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Guida alla lettura della Bibbia (10)

Per la decima tappa del nostro percorso biblico abbiamo un interessante articolo di don Pierluigi Ferrari, biblista e teologo cremonese, sulla lettura cristiana della Bibbia lungo tutta la storia della Chiesa, attraverso la teologia, la spiritualità e il magistero.
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Bibbia (10) Pierluigi Ferrari DUE MILLENNI DI LETTURA CRISTIANA DELLA BIBBIA
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Bibbia (10) Pierluigi Ferrari DUE MILLENNI DI LETTURA CRISTIANA DELLA BIBBIA 


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DUE MILLENNI DI LETTURA CRISTIANA DELLA BIBBIA
di Pier Luigi Ferrari

La nostra interpretazione dell’Antico Testamento intraprende una strada che potremmo chiamare «centrifuga» perché muove dal centro della Scrittura per raggiungere la periferia attraverso due millenni di storia cristiana, fino al nostri giorni. La Bibbia si presenta infatti come un’opera aperta, affidata alla tradizione dei credenti. Una sua corretta comprensione deve dunque estendersi anche all’interpretazione che l’immenso coro della comunità cristiana ha fatto di questa Parola viva e aperta. È il tema della tradizione. La Bibbia si comprende solo nella tradizione e la tradizione aiuta a comprendere la Bibbia.

Del resto è un fenomeno comune a molte culture, dove le tradizioni religiose hanno i loro libri sacri e anche tradizioni di ordine profano hanno spesso i loro testi fondanti. Solo una cattiva ed equivoca concezione alimentata, negli ultimi quattro secoli, dalla controversia tra cattolici e protestanti, è giunta a opporre tradizione e Scrittura. Il concilio Vaticano Il ristabilisce un buon equilibrio parlando di tradizione come «storia del popolo dei credenti», unico luogo dove la Bibbia può essere accolta, riproposta e conservata. Per togliere ogni residuo equivoco, si affretta a precisare che la tradizione della Chiesa considera la Scrittura come «norma che la trascende», «regola suprema della sua fede» (Dei Verbum, n. 21).

Parlando più specificamente dell’Antico Testamento, si impone un’altra precisazione. Esso viene accolto dalla tradizione cristiana fin dalle origini della sua storia, e così il libro sacro per eccellenza del giudaismo diventa un libro cristiano. All’origine di questa operazione sta lo stesso Gesù, il modo con il quale egli ha accolto le Scritture di Israele e la loro autorità, affermando l’autorità della propria persona come più originaria della loro e come chiave per comprendere la loro verità ultima. Mentre per il giudaismo questi libri restano Torah, legge, i cristiani se ne appropriano e li polarizzano intorno alla persona di Cristo: è in Gesù che le Scritture di Israele vengono ricomprese e, alla luce del suo mistero, trovano compimento. Ci incamminiamo lungo quattro itinerari: la teologia, la liturgia, la spiritualità, il magistero. Ripercorrendo la storia meravigliosa di questa tradizione potremo constatare come lungo l’arco dei secoli la Parola non cessa di essere feconda come pioggia che cade su un terreno riarso (Is 55,10-11), luminosa come lampada che guida i passi nella notte (Salì 19,105), viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio (Eb 4,12).

La lettura teologica dell’Antico Testamento

La teologia è il pensare o parlare (loghia) di Dio o con Dio. Essa accompagna tutta la tradizione cristiana e incontra necessariamente le Scritture come suo luogo privilegiato. In vari modi incontra anche l’Antico Testamento.

I PADRI DELLA CHIESA – Nei primi secoli dell’era cristiana la teologia si presenta soprattutto come «gnosi», conoscenza. Il suo oggetto specifico è, in primo luogo, la comprensione delle Scritture, e appare profondamente unita alla vita spirituale, cioè alla reale vita credente del teologo e dei fede-li. Nel Il secolo il modo di interpretare l’Antico Testamento è al centro di una vasta discussione: alcuni padri, detti Apologisti, sono impegnati a difendere la sua corretta interpretazione su tre fronti: quello pagano, che assimila l’Antico Testamento ai propri «miti»; quello del mondo giudaico, che riconosce all’Antico Testamento un’autorità assoluta e non vuole riconoscere Gesù come messia; quello dello gnosticismo, una sorta di filosofia religiosa, che fa una distinzione troppo rigida tra il Dio dell’Antico Testamento, demiurgo cattivo che ha creato il mondo, e il Dio buono del Nuovo Testamento, e dà ai racconti biblici una spiegazione allegorica.

