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Guida alla lettura della Bibbia (13)

Per la tredicesima tappa del nostro percorso biblico vi propongo l’articolo del noto teologo e biblista padovano don Giuseppe Segalla (1932-2011) : “Le vicende storiche del tempo di Gesù e della Primitiva Comunità Cristiana”

Testo word Bibbia (13) Segalla – Le vicende storiche del tempo di Gesù e della Primitiva Comunità Cristiana
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Pietro e Paolo in una incisione del IV secolo rinvenuto in una catacomb

Pietro e Paolo in una incisione del IV secolo rinvenuto in una catacomba

Le vicende storiche del tempo di Gesù e
della Primitiva Comunità Cristiana

di Giuseppe Segalla

L’evangelista Giovanni, descrivendo il cartello di condanna posto sopra la croce di Gesù, ci informa: «[L’iscrizione] era scritta in ebraico, in latino, in greco» (Gv 19,20). Un documento ufficiale doveva essere scritto in queste tre lingue che rappresentavano rispettivamente il mondo della religione ebraica, il mondo dei dominatori romani in Palestina e il mondo della cultura internazionale del tempo. Le tre lingue in cui è formulata la condanna di Gesù, e nello stesso è proclamata solennemente la sua regalità universale, ci dischiudono il mondo in cui egli visse e operò e in cui si sviluppò la Chiesa delle origini.

Nel seguente breve quadro storico descriveremo dapprima i tre mondi della cultura, della politica e della religione per collocare poi sullo sfondo di questo palcoscenico le vicende storiche di Gesù e della comunità che da lui ebbe origine.

La dominazione romana in Palestina

L’impero romano dominava la Palestina del I secolo. Proiettato tutto verso oriente (le città principali come Alessandria, Antiochia, Efeso, Corinto erano dislocate a oriente di Roma), viveva nella ricca eredità della cultura greca. Ben trentadue volte viene nominato il mondo ellenistico nel corpo del Nuovo Testamento. La cultura greca era stata l’anima del grande impero ellenistico conquistato in breve tempo (333-323 a.C.) da Alessandro Magno, che pervenne a oriente fino ai confini con l’India; un impero che si era progressivamente sgretolato nel confronto con l’emergente potenza politica di Roma.

Vita politica, vita culturale e vita religiosa erano legate strettamente insieme nelle città ellenistiche, presenti anche nella Palestina del I secolo: sulla costa Tolemaide, Cesarea e Gaza; la Decapoli all’interno; lungo le grandi arterie: la città di Samaria e quelle di Scitopoli, Scefforis e Tiberiade in Galilea. Anche Gerusalemme era stata toccata dalla civiltà ellenistica; all’inizio vi si opposero i gruppi dei «giudei pii» (hasidim), che subirono il martirio all’epoca del re seleucida Antioco IV Epifane (215-163 a.C.), ma all’epoca del Nuovo Testamento era ormai un fatto compiuto, almeno per l’aspetto monumentale della città.

Lo sviluppo commerciale e il cosmopolitismo furono i due fenomeni socio-politici più caratteristici della cultura ellenistica. Ma col crescente benessere la vita morale decadeva sempre di più in un vuoto di valori. È questo vuoto che intendevano colmare le varie proposte religiose, che si incrociavano nell’impero romano. La religione tradizionale, naturalistica e poi posta a servizio dell’unità politico-religiosa (la dea Roma e la divinizzazione degli imperatori), col suo pantheon di dèi, andava declinando e lasciava posto al gusto e alla ricerca del meraviglioso nelle superstizioni, nell’astrologia e nelle arti magiche. L’uomo si sentiva abbandonato al fato (destino) e cercava sicurezza da ogni parte. La trovava nelle religioni misteriche che con i loro «misteri» e «riti segreti» promettevano una nuova esistenza, che non temeva neppure la morte. Queste nuove religioni muovevano da oriente a occidente e influirono forse in parte nella concezione del battesimo come partecipazione alla morte e alla risurrezione di Gesù (Rm 6,1-5).

