COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Domenica di Pentecoste (B) Commento

Pentecoste, anno B
Gv 15,26-27; 16,12-15

El Greco, Pentecoste (particolare), 1596, Museo del Prado, Madrid

Lo Spirito santo, compagno inseparabile,
Commento di Enzo Bianchi

Il lezionario della chiesa universale prevede per la solennità della Pentecoste il vangelo giovanneo che narra l’apparizione di Gesù risorto ai discepoli la sera del primo giorno della settimana, quando egli soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito santo” (cf. Gv 20,19-23). Il lezionario della chiesa italiana prevede invece, a seconda dell’annata, altri due brani tratti dal quarto vangelo, che in verità sono costruzioni un po’ artificiali, in quanto costituiti da versetti appartenenti a contesti diversi. In questa annata B il testo è composto da due versetti in cui Gesù promette ai discepoli lo Spirito santo (cf. Gv 15,26-27) e da altri quattro nei quali egli specifica l’azione dello stesso Spirito nei giorni della chiesa (cf. Gv 16,12-15). Anche se non è un’operazione facile commentare versetti non consecutivi, tentiamo comunque di farlo, con spirito d’obbedienza.

Gesù è ancora a tavola con i suoi discepoli dopo la lavanda dei piedi (cf. Gv 13,1-20) e pronuncia parole di addio, perché è “venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre” (Gv 13,1). Sono parole che la chiesa giovannea ha custodito, meditato, interpretato e finalmente messo per iscritto, con un linguaggio e uno stile diversi da quelli delle parole uscite dalla bocca di Gesù. Potremmo dire che il discepolo amato e la sua chiesa hanno fatto “risorgere” le parole di Gesù e qui nel vangelo le ritroviamo nella loro verità, ma pronunciate dal Risorto glorioso, il Kýrios.

Sappiamo dai vangeli sinottici che Gesù aveva parlato dello Spirito santo, disceso su di lui nel battesimo (cf. Mc 1,10 e par.), e lo aveva promesso come dono ai discepoli, in particolare per l’ora della persecuzione (cf. Mc 13,11 e par.), quando lo Spirito sarà la loro autentica difesa, “parlando in loro” e “insegnando loro ciò che occorre dire”. Ed ecco la stessa promessa nel vangelo secondo Giovanni (cf. Gv 14,26-27): quando verrà il Parákletos – il chiamato accanto come difensore, soccorritore e consolatore, lo Spirito santificatore che Gesù, salito al Padre, invierà –, allora lo Spirito darà testimonianza a Gesù, così come faranno i discepoli stessi, che sono stati con lui fin dal principio della sua missione.

L’alito di Dio, che Gesù soffierà sui discepoli dopo la sua resurrezione, la vita stessa di Dio che è la vita di Gesù, sarà vita nei discepoli e li abiliterà a essere suoi testimoni. Avverrà così una sinergia tra la testimonianza dello Spirito e quella del discepolo riguardo a Cristo: anche quando gli uomini sentiranno estranei i cristiani, anche nelle persecuzioni e nelle ostilità subite da parte del mondo, nella potenza dello Spirito i cristiani continueranno a rendere testimonianza a Gesù. Questa è la funzione decisiva dello Spirito santo che, come fu “compagno inseparabile di Gesù” (Basilio di Cesarea), dopo che Gesù lo ha inviato dalla sua gloria presso il Padre, è il compagno inseparabile di ogni cristiano.

Riguardo a questo soffio divino Gesù dice ancora qualche parola (cf. Gv 16,12-15). Egli è consapevole di aver narrato, spiegato (exeghésato: Gv 1,18) Dio ai discepoli per alcuni anni con il suo comportamento e le sue parole, soprattutto amando i suoi fino alla fine (cf. Gv 13,1), ma sa anche che avrebbe potuto dire molte cose in più. Gesù sa che c’è una progressiva iniziazione alla conoscenza di Dio, una crescita di questa stessa conoscenza, che non può essere data una volta per tutte. Il discepolo impara a conoscere il Signore ogni giorno della sua vita, “di inizio in inizio, per inizi che non hanno mai fine” (Gregorio di Nissa). La vita del discepolo deve essere vissuta per una comprensione sempre più grande, e tutto ciò che una persona vive (incontri, realtà, ecc.), attraverso l’energia dello Spirito santo apre una via, approfondisce la conoscenza, rivela un senso. Ognuno di noi lo sperimenta: più andiamo avanti nella vita personale e nella risposta alla chiamata del Signore nella storia, più lo conosciamo! Il Vangelo è sempre lo stesso, “Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre” (Eb 13,8), non cambia, ma noi lo conosciamo meglio proprio vivendo la nostra storia e la storia del mondo.

