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Lectio sul Vangelo di MARCO – Stancari (8)

VII-VIII Settimana del Tempo Ordinario

Lectio divina sul Vangelo di Marco (8)
Pino Stancari


san Marco

LO SCANDALO DELLA PICCOLEZZA
Lettura spirituale di Mc 9,35-10,31

La catechesi dello scandalo

Nel v. 35 del cap. 9 Gesù parla di se stesso presentandosi come un bambino presente in mezzo ai suoi, un piccolo, una figura secondaria per tante ragioni. I discepoli sono rimasti in silenzio, prendendo così, a modo loro, un certo distacco rispetto al fervore con cui Gesù rilancia il suo messaggio. I discepoli tacciono e Gesù incalza: “io sono un bambino in mezzo a voi“. La reazione dei discepoli viene man mano esplicitandosi: è una reazione di scandalo, lo scandalo della piccolezza. I discepoli reagiscono e c’è una evoluzione interna in questo loro modo di reagire. Dal v.38 in poi il nostro evangelista costruisce una vera e propria catechesi dello scandalo.

Gesù ha detto di sé che è un piccolo. Una affermazione del genere è scandalosa. Dentro a questo scandalo dei discepoli c’è la difficoltà a comprendere il senso della piccolezza che Gesù attribuisce a se stesso. Ma c’è una ambiguità, forse anche un equivoco, a proposito di quella che è l’esperienza, comunque presente nella condizione umana, della piccolezza. Non è chiaro per i discepoli in che senso Gesù attribuisca a se stesso l’identità e la posizione di piccolo. I discepoli dimostrano un disorientamento, che è dentro loro stessi, in rapporto a quella esperienza di debolezza. Questa incertezza è il motivo della scandalo.

Giovanni, come abbiamo visto, prende la parola. Giovanni, che è il piccolo tra i discepoli, si ritiene autorizzato a far valere i diritti acquisiti dalla sua posizione, che il maestro ha così clamorosamente valorizzato. Si sente autorizzato a intervenire presso il maestro per ottenere approvazione circa il gesto compito nei confronti di un tale che scacciava i demoni nel nome di Gesù. “Glielo abbiamo vietato – dice Giovanni – perché non era dei nostri“. Gesù dichiara che una proibizione del genere non deve essere compiuta in nessuna maniera: “chi non è contro di noi è per noi“. Giovanni si è sentito in diritto di approfittare della piccolezza che lo riguarda come di uno strumento di potere: proprio in quanto piccolo Giovanni ritiene di far bella figura presso Gesù, dichiarando che ha manifestato la sua autorevolezza espellendo dai dintorni quel tale che, senza essere uno “dei nostri”, scacciava i demoni nel suo nome. L’insegnamento di Gesù viene strumentalizzato: l’essere piccoli si trasforma nella pretesa di gestire un potere. E’ pressoché automatico questo paradossale fenomeno di trasformazione: la piccolezza diviene strumento di potere. Gesù immediatamente precisa che in questo modo di interpretare il suo insegnamento c’è un fraintendimento pericoloso: “Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa“. Nel nome di Gesù i piccoli come Giovanni non sono autorizzati a scacciare coloro che vengono giudicati superflui, indesiderati; nel nome di Gesù “riceverete un bicchiere d’acqua“. L’appartenenza a Cristo non farà mancare un bicchiere d’acqua, ma niente di più.

Gesù prosegue (v.42 fino al v. 50) con una messa a punto dell’intera questione in modo tale da fare emergere la situazione di scandalo nella quale si sono trovati i discepoli circa la piccolezza che lo riguarda. Gesù incalza proprio perché questo scandalo non dia luogo ad equivoci pericolosi. Gli uomini sono prontissimi a considerare lo scandalo come conseguenza di una insidia che proviene dall’esterno, una insidia che sarà eliminata quando colui che scandalizza sarà stato rimosso, cancellato, distrutto. In realtà l’esperienza della piccolezza non può essere ridotta all’effetto di una aggressione subita dall’esterno: c’è una piccolezza che noi sperimentiamo come realtà interna, come mancamento, svuotamento, cedimento, fallimento che sono dentro di noi. Tentare di sfuggire all’esperienza di questa piccolezza si fa sempre più arrischiato, diviene un pretesa acrobatica. Ci si accanisce allora nell’affermare la propria integrità a partire da una misura che noi stessi abbiamo determinato: noi stessi determiniamo quale è il valore di riferimento da cui dipende la nostra realizzazione. Gesù mette in guardia: accanendovi nell’affermare la vostra integrità, così come la definite a partire da voi stessi, come successo della vostra iniziativa, voi realizzate soltanto il vostro inferno, la geenna, il fuoco inestinguibile. La pretesa di affermare la nostra integrità in base a noi stessi: questo è il nostro inferno. Siamo all’inferno per come siamo riusciti a circoscriverci entro misure che abbiamo prestabilito da noi stessi, così da attribuirci i connotati di una cosa, fino a restare prigionieri di quell’oggetto che noi siamo per noi stessi. La nostra presunta realizzazione si sviluppa allora come esperienza infernale. Questo è un tentativo di sfuggire all’esperienza della piccolezza.

