COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Domenica di Pentecoste (B) Lectio

Domenica di Pentecoste (B)

veglia-pentecoste-600x330

Giovanni 15, 26-27; 16,12-15

Gesù ha parlato ai discepoli della missione della sua comunità (15,1-11) che vive nell’amore vicendevole (15,12-17) e delle persecuzioni che essa subirà da parte del mondo ingiusto (15,18-25). Ora egli indica ai discepoli il loro compito, senza dissimularne le difficoltà, e l’aiuto di cui godranno. La missione consiste nella testimonianza riguardo a Gesù data da loro con lo Spirito che è in essi (15, 26-27).

15,26 Quando verrà il Paràclito, che io manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me;

Nel capitolo 14 Giovanni ha riportato l’annuncio dell’invio del Consolatore, termine che indica l’attività dello Spirito di verità. L’azione dello Spirito non consiste nel confortare, ma nel consolare, cioè nell’eliminazione radicale delle cause di sofferenza. L’azione di questo Spirito a favore di tutti i bisognosi di vita e non di quanti – pur ritenendosi investiti – si disinteressano di quelli che hanno più bisogno, renderà chiaro da che parte sta il Padre.

In questo passo Gesù non parla di “suo Padre/il Padre mio” (cfr. 15,23-24), ma “del Padre”, perché la relazione con Dio come Padre sarà propria di ogni uomo che risponda alla sua chiamata. Lo Spirito, la forza di vita, è la salvezza che Gesù porta, offerta all’umanità intera (3,17; 12,47).

27 e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

La comunità dei credenti è invitata a collocarsi dalla stessa parte in cui si colloca Gesù: i bisognosi di vita. La comunità realizza il disegno del Padre: dare vita all’uomo inviando Gesù, cui comunica pienamente il suo Spirito (1,32-34; 3,16s; 4,34; 5,30; 6,39-40). Gesù lo comunica ai suoi perché essi continuino la sua opera. L’espressione “fin dal principio” non può avere un semplice significato cronologico, applicabile ad Andrea, Pietro, Filippo e Natanaele (1,35-51). Ogni discepolo, in qualunque epoca, è chiamato a rendere testimonianza a Gesù. Ciò che l’evangelista afferma è che per rendere testimonianza a Gesù è necessario accettare come norma tutta la vita di Gesù, fin dal principio, senza separare Gesù risuscitato dal Gesù terreno. Mettersi in rapporto unicamente con Gesù glorioso è la tentazione spiritualista e gnostica (1Gv 4,2-3; 5,6); Giovanni insiste per questo sull’accettazione di Gesù Uomo-Dio.

16,12 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.

Può comprendere a pieno il messaggio di Gesù solo chi come lui è pronto al dono della vita. I discepoli non sono ancora pronti. L’evangelista ha già sottolineato che solo dopo la morte e la risurrezione di Gesù i discepoli hanno compreso alcuni gesti di Gesù come l’ingresso in Gerusalemme (12,16) e la cacciata dei venditori dal Tempio (2,22).

13 Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.

C’è un cammino che la comunità deve compiere attraverso Gesù nella verità. Quel che Dio è e quel che l’uomo è non viene pienamente conosciuto se non attraverso gradi di conoscenza ed esperienza sempre più profondi. Mano a mano che la comunità crescerà nell’amore sarà sempre più chiaro il volto del Padre. Le cose future, come il senso dei momenti dell’arresto di Gesù e della sua morte ignominiosa, saranno note successivamente. Lo Spirito farà comprendere ai discepoli il vero significato della morte di Gesù scandalo per i Giudei e follia per i pagani (1Cor 1,23).

14 Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.

Compito dello Spirito è la proposta continua alla comunità del messaggio di Gesù. Questa azione rende manifesto l’amore di Gesù (la gloria) ai suoi. Lo Spirito spinge sempre al nuovo, sempre pronto a dare nuove risposte ai bisogni dell’umanità. In questa attività lo Spirito prende da Gesù (prenderà da quel che è mio) il messaggio e l’amore (la gloria) manifestati nella sua morte: lo ascolta in quanto messaggio, lo prende in quanto amore, per comunicarlo. Così la manifestazione della gloria ai discepoli non è soltanto un’illuminazione, ma una comunicazione dell’amore di Gesù che li mette in sintonia con lui. Tale è la funzione dello Spirito di verità…

Atti 2,1-11

È giunto il momento per la realizzazione della promessa dello Spirito Santo, annunciata da Gesù prima della sua ascensione (At 1,4-5; Lc 24,49 e Gv 14,26). L’azione avviene a Gerusalemme.

1 Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.

