COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Più grandi della colpa /17. L’onore dello scartato


Luigino Bruni
Avvenire sabato 12 maggio 2018


Saul: Oh figli miei!… – Fui padre. – Eccoti solo, o re; non un ti resta dei tanti amici, o servi tuoi.
– Sei paga, d’inesorabil Dio terribil ira? 

Vittorio Alfieri, Saul


Morte de Saul.jpg


In ogni lettura autentica, il lettore ha una parte attiva e creativa. Non è spettatore delle storie che legge, ma co-sceneggiatore e attore. In quella forma speciale di lettura che è la lettura biblica, poi, chi legge riceve la misteriosa ma reale facoltà di trasformare i personaggi in persone, che, come tutte le persone vive, crescono, cambiano, si muovono, fanno incontri inattesi. Accade allora che le persone bibliche inizino a interagire tra di esse, a comporre trame relazionali diverse da quelle pensate e volute dal loro primo autore. E così la negromante di Endor diventa amica del padre del figliol prodigo, Geremia si scopre fratello di Davide, e Saul diventa compagno di strada e di sventura di Giobbe, come lui gettato sul mucchio di letame, da un Dio che vuole (Saul) o permette (Giobbe) la loro sventura. Entrambi, Saul e Giobbe, colpiti da pene divine più grandi della loro (possibile) colpa, tutti e due avvolti dal silenzio di un Dio muto, che per loro non ha parole di vita – forse perché, semplicemente, attende le nostre.

Davide continua la sua guerra affianco ai filistei (1 Samuele, 29), ma ora i capi, alla vigilia dell’attacco finale contro Saul, gli impediscono di partecipare alla battaglia. Nel frattempo gli Amaleciti – altro nemico storico di Israele e di Saul, e legati al suo ripudio da parte di Dio (cap. 15) – avevano espugnato la città di Siqlag, dove si trovavano anche la famiglia e le mogli di Davide, che erano state fatte prigioniere. Davide con i suoi uomini si mette all’inseguimento degli Amaleciti, e, grazie a un incontro (provvidenziale) con uno schiavo egiziano, riesce con un’imboscata a sconfiggere l’esercito nemico: «E Davide liberò tutti coloro che gli Amaleciti avevano preso e liberò anche le sue due mogli» (30,18). Fa anche un bel bottino di guerra: «prese tutte le greggi e le mandrie» (30,20). Non tutti i seicento uomini di Davide avevano partecipato all’impresa, perché duecento, «troppo sfiniti per attraversare la Valle di Besor» (30,10b), si erano fermati lungo la strada. Quando Davide fece ritorno all’accampamento, «tutti i cattivi e gli scellerati tra gli uomini che erano andati con Davide si misero a dire: “Poiché non sono venuti con noi, non si dia loro niente del bottino che abbiamo ricavato”» (30,22). I ’”cattivi e scellerati” non hanno mai smesso di escludere i più deboli dalla distribuzione della ricchezza. Ma noi queste parole e questi atti di esclusione non li attribuiamo più ai “cattivi e scellerati”; li lodiamo, li rivestiamo di virtù e di belle parole come merito e meritocrazia, e poi nel loro nome scartiamo poveri e “sfiniti”, dopo averli chiamati fannulloni e pigri.

La Bibbia conosce invece un’altra logica: «Davide rispose: “Non fate così, fratelli miei, con quello che il Signore ci ha dato… La parte di chi resta nell’accampamento deve essere uguale alla parte di chi scende in battaglia”» (30,23-24). La ricchezza è “dono del Signore”, e questa sua natura di dono-provvidenza prevale sulle ragioni del merito/demerito individuale (che pur, qualche volta, esistono, anche se sono quasi sempre sopravvalutate). Quindi la solidarietà che nasce dall’esser parte della medesima comunità viene prima della produttività e dell’efficienza, perché non siamo noi i veri proprietari della nostra ricchezza. Prima di produrla, la ricchezza la riceviamo in dono. Nascono da qui quella gratuità e quella gratitudine che dovrebbero accompagnare il nostro sguardo riconoscente sulle nostre ricchezze e su quelle degli altri. Sull’idea di ricchezza-dono abbiamo costruito la democrazia, i diritti, le pensioni, l’assistenza pubblica, la scuola universale, i sussidi di disoccupazione, le tasse e il sistema fiscale, una società dove gli “sfiniti” potessero legittimamente partecipare a una quota di ricchezza. Verità antiche e grandi, che l’ideologia neo-pelagiana dell’incentivo e della meritocrazia ci ha fatto dimenticare nel giro di un paio di decenni.

