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Guida alla lettura della Bibbia (11)


Passiamo adesso al Nuovo Testamento. Iniziamo con un bel articolo introduttivo del conosciutissimo biblista (cardinale, residente del Pontificio Consiglio della Cultura) Gianfranco Ravasi: “La nuova Alleanza ha il volto di Gesù Cristo”
Testo:
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ord Bibbia (11) Ravasi – LA NUOVA ALLEANZA HA IL VOLTO DI GESÙ CRISTO
PDF   Bibbia (11) Ravasi – LA NUOVA ALLEANZA HA IL VOLTO DI GESÙ CRISTO


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PROFILO INTRODUTTIVO AL NUOVO TESTAMENTO
LA NUOVA ALLEANZA HA IL VOLTO DI GESÙ CRISTO
di Gianfranco Ravasi

«Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e nei secoli»: questa lapidaria dichiarazione dell’anonimo autore della lettera agli Ebrei (13,8) potrebbe costituire quasi il motto delle pagine del Nuovo Testamento. La fisionomia del Cristo è in filigrana a tutti i 27 testi che costituiscono il Nuovo Testamento e appare continuamente nell’immensa foresta degli apocrifi, prima di diventare il modello iconografico capitale in secoli e secoli di arte e di letteratura. Il famoso scrittore agnostico argentino Jorge L. Borges ci ha lasciato una pagina suggestiva al riguardo: «Abbiamo perduto i lineamenti del Cristo come si può perdere un numero magico, fatto di cifre abituali, come si perde per sempre un immagine nel caleidoscopio. Possiamo scorgerli e non riconoscerli… Forse un tratto del volto crocifisso si cela in ogni specchio; forse il volto morì, si cancellò, affinché Dio sia tutto in tutti».

Per afferrare ancora quel volto una sola è la «via regia», quella degli scritti ispirati della Nuova Alleanza. Essa non si colloca in antitesi con la Prima Alleanza, ma ne è la continuazione e la pienezza, come ebbe a dire in quel giorno Gesù sul monte delle beatitudini, il suo «Sinai»: «Non crediate che io sia venuto ad abrogare la legge oi profeti; non sono venuto ad abrogare, ma a compiere» (Mt 5,17). San Gregorio Magno aveva usato un’immagine significativa. È come se si dovesse seguire un dialogo tra due persone: l’ultima e decisiva battuta (il Cristo) sarebbe incomprensibile e schematica senza la sequenza degli interventi precedenti (Prima Alleanza); questi ultimi sarebbero come sospesi e privi di completezza se non avessero quel sigillo finale.

Noi ora vorremmo tentare di delineare i tratti essenziali del volto «teologico» del Cristo. Come è stato messo a punto dalla moderna scienza esegetica e come è stato dichiarato dalla stessa dottrina ecclesiale nella Dei Verbum del Vaticano Il e nel documento Sancta Mater Ecclesia della Pontificia Commissione Biblica (1964), tre sono i lineamenti fondamentali di quel volto: il primo è quello del Gesù storico, il secondo èquello tracciato dalla predicazione apostolica (o kerygma), l’ultimo e decisivo è quello evangelico e dei vari scritti della Nuova Alleanza.

La storicità dei vangeli

Ormai l’esegesi contemporanea non vuole più, come nell’800 razionalista, lavorare d’accetta e arrivare sbrigativamente alla totale negazione della realtà storica di Gesù. Non è neppure più accettata quella frattura della figura del Cristo in due tronconi, da un lato il «corpo» di Gesù di Nazaret e la sua storia e dall’altro la sua «anima» pasquale e divina, anche se lo sdoppiamento è stato inaugurato nel 1892 a Lipsia dall’opera emblematica Il cosiddetto Gesù storico e il Cristo biblico. Il suo più sistematico e radicale teorico fu il celebre esegeta tedesco Rudolf Bultmann. Famosa è la triade di pronomi tedeschi da lui usati per demolire la realtà storica di Gesù: non sappiamo nulla del suo Wie, cioè del «come» egli abbia vissuto, parlato, amato; non sappiamo nulla del suo Was («ciò»), cioè dei contenuti della sua predicazione e della sua umanità storica; sappiamo solo che Gesù è stato un Dass, un dato esistente. E questo ci deve bastare perché a noi deve interessare solo il Cristo proclamato nella fede e nel kerygma, cioè nell’annunzio cristiano. Si alzava, così, una specie di parete divisoria invalicabile tra Gesù di Nazaret e il Cristo biblico.