Di fronte a queste sfide, la fede cristiana deve formulare il vero senso delle Scritture. Sant’Ireneo (+200), vescovo di Lione, è il primo teologo cristiano a prendere in seria considerazione la storia biblica e a proporre una «regola della fede». Il quadro, afferma, entro il quale ogni interpretazione della Bibbia deve muoversi è quello che fa appello alla tradizione viva della Chiesa e si collega agli apostoli e al vescovo di Roma (Adv. Haer. 111,3,2). Inoltre l’interpretazione corretta della Bibbia è fatta con il principio della «analogia della fede»: avendo la Scrittura un solo autore, c’è continuità di senso tra Antico e Nuovo Testamento; è lo stesso Verbo che parla nei profeti e si fa carne in Gesù.

Sul versante della polemica con il giudaismo si deve invece citare il martire Giustino (+163). Egli ha il merito di aver mostrato con chiarezza, nel suo Dialogo con Trifone, la continuità dei due Testamenti. Rivolgendosi agli Ebrei dice solo che il senso pieno della Legge si comprende solamente nel Cristo, ma che quella Legge non è più obbligatoria, avendola Cristo sostituita con la nuova alleanza (Dial. 11). Allora è stato tutto inutile? No, l’antica alleanza ha valore di simbolo per illuminare il presente, al cui centro sta il Logos, il Verbo fatto carne.

Fu però Alessandria d’Egitto, uno dei più grandi centri di cultura del mondo ellenistico e dell’impero romano, a produrre la prima grande scuola di esegesi cristiana della Bibbia. Qui aveva lasciato una grande impronta Filone, un colto giudeo contemporaneo di Gesù, il quale aveva spiegato le Scritture facendo largo uso della filosofia greca ed esprimendosi spesso con un’originale allegoria. Fu proprio questa a occupare un posto importante nell’interpretazione cristiana dell’Antico Testamento.

Clemente Alessandrino (+216) fu il primo a riprendere l’opera di Filone in senso cristiano, fondando la propria esegesi sull’esistenza di una specie di «gnosi» cristiana: accanto a un senso letterale della Scrittura c’è un senso recondito afferrabile solo da un’élite di credenti che ha raggiunto la vera «conoscenza». Per non cadere in speculazioni di tipo gnostico propone, nella sua opera Stromata, una regola imprescindibile: leggere l’Antico Testamento nel contesto dell’intera Scrittura come opera dello stesso Verbo e della tradizione della Chiesa (11,6,29).

Ma l’indiscusso maestro alessandrino è certamente Origene (+263), la cui esegesi della Bibbia influenzerà tutta l’interpretazione dei padri e il Medioevo latino. Suo primo merito è quello d’aver curato una notevole edizione critica del testo biblico, la famosa Exapla, testo in sei colonne che affiancano l’originale ebraico, la trascrizione greca dell’ebraico e diverse traduzioni greche. Nei suoi vari scritti e commentari alla Bibbia affronta i temi della «pienezza» dei libri ispirati, perché «non v’è in loro nulla che non discenda dalla Pienezza» (ler. 2,7) e della loro «efficacia» nel rendere partecipi delle verità di Dio, a differenza delle formule divinatorie del mondo pagano (Contra Celsum).

