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L’Africa invasa da armi «Made in China»

Due terzi degli Stati fanno affari con Pechino, che sta scalzando Mosca. Malgrado i problemi di qualità, la Cina propone dispositivi “low cost” che fanno gola ai governi locali

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Francesco Palmas domenica 22 aprile 2018

È un gigante economico africano, con 180 miliardi di dollari di profitti e oltre 10mila aziende attive. Parliamo della Cina, che sta proiettando sul continente nero tutta l’esuberanza della sua crescita globale, fra business, affari e diplomazia semi-armata. Pechino si appresta a diventare infatti una sorta di braccio militare del continente nero. Lo confermano le manovre di “soft power”, le operazioni militari sotto l’egida dell’Onu e gli oltre sei miliardi di dollari fatturati in vendite di armamenti. Due terzi dei Paesi africani hanno ormai in dotazione armi cinesi, accompagnate da più di 24 addetti militari dislocati nelle ambasciate. La crescita è impressionante. L’ultimo rapporto dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace, edito a Stoccolma a inizio marzo, parla chiaro. Pechino tallona ormai la Russia come principale esportatore di sistemi d’arma complessi all’Africa subsahariana. Fra il 2013 e il 2017 ha coperto il 27% del mercato degli armamenti locale, contro il 16% del quinquennio precedente. Il che significa un incremento del 55%. Malgrado i soliti problemi di qualità, Pechino propone armi “low cost”, che fanno gola ai bilanci contenuti dei governi africani e al formato tradizionale dei loro eserciti. I cacciabombardieri leggeri JF-17 stanno andando a gonfie vele. Costano la metà di un omologo occidentale. Anche i droni «Made in China» stanno fagocitando intere fette di mercato, a dispetto delle critiche della Nigeria per gli scarsi risultati ottenuti nelle battaglie contro Boko Haram. La Cina di Xi Jinping sta crescendo nei servizi post vendita. Ha rivisto parzialmente la politica di non-ingerenza negli affari interni degli altri regimi. Lo si vede benissimo nei conflitti attuali. Le armi leggere sono vendute senza troppi vincoli. Sono ormai diffuse a macchia d’olio sull’intero continente. Combattono in conflitti e aree turbolente in Repubblica democratica del Congo, Sudan, Sud Sudan e Centrafrica.

Pechino si fa beffe degli embarghi militari occidentali in Zimbabwe, in Guinea Equatoriale e in Burundi. Non ci sono diritti umani insormontabili alla vendita di armamenti. Un po’ come fa l’Occidente in Yemen, Pechino sente di avere le mani libere. Sta investendo massicciamente nella creazione dell’industria bellica africana. Ha già dato un contributo enorme alla fondazione del complesso militare sudanese ed etiope. In piena guerra civile, non ha battuto ciglio nell’installare una fabbrica di armi leggere a Khartum, replicando poi la mossa in Mali e in Zimbabwe.

Nell’ultimo Paese ha giocato un ruolo oscuro durante il golpe contro Robert Mugabe. I suoi blindati erano presenti negli scontri, anche perché la Cina esercita da anni una forte influenza sul paese. Guarda caso, il primo contratto dell’era post-Mugabe non ha tardato ad arrivare, siglato istantaneamente a fine 2017. Accorda un prestito di 153 milioni di dollari ad Harare, per modernizzare l’aeroporto capitolino e favorire lo sviluppo del turismo.

Che cosa dobbiamo dedurne? Le manovre di Pechino sono chiare. Tutti i contratti bilaterali per la vendita di armi fanno parte di un pacchetto più ampio di partenariati economici e di sviluppo. Una strategia adottata su scala continentale, almeno dal 2015, quando Xi ha promesso un piano di investimenti da 60 miliardi dollari, che potrebbero salire a 100. I beneficiari non si fanno troppe illusioni. Sanno benissimo che la Cina opera per tornaconto, non per filantropia. Ma sono pragmatici e apprezzano il fatto che abbia i mezzi finanziari delle sue ambizioni politiche, contrariamente a partner storici come la Francia. I prestiti e i doni sono strettamente vincolati al rientro delle risorse investite, a tutto profitto delle aziende coinvolte. La Cina toglie con un mano e con l’altra mitiga. Se l’impronta militare si espande pericolosamente, si accompagna a un impegno maggiore nelle operazioni delle Nazioni Unite, da sempre vettore e vetrina di proiezione diplomatica. Pechino utilizza il peacekeeping anche per far addestrare gli uomini in scenari di combattimento reali, irretendo ancor più nelle proprie maglie i militari e le elite governative africane. È il secondo contributore assoluto alle operazioni di pace dell’Onu. Ha 2.500 uomini schierati in Africa, dove svolge l’80% delle sue missioni, fra Sudan del Sud, con un migliaio di soldati; Darfur con più di 300 uomini e quattro elicotteri da trasporto; Mali con 400 soldati e Repubblica democratica del Congo, con un po’ meno di 250 uomini, assegnati alla Monusco.

Altra novità inedita è la presenza sempre maggiore di personale femminile, che cresce con la cooperazione. La qualità dei corsi di formazione per i militari dell’Africa francofona sta facendo passi da gigante. Gli ultimi “stage” sono partiti ad agosto 2017, per forgiare alle operazioni di pace 17 ufficiali superiori degli eserciti di Angola, Gibuti, Kenya, Liberia, Namibia, Tanzania, Uganda, Zambia e Zimbabwe. Un modo per divulgare le dottrine cinesi. La base di Gibuti, attiva dall’anno scorso, sta semplificando la logistica delle operazioni. Serve da trampolino di lancio per le evacuazioni dei connazionali in caso di crisi e per azioni di controterrorismo, proiezione di forze speciali e unità paracadutiste. Forze utili anche alla protezione dei flussi di materie prime strategiche, che si tratti del petrolio proveniente dall’Angola, dal Sudan, dal Sud Sudan e dalla Nigeria, del platino dello Zimbabwe, della bauxite guineana, del rame dello Zambia, del ferro mauritano e del famigerato cobalto del Congo e dell’Africa del Sud.

Gibuti segna per la Cina la fine dell’era neutralista di Bandung. La issa al rango di potenza militare globale, con capacità di proiezione oltremare, in una vetrina in cui dominano, forse ancora per poco, i francesi, gli americani e i giapponesi. Mette Pechino in condizione di influenzare i traffici del canale di Suez, in una sorta di controllo indiretto, già suggellato dalla relazione privilegiata con l’Egitto, unico partner africano, insieme al Sudafrica, a godere dello status aureo nei rapporti con la Cina. Non paga, Pechino punta a nuove infrastrutture militari. Si parla della Namibia e della Costa d’Avorio, ultimi arruolati alla «pax sinica».

Perché la Cina punta ad espandersi. Ha già appoggi portuali in Tanzania e lungo il litorale est-africano. Gibuti è solo una tappa intermedia verso altri lidi, lungo l’asse per l’Africa del-l’Est, l’Africa australe e il Maghreb, aree di gravitazione principale dei commerci pan-africani cinesi e prime mete dei suoi investimenti diretti all’estero. Le infrastrutture stanno galvanizzando la relazione sino-gibutina, ben oltre i confini nazionali, con la ferrovia per Addis Abeba, i porti container, mineraliferi e le zone franche della Djibouti Silk Road Station, da cui si dirameranno strade, autostrade, un aeroporto, scuole e uffici amministrativi.

Qui convergeranno i flussi di merci e capitali cinesi verso l’Etiopia, il Sudan, forse il Kenya e gli altri Paesi del Mercato comune dell’Africa orientale e australe, parte dei grandiosi progetti di Nuova via della Seta. Punto di partenza di un corridoio est africano ancora in itinere, Gibuti sarà il perno cinese fra mondo arabo, africano e asiatico, lungo la rotta per Suez e Venezia. Anche a questo servono i programmi oceanici della Marina cinese, in piena rivoluzione copernicana.

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Questa voce è stata pubblicata il 23/04/2018 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , .

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