediazione umana della quale Dio si serve per far arrivare al cuore del missionario la sua parola-chiamata che dipende “dalla predicazione” (cf Rom 10, 17).

Tale mediazione è ovviamente Daniele Comboni, che, di fatto, visse “la sua dedizione totale alla causa missionaria” (RV 2) in un profondo e intrinseco legame con la motivazione vocazionale personalizzata nel Cuore di Gesù. Comboni è missionario dei popoli dell’Africa perché, per dono dello Spirito Santo, è stato introdotto nel mondo del Cuore di Gesù ed è stato coinvolto nel suo amore salvifico di Buon Pastore, “che offrì la sua vita sulla croce per l’umanità”. La Regola di Vita nella sezione che definisce il carisma del Fondatore e quindi dell’Istituto1, evidenzia questo rapporto usando le parole stesse del Comboni: «E fidandomi in quel Cuore sacratissimo… mi sento vieppiù disposto a patire… e a morire per Gesù Cristo e per la salute dei popoli infelici dell’Africa Centrale». (RV 3).

Per tanto, nel nucleo del carisma, cioè alla radice della vocazione missionaria del Comboni troviamo il Cuore di Gesù e la Nigrizia che, indissolubilmente uniti, possiedono e dinamizzano la sua vita missionaria. Quest’unione, vissuta da Comboni sotto l’azione dello Spirito Santo, lo rende sacramento dell’amore rigeneratore di Dio Padre, incarnato nei palpiti del Cuore di Gesù per l’infelice Nigrizia. Simbolo di questo amore rigeneratore è il Cuore Trafitto di Gesù. Sta qui il contributo originale di Comboni allo sviluppo della devozione al Sacro Cuore di Gesù: ha unito il Mistero del Cuore di Gesù all’evangelizzazione e ne ha fatto il centro e l’orizzonte della sua vita missionaria.

Il nome nuovo, per tanto, cioè il Mistero del Cuore di Gesù non può essere una connotazione puramente devozionale nella vita del missionario comboniano, giacché il missionario, all’essere consacrato da Dio per la missione, viene segnato in modo peculiare dal Mistero del Cuore di Gesù.

L’espressione “missionario comboniano del Cuore di Gesù” significa che il Signore Gesù attira a sé il missionario nella Congregazione Comboniana, facendolo partecipare in modo particolare al dinamismo del Mistero del suo Cuore sotto l’influsso di tre dimensioni che pervadono questo stesso Cuore e che divengono altrettante provocazioni per la generosità del missionario: il suo Amore, la Croce, la sua identificazione con i più poveri e abbandonati: RV 3 5.

In questo cammino gli offre come guida san Daniele Comboni, che percorse questo itinerario di generosità e totalità in modo esemplare. Ciò significa che il missionario comboniano vive il suo incontro personale con il Signore Gesù, contemplando in primo luogo, il Mistero del suo Cuore, con lo sguardo contemplativo del Comboni.

Casavatore, maggio 2013

Regola di vita, nn. 1-9.

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Questa voce è stata pubblicata il 13/04/2018 da in Carisma comboniano, ITALIANO con tag .

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