La sua intuizione più geniale è la teoria della «trasfigurazione cristologica dell’Antico Testamento». Il simbolismo della scena della trasfigurazione di Gesù è quello che Origene predilige per mostrare la continuità dei due Testamenti: Mosè ed Elia sul Tabor appaiono splendenti della gloria che irradia da Gesù; se qualche luce essi hanno diffuso nell’Antico Testamento, questi raggi provengono, come quelli dell’alba, già dal sole che sorgerà. Nella Bibbia abita un solo Spirito che è insieme l’autore del testo e il suo vero esegeta (Ex. 4,5). Per questo la lettura e la comprensione delle Scritture diventano il vero nutrimento dell’anima, che ha in essa un ingresso «progressivo», caro a Origene. Infatti, accanto a un senso «materiale» che è colto dai più «rudi», che si accontentano della pura narrazione, vi è un senso «psichico», al quale possono accedere i «progrediti» nella vita cristiana, per i quali la Scrittura indica la via della «perfezione». Al di sopra di tutti però vi sono gli «spirituali», ai quali è destinata l’allegoria, la cui sostanza è la stessa Trinità e l’incarnazione del Verbo.

Antiochia, un’altra grande metropoli, al nord della Siria, è un secondo centro importante di riflessione sul cristianesimo e quindi anche sull’Antico Testamento. Qui l’approccio alle Scritture segue metodi un po’ diversi da quelli alessandrini. Si pone grande attenzione al senso «letterale», per favorire il quale gli antiocheni premettono ai loro trattati ciò che noi oggi chiameremmo un’introduzione speciale, indicando autore, scopo dello scritto, tempo e luogo di composizione. «La storia», scrive Teodoro di Mopsuestia (+428), «è come il basamento e il sostegno delle investigazioni più elevate».

In polemica con l’allegoria alessandrina e i suoi rischi, la scuola antiochena sviluppa piuttosto una «tipologia»: fatti e personaggi della storia passata – afferma san Giovanni Crisostomo (+407), uno degli antiocheni più rappresentativi – sono «tipi» o «figure» di quelli che dovranno venire; e tuttavia è importante che i significati tipologici siano spiegati dalla Scrittura stessa, altrimenti si cadrebbe nella fantasia. È Gesù che attribuisce a sé la figura di Giona o del Servo; san Paolo presenta Sara e Agar come «tipi» delle due alleanze. Crisostomo dice anche che la Scrittura è una lettera indirizzata da Dio non solo a Israele, ma anche alla Chiesa e a tutta l’umanità, una lettera di tono affettivo che parla il linguaggio del ricevente per indirizzarlo alla visione di Dio.

I padri latini imparano a commentare la Scrittura dai padri greci. Con Ilario, Ambrogio e Agostino l’esegesi allegorica alessandrina raggiunge l’Occidente. Per Ilario (+362) tutto l’Antico Testamento non è che una sola grande figura: Adamo, Caino e Abele, Lamech e Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè… non devono essere considerati come tante figure diverse, ma come lineamenti e ritocchi di un’unica figura, il cui disegno si precisa sempre meglio dalle origini dell’umanità fino a Cristo (Tract. Myst. 2,14). Ambrogio (+397) non accorda alcun interesse al senso storico. Dai padri orientali egli accoglierà soprattutto il gusto per un simbolismo, che egli, nelle sue Omelie sulla Bibbia, porta alle massime espressioni, attribuendo significati simbolici a ogni persona e avvenimento e perfino ad animali, numeri e colori.

Gerolamo (+419) è giustamente considerato il padre dell’esegesi scientifica per il suo contributo di traduzione di tutta la Bibbia in latino, compito che lo tiene impegnato dal 389 al 405. Sottolinea l’importanza della conoscenza delle lingue ebraica e aramaica per comprendere le Scritture e la superiorità del testo originale sulla traduzione greca dei Settanta. Compera dagli ebrei i migliori manoscritti ebraici e li mette a confronto scegliendo – con il metodo della critica testuale – le Scritture che gli sembrano più vicine all’originale. La sua traduzione latina, detta «Biblia Vulgata», cioè tradotta per il volgo, ha dato alla Chiesa romana una traduzione ufficiale, che è stata fino all’era moderna l’unico testo di preghiera e di studio della Bibbia per tutto l’occidente cristiano. Il concilio di Trento ha dichiarato questa traduzione «autentica per la predicazione e le dispute teologiche» (DS 1503).