Rimane il fatto inequivocabile dell’esperienza comune della nostra piccolezza nell’ordine fisico, psichico, morale; la nostra esistenza è fatta di guai e di limiti dinanzi ai quali ci arrestiamo, che non riusciamo a valicare, dai quali siamo schiacciati, rimanendo monchi, zoppi, orbi. Ma proprio l’esperienza di questa piccolezza, mentre demolisce ogni sapienza umana, mentre contraddice ogni pretesa di esercitare nelle cose di questo mondo un potere a nostra misura, in realtà proprio l’esperienza di questa piccolezza diviene liberazione dall’inferno. “Se la tua mano ti scandalizza tagliala; è meglio per te entrare nella vita monco che con due mani andare nella geenna e nel fuoco inestinguibile” E così per l’occhio, per il piede. Ti scandalizza la tua piccolezza? Certo che ti scandalizza! E’ un inciampo. I discepoli hanno dimostrato fin dall’inizio il desiderio di trasformare la debolezza in uno strumento di potere; c’è stata poi l’abilità nel rinviare l’esperienza della propria debolezza alla responsabilità altrui. L’esperienza della piccolezza ti prende, ti stringe, ti risucchia dall’interno; nasce il tentativo di venirne a capo, come si può, in nome di valori di riferimento che ci diamo da noi stessi per dimostrare che siamo capaci di mantenerci nell’integrità. Gesù dice: non reagite alla scandalo per la debolezza che vi riguarda, per la piccolezza che vi segna costruendovi da voi stessi un inferno che, come fornace incandescente, vi attanaglia e vi rende insopportabile la vita. E’ infatti proprio nella vostra piccolezza che si rende presente Colui che si è fatto avanti per essere piccolo in mezzo agli uomini. E’ nella vostra piccolezza che voi lo incontrerete, lo riconoscerete, e vi sarà dato un bicchiere d’acqua.

La piccolezza come diritto

I discepoli non sono convinti. Marco inserisce qui il resoconto di due dialoghi, di due incontri tra Gesù e personaggi emblematici. Ricompare la folla, ma Gesù si rivolge sempre in modo particolarmente intenso e determinato ai discepoli.

Nel primo incontro si avvicinano dei farisei per metterlo alla prova. Gli domandano: è lecito a un marito ripudiare la propria moglie? Il tema di fondo rimane ancora la piccolezza. Gesù ha invitato i discepoli a riflettere su quel disagio nei confronti della piccolezza: cosa c’è sotto? Quale strumentalizzazione la stessa piccolezza può subire? Era una realtà già sperimentata precedentemente, nel caso di Giovanni, adesso viene ripresa e documentata in modo molto più articolato. E’ proprio un caso di piccolezza che viene preso in esame, quella piccolezza che viene trasformata in diritto: è il caso del ripudio. E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie? Ha questo diritto? E’ una situazione di difficoltà, una situazione di prova, di disagio, di piccolezza. Quale diritto ha il marito? Con questa domanda i farisei vogliono dare all’intera faccenda una impostazione che consenta di ricondurre la piccolezza dell’uomo entro il quadro di un potere da esercitare. E’ la piccolezza dell’uomo che è in solitudine. Questo è il dato originario di cui ci parla la rivelazione biblica: l’uomo è solo e il creatore gli ha dato una compagna: “Non è bene che l’uomo sia solo“. E’ una situazione di piccolezza, che in questo caso possiamo chiamare solitudine.

I farisei tentano di ricondurre una situazione di piccolezza entro una prospettiva di potere. Che cosa fa un uomo che è in difficoltà con la moglie? Quale diritto ha un uomo per ripudiare la moglie? Come la solitudine di un uomo può essere gestita da lui? Come la mia piccolezza può essere validamente fatta valere?