Per questo Gesù confessa di non aver detto tutto: ha detto l’essenziale riguardo a Dio, quello che basta alla salvezza, ma la conoscenza è infinita. Ora Gesù è nel Regno con il Padre, ma lo Spirito santo che egli invia ai discepoli ricorda loro le sue parole (cf. Gv 14,26), le approfondisce, rende comprensibile ciò che essi non hanno compreso su di lui durante la sua vita (cf. Gv 2,22; 12,16). Nuovi eventi e realtà sono illuminati e compresi proprio grazie alla presenza dello Spirito santo. Ma si faccia attenzione: a Cristo non succede lo Spirito santo, all’età del Figlio non succede quella dello Spirito, perché lo Spirito che procede dal Padre è anche lo Spirito del Figlio (questo significa l’affermazione: “Tutto quello che il Padre possiede è mio”), inviato da lui e suo compagno inseparabile. Dove c’è Cristo c’è lo Spirito e dove c’è lo Spirito c’è Cristo! E la parola di Dio è sempre la stessa: in Mosè, nei profeti e nei salmi (cf. Lc 24,44) c’è una stessa parola di Dio, uscita dalla sua bocca insieme al suo soffio.

Leggendo la Pentecoste alla luce di queste parole di Gesù del quarto vangelo, oggi confessiamo che l’alito, il soffio di vita di Dio è il soffio di Cristo, è lo Spirito santo ed è il nostro soffio di cristiani: un soffio che scende su di noi e in noi costantemente e che, soprattutto nell’eucaristia, ci rinnova, donandoci la remissione di tutti i nostri peccati.

Lo Spirito ci fa liberi, è vento nel mare di Dio,
Commento di Ermes Ronchi

Gli Atti degli apostoli raccontano la Pentecoste con i colori dei simboli: il primo è la casa. Mentre si trovavano tutti insieme… un vento riempì la casa. Un gruppo di uomini e donne dentro una casa qualunque: “la gioia che nessun tempio /ti contiene /o nessuna chiesa /t’incatena:/Cristo sparpagliato/ per tutta la terra,/ Dio vestito di umanità”. (Turoldo). Le case, le creature non sono sante perché ricevono l’acqua benedetta, ma sono degne di ricevere l’acqua benedetta perché sono sante.

Venne dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, che scuote la casa, la riempie, dilaga e passa oltre; un vento che porta pollini di primavera e «non lascia dormire la polvere» (Turoldo). Che è, al tempo stesso, brezza e uragano, che conforta e incalza. «Lo Spirito santo è il vento che fa nascere i cercatori d’oro» (Vannucci), che apre respiri ed orizzonti, che riempie le forme, le abbandona e passa oltre.

Apparvero lingue come di fuoco che si posarono su ciascuno. Il fuoco è il simbolo di Dio e della nostra vita accesa. Gli uomini, i bambini, nascono accesi, poi i colpi della vita possono spegnerci. E lo Spirito Santo, vento sugli abissi, Amore in ogni amore, viene a sostenerci nel compito di non lasciarci invadere dal freddo delle relazioni, il rischio che Gesù denuncia: «L’amore di molti si raffredderà in quei giorni» (Mt 24,12). Nel vangelo Gesù sembra ritrarsi e aprire l’era dello Spirito: Molte cose ho ancora da dirvi. Lo fa con umiltà: non pretende di aver risolto o detto tutto, molte cose restano non dette, molti problemi nuovi sorgeranno lungo il cammino e dovranno avere risposte nuove!

Ma per ora non potete portarne il peso: la sua pazienza per la nostra povera misura, per noi che capiamo a poco a poco le cose. I discepoli sono “quelli della via”, secondo gli Atti degli apostoli; quelli che sono in viaggio, vele che fremono sotto il vento dello Spirito “lui vi guiderà alla verità tutta intera”. I discepoli di Gesù non sono stanziali, camminano verso le “molte cose” ancora da scoprire, verso profondità e intuizioni inattese. La nostra vita è un albeggiare continuo, non un ripetere pensieri già pensati da altri. La Bibbia risuona da un capo all’altro di un imperativo: alzati e va’! Il verbo più caratteristico dell’uomo di Dio è camminare, avanzare, Gesù stesso dice di sé: Io sono la via. La sua pedagogia non è arrivare o concludere ma avviare percorsi, iniziare processi: la verità completa è avanti, una scoperta progressiva, un fiorire perenne.

Lo Spirito ci fa liberi e creativi, ci manda al largo nel mare della storia e di Dio, a scoprire nuovi mari quanto più si naviga: noi la vela e lo Spirito il vento.

