COMBONIANUM – Formazione e Missione

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La Madonna nell’arte (19)

La “Maestà” del senese Simone Martini,
un programma di “buon governo”.

La Maestà del senese Simone Martini,

Simone Martini era senese e per i concittadini era il migliore pittore della città. Anche il Ghiberti, famoso scultore e scrittore di cose d’arte, fiorentino d’origine, era dello stesso avviso e lo disse: “Nobilissimo pittore e molto famoso”.

Nato a Siena verso il 1284, Simone fu messo a bottega da Duccio di Buoninsegna, e così gli rimase sempre addosso la delicatezza tipica del maestro. I senesi, infatti, si erano appena abituati alla “Maestà” di Duccio, quando Simone dipinse la sua Madonna per una sala del Palazzo Pubblico cittadino. Stesso tema, ma con risultati diversissimi: il suo sarebbe diventato il manifesto di una pittura nuova che, in seguito, sarà chiamata Gotico Internazionale.

Si recò, poi, ad Assisi, dove nella chiesa inferiore della basilica di San Francesco dipinse ad affresco la cappella di San Martino. E poi, produsse tavole e polittici. La sua più famosa opera su tavola è senza dubbio l’Annunciazione, oggi nella Galleria fiorentina degli Uffizi.

Da ultimo, lavorò ad Avignone, quando per la presenza della curia papale, la città era un centro culturale di prim’ordine. Morì nel 1344 in quella città, carico di gloria e di onori. Di lui non rimangono che affreschi consunti, larve dello splendore antico. In quel periodo, miniò per Francesco Petrarca il frontespizio di un famoso manoscritto, il “Vergilius cum notis Petrarcae”, ora alla Biblioteca Ambrosiana di Milano.

Ciascuno fa la sua parte

Ma torniamo alla “Maestà”. Simone Martini la concluse nel 1315. Nel 1321, però, i committenti lo richiamarono per una “reactazione” dell’affresco, un aggiornamento iconografico, diremmo noi oggi. Nel frattempo, l’artista aveva lavorato ad Assisi e aveva assorbito la lezione di Giotto. Ed ecco che lui cambia alcuni volti dei santi. Aggiunse anche lunghi cartigli nelle mani dei quattro celesti protettori della repubblica, perché fosse ben chiaro il loro ruolo. In una parola, con i suoi 70 metri quadrati di superficie, la Maestà non è soltanto una grande impresa pittorica, ma è anche un programma di governo.

Nella Siena comunale e guelfa del primo Trecento, il governo popolare dei “Nove” aveva bisogno di realizzare un solido programma pubblico di consenso per immagini, basato sui temi di concordia, giustizia, buon governo. E sulle pareti delle sale di Palazzo Pubblico fiorirono i capolavori di Ambrogio Lorenzetti e Simone Martini. Non a caso, nel cartiglio della Vergine, a risposta delle suppliche, si legge, in sintesi, “Io farò la mia parte, ma chi vi governa deve fare la sua”.

Gigantesco reliquiario gotico

La Maestà è stata definita un gigantesco reliquiario gotico (misura 970 x 763 cm). Contro il cielo di un azzurro oltremare si dispongono in bell’ordine, attorno al trono della Vergine, figure di santi, angeli e apostoli. Ai piedi del trono sono genuflessi i quattro santi patroni di Siena: Crescenzio, Vittore, Savino e Ansano.

La composizione è incorniciata da una larga fascia con venti medaglioni, separati da motivi vegetali. Poi, si svolge su due piani: quello simbolico, suggerito dalla fascia a tondi e girali, quasi fosse un arazzo, e quello reale, evidenziato dalla cornice dentellata aggettante, quasi a voler dare l’impressione che il muro si apra e la conversazione celeste investa i fatti della Terra e segnatamente, quelli della Repubblica Senese.

Al termine degli ultimi restauri si è potuta apprezzare finalmente la suprema qualità degli incarnati. I volti, dalla saldezza plastica e dall’eleganza suprema, sono esemplari precorritori di una successiva civiltà figurativa, tanto da essere degni di figurare accanto a opere dipinte un secolo dopo, dal francese Fouquet o da un qualche altro grande del gotico europeo.

Natale MAFFIOLI SDB

http://www.donbosco-torino.it/

 

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Questa voce è stata pubblicata il 19/05/2018 da in Attualità sociale, Fede e Spiritualità, ITALIANO, La Madonna nell’arte con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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