Sant’Agostino (+530), subito dopo la sua ordinazione sacerdotale, consapevole del carattere troppo profano della sua cultura, domanda al suo vescovo un po’ di tempo per conoscere le divine Scritture (Epist. 21,3) e giungerà a una tale conoscenza che pazienti eruditi hanno rintracciato nelle sue opere oltre 13 mila citazioni dell’Antico Testamento e più del doppio del Nuovo. Egli conosce i generi letterari classici e le tecniche interpretative, ma la sua prima preoccupazione, nella spiegazione delle Scritture, è quella di essere pastore più che uomo di scienza, quella di educare il popolo cristiano, di edificare la Chiesa. Nel suo De doctrina christiana, dove espone i principi interpretativi della Scrittura, afferma che lo scopo principale dello studio della Bibbia è la carità. Questa va cercata anche nei passi e nelle situazioni dell’Antico Testamento, perché bisogna leggere l’Antico Testamento con occhi cristiani. Allora alla luce di Cristo e della Chiesa, si libera dalla Scrittura quel «sensus plenior», il senso più pieno, che nutre l’anima credente.

Il Medioevo cristiano ha conosciuto una grande attività scritturistica, anche se nei principi interpretativi non si registrano progressi degni di nota. Un famoso distico in lingua latina, composto dal domenicano Agostino di Dacia (+1282), si limita a codificare i principi interpretativi già utilizzati dai padri antichi, distinguendo quattro sensi, che sono accolti e utilizzati da tutto il Medioevo: «Littera gesta docet, quid credas allegoria / moralls quid agas, quo tendas anagogia». Cioè: il senso «letterale» di un testo ti presenta i fatti; il senso «allegorico» ti insegna ciò che devi credere; il significato «morale» ciò che devi fare, mentre il senso «anagogico» ti mostra la direzione verso cui tendere.

Il rapporto del Medioevo con la Bibbia ha due facce. La prima, che rappresenta l’aspetto nuovo, è il sorgere delle scholae cathedralis, che diventeranno le universitates, dalle cui cattedre si spiega la sacra pagina; si compongono catenae, scelta di passi patristici che commentano brani della Bibbia. In questi centri scientifici si dà importanza quasi esclusiva al senso letterale, come nella scuola dell’abbazia di San Vittore, fondata a Parigi nel 1110, dove si ravviva l’interesse per la lingua ebraica, fatto importante se si pensa che dai tempi di san Gerolamo la Chiesa d’Occidente non aveva avuto uomini capaci di studiare l’Antico Testamento in lingua originale. Nell’interpretazione prevale il metodo scolastico che, sulla scia di Aristotele, intende la teologia come scienza e quindi anche nelle cose della fede vuole indagare sul gioco delle cause. A questo metodo si rifaranno san Tommaso d’Aquino (+1270), Nicola di Lyra (+1349), Ruggero Bacone (+1292) e altri notevoli personaggi. Ma non darà i frutti sperati. E vero che la Scolastica si riferisce sempre alla Bibbia, ma, se nei padri essa era il testo da spiegare, ora essa è il testo per giustificare e spiegare le quaestiones filosofiche.

Su un altro versante, soprattutto nei monasteri, prevale la lectio divina che segue sostanzialmente l’interpretazione allegorica e spirituale dei padri, aggiornata da autori come Beda (+735), Rabano (+856), Ruperto (+718). Parallelamente anche la predicazione ai fedeli predilige molto l’interpretazione allegorica, riscontrabile, verso la fine del Medioevo, anche nelle arti figurative e nella letteratura secolare (si pensi a Roman de la Rose). Il Medioevo si chiuderà con l’allegoria ancora dominante in scrittori come Meister Eckhart (+1328), Jean Gerson (+1429), Dionigi il Certosino (+1471).

All’inizio dell’età moderna nasce un nuovo tipo di teologia che vuole portare rimedio alla scolastica decadente. Le critiche vengono da ambienti spirituali e riformatori, da eminenti umanisti quali Erasmo da Rotterdam, dai protestanti in aperta rottura con la Chiesa cattolica. Tutti accusano la Scolastica di essere separata dalla Scrittura, dalla vita spirituale e pastorale.