I personaggi in questa scena sono gli stessi dell’episodio precedente, cioè il gruppo dei “circa centoventi” (At 1,15), costituito dagli apostoli e dagli altri discepoli che vedono se stessi come rappresentanti di Israele. Dopo, in questa stessa sezione, saranno definiti “Galilei” (2,7). L’esatta locazione è più difficile da stabilire e sarà esaminata più attentamente in 2,2. In questo testo è la prima volta che vi si accenna. La festa giudaica della Pentecoste, almeno secondo la tradizione biblica, si celebra nel cinquantesimo giorno dopo il sabato della settimana della Pasqua ebraica, cioè il giorno dopo il sabato, sette settimane dopo. Siccome Gesù è stato elevato nel giorno dopo il sabato della Pasqua ebraica ed è asceso quaranta giorni dopo la sua risurrezione, la scena attuale avviene circa dieci giorni dopo la sua ascensione. L’espressione greca che colloca l’evento in relazione con la Pentecoste può essere intesa in due modi poiché il verbo utilizzato può significare sia “essere completo” che “essere compiuto”: così potrebbe trattarsi sia di un riferimento al conteggio dei giorni a partire dalla Pasqua ebraica fino alla Pentecoste, sia di un modo per dire che il periodo è giunto al termine.

In ebraico l’uso del termine per descrivere un giorno che è “compiuto” in riferimento al conteggio di un regolare periodo di giorni suggerisce che il significato sottinteso comporti la traduzione seguente: “Quando il giorno della Pentecoste era arrivato”. Tuttavia, il tempo del verbo indica che il periodo non è ancora finito ma piuttosto è nell’atto di terminare. Ciò conduce all’interpretazione che lo stesso giorno di Pentecoste sta giungendo a termine dato che è cominciato, secondo il metodo giudaico del calcolo dei giorni, al tramonto della sera precedente. (Per altra indicazione, come in 2,15, è abbastanza plausibile pensare che le ricorrenze religiose fossero computate secondo l’uso giudaico e il tempo ordinario fosse computato alla maniera secolare su base quotidiana).

È utile analizzare il significato della festa della Pentecoste:

– nella Bibbia giudaica la Pentecoste era un’importante celebrazione religiosa di ringraziamento per il primo raccolto, una festa calcolata affinché coincidesse con la maturazione del grano (Es 23,16a; Lv 23,15-20). Era concepita perché fosse celebrata da tutti i popoli, non solo quello di Israele ma anche dagli stranieri (Dt 16,10-11). Poiché la sua data era calcolata contando sette settimane dalla Pasqua ebraica e rappresentava il giorno in cui era offerto il frutto del primo cereale dell’anno (cioè l’orzo che matura prima del grano; Lv 23,15), essa era comunemente conosciuta come la festa delle settimane (Es 34,22a; Nm 28,26; cfr. Dt 16,9-10). La Pentecoste perciò era strettamente legata alla Pasqua ebraica, non solo perché la sua data dipendeva dalla Pasqua, ma perché proprio in questa occasione ci si scambiava il frutto del raccolto. L’occasione appropriata della Pentecoste per il dono dello Spirito Santo potrebbe derivare dal fatto che essa simboleggia il periodo in cui si raccolgono i primi frutti della nuova creazione scaturita dalla morte di Gesù, cioè i discepoli riempiti con lo Spirito ed emergenti come il centro del nuovo popolo di Dio (Ger 31, [38 LXX] 33-34; Ez 36,22-32). Il parallelismo inoltre concorda col fatto che l’effusione dello Spirito durante la Pentecoste non rappresenta un avvenimento unico che non può più ripetersi ma è semplicemente il primo tra tanti altri: ad ogni stagione si può sperimentare la ricchezza del dono di Dio e della terra.

– Al tempo del I sec. d.C., durante la Pentecoste aveva luogo ben più di una semplice celebrazione dei primi frutti, così come con la venuta dello Spirito Santo ha avuto luogo ben più della nascita di una sola nuova comunità. Quale fosse esattamente il significato della festa giudaica nella metà degli anni trenta è difficile sapere ma, nel resoconto di Luca, i richiami alla tradizione, conosciuti attraverso scritti posteriori associati alla Pentecoste, indicano che alcuni sviluppi erano avvenuti a quel tempo e per Luca erano abbastanza consolidati perché egli potesse ricavarne implicazioni teologiche.

– Lo sviluppo più chiaramente attestato era l’accostamento della Pentecoste con il rinnovo del Patto. Nel “Libro dei Giubilei” (6,17-21), l’origine di questa celebrazione nel giorno della Pentecoste risale a Noè con cui fu fatto il primo Patto (Gen 9,16-17). Anzi, le promesse più importanti fatte da Dio a Israele vengono presentate come verificatesi in questo giorno, incluso il Patto con Mosè sul Sinai (Es 19,5; cfr. 24,7-8). Questo aspetto della festa della Pentecoste aggiunge un altro elemento al radicamento della discesa dello Spirito nella tradizione religiosa giudaica, poiché Gesù prevede specificamente l’evento come “la promessa del Padre” (1,4). La natura universale del patto fatto con Noè (“tra Dio ed ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra” Gen 9,16) viene evidenziato nella successiva narrazione di Atti 2 e sarà il tema principale della prima parte del discorso di Pietro in 2,14-21.