Le filosofie popolari più note erano quelle epicurea e stoica, ambedue ricordate nel libro degli Atti, quando Paolo arriva ad Atene, centro storico della cultura greca (At 17,18). Fu soprattutto la filosofia stoica con la sua concezione del logos, dell’uomo cittadino del mondo e con la sua severa predicazione etica, che influi maggiormente sulla primitiva religione cristiana, specie in Paolo. Mentre però nel mondo ellenistico vi era una tendenza al sincretismo (appartenenza contemporanea a diverse religioni e filosofie), la fede cristiana nella rivelazione storica invece, pur aperta come la cultura ellenistica e stoica a ogni uomo, era inesorabilmente chiusa a ogni sincretismo religioso.

Quando Gesù iniziava la sua vita pubblica, lo Stato romano da parecchi anni era già passato dalla repubblica all’impero, dapprima con Cesare, ma soprattutto col lungo governo dell’imperatore Cesare Augusto (29 a.C.-14 d.C.), sotto il quale era nato Gesù (Lc 2,1). Con l’impero si perfezionò l’amministrazione delle province iniziata già con la repubblica senatoriale. I vasti territori dell’impero non erano regolati da un unico statuto. La politica romana si adattava alle varie popolazioni con grande tolleranza, secondo quello spirito cosmopolita che Roma aveva ereditato dall’ellenismo. Così anche la Palestina godeva di uno statuto speciale, dove il sinedrio di Gerusalemme composto di settanta membri (sacerdoti, farisei e anziani) esercitava potere legislativo e giudiziario in campo religioso.

Le province romane erano divise in senatoriali e imperiali. Le prime, più tranquille, dipendevano dal senato e avevano come governatore un proconsole di rango senatoriale; le seconde, più turbolente e difficili da governare perché ai confini dell’impero, dipendevano direttamente dall’imperatore e ivi soggiornavano stabilmente alcune legioni romane. La provincia della Siria, cui era annessa la Palestina come «territorio speciale», era una provincia imperiale con capitale la grande metropoli di Antiochia, dove iniziò la prima comunità cristiana in ambiente pagano e dove per la prima volta i «credenti» furono chiamati «cristiani» (At 11,26).

Nel periodo in cui ebbero a lottare contro il dominio seleucida (Il secolo a.C.), gli ebrei intrattennero un rapporto di amicizia con Roma (1Mac 8,17-32; 12,1-23; 14,16- 24), in cui trovarono un valido appoggio contro i sempre più deboli re seleucidi. Con i Maccabei, che avevano conquistato l’autonomia politica, si era instaurato il dominio degli Asmonei fin verso la fine del I secolo a.C. Ma anche questa dinastia si indeboli progressivamente fino a che la Palestina cadde sotto la dominazione romana.

Il primo forte intervento di Roma avvenne per mano del generale romano Pompeo, che, conquistata la Siria, dovette interessarsi anche della Palestina; a lui infatti si rivolsero i due fratelli Asmonei, in rissa tra loro per la successione al trono: Ircano Il e Aristobulo. Pompeo intervenne nel 63 a.C., assediò e conquistò Gerusalemme, entrò nel tempio e perfino nel «santo dei santi». Dopo di lui il regno degli Asmonei divenne sempre più debole finché cadde nelle mani di Erode il Grande, che iniziò una dinastia, la quale, in periodi e in territori diversi, dominò da circa il 40 a.C. fino al 44 d.C., proprio nel periodo che corrisponde al Nuovo Testamento.

Erode morì il 4 a.C.; poco prima della sua morte nacque Gesù (Mt 2,19-23). I figli non furono all’altezza del padre. Archelao, che ereditò la Giudea e la Samaria, fu più crudele del padre (si veda un’eco di questa triste fama in Lc 19,14) e così il 6 d.C., dopo appena dieci anni, gli veniva tolta l’etnarchia; Giudea e Samaria passavano sotto il dominio diretto di Roma, formando una «prefettura» (dal 41 d.C. si chiamò «procuratura») con a capo un prefetto, come attesta la stele di Pilato trovata negli scavi del teatro di Cesarea.