Lutero (+1546) e gli altri grandi riformatori, quali Calvino (+1564), Zwingli (+1531), Melantone (+1560) si appellano al principio sola Scriptura: la Scrittura, cioè, rende testimonianza a se stessa; non è la tradizione della Chiesa che autentica la Bibbia, ma è la Bibbia che autentica la Chiesa (Lutero, WA, 1,119,23). È lo Spirito che interpreta la Bibbia, ma lo Spirito che esce dalla lettura della Bibbia stessa. L’interpretazione che Lutero dà all’Antico Testamento è cristocentrica: l’Antico Testamento si interpreta con l’«analogia della fede». Abolisce la distinzione troppo rigida tra legge e vangelo: anche l’Antico Testamento può essere «vangelo» quando non «obbliga» ma «indica» come si deve credere; al contrario il Nuovo Testamento può essere «legge» quando «minaccia e comanda». Sotto questo profilo l’Antico Testamento è il libro di Cristo; come legge indica Cristo perché ci fa conoscere le nostre miserie; come «promessa» guarda avanti a Cristo e alla sua Chiesa.

In risposta, il mondo della teologia cattolica, accogliendo le critiche alla Scolastica, volle operare un ritorno alla Scrittura e alla tradizione, soprattutto servendosi del metodo filologico, storico e critico. Purtroppo questo obiettivo è stato viziato da una preoccupazione apologetica, cioè di dimostrazione e difesa dell’ortodossia cattolica, con dimostrazioni forzate che dimenticavano la ricchezza enorme della Scrittura. A fianco di questa istanza polemica, l’esegesi cattolica rinascerà anche come esegesi spirituale, soprattutto sotto la bandiera del giansenismo, con Pascal ad esempio, anche grazie all’influsso sempre vivo dei padri. Ma è doloroso pensare che, in campo cattolico, la riflessione teologica sulla Bibbia non avrà più novità da esprimere fino al nostro secolo e soprattutto fino al concilio Vaticano Il.

L’epoca moderna, dominata dall’illuminismo, da un lato mette in crisi i criteri classici dell’interpretazione biblica, dall’altro obbliga a percorrere vie di ricerca più scientifiche. B. Spinoza (+1677), ebreo scomunicato dalla Sinagoga, scrive che anche nell’interpretazione della Sacra Scrittura occorre applicare il metodo d’interpretazione della natura che consiste «nell’ordinare l’indagine, cosicché dall’osservazione di dati sicuri si traggono conclusioni sulle realtà naturali». In altre parole anche nella Bibbia si doveva cercare la religione razionale, escludendo tutto ciò che sembrava in contrasto con la ragione.

Sarà soprattutto il mondo protestante riformato ad assimilare queste istanze dell’illuminismo e ad applicarle allo studio della Scrittura, in prestigiose università, da dell’Antico Testamento. Solo nei secoli XI-XII nascerà il libro completo per la messa, detto Messale, che unisce il lezionario con il libro delle orazioni per il sacerdote. Fu la «clericalizzazione» della messa; il Messale divenne il libro del sacerdote che «diceva tutta la messa», appropriandosi anche delle letture prima riservate ai lettori.

Si dovette attendere il concilio Vaticano Il e la successiva riforma liturgica attuata da Paolo VI, perché la parola di Dio ritornasse a essere proclamata abbondantemente nelle celebrazioni. «La mensa della Parola sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza», «vengano loro aperti ampiamente i tesori della Bibbia», «la parola di Dio sia ascoltata con venerazione analoga a quella tributata al Corpo di Cristo»: sono tutte significative espressioni conciliari. Quanto all’Antico Testamento, si apprezzerà molto il fatto che esso venga restituito con abbondanza e organicità alla proclamazione liturgica, se si pensa che prima del concilio solo in due o tre feste Epifania, Immacolata…) veniva letto un brano dell’Antico Testamento. Ora, solo nel ciclo triennale delle domeniche, è dato di ascoltare circa 170 letture dell’Antico Testamento, riuscendo a comporre un mosaico sufficientemente completo.

La scelta dell’Antico Testamento nella liturgia cristiana è stata fatta in base a un principio: l’unità dei due Testamenti intorno al loro principio supremo, Gesù Cristo. La lettura dell’Antico Testamento ridona alla fede cristiana la sua dimensione storica; al tempo stesso orienta al suo vertice il vangelo, che ne è, di volta in volta, rimando, continuità, superamento oppure compimento. Può illuminare l’espressione di sant’Agostino: «In Veteri Testamento Novum latet et in Novo Vetus patet»: «Nell’Antico Testamento si cela il Nuovo; nel Nuovo si manifesta l’Antico» (Quaest. in Ev. 73).