– Questo aspetto di rilevanza universale sottolinea anche le allusioni alla torre di Babele (Gen 11,3-9; cfr. At 2,5), un evento cioè che distrusse l’unità dell’umanità e che Luca adesso presenta come ribaltato dal potere unificante dello Spirito.

– Nel periodo rabbinico, la festa della Pentecoste si era trasformata in anniversario del dono della Torah sul Sinai, aspetto specifico questo del rinnovo del Patto che rafforza la connessione della Pentecoste con l’Esodo. Nel resoconto degli Atti, l’importanza della Torah in quanto tale non è posta in evidenza (al contrario, la libertà dello Spirito Santo può anche definirsi in contraddizione alle disposizioni della Legge); e, fino al II sec. dell’era volgare, non c’è un’attestazione esplicita che il dono della Torah sia associato alla Pentecoste. In questo periodo, d’altronde, c’è la prima evidenza di tradizioni (rabbinica e dei Targumin, per esempio) che si sono sviluppate a partire dal resoconto biblico della Rivelazione di Dio sul Sinai. Tutto questo sarebbe senza nessuna conseguenza se non si considerasse il fatto che nella narrazione degli Atti si trovano tracce delle tradizioni posteriori riguardanti la storia dell’Esodo, così come di elementi dello stesso resoconto biblico, il che suggerisce, perlomeno, che la rivelazione di Dio sul Sinai era uno degli elementi della celebrazione della Pentecoste e che Luca cerca di attivarlo nel suo resoconto relativo all’effusione dello Spirito. Insomma, la rivelazione di Dio sul Sinai a Mosè è stata rinnovata e superata dalla rivelazione di Dio, attraverso lo Spirito, ai centoventi che sono in attesa a Gerusalemme. È questa una rivelazione propria dell’era messianica (Gl 3,1-2) in cui il popolo stesso, piuttosto che Dio, proclamerà la parola divina (At 2,4.11). I riferimenti fatti da Gesù, prima della sua dipartita, all’imminente adempimento della promessa del Padre e alla discesa dello Spirito devono aver sollevato un notevole sentimento di speranza nel gruppo dei discepoli che aspettano a Gerusalemme.

2 Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano.

In questo punto, in corrispondenza dell’attesa dei discepoli, avviene ciò che essi stanno aspettando. Il primo segno che qualcosa sta accadendo è il rumore di un vento che si abbatte impetuoso e ciò indica che è presente una sorta di resistenza che dev’essere vinta prima dell’arrivo dello Spirito. La forza della scena, che sarà rievocata nel terremoto durante la seconda manifestazione dello Spirito negli Atti (4,31), contrasta con l’aura di leggiadria dell’esperienza di Gesù durante il suo battesimo quando lo Spirito Santo scende su di lui “come una colomba” (Lc 3,22). Il forte vento richiama alla mente la manifestazione di segni che preannunciano la potenza divina ad Elia (1Re 19,11) ed è tipica della confusione cosmica che precede la rivelazione di Dio al suo popolo (per esempio, sul monte Sinai, Es 19,16-19 e cfr. la citazione di Gioele nel discorso di Pietro in At 2,16-21). Si deve notare che il rumore è creato dal vento e non dallo Spirito. Il nome pnêuma che designa lo Spirito significa anche “vento” ma usando un altro termine, pnoḗ, Luca indica che in questo passaggio non vuole che ci sia confusione tra i due termini.

Il significato de “la casa”, riempita dal rumore, deve essere chiarito. Ci sono due parole usate da Luca nei suoi scritti per riferirsi ad una casa: ôikos e oikía; entrambe possono indicare un edificio materiale, ma hanno anche un senso metaforico: la prima è usata (in generale, non solo da Luca) per far riferimento ad un gruppo tribale o ad un gruppo etnico (come ne “la casa di Giacobbe”, 7,46); l’altra è adottata da Luca come termine per designare una comunità di discepoli (v. “la casa della Maria” 12,12). In questo punto viene impiegato il primo dei due termini con riferimento al significato di edificio, il luogo dove il gruppo è “seduto”. Non viene specificato questo luogo, ma sembra logico che sia l’ultimo luogo menzionato, la stanza superiore (1,13), dove i discepoli si stabiliscono in attesa dopo l’ascensione di Gesù. È noto che la “stanza superiore” corrisponde al “Tempio” in Lc 24,53 e òikos è esattamente un termine con cui il Tempio era conosciuto. Tutto ciò evidentemente implica che non una casa qualunque viene riempita dal rumore del vento ma il Tempio stesso, e sarà nel Tempio che le persone si riuniranno una volta sentito il rumore e dove ascolteranno Pietro (2,6). In forza dell’intento teologico rilevabile fino a questo punto come componente del messaggio degli Atti, “questa casa” acquisisce un ulteriore significato simbolico e cioè “l’intera casa” equivale a “l’intero Israele”. In altre parole questa è una rivelazione non solo per pochi prescelti ma a beneficio di tutto il popolo.