Il più famoso prefetto romano, per il suo tragico rapporto con Gesù, fu Ponzio Pilato (26-36 d.C.); dopo di lui vi furono Marcello (36-37) e Marullo (37-41). Si ebbe quindi un intervallo di quattro anni (41-44) in cui il re Erode Agrippa I ricevette dall’imperatore Claudio il regno di suo nonno, Erode il Grande; la sua morte repentina fu considerata dai cristiani un castigo di Dio per aver perseguitato la Chiesa e per essersi esaltato (At 12,1-23). I procuratori romani Antonio Felice (52-59 o 60) e Porcio Festo (59 o 60-62) tennero Paolo prigioniero a Cesarea per due anni (At 24-27). A Porcio Festo succedette Albino (62-64); nel breve vuoto di potere dall’uno all’altro il sommo sacerdote Anano approfittò per lapidare Giacomo, «fratello del Signore», capo della Chiesa di Gerusalemme. L’ultimo procuratore, il peggiore, fu Gessio Floro (64- 66); con lui iniziò la rivoluzione contro Roma (66-72 d.C.).

Tornando ai figli di Erode il Grande, il più noto al Nuovo Testamento è Erode Antipa, etnarca della Galilea e della Perea dal 4 al 39 d.C. È lui che mette in carcere Giovanni Battista e lo fa decapitare (Mc 6,14-29), minaccia Gesù durante la sua vita pubblica (Lc 13,31) e lo incontra durante la sua passione (Lc 23,6-12). Il terzo figlio, Filippo, è la figura più scialba; fu etnarca dell’Idumea e Traconitide fino al 34. La rivolta giudaica contro Roma, iniziata nel 66, fu domata da Vespasiano, inviato dall’imperatore Nerone, insieme al figlio Tito. Acclamato imperatore proprio durante la campagna militare, nel 69, Vespasiano ritornò a Roma e lasciò la direzione delle operazioni militari a Tito, che il 10 agosto del 70 entrò a Gerusalemme e incendiò il tempio, trasformato in fortezza dai rivoltosi; ma fu solo nel 72 che fu espugnata l’ultima roccaforte rimasta in mano ai ribelli, quella di Masada.

Nel 132-135 vi fu una seconda rivolta contro Roma, capeggiata da Bar Kochba (= figlio della stella), acclamato «messia» dal famoso rabbi Aqibà. Non si sa molto di questa seconda rivolta. Fu domata nel 135 e la Giudea cambiò nome in quello di «Palestina», mentre Gerusalemme prese il nome di «Aelia Capitolina».

Una parola, infine, merita la diaspora giudaica, dispersa nell’impero romano, che contava circa quattro milioni e mezzo di ebrei. La maggioranza viveva anche allora, come ora, fuori della Palestina; la città che ne annoverava di più era Alessandria d’Egitto, in cui gli ebrei avevano un loro quartiere, un loro senato e un loro statuto speciale. Ma gli ebrei erano presenti in tutte le principali città dell’impero e anche a Roma; il loro centro erano le sinagoghe, che furono anche la base delle primissime comunità cristiane.

L’ambiente culturale palestinese

L’ambiente giudaico del Nuovo Testamento è conseguenza ultima del tentativo di ellenizzazione della cultura ebraica, che ebbe un momento tragico nella lotta maccabaica di resistenza. Quando, dopo una lotta di tre anni con alterne vicende (167- 164 a.C.), gli ebrei ottennero la libertà di praticare la loro religione, si purificò il tempio profanato e si istitui la festa della dedicazione del tempio o Hanukkà, di cui parla Gv 10,17.

I vari gruppi o sètte, che caratterizzano l’ambiente storico-religioso dei vangeli, hanno origine proprio dalla sfida cui fu sottoposta la religione ebraica dalla cultura e politica ellenistiche, ereditate dapprima dalla dinastia asmonea e poi dalla dominazione romana.

Flavio Giuseppe, il grande storico giudeo-ellenista, filoromano, parlando di Giuda il Galileo che inizia una rivolta contro il censimento romano del 7 d.C. al tempo del prefetto Coponio (6-9 d.C.) e che egli considera iniziatore degli «zeloti», approfitta per presentare anche gli altri tre gruppi religiosi, che egli qualifica in relazione alle scuole filosofiche greche: i «farisei» vengono paragonati agli stoici, i «sadducei» agli epicurei e gli «esseni» ai cinici (B 11,118-119.162-166; AJ 13,171-173).