C’è un altro aspetto per il quale l’Antico Testamento s’incontra in modo fecondo con la liturgia cristiana: sono i numerosi e ricchi simboli liturgici ricorrenti soprattutto nei sacramenti dell’iniziazione cristiana: battesimo, cresima, eucaristia. Essi presentano una tipologia biblica meravigliosa, attestata parallelamente dall’arte paleocristiana e illustrata dai padri della Chiesa. (…)

Le feste. Non possiamo dimenticare che molte feste della liturgia cristiana sono mutuate dalla tradizione ebraica: la Pasqua, la Pentecoste, il sabato. Questo è sostituito dalla domenica cristiana, la quale tuttavia sembra mantenere i significati originari, rivissuti nella luce del Cristo: la consacrazione del riposo inteso come culto a Dio e quella del tempo, collegato con l’eternità dalla risurrezione di Gesù.

Può l’Antico Testamento, Parola con la quale Dio ha parlato all’antico popolo dell’alleanza, orientare ancora la vita del cristiano? Si, a patto che sia letto nella luce del Figlio, che è la Parola stessa in pienezza, come suggerisce la lettera agli Ebrei (1,1). È questo il cammino percorso da una vastissima tradizione di spiritualità cristiana, che ha espresso frutti di santità. Organizziamo i pochi accenni che ci sono consentiti in due percorsi: l’uno diacronico e l’altro sincronico o tematico.

La lettura spirituale

Ripercorrendo la storia della vita cristiana constatiamo un fatto: il nutrimento diretto del cristiano alla Sacra Scrittura, e quindi l’influenza che questa esercita sulla spiritualità, è più abbondante nei primi secoli e si va progressivamente attenuando nel cammino verso l’età moderna. Faremo dunque riferimento soprattutto ai primi secoli.

Nell’età apostolica la Didaché ripropone al cristiano il tema delle «due vie», caro alla tradizione deuteronomista, ripresentando un decalogo arricchito di sfumature cristiane, mentre la Lettera di Barnaba invita a una rilettura cristiana dell’Antico Testamento, le cui promesse adempiute da Gesù possono fecondare la vita del credente. Origene da parte sua, commentando la Bibbia, si fa maestro di vita cristiana collegando i vari temi e simboli dell’Antico Testamento al tema dell’ascesa dell’anima, per tappe successive, verso il cielo.

La lettura della Bibbia ebbe un ruolo decisivo nella conversione di sant’Agostino, come egli ricorda nel libro VII delle Confessioni, e diventerà non solo costante motivo di meditazione e di preghiera, ma, in Agostino pastore e vescovo, anche imprescindibile riferimento per la formazione della vita cristiana.

Anche il monachesimo sviluppa una spiritualità che per molti aspetti è debitrice all’Antico Testamento. È un nuovo tipo di vita spirituale che, dal secolo III, si sviluppa a partire dall’Egitto, dalla Siria e dalla Palestina e, con san Benedetto, in Occidente. Grandi maestri come Basilio (+379), Macario (+390), Benedetto (+547) insegnano a dedicarsi alla lettura quotidiana e alla meditazione (lectio) della parola di Dio. I Salmi diventano nutrimento della vita quotidiana, mentre la regola ingiunge che la Bibbia occupi e nutra la vita dei monaci per tutta la giornata.

Il basso Medioevo è ancora tutto orientato alla meditazione della Scrittura. San Gregorio Magno (+604) vi cercherà soprattutto il senso mistico, quello colto solo dal contemplativo. La Bibbia è per lui risposta universale all’uomo (Comm. a Giobbe), specchio del cristiano (Comm. a Ezechiele), divina pedagogia e canto nella notte (Comm. al Cantico). Sulla stessa scia contemplativa si porrà san Bernardo per il quale tutto ha senso nella Scrittura, perché l’Antico Testamento è in stretta unione con il Nuovo e prende il suo valore da Cristo. Il senso vero può essere colto solo in una riflessione «fatta con amore»: allora la lettura della «sacra pagina» garantirà i suoi frutti (Comm. al Cantico).