3 Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano , e si posarono su ciascuno di loro,

La manifestazione dello Spirito Santo è primariamente una percezione visiva dei discepoli riuniti in assemblea. Questa manifestazione in forma visiva della presenza di Dio si è verificata spesso in casi precedenti, ma qui essa non si configura come una rappresentazione privata di Dio (come è stata, ad esempio, per Abramo [At 7,2; cfr. Gen 15,1-6]) o di altri esseri spirituali (per esempio, l’angelo del Signore [Lc 1,11] o Gesù) o di una creatura simbolica (per esempio, la colomba durante il battesimo di Gesù, Lc 3,22): essa appare nell’aspetto di “lingue, come di fuoco” (=manifestazione in forma visiva della presenza di Dio). Tale iniziale manifestazione dello Spirito ha quindi una connotazione, in un certo senso, metaforica, e verrà attualizzata nel versetto successivo in cui Luca gioca sul doppio senso della parola “lingue”. Allorché le lingue si separano e si dispongono su ciascun individuo, questi ricevono allora la “promessa del Padre” che Gesù ha presentato come il dono dello Spirito Santo (Lc 24,49; At 1,4).

Originariamente, la promessa fatta da Dio al suo popolo consisteva nel possesso della terra di Israele che era stata divisa tra le dodici tribù (diemerísthē Gen 10,25=1Cr 1,19; Gs 21,43 [LXX]). Luca usa lo stesso termine tecnico diamerizómenai (lett.“divise”) per riferirsi alla nuova promessa, la condivisione dello Spirito. Questa volta non si tratta di una spartizione/divisione di un possesso terreno, ma di un carisma profetico condiviso che consente di proclamare i prodigi divini a tutti coloro che vogliono ascoltare. Sebbene Giovanni il Battista abbia proclamato che colui che verrà dopo di lui battezzerà “con lo Spirito Santo e fuoco” (Lc 3,16), Gesù ha omesso qualsiasi riferimento all’aspetto di punizione e di purificazione contenuti nel concetto del fuoco escatologico (cfr. Lc 3,9.17). Con tutto ciò Luca non può ignorare un legame tra il fuoco della profezia di Giovanni e il fuoco adesso rappresentato simbolicamente dallo Spirito anche se il fuoco della Pentecoste non è simbolo di distruzione ma di vigore di vita.

4 e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro di esprimersi.

Il significato del simbolo del fuoco ora è chiarito: “e tutti furono colmati di Spirito Santo”, cioè, il gruppo dei discepoli nel suo insieme ed altri (cfr. 2,1). In questo versetto si può intravedere un richiamo alla scena della discesa dello Spirito Santo su Gesù in occasione del suo battesimo, cioè si può constatare un rapporto tra l’inizio del ministero di Gesù e l’inizio della missione della Chiesa di Gerusalemme. In verità Luca ci mostrerà un profilo più aderente al battesimo di Gesù allorché presenterà la missione della chiesa di Antiochia (At 11,19-30).

In questo punto il confronto ha come riferimento la promessa fatta da Giovanni il Battista ad Israele (vedi 2,3). In tale contesto qualsiasi richiamo al battesimo di Gesù ha una connotazione negativa non positiva, poiché nel caso di Gesù è stato detto che egli era “pieno dello Spirito Santo” (Lc 4,1), e tale pienezza sarà una caratteristica solo dei futuri discepoli ellenisti (At 6,3) soprattutto di Stefano (6,5.8; 7,55) e di Barnaba (11,24). Al contrario, nel caso dell’assemblea nella stanza superiore, si dice semplicemente che essi sono “riempiti con lo Spirito Santo”. L’aggettivo “pieno” (plḗrēs) implica uno stato permanente mentre l’aoristo del verbo “riempire” (eplḗsthēsan da pímplēmi) denota il risultato di un’azione, che può o non può durare (cfr. riempito/colmato = Pietro in 4,8; pieno = Stefano in 6,5 e in 7,55 e Barnaba in 11,4). Quindi successivamente si dirà, di coloro che sono presenti, che essi saranno di nuovo “riempiti/colmati” (v. Pietro in 4,8 e tutti coloro riuniti durante la Pentecoste insieme con gli altri che si erano aggiunti a loro in 4,31), il che implica che gli effetti della venuta dello Spirito Santo qui descritti sono validi soltanto per questa scena.

Luca volutamente distingue tra l’esatto momento nel quale un individuo o un gruppo inizia o ricomincia ad agire sotto l’impulso dello Spirito Santo da una parte e lo stato, invece, di persistenza dell’azione dello Spirito dall’altra. Finché non viene detto che un individuo o un gruppo è “pieno” dello Spirito Santo, non c’è nessuna garanzia che tutte le successive azioni narrate siano intraprese sotto la sua ispirazione. Solo quando è esplicitamente affermato, si può avere una sicurezza (per esempio 4,8 Pietro; 13,9 Saul/Paolo). La conseguenza di questa distinzione è che “essere riempito/colmato” con lo Spirito Santo non rende infallibile il credente e questo sarà valido sia per gli apostoli che per chiunque altro. Quando Pietro, a seguito degli eventi accaduti nella casa di Cornelio (11,16), farà riferimento a questo episodio, descriverà l’attuale avvenimento coi termini del compimento della profezia di Gesù riguardo al battesimo nello Spirito Santo (1,5). È un battesimo che appartiene distintamente a Gesù, in contrasto col battesimo con acqua che era di Giovanni (Lc 3,16). Esso sarà di nuovo menzionato, in successivi episodi, come segno dell’accettazione, da parte di Dio, dei credenti in Gesù, così da rappresentare, insieme col battesimo di acqua nel nome di Gesù, una dimostrazione materiale della conversione di una persona a Dio.