Senza la tua forza nulla è nell’uomo,
Commento di Don Antonio Savone

Stava per andarsene. Di lì a poco il non senso e il fallimento sembreranno avere la meglio su di lui e su quanto da lui compiuto fino a quel momento. Per questo, durante la cena delle consegne, l’ultima vissuta da lui prima di far ritorno al Padre, Gesù aveva avuto attenzione per la misura fragile del cuore dei Dodici. Quel cuore faticava ad ospitare parole incomprensibili, si opponeva alla rivelazione di un amore manifestato persino verso chi nutriva progetti omicidi, così come faticherà ad accogliere il fatto che Dio possa rivelarsi attraverso il mistero della croce, che resta mistero di debolezza e di maledizione.

Gesù sapeva che non avrebbero resistito: si sarebbero dispersi ciascuno nel loro proprio. Per questo, dopo aver lavato i loro piedi, aveva avuto attenzione anche per la loro incapacità a portare il peso di quanto stava per accadere: per ora non siete capaci… Quasi mettesse in conto che a certi livelli di lettura e di comprensione delle situazioni e – perché no? – persino a un certo modo di esprimere e testimoniare la fede, si accede solo gradualmente. Se non perdessimo di vista questa pedagogia di Gesù!

Quegli uomini avevano condiviso tanto, tutto di lui, eppure ancora non erano in grado di manifestare fino in fondo la loro appartenenza a lui nonostante più volte avessero professato la loro disponibilità persino a morire per lui.

Sapeva che non avrebbero retto il confronto con gli eventi drammatici che di lì a poco si sarebbero scatenati sulla sua persona e sulla sua opera. Sarebbe stato necessario un dono dall’alto, una forza senza la quale nulla è nell’uomo, quella dello Spirito, il solo che avrebbe consentito di leggere quel modo di procedere delle cose, non già come la fine del tutto ma come un passaggio necessario per poter accedere alla vita stessa di Dio. È lo Spirito che consente di credere che la crepa che c’è in ogni situazione, è il tramite attraverso il quale penetra la luce stessa di Dio nella nostra esistenza.

Quante cose non comprendiamo! Di quante ci sfugge la plausibilità! Di quante altre non disponiamo di alcun codice interpretativo di accesso, mentre fatichiamo a stare a contatto con eventi che sembrano avere la meglio su di noi! Misuriamo ogni giorno di più di non essere affatto attrezzati ad esprimere un approccio sereno con l’imprevisto, l’ineludibile. Ciò che stupisce, a rileggere il vangelo, è proprio il fatto che a Gesù sembra non faccia problema questo dover riconoscere una nostra strutturale impotenza. E l’aver messo in conto le cose in anticipo, pure assicurandoli del dono dello Spirito Santo, non farà sì che Giuda non lo tradisca o Pietro non lo rinneghi.

Lo Spirito di cui Gesù ci fa dono è ciò che permetterà a Pietro di rileggere il suo rinnegamento non più come un aver abbandonato il Maestro al suo destino di morte, ma come l’evento grazie al quale egli ha toccato con mano fino a che punto è stato amato.

Lo Spirito di cui Gesù ci fa dono è ciò che permetterà a Tommaso di leggere le piaghe di Gesù non più come segno di morte ma come la porta di accesso alla misericordia di Dio.

Lo Spirito farà sì che la cronaca dei fatti registrata dai due di Emmaus venga illuminata di nuova luce, quella che a loro manca, convinti come sono che per dare gloria a Dio, le cose avrebbero dovuto prendere tutt’altro corso.

È lo Spirito che fa riconoscere la gloria di Dio nel Crocifisso. È lo Spirito che fa credere che dalle ferite del Signore possa scaturire la gioia per i discepoli. Lo Spirito è colui che continuamente attesta al nostro cuore che vale la pena dare credito ad una vita vissuta nello stile del Figlio di Dio. È lo Spirito che difende Gesù nel cuore dei discepoli quando esso sarà preda dell’angoscia e della solitudine.

Penso alle tante nostre situazioni di smentite e sconfitte, quelle che noi annoveriamo senza la luce di un senso. Forse è per la nostra incapacità a lasciarci ammaestrare dallo Spirito di Dio che le attraversiamo senza speranza. Che cos’è, in fondo la vita spirituale, se non un leggere continuamente la nostra vita, la nostra storia con le sue zone di luce e di tenebra, dalla prospettiva di Dio secondo la quale non c’è alcun materiale di scarto ma tutto è prezioso perché la sua opera si compia in noi?