Ma ora lasciamoci toccare e ferire dall’ultimo brano della vita di Saul: «I Filistei si strinsero attorno a Saul e ai suoi figli e colpirono a morte Gionata, Abinadàb e Malchisùa, figli di Saul. La battaglia si concentrò intorno a Saul: gli arcieri lo presero di mira con gli archi ed egli fu ferito gravemente dagli arcieri» (31,2-3). Allora Saul disse al suo scudiero: «”Sfodera la spada e trafiggimi, prima che vengano quegli incirconcisi a trafiggermi e a schernirmi”. Ma lo scudiero non volle, perché era troppo spaventato» (31,4). Una scena narrata senza alcuna condanna né morale né religiosa per Saul. Il redattore finale dei libri di Samuele non legge la morte di Saul come la fine meritata per le sue colpe. Uno sguardo buono del testo continua invece, tenace, ad accompagnare le tristi sorti del primo re. E gli dona una morte degna e eroica: «Allora Saul prese la spada e vi si gettò sopra. Quando lo scudiero vide che Saul era morto, si gettò anche lui sulla sua spada e morì con lui. Così morirono insieme in quel giorno Saul e i suoi tre figli, lo scudiero e anche tutti i suoi uomini» (31,4-6). Finisce con un suicidio d’onore la storia di questo re tragico. Non meritava una morte da vigliacco, e non l’ha avuta.

I filistei poi tagliarono la testa a Saul e ai suoi figli, gli sfilarono l’armatura e la mandarono in giro di città in città per «annunziare la buona notizia» nei loro templi (31,9), e «appesero il suo cadavere alle mura di Bethshan» (31,10). Ma gli abitanti di Jabesh Galaad, quelli ai quali gli Ammoniti avevano cavato l’occhio destro e che poi erano stati salvati da Saul (cap. 11), venuti a sapere dei fatti, «viaggiarono tutta la notte e presero il corpo di Saul e i corpi dei suoi figli… Poi presero le loro ossa, le seppellirono sotto il tamerisco che è a Iabes e fecero digiuno per sette giorni» (31,12-13). È molto bello questo omaggio alla bella riconoscenza popolare. Il popolo ricorda, custodisce una memoria diversa da quella ufficiale della politica e della religione. Ed è capace, solo per onorare questa memoria, di camminare tutta la notte, recuperare il corpo, e assicurare all’amico sconfitto una degna sepoltura. Qui, sotto il tamerisco dove Saul era solito stare con la lancia conficcata a terra, seduto in mezzo ai suoi soldati ritti in piedi. È questa una espressione vera e profonda di quella legge di gratuità iscritta nel Dna dell’anima dei popoli e delle persone – nessuna legge economica spiega perché prendiamo treni e aerei per recarci al funerale di un amico, ma il giorno in cui il calcolo individuale costi-benifici non ci fa più compiere questi atti economicamente sconvenienti nei confronti dei morti, dimentichiamo poco alla volta anche la grammatica dell’economia e della reciprocità tra vivi.