L’effetto qui procurato alle persone riempite con lo Spirito è che essi iniziano a fare dichiarazioni in lingue mai conosciute fino ad ora. Se sono lingue intelligibili e conosciute o lingue incomprensibili, “spirituali” (il fenomeno noto come “glossolalia”), è questo un quesito importante a cui non si può rispondere che in un punto successivo della narrazione. È da notare per ora la valenza profetica quale principale caratteristica del battesimo nello Spirito Santo. [Il significato di ciò emerge dalla descrizione dell’evento così come Luca la riporta, con la disposizione a chiasmo degli elementi metaforici e delle relative conseguenze:

Metafora: [a] esse apparvero loro, ṓfthēsan autôis, aoristo passivo: si sottolinea l’inizio della visione, [b] mentre esse erano divise, diamerizómenai, participio presente progressivo [c] lingue, come di fuoco, glṓssai [d] che si posò/posarono su ciascuno di loro, (Cod. D)=ekáthisen /-an, aoristo puntuale

Azione risultante: [d’] tutti furono riempiti con lo Spirito Santo, eplḗsthēsan, aoristo puntuale [c’] essi iniziarono a parlare in altre lingue, glṓssais [b’] mentre lo Spirito venne a donare loro, edídou, imperfetto progressivo [a’] i mezzi per fare proclamazioni, apofthénghesthai, infinito ordinario, che sottolinea il risultato persistente.

In questa disposizione, c’è una stretta corrispondenza tra tutti i componenti tranne quelli esterni in cui ricorre un cambio marcato tra l’inizio della visione [a], percepita solo dai presenti, e il risultato finale [a’] che è una proclamazione pubblica in via di sviluppo. Il battesimo nello Spirito Santo risulta sorreggere esattamente l’obiettivo indicato da Gesù, cioè la testimonianza di Gesù stesso (cfr.1,8)].

Allo scopo di seguire lo sviluppo della narrazione, è fondamentale riconoscere che, per tutto il secondo capitolo degli Atti, Luca usa un registro duale cioè scrive su un doppio livello, storico e metaforico, che poi sovrappone continuamente facendoli interferire l’un l’altro. La scena d’apertura è presentata come realtà letterale ma poco dopo è introdotto nella storia un elemento immaginario che deve essere separato dall’elemento letterario. La scena storica vede la presenza dall’inizio alla fine di personaggi giudei, cioè il gruppo apostolico e successivamente i Giudei presenti a Gerusalemme. Un altro gruppo, che rappresenta tutta l’umanità, prende parte all’episodio ma la sua presenza è uno strumento di finzione letteraria: questo gruppo non è presente realmente ma nel contesto della scena storica funge da contrasto perché, attraverso una sua reazione positiva, mette in risalto quella negativa del gruppo giudaico. L’impiego di elementi immaginari e dalle sfumature universalistiche al fine di spiegare eventi della storia di Israele è caratteristica di un certo tipo di esegesi giudaica, specialmente quando si fa riferimento alla rivelazione di Dio sul Sinai che, come è stato già indicato (vedi 2,1 precedente), è inserita nella struttura della narrazione della Pentecoste. Il modo con cui Luca utilizza i personaggi fittizi che agiscono da contrasto per mettere in evidenza le debolezze di alcuni personaggi dominanti sia nel Vangelo che negli Atti è tipico della sua arte narrativa e ricomparirà di nuovo, specialmente in occasione dell’anonimo “noi”- gruppo, nella seconda metà del libro.

5 Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo.

Il focus della narrazione adesso si sposta da coloro che parlano in altre lingue a coloro che sono testimoni di quest’evento. Queste persone sono introdotte nella storia con una digressione (il filo narrativo continua in 2,6) che lascia intendere che ciò che viene detto degli abitanti di Gerusalemme è particolarmente importante. Il problema della loro identità deve essere risolto in questo punto così da poter capire il resto dell’episodio. Una possibile soluzione è quella di considerare queste persone tutte giudee, alcune delle quali residenti del luogo (da notare la presenza della Giudea nell’elenco delle nazioni di 2,9); ma altre provenienti dalla Diaspora (i paesi presenti nell’elenco di 2,9-11) potrebbero aver fatto un pellegrinaggio a Gerusalemme per la Festa della Pentecoste. Questa soluzione, basandosi sul termine “giudei” contenuto in questo versetto, considera il racconto alla stregua di un resoconto storico e reale.