Gesù risponde con l’affermazione solenne che leggiamo nel v. 6: ” All’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due ma una sola carne.” L’inizio è l’archetipo, l’inizio appartiene a Dio. La solitudine dell’uomo è stata presa in considerazione da Dio; è lui, il creatore, che si è avvicinato alla sua creatura, che ha visitato quella realtà di solitudine in cui la creatura è insufficiente a se stessa. La solitudine dell’uomo, e corrispondentemente la ausialirità della donna, sta nelle mani del creatore. La donna viene condotta all’uomo perché gli sia di aiuto. Non è l’uomo in grado di gestire la sua solitudine, né è la donna in grado di rivendicare alla sua condizione di ausiliaria un diritto. La persona umana è relativa, l’uomo e la donna. L’uomo che pretende di gestire la sua solitudine impone se stesso come un valore sacro, divino al mondo, a tutte le altre creature, anche alla donna. L’uomo che pretende di gestire la sua solitudine fa di se stesso Dio, imponendo la sue pratese a danno della donna. Viceversa la donna, che è nell’intimità con il creatore e da lui stesso è presentata all’uomo perché gli sia compagna, se rivendica per sé nell’uomo un valore assoluto, fa dell’uomo il suo Dio, rivendica per sé quel che è dell’uomo in modo da attribuirgli un valore divino.

Il fatto è che lo scandalo della solitudine, lo scandalo della relatività della persona umana, dell’uomo e della donna, sta nelle mani di Dio: è l’iniziativa di Dio che prende contatto con la piccolezza della sua creatura. All’inizio il creatore li fece maschio e femmina. Proprio l’esperienza scandalosa di quella solitudine e di quella relatività, se non trasformata in abuso di potere e in rivendicazione strumentalizzatrice, diviene liberazione dal potere che fa della vita umana un inferno. “L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto“. L’uomo e la donna sono una sola carne, una sola debolezza, un raddoppio di piccolezze debolissime, quelle che competono alla carne umana, alla carne dell’uomo e della donna: l’essere l’uomo solo, l’esser donna relativa e ausiliaria.

L’uomo e la donna una carne sola, una debolezza nella mano del creatore. Non è possibile sfuggire all’esperienza della piccolezza facendo appello a dei diritti già conseguiti o da conseguire o comunque da far valere come riferimento assoluto. Si tratta invece di assumere quella piccolezza e consegnarla a colui che si è manifestato fin dall’inizio creatore di una sola carne, a colui che fin dall’inizio ha impostato la sua iniziativa per l’avvento del regno. Il brano si conclude con una nuova comparsa di bambini sulla scena. ( v.13) I bambini sono presentati a Gesù perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridano e Gesù si indigna con loro: ” lasciate che i bambini vengano a me, non lo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino non entrerà in esso.” Gesù li prende in braccio, pone la mani sopra di loro e li benedice. Non si sfugge allo scandalo della piccolezza con la pretesa di far valere dei diritti, si tratta di consegnare questa debolezza al regno che viene, nella obbedienza all’iniziativa di Dio.

La piccolezza come dovere

Il secondo episodio per certi versi ribalta la prospettiva e così completa la catechesi che l’evangelista ci sta proponendo.

Un altro incontro, dal v.17 in poi, un altro dialogo. Mentre Gesù si accinge a mettersi in viaggio, gli corre incontro un tale, che si getta in ginocchio davanti a lui e gli domanda: ” Maestro buono, che devo fare per avere la vita eterna?” E’ il caso dell’osservante, di chi tenta di affrontare e risolvere lo scandalo della propria piccolezza ricorrendo alla definizione dei propri doveri. Nel caso precedente la piccolezza come diritto, in questo caso la piccolezza come dovere.

Questo personaggio è ammirevole per tutto quello che sappiamo di lui. E’ noto in genere come “il giovare ricco”. Nel vangelo secondo Marco giovane certamente non è; ha alle sue spalle un lungo itinerario di vita, una esperienza esistenziale molto matura. “Fin dalla giovinezza“, dice il testo. Chissà quanto tempo è passato da quella giovinezza. Non è più giovane, è adulto, anzi molto avanti nella vita. La sa lunga, non è uno sprovveduto e non vuole nulla di regalato. E’ molto intraprendete e generoso; corre, si getta in ginocchio davanti a Gesù: “Che devo fare per avere la vita eterna?” Per “ereditare” dice il testo greco. Egli vuole vivere in pienezza, vuole conquistare e possedere la vita. Ed è pronto a tutto. “Tu conosci i comandamenti..Maestro tutte queste cose le ho osservate fin dalla giovinezza.” Non vuole nulla di regalato, vuole darsi da fare, impegnarsi. E’ un osservante nel senso più autentico del termine. Non soltanto dà credito ai precetti, ma desidera crescere quanto a intensità, puntualità ed efficacia nell’osservanza futura. Egli sperimenta la piccolezza, ne è scandalizzato; è lo scandalo di un uomo sincero e coerente, che non si è tirato indietro. “Che debbo fare per ereditare la vita in pienezza?” E’ pronto a tutto, purché la sua piccolezza sia misurata dalle cose possedute; purché Gesù gli indichi una soluzione al suo problema, gli dia un aiuto per superare lo scandalo che lo affligge: come venire a capo della mia piccolezza in modo da potermi gestire da me, in modo da potermi prendere in mano, da potermi realizzare da me stesso?