Questa parete, però, non ha resistito a un’analisi più «circolare» e meno settoriale dei vangeli ed è così che si è fatta strada la possibilità di ricomporre l’unità della persona del Cristo. Si è, quindi, proceduto a un’elaborazione storica dei materiali evangelici, senza dimenticare che la loro qualità è primariamente teologica, e si sono ottenuti risultati interessanti. Si tratta della cosiddetta «criteriologia per l’autenticità storica dei vangeli» che ha escogitato una decina di filtri per vagliare i testi evangelici. Tra questi brillano per i loro risultati i «criteri di discontinuità e di continuità».

Con il criterio della «discontinuità» di un detto o di un atto di Gesù, registrato dai vangeli, con l’ambiente giudaico o con quello posteriore della Chiesa, si è accertata la storicità «gesuanica» del tema centrale della predicazione di Gesù, il regno di Dio, dell’uso dell’appellativo abbà (padre) per invocare Dio da parte di Gesù, della vocazione degli apostoli, delle tentazioni di Gesù, della sua morte in croce, della cittadinanza nazaretana di Gesù o di altri particolari minimi ma significativi come il detto sul «giorno e l’ora» di Marco 13,32 ecc.

La «continuità», invece, verifica la conformità di un dato offerto dai vangeli con l’ambiente linguistico, geografico, archeologico, politico, socio-culturale contemporaneo a Gesù e a noi noto attraverso altra documentazione. Verifica anche la coerenza del messaggio e dell’azione di Gesù al suo interno. Per questa via sono stati puntigliosamente confermati molti detti evangelici di Gesù che rivelano l’originale aramaico, la trama simbolica delle parabole, il disegno geografico generale del ministero pubblico di Gesù, lo sfondo religioso e politico del suo tempo ecc.

Certo, per le ragioni sopra annunciate, non è possibile costruire una biografia storica puntuale di Gesù di Nazaret, ma è possibile abbozzarne un profilo essenziale: la sua nascita in una data discussa ma verificabile (Lc 2,2), la sua famiglia modesta (Mt 13,55), il suo clan (Mc 6,3), la lingua semitica da lui usata, il suo soggiorno a Nazaret, la predicazione in parabole, la morte a Gerusalemme per crocifissione, una fine infame che non sarebbe mai stata «inventata» per un fondatore di religione.

Suggestiva in questo senso è la moderna ricerca sulle parabole: al di là del valore straordinario dei simboli creati da Gesù, c’è infatti la possibilità di individuare in questi racconti esemplari una perfetta coerenza, una sorprendente originalità e una piena continuità con l’ambiente così da essere ormai giudicati da tutti gli studiosi anche i più critici- ipsissima verba Jesu, le «stessissime parole di Gesù». Sfila davanti al lettore il mondo agricolo di allora (senape, semina, zizzania, fittavoli e fattori, fichi e vigne, cardi e «gigli dei campi», pesci puri e impuri, scorpioni bianchi, cani randagi, volpi e avvoltoi) ma anche quello sociale (farisei e pubblicani, samaritani, debitori, ricchi e poverissimi, vedove, celebrazioni nuziali, talenti e dracme ecc.).