Il termine “Giudei” è omesso da alcune importanti testimonianze. La sua presenza pone un serio problema: non solo è illogico dire che i Giudei venivano da “ogni nazione sotto il cielo” dato che essi si consideravano come una sola nazione ma, quel che più conta, l’idea che solo i Giudei ascoltino le proclamazioni profetiche si scontra con le varie indicazioni, presenti nel resto del capitolo, che mostrano che l’effusione dello Spirito Santo è universalmente valida ed efficace per tutta l’umanità. Essenzialmente, prendere in considerazione tutti gli abitanti di Gerusalemme come giudei significa non capire lo scopo teologico di Luca. (Sembra plausibile suggerire, come qualche codice, che la parola “giudei” non era originariamente presente in questo versetto).

Perciò qui Luca cambia registro e introduce nella narrazione una dimensione simbolica. Egli presenta l’effusione dello Spirito Santo valida per tutta l’umanità immaginata come presente alla scena della Pentecoste; questa dimensione diventerà più chiara nell’elenco delle nazioni (2,9-11) e nella reazione di una parte della folla. Non scompare, tuttavia, la realtà storica, poiché i giudei realmente presenti a Gerusalemme, molti dei quali provenienti dalla Diaspora per la Festa della Pentecoste, rimangono inclusi nella folla che confluisce, di cui al verso 2,6. Luca quindi fonde la dimensione storica della sua narrazione con una realtà spirituale, anticipando in questo modo il carattere universale del dono dello Spirito Santo e dell’unificazione dell’umanità sotto un solo Dio.

Il paradigma delle Sacre Scritture per la scena della Pentecoste è complesso poiché ci sono elementi tratti sia dalla rivelazione sul Sinai (Es 19-24) sia dalla storia di Babele (Gen 11,1-9). Le tradizioni giudaiche, relative all’episodio sul Sinai, spiegavano che tutta l’umanità era presente quando Dio rivelò la Torah e che, sebbene la sua voce si fosse divisa in lingue differenti in modo che tutte le nazioni potessero capire le sue parole, Israele era l’unico popolo pronto per accettare il dono divino. Adesso quando lo Spirito è donato nella nuova rivelazione di Dio, Israele sarà il popolo che lo rifiuterà: è questo un capovolgimento ironico dell’antica posizione giudaica di superiorità. Così Luca, introducendo nella sua narrazione l’intera umanità, sta mettendo insieme dettagli delle tradizioni del Sinai e sta rendendo attuale la storia dell’Esodo.

Il parallelismo con la storia di Babele è già stato suggerito quando abbiamo fatto riferimento al tema dell’universalità in 2,2. C’è infatti, tra il testo degli Atti e il capitolo 11 della Genesi dei LXX, un’ampia serie di somiglianze verbali in virtù delle quali si può effettivamente stabilire che la storia di Babele è utilizzata da Luca come paradigma. Nel racconto lucano, il riferimento ai popoli “da ogni nazione sotto al cielo” che vivono a Gerusalemme richiama il tema dei popoli provenienti da tutta la terra che si stabilirono a Sennaar dove si costruiva la torre che avrebbe raggiunto il cielo (Gen 11,1-2). È probabile che nella tradizione giudaica la storia di Babele fosse già collegata con la storia del Sinai prima che Luca le utilizzasse in rapporto l’una all’altra; l’effetto prodotto dal loro utilizzo come struttura portante della rivelazione della Pentecoste è quello di insistere molto sulla natura universale del dono divino dello Spirito Santo. In ogni caso, sebbene questo sia il messaggio di Luca, egli è attento a distinguere l’intenzione divina e l’ideale spirituale dalla realtà attuale. Quindi, sebbene Pietro, nella prima parte del suo discorso, esprimerà un’interpretazione spirituale e universalistica dell’effusione dello Spirito Santo (2,14-21), ripiegherà poi su una considerazione più limitata una volta che la realtà storica prenderà il sopravvento laddove egli si rivolgerà agli “uomini di Israele” (2,22).

6 A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua.

L’episodio di Babele viene evocato dal ricorso al verbo (siunechiúthē=confusa) applicato agli abitanti di Gerusalemme attirati dal rumore (lett. “questa voce”): questo verbo richiama il nome greco dato a Babele (Siúnchiusis) quando il Signore “confuse le lingue” (Gen 11,7; 9 LXX) di coloro che avevano “una sola voce”. A differenza della volta precedente, adesso qui la confusione ha una valenza positiva poiché la punizione divina è stata convertita in forza dello Spirito Santo, il quale parla attraverso quelli che ha riempito e il cui rumore è udito dai rappresentanti di tutte la nazioni della terra come linguaggio comprensibile. Nel Testo Alessandrino, la confusione scaturisce dal fatto che tutti ascoltano nelle loro diverse lingue, il che rispecchia l’interpretazione tradizionale della scena della rivelazione di Dio sul Monte Sinai; (nel Testo di Beza invece le persone sono confuse dal fatto che coloro che hanno ricevuto lo Spirito stanno parlando nelle varie lingue di chi, come loro, sta ad ascoltare, il che rispecchia più fedelmente la scena di Babele). In ogni caso, invece della confusione di linguaggio che porta alla dispersione e alla discordia, qui la molteplicità dei linguaggi rende capaci di comprensione ed è fonte di unità delle persone. L’umanità ha recuperato la capacità di capire in lingue diverse l’unico linguaggio dello Spirito, e Dio ha quindi ristabilito l’unità della creazione.

