COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

VI Domenica di Pasqua (B) Lectio

VI DOMENICA DI PASQUA (B)
Giovanni 15, 9-17

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9 Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.

Nella lavanda dei piedi, in un servizio reso dal Signore per far sentire signori i suoi discepoli, elevandoli alla sua altezza e dignità, Gesù aveva dimostrato il suo amore “li amò sino alla fine” (Gv 13,1). L’azione del Padre è quella di un Dio a servizio degli uomini. Quanti lo accolgono e lo prolungano in servizio verso altri uomini dimorano in questa sfera d’amore.

10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.

Gesù ha dato un unico comandamento: “vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Le traduzioni pratiche di questo amore mediante atteggiamenti di misericordia, condivisione, perdono, aiuto, ecc… sono i comandamenti nuovi, cioè questo comportamento è l’unica garanzia di comunione (dimora) con Gesù e con il Padre.

11 Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Per la prima volta Gesù parla di gioia. Sottolinea che è la sua gioia quella che lui desidera comunicare e che nell’uomo vuole che raggiunga una pienezza incontenibile. Più avanti Gesù dirà ai discepoli: “Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia completa” (Gv 16,24). Come Gesù trasmette la sua gioia ugualmente il discepolo è tenuto a comunicarla: “Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena” (1Gv 1,4).

12 Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.

L’invito alla pienezza di gioia viene racchiuso tra i due insegnamenti sull’amore che sono formulati nell’unico comandamento, quello di Gesù. La gioia di sentirsi tanto amati da Gesù conduce il discepolo a mettersi a servizio degli altri per trasmettere la gioia che ha sperimentato.

13 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.

Un amore che spinge a dare la propria esistenza per gli altri. L’espressione “dare la vita” non si riferisce soltanto al momento estremo in cui questa vita si perde a favore degli altri, ma a tutta una esistenza volta al bene degli altri. Giovanni è l’unico evangelista che sottolinea come al momento della cattura di Gesù la preoccupazione del Signore sia stata quella dei suoi discepoli: “se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano” (Gv 18,8) confermandosi il pastore che offre la vita per le pecore (10,11). Lo stesso atteggiamento viene chiesto ai suoi discepoli: “Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16).

14 Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando.

Per la prima volta Gesù parla dei suoi discepoli come amici. La relazione di amicizia è condizionata dalla pratica del messaggio di Gesù riformulato e condensato nell’unico comandamento dell’amore.

15 Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.

Qualunque discepolo si manteneva in una situazione di piena sudditanza nei confronti del maestro che era chiamato a servire. Ma Gesù, il Dio a servizio degli uomini, che non è venuto a essere servito ma a servire (Mt 20,28) non ha bisogno di servi, ma di amici che condividano pienamente la sua azione. Fin dal momento in cui Gesù ha invitato i primi discepoli a seguirlo (venite e vedrete – 1,39) ha eliminato ogni distanza tra lui e i suoi discepoli e tra il Padre e i suoi seguaci (Lazzaro è amico di Gesù – 11,11). La comunicazione è piena e totale.

16 Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.

La scelta compiuta da Gesù è di individui che collaborino con lui perché in un’attività dinamica, sottolineata da un verbo di movimento: andare, producano un frutto d’amore (“non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi… noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo” – 1Gv 4,10.19). La sottolineatura che il frutto è condizionato dall’andare esclude la possibilità di portare questo frutto mediante atteggiamenti spiritualeggianti e autoreferenziali. La scelta dei discepoli è tutta finalizzata all’andare e portare frutto.

affinché qualunque cosa chiediate al Padre nel nome di me dia a voi. … perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Nel nome di qualcuno è un’espressione che significa somiglianza/rappresentanza. La pratica del comandamento dell’amore favorisce il processo di somiglianza con Gesù ed è garanzia che quanto viene richiesto verrà concesso, perché il Padre mette a disposizione del Figlio e dei figli la sua forza d’amare.

17 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Ancora una volta Gesù unisce strettamente il tema del chiedere con quello dell’amare, e per la terza volta torna sul comando dell’amore.

Riflessioni…

Il Figlio e il Padre comunicano tutto di sé: ascoltano, parlano a modo di persone: si amano e gioiscono di tale Relazione. E la gioia di Dio viene donata nel suo Spirito anche agli uomini.

E pertanto quest’ultimi diventano amici del Figlio che li chiama, che parla loro, che li ammette al banchetto del suo amore, e li accomuna a sé nel servizio di ogni uomo.

 Si è esaurito il tempo della servitù, del disconoscimento, dell’incomunicabilità, del vuoto del silenzio, assenza temporanea di Dio. Nella pienezza del tempo si è ripresa la comunicazione: Gesù ha parlato e ha chiamato per nome gli ex servi: “amico Pietro, amico Giacomo, amico Giovanni…Io vi amo”

E ripropone il suo modello di vita trinitaria: come io amo il Padre, come il Padre mi ama, tant’è lo Spirito, così amo voi, e voi… Tra proposte di vita e esigenze d’amore, Gesù delinea la novità di vita: la conoscenza divina provoca gioia, l’esercizio dell’amore reciproco immette nel circuito della vita divina.

Esercizio concreto, spassionato, incondizionato, connotato da disponibilità costante nell’intensità e continua nel tempo: chi mette in conto di offrire la propria vita, è un tesoro di amico, e come tale inesauribile e duraturo: è Dio, è l’Uomo che vive nella tensione del dono e trova il tesoro aureo di ogni significato: dell’esistenza, della missione, dei ruoli, delle relazioni…

Viene così costituita la Comunità degli Amici dell’Amico: una scelta e una voce, un afflato d’amore, un impegno di donazione pongono le fondamenta della nuova Umanità, la nuova Comunità dei Salvati. E tra Dio e l’uomo prende avvio una perfetta intesa: si comprendono nelle parole e nei significati, trovano convergenza nei desideri e nelle reciproche richieste. Questo grazie al Signore, Gesù.

Può rifondarsi la Comunità ove l’Amico si pone nel mezzo, per sperimentare gesti leali di patti di durature amicizie, per ricordare di offrirsi in dono come amici veri, e poi anche a chi rinuncia e rifiuta l’amore. Tale è l’invocazione autentica, tale il frutto permanente, lungo il cammino, di fiduciose speranze.

Associazione “il filo – gruppo laico di ispirazione cristiana” – Napoli http://www.ilfilo.org

 

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Questa voce è stata pubblicata il 03/05/2018 da in anno B, Domenica - lectio, ITALIANO, Liturgia, Pasqua (B).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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