COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Dal tesoro dello scriba (3)

obolo-della-vedovaOgni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). Con questa rubrica di FP vorremmo portare alla luce delle perle nascoste, tra scaffali impolverati e parole svolazzanti, che possiedono una particolare e perenne ricchezza spirituale. Un’opportunità per convivere con delle persone dove il divino è di casa.

“Attesa di Dio” di Simone Weil

Simone WeilA distanza di oltre cinquant’anni dalla prima edizione francese, Attesa di Dio conserva inalterato il suo valore, e tutt’oggi non si possono non condividere le parole che Cristina Campo ebbe a scrivere nel 1972: “E’ senza alcun dubbio un immenso libro”.

Questa raccolta di testi – composti fra l’autunno del 1941 e la primavera del 1942, vale a dire in poco meno di un anno della pur breve vita di Simone Weil – fu ideata nel suo nucleo essenziale, da Joseph-Marie Perrin (1905-2002), l’affabile padre domenicano, quasi cieco dalla nascita, al quale toccò in sorte di incontrare, nell’estate del 1941, quella giovane donna rifugiata a Marsiglia. Padre Perrin si trovò non solo a essere il destinatario di lettere personali dettate da un sentimento di riconoscenza, dall’obbligo della sincerità e dal “bisogno di verità”, ma anche a divenire il depositario, insieme al teologo Gustave Thibon (1903-2001), di una mole di fogli dalla grafia regolare pervasi da un ardore così incandescente da erodere le certezze di chiunque si aggrappi a uno scoglio o a una zolla dimentico di essere rinserrato fra la terra e la volta del cielo.

Simone Weil fonda la propria fede non sulla ricerca di Dio o sull’adesione a una dottrina, ma sul desiderio della verità in quanto bene, nonché sulla vocazione personale – che a suo giudizio coincide con la volontà di Dio operante su di lei – e sull’incontro inatteso con il Cristo, la ricerca di una verità che “non si trova mediante prove, ma mediante esplorazione”. Le lettere inviate da Simone Weil a Perrin sono tuttavia una testimonianza toccante di attenzione e di fiducia nei riguardi del giovane padre domenicano.

Il titolo Attesa di Dio, dato da Perrin è per mettere in risalto quel che gli sembrava l’atteggiamento di Simone Weil – “la vigilanza del servo proteso verso il ritorno del padrone” – e per dare espressione all’incompiutezza, a suo dire, “di un pensiero che anche a causa di nuove scoperte spirituali la tormentava”, quel titolo rifulge di per sé, al di là di ogni intenzione, perché racchiude un frammento di inesprimibile verità: è Dio che discende alla ricerca dell’uomo in grado di guardare il cielo a lungo; ovvero, se facciamo ricorso alle immagini del mito e della fiaba, è Amore che va alla ricerca di Psiche, è la Vera Fidanzata che va alla ricerca del Principe. La fede non è sforzo di volontà teso all’ascendere, non è autosuggestione; essa è “credere che la realtà è amore e nient’altro … pur vedendola esattamente com’è”; credere “che il desiderio di bene viene sempre retribuito”; credere che se si chiede un tozzo di pane non si ricevono pietre, e che se si desidera luce non si rimane nelle tenebre. La fede è sguardo fisso al cielo con desiderio, in attesa, ovvero perseveranza imperturbabile nell’attenzione, nell’inamovibilità, nel silenzio, attività passiva, azione non-agente, atto di obbedienza. In un essere in attesa, “piccola massa di obbedienza cieca” dischiusasi al consenso, si premura di discendere il Soffio divino insufflando un piccolo seme di amore soprannaturale attraverso l’operazione di mediazione; Dio lascia traccia del suo passaggio, sicché quell’essere, quell’anima, può intuire che Dio a sua volta l’attende. All’anima spetta ora di avanzare penosamente al di sopra del male fino al suo estremo limite, orientata non a distruggere il male ma semplicemente a pensare al bene.