7 Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano:«Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8 E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?

La narrazione procede riportando un dialogo immaginario che intercorre tra i rappresentanti delle nazioni. Essi sono “stupiti”, aggettivo che sarà ripetuto alla fine del discorso (2,12) e che esprime il loro assistere meravigliati alla scena. La meraviglia sta nel fatto che i diversi popoli odono chiaramente e capiscono le loro stesse lingue parlate da galilei, la cui lingua abituale è l’aramaico. Da un punto di vista giudaico, il nome “Galilei” comporta un certo tono di irriverenza, poiché le persone provenienti dalla Galilea erano tenute in scarsa considerazione dagli altri giudei e giudicate inferiori; il fatto che i Galilei fossero i primi a ricevere il dono dello Spirito Santo e a proclamare le grandi azioni di Dio (2,11) è perciò abbastanza sorprendente. La domanda posta dagli astanti, “come mai ciascuno di noi sente parlare…” sarà ripresa al termine dell’elenco dei popoli esposto in 2,9-11.

9 Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frìgia e della Panfìlia, dell’ Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, 11 Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

L’elenco dei popoli qui riportato costituisce come una parentesi tra la domanda posta in 2,8b e il versetto 2,11b in cui tale domanda viene riproposta. Poiché il registro utilizzato in questo brano non appartiene alla realtà letterale, non bisogna intendere l’elenco come una testimonianza storica dei popoli presenti alla Festa della Pentecoste a Gerusalemme quell’anno. Né bisogna considerarlo relativo solo ai giudei, data la natura secondaria della variante “giudei” presente in 2,5. I 15 nomi specificati nell’elenco corrispondono invece all’intera umanità: non solo geograficamente, nel modo in cui sono distribuiti rispettando i quattro punti cardinali, ma anche storicamente, considerate le loro connessioni con il passato, il presente e il futuro. Luca potrebbe aver attinto da elenchi già esistenti per creare il suo ma, così facendo, lo ha cambiato per ottenere il suo particolare scopo.

[Seguendo la struttura creata dalle congiunzioni del Testo di Beza (quella del Testo Alessandrino è meno chiara), i 15 paesi o popoli vengono divisi in tre gruppi che sono evidenziati dalla presenza di tre verbi: “nati” (Parti, Medi e Elamiti), “abitanti” (nove paesi dalla Mesopotamia alla Libia) e “che risiedono temporaneamente” (Romani, Cretesi e Arabi)]. L’uso del numero tre, che forma la base delle divisioni nell’elenco, esprime la completezza simbolica di ogni gruppo in virtù di nomi rappresentativi: così facendo diventa superfluo fornire un elenco di tutti i paesi conosciuti. Geograficamente, i popoli e le nazioni sono ordinati nell’elenco secondo un itinerario immaginario intorno ai quattro punti cardinali, che comincia ad oriente con il primo gruppo di tre popoli e con la Mesopotamia; continua attraverso la Palestina considerata il centro del mondo (Giudea), poi flette in direzione nord (Asia) e ritorna in direzione sud (Egitto) per poi piegare verso l’estremo occidente (Libia, lontana come Cirene), e ritornare al centro mediante l’ultimo gruppo di tre popoli. Nell’elenco delle nove nazioni hanno l’articolo: la prima, la Mesopotamia (situata nell’estremo oriente), quella centrale (l’Asia, nel nord) e infine la Libia all’altro estremo.

Il punto di partenza ad est richiama alla mente la provenienza dei popoli che si riunirono a Sennaar per costruire la torre di Babele, nei primi giorni dell’umanità. I primi tre nomi appartengono a popoli del passato: un fatto confermato dal Testo di Beza dove le congiunzioni permettono al nome di ogni popolo di essere legato al verbo al passato nella frase “lingue in cui noi siamo nati”. Al centro di questa struttura vi sono coloro che vivono nei nove paesi che rappresentano tutta l’epoca attuale (tre gruppi di tre). Tra di essi vi è la Giudea, che si trova al centro degli assi delle coordinate geografiche generate dai diversi popoli e nazioni presenti nell’elenco. Il gruppo finale di tre popoli è introdotto dalla frase “che risiedono temporaneamente”. Come i primi tre, questi sono gruppi etnici piuttosto che aree geografiche, ma invece di richiamare il passato essi anticipano il futuro. I Romani erano in una fase di espansione del loro impero, così come i Cretesi espandevano il loro dominio sul mare e gli Arabi nel deserto. La qualifica, rivolta ai Romani, di “giudei e proseliti”, sembra voler escludere l’esercito romano d’occupazione da coloro che prendono parte alla scena. Questa digressione conferma implicitamente che tutti gli altri popoli non si limitano ai giudei o ai proseliti. L’argomento del discorso ispirato è adesso specificato come “le grandi opere di Dio”, espressione di lode questa che si trova di nuovo in 10,46 in un contesto simile. Ciò chiarifica il significato di “…nel modo in cui lo Spirito dava loro di esprimersi” che si trova in 2,4.