L’approccio puramente storico al Gesù dei vangeli resta, però, sempre limitato e delicato perché l’intreccio tra storia e fede è fittissimo e inestricabile. Pensiamo, ad esempio, ai vangeli dell’infanzia nei quali il «tasso teologico» e simbolico è così alto da rendere difficilissimo ogni tentativo di decifrazione strettamente storiografica: un dato apparentemente neutro e storico come il censimento di Quirino (Lc 2,2) solleva un’onda alta di questioni storiografiche, anche perché il censimento documentato dalle fonti esterne è del 6 d.C.! Pensiamo anche ai miracoli di Gesù. Certo, la loro struttura è, per definizione, trascendente la storia; tuttavia essi suppongono un’incidenza verificabile nell’ambito storico e alcuni risultati sono stati ottenuti dalla citata metodologia dei criteri di storicità. Ma è Giovanni stesso a ricordarci che i miracoli sono «segni»; hanno quindi una finalità «simbolica» che supera la loro dimensione storica. Bisogna, allora, evitare il razionalismo positivista dello storico per il quale solo ciò che è accertabile storicamente è reale, ma anche il parallelo razionalismo apologetico di certi teologi che hanno bisogno di ordinare tutto in dimostrazioni e prove svuotando la fede in Cristo del suo paradosso e del suo rischio. Il vertice della difficoltà lo storico di Gesù di Nazaret lo trova nella risurrezione di Cristo.

Il primo annuncio

Dai lineamenti «storici» del volto di Gesù fissiamo ora la nostra attenzione sulle altre componenti, più teologiche. Esse suppongono due ambiti dai quali nascono e si sviluppano. L’ambito del kerygma, cioè dell’annunzio orale di Cristo da parte dei primi predicatori cristiani, è limpidamente dipinto da Luca nella sua seconda opera, gli Atti degli Apostoli, tutti intessuti di discorsi kerygmatici (capitoli 2; 3; 7; 10; 13; 17 ecc.), e sintetizzato da Paolo: «La fede dipende dalla predicazione, la predicazione si realizza per mezzo della parola di Cristo» (Rm 10,17).

Testi essenziali di kerygma sono qua e là incastonati all’interno degli scritti neotestamentari. Ne scegliamo due esempi di grande rilievo. Il primo è citato in 1Corinzi 15,3-5 ed è solitamente chiamato il «Credo antiocheno» perché Paolo afferma di averlo lui stesso ricevuto durante la sua formazione cristiana, avvenuta probabilmente ad Antiochia attorno agli anni 40-42. Il testo è centrato sul mistero pasquale, colto nella sua duplicità di evento umano (la morte) e divino (la risurrezione): «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepolto, e fu risuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture e apparve a Cefa». Un altro kerygma è messo in bocca a Gesù stesso dal vangelo di Marco e si articola su due traiettorie, teologica e antropologica: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è giunto: convertitevi e credete al vangelo» (1,15).

Il kerygma si espande poi in vere e proprie catechesi nelle quali i temi dell’incarnazione e della pasqua di Cristo vengono approfonditi e allargati ad altri elementi. Anche qui c’è solo l’imbarazzo della scelta, sfogliando gli scritti neotestamentari. Eccone due esempi.

Il primo, pur avendo i connotati esterni di un kerygma per pagani, è in realtà una vera e propria catechesi sulla figura del Cristo. È Pietro che parla al centurione Cornelio di Cesarea Marittima: «Dio ha consacrato in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, che passò facendo del bene e sanando tutti quelli che erano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui… Questi è colui che hanno ucciso appendendolo a un legno. Ma Dio lo ha risuscitato il terzo giorno, ha voluto che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni da Dio prescelti, a noi… Egli ci ha ordinato di predicare al popolo e di testimoniare che egli è stato costituito da Dio giudice dei vivi e dei morti. A lui tutti i profeti rendono… testimonianza…» (At 10,38- 43).

In trasparenza al testo citato si intravede la trama dei vangeli. Diverso è, invece, il tono e l’impostazione della catechesi – forse battesimale – innestata nella lettera a Tito: «È apparsa infatti la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, insegnandoci a vivere nel secolo presente con saggezza, con giustizia e pietà… in attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del grande Dio e salvatore nostro Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per noi allo scopo di riscattarci da ogni iniquità e purificare per sé un popolo che gli appartenga esclusivamente, zelante nel compiere opere buone» (2,11-14).

Questi catechismi si diffusero ampiamente e lasciarono tracce in molti testi neotestamentari, sollecitando spesso echi di tipo morale ed esistenziale: al credere si doveva, infatti, coniugare l’amare, al predicare il vivere, alla catechesi l’esortazione e la testimonianza di vita nello stile di Gesù, il quale «soffrì per voi, lasciando a voi un modello, così che voi seguiate le sue orme» (1Pt 2,21).