Ciò che fa la differenza nelle pieghe della storia non è l’essere risparmiati dalla contraddizione ma la consapevolezza che a guidarci, anche in quei frangenti, ancora in quei frangenti, è lo Spirito stesso di Dio. Guai a spegnerlo, allora. Altre logiche prenderebbero il sopravvento, i cui frutti sono ben noti e sono sotto gli occhi di tutti.

acasadicornelio

Pentecoste,
Commento di Don Angelo Casati

Ancora questo gioco: avviene nell’ottavo giorno, come suggerisce il Vangelo di Giovanni, o il giorno di Pentecoste, come suggerisce il libro degli Atti, il dono dello Spirito.

Forse è impoverire lo Spirito Santo questa pretesa di imbrigliarlo in un’unica manifestazione. Ed è anche bello pensare che l’avevano ricevuto la sera di Pasqua e ancora l’attendevano: e non è una finta, un far finta, è un anelito vero: vieni, Santo Spirito!

E vorrei partire in questa riflessione proprio dalla Pentecoste piccola, quella senza clamore, quella che avviene la sera di Pasqua, al calare delle ombre, mentre chiuse erano le porte: “Alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi….”. Uno Spirito – voi mi capite – per essere liberi interiormente, liberi da ciò che ci rinchiude dentro, il peccato. Vedete, la libertà – quella interiore – è grande dono, forse dono ancor più grande della libertà esteriore.

I rabbini si chiedono perché Dio non avesse dato la Torah – la legge – a Israele immediatamente dopo l’esodo dall’Egitto, ma molto dopo sul Sinai. E rispondevano che era più facile per Dio far uscire Israele dall’Egitto che far uscire l’Egitto da Israele.

Come è vero! Quanto è più difficile recuperare la libertà dentro, quant’è più difficile disintossicarci dentro, quant’è più difficile espellere i faraoni che ci comandano dentro.

Manda, Signore, il tuo Spirito a renderci liberi dentro. E ci faccia sempre più convinti che ciò che conta è come siamo dentro. Ci aiuti a sfuggire all’inganno di una società che privilegia l’immagine, la maschera. Il tuo è uno Spirito d’interiorità I nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre passioni, le nostre scelte siano nella rettitudine e nella libertà.

A questo riguardo è suggestivo pensare che ai tempi di Gesù la festa ebraica di Pentecoste era la festa della Rivelazione, la festa del dono della Legge sul Sinai. Nel racconto della Pentecoste cristiana molti di voi avranno notato alcune significative assonanze: il vento, il fuoco, il miracolo delle lingue. Secondo un noto midrash sul monte Sinai ogni parola uscita dalla bocca di Dio si divise in settanta lingue, così che ogni popolo sentiva i precetti divini nella propria lingua.

Mi piace pensare allo Spirito che fa diventare tua lingua la Parola di Dio: tua lingua e tua passione e tuo cuore.

Ricordo l’impressione – sì, direi l’emozione – che provammo a Gerusalemme, quando una sera vedemmo davanti al Tempio i giovani ebrei danzare abbracciati – così come si abbraccia la creatura amata – abbracciati al rotolo della Torah, della Bibbia. Quasi una sorta di innamoramento.

Manda, o Signore, il tuo Spirito.

Ci liberi dal gelo di una religione ridotta a un elenco di definizioni da credere, o a un prontuario di norme da osservare. Ci faccia parlare con te, seguire te, pensare a te con il cuore di chi ama.

Lo Spirito di Gesù ci fa – lo dicevamo – uomini e donne dell’interiorità ma non certo uomini e donne dell’intimismo. La Pentecoste è anche festa di uno Spirito che ci scuote, che apre le porte, che conduce sulle piazze, fuori dai nostri recinti protetti, nel rischio della vita, nella imprevedibilità della vita.

“La fede non è un fatto crepuscolare, umbratile, da vivere solo nella penombra delle chiese. La fede è un fuoco. La fede la si gioca allo scoperto, nella città, nelle piazze, nella vita di tutti i giorni” (L. Pozzoli).

Ma – vorrei aggiungere – non alla maniera dei ciarlatani: lo Spirito è anche pudore, è discrezione, è ascolto, è trasalimento per la voce misteriosa, per i segni improvvisi che solo chi è abitato dallo Spirito – quello vero! – sa sorprendere.

Non abbiamo – no, non abbiamo conosciuto lo Spirito, il vero Spirito di Dio, se come cristiani diamo l’impressione di essere “impegnati” a lottare e a vincere più che a comprendere e a contemplare.

Vieni, Santo Spirito tu che sei vento impetuoso ma anche brezza leggera, tu fierezza ma anche dolcezza, tu rigore ma anche amabilità, tu assolutezza della verità ma anche tenerezza della misericordia.

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 17/05/2018 da in anno B, Domenica - commento, Festività (B), ITALIANO, Liturgia, Pasqua (B).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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