Il caso precedente era quello di coloro che credevano di affrontare e superare lo scandalo della piccolezza mettendo in chiaro quali siano i diritti che ci competono. Adesso abbiamo a che fare con chi crede di affrontare e superare lo scandalo della piccolezza mantenendosi rigorosamente coerente con la logica del dovere: non posso contare su niente e su nessuno, soltanto sulla rigorosa, coraggiosa e generosa autorealizzazione; soltanto possedendomi in modo sempre più maturo ed esemplare.

Allora Gesù fissatolo lo amò“. Gesù lo fissa, lo “guarda dentro“, dice il testo greco, e lo ama. Lo guarda dentro nella sua esperienza di piccolezza scandalosa e lo ama. “Una cosa sola ti manca, va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi“. Questo manca a quel tale per vivere, per ereditare la vita, per realizzarsi nella vita in modo pieno, maturo, esemplare: deve arrendersi all’amore. Manca solo questo: arrendersi. “Segui me“. Si tratta per quel tale di essere insieme con Gesù, nella povertà del figlio, nella piccolezza del figlio, che sta procedendo per portare a compimento la sua missione, il servizio che ottiene il riscatto per la moltitudine umana. Gli manca questo: arrenditi all’amore. Proprio la tua piccolezza è amata. Non sfuggi alla tua piccolezza ricorrendo alla determinazione dei tuoi doveri; nella tua piccolezza consegnati, affidati, lasciati amare, arrenditi.

Quel tale rattristatosi per quelle parole se ne andò afflitto perché aveva molti beni“. La sua è una reazione inorridita. Quel “rattristato” potrebbe essere tradotto con inorridito. Se ne andò dolente, dispiaciuto, avvilito.

C’è una reazione di orrore e insieme una nota di goffaggine, che diventa poi una nota grottesca nell’atteggiamento che assumono i discepoli. Gesù si guarda attorno: sono rimasti i discepoli. Altre volte abbiamo incrociato questo sguardo del maestro che si volge tutto attorno: è difficile, quanto è difficile, per coloro che hanno ricchezze entrare nel regno di Dio! I discepoli sono sgomenti. E’ più facile che un cammello passi nella cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio. Proprio la reazione inorridita dell’uomo osservante si ripropone nello stupore dei discepoli, nella loro goffa incomprensione: proprio questa reazione inorridita è ricchezza.

Quel tale non semplicemente era ricco per un fatto patrimoniale, quel tale era ricco in forza della sua pretesa di risolvere lo scandalo della piccolezza con il ricorso all’esercizio dei propri doveri. E’ la sua ricchezza. “Quanto è difficile che un ricco entri nel Regno di Dio“. E chi mai si può salvare? Impossibile! E’ impossibile la salvezza, se cerchiamo titoli per ereditare la vita che siano alternativi alla nostra piccolezza; è impossibile salvarsi se non attraverso lo scandalo della piccolezza, se non attraverso la resa all’amore gratuito e incondizionato di qualcuno che ci guarda ed ha pietà di noi. Impossibile presso gli uomini, non presso Dio.

Gesù continua a guardarli: “guardandoli disse”. Siamo sotto lo sguardo di qualcuno che ha pietà di noi. E’ solo la compassione di quello sguardo che rende possibile un cammino di salvezza per noi, altrimenti siamo prigionieri di quella ricchezza che conferendo alla nostra vita una nota di orrore, per la quale non c’è riparo, ci suggerisce di trasformare i limiti che sperimentiamo in impegno sempre più rigoroso quanto a doveri assunti. Una vita orribile, altro che una vita realizzata! Siamo sotto lo sguardo del maestro, lo sguardo del figlio, di colui che è piccolo in mezzo a noi, lo sguardo di colui che nella nostra piccolezza vede un strada aperta proprio per lui, che subisce il rifiuto, l’aggressione, che va incontro alla passione e alla morte. Proprio per lui, che è il piccolo in mezzo a noi, la nostra piccolezza diviene motivo di compassione. E’ proprio quella piccolezza, che in noi e per noi diviene motivo di recriminazione e di protesta, a incoraggiarci a rifiutarlo. Mentre scandalizzati reagiamo all’esperienza della nostra piccolezza, rifiutandola, è proprio lui che ci guarda, ci guarda dentro e ci ama nella eterna fedeltà della compassione di Dio.

http://www.incontripioparisi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 21/05/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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