Gloria Riva
Avvenire 
giovedì 19 aprile 2018
Era già successo. Avevamo già visto scene di civili massacrati, bambini sottratti dalle braccia delle Madri e uccisi. Avevamo già visto esseri gravemente disabili eliminati per pulizie etniche. Avevamo già visto tutto. Eppure continuiamo a farlo. Sì, avevamo visto e Picasso l’aveva anche dipinto. Guernica, sua celebre opera, simbolo del pacifismo mondiale, è in realtà il grido angoscioso contro la violenza. Nel 1937 la Spagna, come del resto l’intera Europa, viveva forti tensioni politiche dovute ai due totalitarismi: nazionalsocialismo e comunismo. In quello stesso anno, e precisamente il 26 aprile, la città basca di Guernica viene rasa al suolo da una serie di bombardamenti operati dai tedeschi. Era lunedì, giorno di mercato, e la gente affollava quietamente strade e piazza, l’attacco fu del tutto gratuito e insignificante dal punto di vista bellico, ebbe l’unico scopo di terrorizzare la popolazione civile che venne letteralmente sterminata. Di fronte alle immagini diffuse dai giornali Picasso fu preso da un raptus creativo e in pochissimo tempo realizzò la straordinaria opera di Guernica sotto l’occhio della macchina fotografica di Dora Maar, all’epoca amante dell’artista. Abbiamo così la possibilità di conoscere, quasi alla moviola, la sequenza delle immagini nate dalla mano dell’artista spagnolo.
Il primo fu il toro a cui fece seguito la donna urlante della parte sinistra del telero e poi via via nacquero le altre scene che formano un carosello di sette drammatiche immagini che sono un grido e una denuncia. Picasso tenterà di arricchire l’opera di colore. Ne studierà alcune parti, desistendo poi definitivamente dall’intento. Il colore con la sua forza persuasiva è già un’interpretazione della realtà, il bianco e il nero, invece, esprimono da sempre l’opposizione dei contrari: la somma dei colori e la negazione della luce.
A sinistra, proprio sotto il toro, simbolo di una violenza cieca e gratuita, sta una donna straziata dal dolore per il figlio morente fra le sue braccia. Una Pietà michelangiolesca (a cui si era ispirato l’artista) tutta umana. Accanto a essa un soldato caduto sotto le bombe, che tiene nella mano destra un fiore, desiderio di rinascita e di pace.
Ecco: siamo un mondo in bianco e nero. Non abbiamo più colore. Abbiamo negli occhi le straordinarie immagini superdefinite, negli infinitesimali pixel che ricostruiscono la realtà più viva e più bella di quanto non la percepisca l’occhio nudo, eppure siamo ogni giorno protagonisti di una nuova Guernica. Non basteranno le lacrime per piangere sui nostri errori. Non basteranno le bende per fasciare le nostre ferite.
Ma c’è un occhio che vede e che tutto giudica, senza infingimenti e strumentalizzazioni. Picasso nella sua assoluta laicità ha sentito il bisogno di metterlo, l’occhio di Dio, ridotto a lampadario. Si faceva eco, così del grido di molti: dov’è Dio in tutto questo? Elie Wiesel avrebbe potuto rispondere con le parole di quell’ebreo incontrato ad Auschwitz nel giorno dello Yom Kippur: Dio è là. Sì, Dio è là nella Siria tormentata, nei piccoli Alfie e Lambert uccisi da uno statalismo senza cuore. Nemmeno la voce del Papa ha potuto qualcosa. Nemmeno la voce di Dio può. Perciò Dio si lascia ferire, ma il giorno della risurrezione, come il fiore di Picasso messo in mano al Soldato, sarà il giorno del rovesciamento. Tormento per molti e gioia per coloro che non avranno cessato di pregare e di vedere che Dio è là nelle ingiustizie e nelle barbarità umane.