Dal XIII al XV secolo è interessante notare come, a supplire l’aridità di certe dispute scolastiche, nascono istanze pressanti che richiedono sempre più, a colui che studia e insegna la Bibbia, la santità di vita. Né possiamo dimenticare in questo periodo l’influenza della Sacra Scrittura sulle diverse manifestazioni della vita religiosa: la predicazione, che trova nuovo sviluppo sia per il sorgere di nuovi ordini religiosi come i francescani e i domenicani, sia perché indirizzata al popolo in lingua volgare. Nascono così testi della Bibbia abbreviati, adattati e illustrati per il popolo. I più celebri sono la Biblia pauperum e lo Speculum humanae salvationis, redatti in Germania e divenuti molto popolari. Essi hanno contribuito molto ad alimentare la spiritualità cristiana popolare, diffondendo una corretta immagine dell’Antico Testamento, già nella stessa disposizione delle raffigurazioni: ogni scena del Nuovo Te- stamento è inquadrata o accostata a una prefigurazione del-l’Antico.

La stessa funzione educativa della spiritualità del popolo cristiano è assolta dall’arte che trova le sue espressioni nelle sculture, negli affreschi, nelle vetrate e nella stessa configurazione architettonica delle cattedrali: qui i grandi cicli tratti dall’Antico Testamento, spesso spiegati come prefigurazioni della Nuova Alleanza, si offrono in tutto il loro splendore alla meditazione e alla contemplazione.

Vogliamo concludere questo viaggio veloce nella storia della spiritualità cristiana con un accenno a san Giovanni della Croce (+1591). Nella grande fioritura di santità dell’epoca moderna scegliamo questo santo perché, pur avendo una spiritualità cristocentrica, utilizza molto il linguaggio simbolico dell’Antico Testamento per esprimere il cammino ascetico dell’anima: il tema delle nozze spirituali, la salita sul monte, il tema della nube che svela e nasconde il Dio inaccessibile sono solo alcuni dei linguaggi espressivi del mistico spagnolo. Per lui il linguaggio della Bibbia è espressione dell’ineffabile. Nella Salita al monte Carmelo, in Fiamma viva d’Amore, nel Cantico spirituale cerca nella Bibbia il Dio d’amore, sapendo che nell’itinerario spirituale Dio interviene solo per amore, anche quando fa soffrire. Anzi, spesso è proprio attraverso una conoscenza oscura e tenebrosa che si entra in comunione con il Dio d’amore (La Notte oscura).

Non possiamo poi dimenticare alcuni temi spirituali che, nati con la Prima Alleanza e riletti nella luce del Cristo, hanno esercitato grande fascino sulla mistica cristiana. (…)

L’apporto del magistero

Il magistero, che intendiamo come intervento ufficiale della Chiesa, fino al nostro secolo aggiunge ben poco alla ricchezza di studi e di riflessioni vive sull’Antico Testamento che abbiamo esposto in queste pagine. Anzi, leggendo i testi ufficiali degli interventi magisteriali, si ha l’impressione di una certa aridità. Solo nella seconda parte del nostro secolo, e in particolare con il concilio Vaticano Il e il magistero successivo, si sente nei documenti ufficiali il respiro profondo delle Scritture.

Non abbiamo interventi magisteriali rilevanti circa la Bibbia, e in particolare l’Antico Testamento, fino al concilio di Firenze (1439), dove avviene il tentativo di superare le divergenze tra Chiesa romana e bizantina. Per la prima volta in un documento magisteriale è data la ragione della «divinità» dei libri biblici, usando il vocabolo «ispirare». Si elenca il nome dei libri biblici confermando il canone del III concilio di Cartagine (397).

Il concilio di Trento invece, aperto nel 1545, si interessa della Scrittura per controbattere il neonato protestantesimo. Contro le contestazioni dei riformatori afferma il valore della «tradizione» e definisce che il «vangelo» è contenuto «nei libri scritti» e, «senza scritto, nelle tradizioni» che la «Chiesa venera con pari affetto e reverenza». «Nessuno», afferma, «può distorcere quel senso e l’interpretazione della Bibbia. Nessuno osi interpretare le Scritture andando contro il consenso unanime dei padri».