I vangeli, deposito della fede

Nell’arco di alcuni decenni il kerygma e la catechesi si cristallizzano nello scritto: è il livello chiamato vangelo a cui si accosta la tradizione paolina e apostolica col suo variegato corpus di scritti. È con un certo senso di colpa che ora tentiamo di semplificare in pochi paragrafi il ricchissimo «deposito» cristologico che è racchiuso in quelle pagine. A chi gli chiedeva di stendere una sintesi cristologica il famoso padre Lagrange, pioniere dell’esegesi scientifica cattolica del nostro secolo, rispondeva: «È possibile farlo solo commentando integralmente tutto il Nuovo Testamento!». Noi ci arrischiamo a entrare in questo esperimento ricorrendo ad alcuni testi emblematici.

Per Matteo ricorriamo al dialogo tra Gesù, i discepoli e Pietro a Cesarea di Filippo (16,13-20). Da un lato abbiamo le definizioni di Gesù formulate dalla folla che ricorre a figure anticotestamentarie redivive: Elia, Geremia, i profeti, il Battista. In Matteo questo affacciarsi sull’Antico Testamento non è improduttivo, anzi avrà un’importanza particolare, anche perché – come dirà Pietro nella sua definizione – Gesù è il «Cristo», cioè il Messia, punto d’approdo di tutta la speranza d’Israele. È per questo che tra le 70 citazioni o allusioni all’Antico Testamento presenti in Matteo ben lì sono introdotte da una formula significativa: «Tutto ciò è accaduto affinché si adempisse quanto fu annunciato dal Signore per mezzo del profeta…» (per esempio 1,22). Matteo scopre una radicale continuità tra le due alleanze per cui la prima ha il suo vertice e la sua fioritura nella seconda, quella del Cristo. Ma nella risposta-definizione di Pietro c’è un altro elemento decisivo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (16,16). Gesù è molto di più di un Messia, è la presenza suprema di Dio che si manifesterà in pienezza nella pasqua (si legga Mt 28,16-20).

Per Marco ci affidiamo al titolo: «Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (1,1). Ora, noi sappiamo che per i primi 8 capitoli questo vangelo ci fa camminare accanto a un Gesù uomo, preoccupato di nascondere o velare la sua realtà ultima (il cosiddetto «segreto messianico»). A metà strada, in 8,29, il volto si illumina parzialmente con le parole di Pietro: «Tu sei il Cristo». E la semplice definizione di Gesù come Messia. Il viaggio riprende subito e si carica di nuove attese fino alla meta di Gerusalemme ove appare l’ultima, perfetta fisionomia di Gesù Cristo, quella di Figlio di Dio, nelle parole del sommo sacerdote avallate da Gesù e nella professione di fede del centurione: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?… Si, sono io~… Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (14,61-62; 15,39).

Il Gesù di Luca potrebbe essere delineato con le battute del discorso programmatico di Nazaret: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato e mi ha inviato a portare ai poveri il lieto annuncio, ad annunziare ai prigionieri la liberazione e il dono della vista ai ciechi; per liberare coloro che sono oppressi, e inaugurare l’anno di grazia del Signore» (4,18-19). Il Cristo lucano è inserito profondamente nella storia (1,5; 2,2; 3,1-2), egli è per eccellenza il Salvatore dei poveri e degli oppressi, è colui che si china sui peccatori per offrire la sua salvezza. Ma non è un semplice eroe apparso sull’orizzonte fisico terreno; egli è anche il Signore della storia e l’ascensione con cui si chiude il vangelo è la rappresentazione pasquale simbolica della divinità del Cristo. La sintesi perfetta della sua figura è, allora, nella proclamazione dell’angelo di Natale: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Messia, Signore» (2,11).