Anche Davide viene a sapere – da un amalecita proveniente dal campo di battaglia, che farà poi una brutta fine – della morte di Saul e di Gionata: «Allora Davide afferrò le sue vesti e le stracciò; così fecero tutti gli uomini che erano con lui. Essi alzarono lamenti, piansero e digiunarono fino a sera per Saul e Giònata, suo figlio» (2 Samuele 1,11-12). Ed è dentro questo lutto di Davide, che incontriamo quello che per molti è il suo canto più bello, Il canto dell’arco: «Come sono caduti gli eroi? / Non fatelo sapere in Gat, / non l’annunciate per le vie di Àscalon … / O Saul e Giònata, amabili e gentili, / né in vita né in morte furono divisi; / erano più veloci delle aquile, / più forti dei leoni. / Figlie d’Israele, piangete su Saul, / che con delizia vi rivestiva di porpora, / che appendeva gioielli d’oro sulle vostre vesti. / Come son caduti gli eroi in mezzo alla battaglia? / Giònata, sulle tue alture trafitto! / Una grande pena ho per te, fratello mio, Giònata! / Tu mi eri molto caro; / la tua amicizia era per me preziosa, / più che amore di donna. / Come sono caduti gli eroi» (1,19-27).

Non serve aggiungere commenti. Non fatelo sapere… In greco: Euangelizein. Non portate questa cattiva notizia, non annunciate questo anti-vangelo. Gionata, “amabile e gentile”, e Saul, anche lui, “amabile e gentile”, fino alla fine. Se la Bibbia ha voluto conservare questo canto funebre (preso da un materiale molto antico: Il libro dei giusti), è per dirci qualcosa su Davide (che non è salito al trono uccidendo il suo rivale). Ma ci vuole dire anche qualcosa di importante su Saul. Non si intona un canto meraviglioso per un re cattivo e malvagio. La Bibbia sapeva che Saul aveva conservato, nel dramma, una sua misteriosa innocenza e purezza, che gli meritarono questo canto di Davide, forse il più bello di tutti. E se Davide ha potuto cantare queste parole a un re ripudiato e dominato da uno spirito cattivo, ma rimasto in qualche modo sincero, allora anche i ripudiati e gli scartati, se sono rimasti sinceri in un piccolo angolo del loro cuore, sono degni dei salmi di Davide – e dei nostri. La Bibbia non riserva benedizioni soltanto ai benedetti e ai vincitori, ma i suoi canti più belli sono per agli amici e per le amiche di Saul, quindi anche per noi. Ci sono molte strade per entrare nella Bibbia. Alcune sono riservate a chi si sente giusto e benedetto, ma sono molto poche. Altre, le più numerose, sono le strade di Saul, strade popolari, polverose, tortuose, buie, ma dove possiamo camminare tutti.

Davide aveva iniziato il suo rapporto con Saul suonando per lui la cetra e cantando salmi per scacciare da lui lo “spirito cattivo”, perché Saul ritrovava pace all’ascolto delle note e della voce di Davide. Alla fine ritroviamo un altro canto di Davide – il testo dice che Davide “cantò” questo lamento. L’intera storia di Davide e Saul è contenuta tra due canti, da un canto quindi che non si è mai interrotto. La storia di Saul non si chiude con la spada che lo trafisse, né con la degna sepoltura sotto il tamerisco. Termina con il canto di Davide, che è un canto di resurrezione. Ogni volta che lo intoniamo, Saul, anche grazie a noi, ritorna il giovane alto e bellissimo, lo rivediamo cercare le sue asine smarrite, in estasi mistica in mezzo ai profeti, ancora docile sotto la mano consacrante di Samuele. Perché la Bibbia continui a vivere e a risorgere non basta il meraviglioso canto di Davide: occorre anche il nostro canto. Tutti i protagonisti della Bibbia sono “personaggi in cerca di autore”, di un lettore che consenta loro di tornare a vivere, liberandoli dalle anguste interpretazione del loro copione che le religioni ufficiali hanno loro assegnato. Di un lettore che gridi: “Vieni fuori”, e li faccia così uscire vivi dai loro sepolcri.

l.bruni@lumsa.it

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Questa voce è stata pubblicata il 13/05/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Più grandi della colpa con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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