Riflessioni…

È giunta ormai la festa della mietitura e dei primi frutti: il tempo è maturo, gli spazi definiti. Si raccolgono anche le persone, si mettono in cammino, invocano, sacrificano … E sono lì radunate, secondo il precetto mosaico per la festa dei 50 giorni. Coincidono i tempi, si chiude per sempre il passato: l’E-vento dello Spirito conclude e inaugura.

Un rombo divino distoglie da ogni rito. Sono cancellati gli spazi e annullati i tempi. Ha inizio l’era dell’universalità: lo Spirito di Dio inabita ogni uomo, si avvia l’era della parola santificante, della pacificazione instaurata.

Crollano tutti i muri e con essi i nazionalismi, i fondamentalismi, i linguaggi codificati, e tutto comincia a rinnovarsi. Crollano persino le mura del Cenacolo. Questo nel I secolo, 50 giorni dopo il grande evento della vita risorta. E comincia il Tempo dello Spirito. I Cristiani sono adusi ai crolli ideologici, a frantumazioni di pietre murarie. E pertanto possono ben essere testimoni e banditori di ogni universalità.

E questo grazie a Gesù di Nazareth, Verbo che in principio era presso Dio, grazie al volere del Padre, grazie all’azione dello Spirito che crea, ri-crea e rinnova gli uomini e la loro storia.

È il Tempo dell’azione dello Spirito. Egli è il Consolatore, è con colui che sta solo, cioè l’uomo, e a lui si accompagna per dare un nuovo senso alla storia di ognuno e della Comunità umana. Egli esprime la verità fondante di ogni esistenza: la condivisione (Amore) e il sostegno (Paraclito) che danno senso e valore alla vita, un’autentica interpretazione alla storia, che diventa storia di solidarietà, di progresso e di civiltà, nell’Amore.

E tutti possono comprendere e condividere gli stessi pensieri/parole, perché ne colgono la radice: tutti intendono l’unico linguaggio e l’unico messaggio di salvezza, di libertà, di risurrezione, di donazione, perché di ognuno l’Amore è la radice, come Dio è la radice dell’essere.

E al primo, solenne, inaspettato e sorprendente annuncio di salvezza, bandito tra rombi ed esultanze di meraviglia/stupore/timore, i convenuti rispondono danzando, nello Spirito, e cantando, nella Gioia: Vieni Padre dei poveri, vieni datore dei doni, vieni luce dei cuori. E, in compagnia dello Spirito, sperano e si impegnano a rinnovare la faccia della Terra.

Associazione “il filo – gruppo laico di ispirazione cristiana” – Napoli http://www.ilfilo.org

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 17/05/2018 da in anno B, Domenica - lectio, Festività (B), ITALIANO, Liturgia, Pasqua (B).

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 1.597 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione Permanente on WordPress.com
maggio: 2018
L M M G V S D
« Apr    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

  • 187,009 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Tag

Advento Africa Afrique Amore Anthony Bloom Arabia Saudita Arte sacra Bibbia Bible Biblia Boko Haram Book of Genesis Cardinal Newman Carême Chiamate in attesa Chiesa China Chrétiens persécutés Cina Contemplazione Cristianos perseguidos Cuaresma Curia romana Daesh Dal rigattiere di parole Dialogo Diritti umani Economia Enzo Bianchi Eucaristia Europa Famiglia Family Família Fede France Gabrielle Bossis Genesi Gianfranco Ravasi Giovani Giubileo Gregory of Narek Guerra Guglielmo di Saint-Thierry Gênesis Henri Nouwen Iglesia India Iraq ISIS Islam Italia Jacob José Tolentino Mendonça Kenya La bisaccia del mendicante La Cuaresma con Maurice Zundel La preghiera giorno dopo giorno Laudato si' Le Carême avec Maurice Zundel Lectio Lent LENT with Gregory of Narek Libro del Génesis Magnificat Martin Lutero martiri Matrimonio Maurice Zundel Migranti Misericordia Missione Natal Natale Natale (C) Nigeria Noël P. Cantalamessa Pace Padri del Deserto Pakistan Paolo VI Papa Francesco Papa Francisco Pape François Paz Pedofilia Perdono Persecuted Christians Persecution of Christians Persecuzione dei cristiani Pittura Pope Francis Poveri Povertà Prayers Profughi Quaresima (C) Quaresima con i Padri del Deserto Quaresma Quaresma com Henri Nouwen Raniero Cantalamessa Rifugiati Sconfinamenti della Missione Silvano Fausti Simone Weil Sinodo Siria Sud Sudan Terrorismo Terrorismo islamico Testimonianza Thomas Merton Tolentino Mendonça Turchia Uganda Vatican Vaticano Venerdì Santo Virgin Mary

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: