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Oggi, Giornata della memoria per il genocidio armeno

Catholicos armeno ai turchi: restituire chiese e proprietà, primo passo per sanare il genocidio


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Il Catholicos di Cilicia Aram I afferma che i danni derivanti dalla tragedia vanno riparati secondo diritto e convenzioni. In primis riconsegnando la proprietà di “migliaia di chiese, monasteri, scuole e centri, oggetti culturali e spirituali”. Tuttavia Ankara continua ad “alzare il tono” della minaccia. Il ricordo degli armeni in Libano; il silenzio e la paura di quanti vivono in Turchia. Il ritorno alla fede di molti armeni, in passato educati all’islam. Il genocidio frutto di un progetto razzista dei Giovani turchi.

Beirut (AsiaNews) – La “richiesta legittima” del popolo armeno non è solo “il riconoscimento del genocidio”, ma che “vengano riparati” i torti subiti in base “alle convenzioni internazionali e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo”. È quanto chiede, in una lunga riflessione affidata al quotidiano francofono libanese L’Orient-Le Jour, il Catholicos di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena Aram I, in occasione della giornata della memoria per il genocidio armeno. “In qualità di capo spirituale – prosegue il vescovo – chiedo alla Turchia perché migliaia di chiese, monasteri, scuole e centri, oggetti culturali e spirituali [armeni] sono tuttora espropriati illegalmente dalle autorità […] e perché la Corte costituzionale non prende nemmeno in esame il ricorso presentato”.

La riflessione del capo della Chiesa apostolica armena giunge in concomitanza con le celebrazioni che le comunità armene nel mondo hanno organizzato per i 103 anni dall’inizio del “genocidio”. Un termine che la Turchia nega ancora oggi con forza, proibendo manifestazioni sul proprio territorio e minacciando ritorsioni diplomatiche e commerciali contro quei governi che lo riconoscono e ne sostengono la causa.

Nella notte fra il 23 e il 24 aprile del 1915 vennero arrestati intellettuali, scrittori, pensatori di etnia armena per mano degli uomini dell’impero ottomano: il momento che segna l’inizio del genocidio. Vennero raccolti, negli anni, oltre un milione di armeni, costretti a lunghe marce che portarono alla loro morte, per fame, fatica e percosse.

In occasione del centenario, nel 2015, anche papa Francesco era intervenuto con parole durissime, sottolineando che quello degli armeni è stato “il primo genocidio del XX secolo”. Anche in quel frangente si era sollevata la protesta del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che si era spinto a “minacciare” il pontefice e bollare come “assurdità” le sue parole.

Per il Catholicos Aram I la restituzione dei luoghi di culto e delle proprietà armene da parte di Ankara potrebbe essere il primo passo per un vero atto di riparazione, perché non basta più il semplice riconoscimento. “Ogni volta che un Paese pronuncia una parola a favore del genocidio armeno – prosegue – o erge una scultura che lo rappresenta, la Turchia alza il tono della minaccia”.

In realtà, avverte il vescovo, “la stessa società civile turca ha cominciato a chiamare questa pagina nera della sua storia con il proprio nome: genocidio”, un crimine “contro un popolo” che “non può essere dimenticato” ed è compito di Ankara “rivedere la sua politica negazionista” che non potrà “durare in eterno”. Al riconoscimento, precisa, deve seguire “la restituzione delle chiese e dei monasteri” secondo “il diritto internazionale”.

Infine, Aram I ringrazia “i nostri fratelli e sorelle arabi, cristiani e musulmani, che hanno accettato i nostri orfani e sopravvissuti”. Perché il genocidio armeno, conclude, “non ha motivi religiosi” e “la coesistenza fra nazioni, religioni e culture in questo mondo caratterizzato dal pluralismo e dall’interdipendenza è una necessità”.

Oggi la diaspora degli armeni è presente in 36 Paesi nel mondo. Una delle comunità più consistenti e numerose si trova in Libano, dove conta oltre 140mila persone, oltre che un gran numero di scuole e istituzioni. Nella serata di ieri migliaia di armeni hanno partecipato a una marcia della memoria partita da Bourj Hammoud e conclusa ad Antélias, periferia nord della capitale, dove sorge la sede del Catholicos di Cilicia.

Fra i sostenitori dell’iniziativa vi erano anche i leader dei tre principali partiti armeni del Libano: Tachnag, Hentchag e Ramgava. Durante gli interventi sul palco al termine della marcia i capi partito hanno richiamato la Turchia al riconoscimento delle proprie responsabilità e rivendicare l’appartenenza storica e culturale a un Paese e a un popolo. Ancora oggi, infatti, l’identità armena resta salda fra quanti vivono in Libano come sottolinea il 73enne Kasbi Kassabian, secondo cui “se dimentichiamo, finiremo per scomparire. Ma la collera, quella non andrà mai via, dovrà essere trasmessa di generazione in generazione”. Come lui stesso ha già fatto con la nipote di tre anni.

Ben diversa, invece, la situazione degli armeni che vivono in Turchia, la cui comunità si concentra nell’area curda di Diyarbakir, nel sud-est del Paese, area teatro di una feroce repressione del governo di Ankara contro i leader [curdi] locali. All’inizio del XX secolo il 50% degli abitanti erano armeni; oggi sono rimasti poco meno del 20%. E oggi, 24 aprile, per il timore di repressioni turche non si riuniranno nemmeno a ricorda “la grande catastrofe”.

Esponenti della comunità armena di Diyarbakir, dietro anonimato, riferiscono che i curdi hanno avviato un percorso di revisione e iniziano a considerare la richiesta di perdono “non un favore, ma un dovere”. Tuttavia, il negazionismo turco resta e pesa sul futuro della comunità curda nel Paese, che vive sempre più nell’anonimato, soprattutto negli ultimi tre anni in seguito al nuovo conflitto fra curdi e turchi e alla campagna di repressione di Ankara in seguito al fallito golpe del luglio 2016.

Un fatto interessante è che molti armeni che al tempo sono stati accolti o resi schiavi dai curdi, e fatti musulmani, ora riscoprono le loro origini etniche e religiose, ritornando alla fede cristiana. Va anche sottolineato che – come afferma il Catholicos Aram I – “il genocidio armeno non è stato motivato da ragioni religiose. Da secoli il popolo armeno ha coabitato con l’islam nella pace e nel rispetto mutuo in Armenia e Cilicia. Gli armeni, i cittadini dell’impero ottomano-turco sono stati vittime di un progetto razzista di panturianesimo dei ‘Giovani turchi’”.

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Questa voce è stata pubblicata il 24/04/2018 da in Attualità sociale, ITALIANO con tag , , .

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