A questo punto si apre davanti a noi il corpus giovanneo con la sua cristologia elevata, con la sua raffinatezza teologica, con la sua complessa genesi letteraria (il vangelo e le tre lettere di Giovanni, l’Apocalisse). Se vogliamo identificare nel testo una specie di «slogan» riassuntivo possiamo ricorrere alla nota redazionale di 20,30- 31: «Gesù in presenza dei discepoli fece ancora molti altri segni, che non sono scritti in questo libro. Questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e, credendo, abbiate la vita nel suo nome». Se volessimo approfondire queste righe, dovremmo ricorrere ad alcune grandi pagine giovannee: pensiamo al solenne inno del prologo (capitolo 1), al fluviale percorso dei discorsi d’addio (capitoli 13-17), alla simbologia giovannea (agnello, pastore, pane, luce, fonte d’acqua viva, vite ecc.), all’originale rilettura della crocifissione come «esaltazione-glorificazione» pasquale (3,14-15; 8,28; 12,32). Nella varia letteratura giovannea si ribadisce senza tregua che il Cristo Signore non è separabile dalla sua manifestazione nella carne, cioè nella storia.

Anche l’Apocalisse, sotto il manto tempestato di simboli apocalittici, altro non è che una rappresentazione della presenza efficace di Cristo nel groviglio insanguinato e scandaloso della storia. Egli è «il testimone fedele e verace», è «il primo e l’ultimo», è la parola divina che attua il giudizio decisivo sulle potenze imperiali della storia (si leggano i capitoli 18- 19 dell’Apocalisse). Il Cristo, che domina su tutto il libro, con la sua morte e la sua risurrezione ha fatto irruzione nel conflitto tra la Sposa (la Chiesa) e la Prostituta (il male, l’impero romano, la bestia, il drago rosso). Sul terreno della storia egli appare come colui che «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. Non vi sarà più morte, né lutto e grida e dolore. Sì, le cose di prima son passate» (21,4).

Il vangelo di Paolo

Anche Paolo è alla base di un grandioso sistema cristologico alla cui rifinitura hanno collaborato altri autori a lui posteriori, ammiratori e discepoli dell’Apostolo. Il famoso studio di L. Cerfaux su Le Christ dans la théologie de saint Paul comprende ben 435 fittissime pagine e, se la statistica ha un valore, dobbiamo segnalare che la parola Christòs nel corpus paolino risuona quasi 400 volte, mentre 220 volte ricorre Iesoùs e 280 volte Kyrios, «Signore». La celebre espressione «Per me vivere è Cristo» (Fili ,21) è quasi il motto dell’intera esistenza e del pensiero di Paolo. La sua cristologia è contemporaneamente molto personale e tradizionale, teorica e pastorale.

Se vogliamo anche qui ricorrere a un testo emblematico, ci sembra suggestiva l’intestazione del capolavoro di Paolo, la lettera ai Romani, ove si presenta il «vangelo di Dio, vangelo che egli aveva preannunciato per mezzo dei suoi profeti negli scritti sacri riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la natura umana, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti: Gesù Cristo, Signore nostro» (1,1-4). Con la densità stilistica e ideologica che gli è propria, Paolo delinea Cristo nella traiettoria dell’Antico Testamento, incarnato nella storia, rivelato come Figlio di Dio nella risurrezione e adorato nella liturgia come «nostro Signore».

All’interno dell’epistolario paolino appariranno poi quei celebri simboli che avranno incidenza nella cristologia successiva: corpo di Cristo (1Cor 12,12-27), Cristo «capo della Chiesa», «immagine del Dio invisibile», «primogenito» della creazione e dei risorti (Col 1,15-20), principio di «ricapitolazione di tutte le cose» (Ef 1,10).

Dopo questo sguardo da lontano, sintetico, è giunto il momento di accostarsi ai particolari di quel volto, è ormai tempo di entrare nel mondo degli scritti della Nuova Alleanza.

http://www.gesuitibari.it

Tratto da
Guida alla lettura della Bibbia.
Approccio interdisciplinare all’Antico e al Nuovo Testamento

San Paolo Edizioni (1995)

 

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Questa voce è stata pubblicata il 07/05/2018 da in Bibbia, Guida alla lettura della Bibbia, ITALIANO con tag .

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