Il periodo che va dalla seconda metà dell’Ottocento all’inizio del nostro secolo è caratterizzato soprattutto da una reazione del magistero contro l’esasperato razionalismo e positivismo che, anche nell’interpretazione della Bibbia, vuole imporre le proprie regole. Da un lato, il concilio Vaticano I (1869-1870) si erge contro coloro che impugnano la realtà del soprannaturale e afferma che i libri biblici sono ispirati dallo Spirito Santo, hanno Dio per autore e si possono comprendere solo alla luce della tradizione viva della Chiesa. D’altro lato, il papa Pio X, all’inizio del nostro secolo, prende netta posizione contro il modernismo, movimento che, nel desiderio di conciliare la fede cristiana con le domande del mondo moderno, troppo concedeva, secondo il pontefice, allo spirito razionalista e a una mentalità «protestante». L’intervento, dettato da valide ragioni, ebbe però l’effetto di mettere molti freni alla ricerca degli esegeti cattolici.

Alcune aperture si possono vedere nelle encicliche Providentissimus Deus (1893) di Leone XIII, che raccomanda lo studio delle lingue orientali, dell’arte critica e delle scienze soprannaturali per uno studio più corretto della Scrittura, e Divino afflante Spiritu (1943) di Pio XII, che dà nuovo incentivo alla ricerca di esegeti cattolici, sottolineando l’importanza dei generi letterari, delle traduzioni dalla lingua originale, della critica testuale e storica, del ricorso all’archeologia per creare armonia tra esegesi e scienza. L’enciclica preparerà il terreno per una fioritura di studi biblici.

Notevole è il contributo dato dal concilio Vaticano II per una riflessione sul significato della Sacra Scrittura per la Chiesa e per riportarla al centro della vita cristiana. La costituzione Dei Verbum sulla divina rivelazione afferma che la Chiesa trae la sua certezza non solo dalla Scrittura, ma anche dalla tradizione, intesa come una realtà viva e sempre in crescita (n. 9). Il magistero ecclesiale interpreta ambedue: non è sopra la parola di Dio, ma la serve, l’ascolta, la espone e la trasmette (n. 10). La Sacra Scrittura deve essere dunque letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito Santo mediante il quale è stata scritta: un singolo passo della Bibbia si interpreta «con tutta la Bibbia», ma anche in una dimensione di fede. Riguardo all’Antico Testamento, la Dei Verbum afferma che esso è parola di Dio come il Nuovo e ha un valore perenne nell’economia della salvezza (n. 14). Benché contenga alcune cose temporanee e imperfette, tuttavia esso indirizza, attraverso varie «tipologie», verso l’avvento di Cristo.

Non possiamo infine dimenticare due ultime espressioni del magistero che interessano direttamente la Sacra Scrittura. Si tratta delle esortazioni apostoliche Evangelii nuntiandi di Paolo VI e Catechesi tradendae di Giovanni Paolo Il. In ambedue c’è una nuova acquisizione: si tratta del problema della «inculturazione». La Chiesa, nella sua missione evangelizzatrice, si preoccupa del passaggio dalla cultura dell’Antico e del Nuovo Testamento alle nuove culture delle Chiese locali sparse in tutta la terra. Riconosce che anche l’uomo moderno, lontano dall’essere appagato della sola ragione, ha bisogno del linguaggio espressivo dei simboli, attraverso cui la Bibbia sembra avere ancora molto da dire all’uomo di oggi. Non si potrà parlare di «demitizzazione» o di «desimbolizzazione», come voleva una certa cultura razionalista, senza impoverire la forza comunicativa del linguaggio biblico e forse la sua stessa verità.

http://www.gesuitibari.it

Tratto da
Guida alla lettura della Bibbia.
Approccio interdisciplinare all’Antico e al Nuovo Testamento

San Paolo Edizioni (1995)

 

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Questa voce è stata pubblicata il 19/04/2018 da in Fede e Spiritualità, Guida alla lettura della Bibbia, ITALIANO con tag .

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