Gli scritti riuniti da Perrin ribadiscono che la realtà dell’universo per noi esseri umani è la necessità supportata dalla materia, quella materia che è madre verginea di ogni cosa, matrice da cui tutto proviene. L’acqua è il seme del cielo sulla terra, la pioggia fecondatrice, la linfa che si insinua in ogni interstizio, “un’immagine della purezza e della docilità originaria della creazione”. Essa è indifferente agli oggetti che vi finiscono dentro, è instabile, cedevole, debole, nondimeno impareggiabile nel piegare ciò che è saldo, duro e forte. L’acqua – immagine della “Via” – tende naturalmente verso il basso e con naturalezza espira verso l’alto, per poi ridiscendere e ancora una volta scorrere in direzione dell’infimo, e così perennemente, secondo decreti a noi imperscrutabili che governano la respirazione del nostro pianeta. Nel grande mare dell’essere tutto è acqua, diceva Talete, e l’Amore è fluido, argomentava Platone, e nel battesimo cristiano per immersione si muore a nuova nascita.

Questo “immenso libro” sull’attesa di Dio, ove emergono le “grandi immagini di Simone Weil”, più grandi del vero, pervade di luce in definitiva la condizione umana in attesa, un’attesa che sottende l’assenso a ridiventare acqua. L’accettazione, consapevole o inconsapevole, di questo stato di attesa prelude a quella follia radiosa e irradiante da cui Simone Weil si lasciò contagiare insieme ad altre filatrici d’inesprimibile. Nel consenso universale dell’esistenza di tutto ciò che esiste, e nella capacità individuale di ricevere lo shock della realtà da qualsiasi essere umano in qualunque circostanza, sfolgora la follia d’amore che distoglie da sé e apre varchi. Ma a noi gettati un questo mondo è necessario un lungo apprendistato nel deserto per approdare da naufraghi sull’estremo promontorio della nostra anima e dell’anima altrui.

Il promontorio dell’anima
Maria Concetta Sala

A noi non è concesso avanzare in linea verticale. Non ci è permesso compiere un solo passo in direzione dei cieli. E’ Dio che attraversa l’universo e giunge fino a noi.

Al di sopra dell’infinità dello spazio e del tempo, l’amore infinitamente più infinito di Dio viene ad afferrarci. Viene alla sua ora. Noi abbiamo la facoltà di acconsentire ad accoglierlo o rifiutare. Se restiamo sordi, Dio ritorna più volte, come un mendicante, ma come un mendicante, un giorno, non ritorna più. Se acconsentiamo, Dio getta in noi un seme e se ne va. Da quel momento, a Dio non resta altro da fare – e a noi anche – se non attendere. Dobbiamo solo non rimpiangere il consenso accordato, il sì nuziale. Non è facile come sembra, giacché la crescita del piccolo seme in noi è dolorosa. Inoltre, per il fatto stesso di aver accettato questa crescita, non possiamo fare a meno di distruggere qualsiasi cosa sarebbe in grado di ostacolarla, di strappare le erbacce, di recidere la gramigna. Purtroppo la gramigna è parte della nostra stessa carne, sicché le operazioni di giardinaggio sono violente. Ciononostante il seme, tutto sommato, cresce da solo. E un giorno accade che l’anima appartenga a Dio e non soltanto acconsenta all’amore, ma ami veramente, effettivamente. Allora bisogna che essa a sua volta attraversi l’universo per giungere fino a Dio. Questo amore in lei è divino, increato, perché quel che la trapassa da parte a parte è l’amore di Dio per Dio. Dio solo è capace di amare Dio. Noi possiamo unicamente acconsentire a perdere i nostri sentimenti per lasciare alla nostra anima un varco a quell’amore. In questo consiste la negazione di se stessi. Noi siamo creati unicamente per acconsentirvi.

Simone Weil

Teresa
Perle in giro 

http://www.comunitasanteusebio.com

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Questa voce è stata pubblicata il 29/04/2018 da in ITALIANO.

San Daniele Comboni (1831-1881)

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