Due di questi movimenti iniziano con la rivolta maccabaica. I «pii» (hasidim), che si uniscono ai fratelli maccabei per lottare in difesa dell’identità religiosa ebraica contro il sincretismo ellenistico, sembra abbiano dato origine a due gruppi: i farisei, componente laica; e gli esseni, componente sacerdotale che si ritirò nel deserto di Giuda (nel luogo dell’attuale Qumràn), dopo che Gionata nel 152 a.C. si era appropriato della dignità di sommo sacerdote assommando in sé la suprema autorità politica e religiosa. Il gruppo dissidente si rifugiò nel deserto col «maestro di giustizia», probabilmente il sommo sacerdote legittimo. Gionata, che lo perseguitò, morì proditoriamente per mano dei nemici nel 134: un fatto interpretato dai monaci di Qumràn come castigo di Dio (1 QpHab 8,9-13) sul persecutore del loro capo.

I sadducei rappresentavano il gruppo più elitario, costituito dall’aristocrazia sacerdotale, conservatrice, che per mantenere il potere si appoggiava alla forza politica del momento; al tempo di Gesù e della Chiesa primitiva, ai romani; rigidi e letteralisti nell’interpretare la legge scritta, non credevano invece nella risurrezione (Mc 12,18-23 e paralleli; At 23,6).

L’altro gruppo, pure sacerdotale, come abbiamo detto, era quello degli esseni (dall’aramaico hasijja = pii) che contava circa 4.000 membri. Questo nome viene dato loro da Filone e da Flavio Giuseppe e vengono identificati con i monaci di Qumràn, di cui si è scoperta la biblioteca nascosta da loro in grotte prima di essere eliminati nel 68 d.C. dalle legioni romane di Vespasiano; apocalittici, con la loro vita pura (anche il celibato da loro praticato rientrava nella purezza legale) e con la rigida osservanza della legge intendevano preparare l’avvento del regno di Dio, che avrebbe distrutto con un intervento straordinario i loro nemici.

Tra i sadducei che si appoggiavano al potere politico e gli esseni che si ritiravano dal mondo nel deserto, si ponevano i farisei, il gruppo più presente nel Nuovo Testamento. Secondo Flavio Giuseppe essi contavano circa 6.000 membri, uniti in confraternite (haburot); si sforzavano di essere vicini al popolo ed erano da esso venerati e amati. Loro ideale era quello di essere fedeli all’identità ebraica in mezzo al mondo anche politico, mantenendosi distinti (di qui forse il loro nome di «farisei», che significa «separati») da esso. Tenevano in grande onore l’osservanza del sabato, la purità cultuale e la decima. Cercavano di adattare la legge mosaica, scritta e orale, alle situazioni concrete della vita in modo che fosse «praticabile».

Dopo il disastro della distruzione di Gerusalemme e del tempio nel 70, furono i farisei con a capo Johanan ben Zakkaj che rifondarono il giudaismo ufficiale a Jamnia, trasponendo nella liturgia sinagogale quanto era possibile del culto del tempio, ormai distrutto. A differenza dei sadducei, essi credevano fermamente nella risurrezione futura ed erano certo i più vicini alle posizioni di Gesù e della Chiesa giudeo-cristiana delle origini. Fu solo con l’avvento di Gamaliele II nell’80 e seguenti, a capo de concilio di Jamnia o Javne, che il giudaismo farisaico si irrigidì ed escluse dal suo seno tutti gli altri gruppi, compresi i giudeo-cristiani.

Il quarto gruppo religioso era costituito dagli zeloti, che rifiutavano il dominio di Roma e lo combattevano con l’opposizione politica e militare. Furono essi l’anima della rivolta contro Roma nel 66-72.

Ricordiamo, infine, altre tre categorie di persone, presenti nella Palestina di Gesù: gli scribi, esperti della legge, che potevano appartenere all’uno o all’altro dei gruppi sopra elencati; la maggioranza di loro però apparteneva ai farisei; ebbero un ruolo fondamentale nella riuscita del giudaismo ufficiale, dopo la caduta di Gerusalemme. I battisti erano i seguaci di Giovanni Battista, che si diffusero in Palestina dopo la sua tragica morte, e arrivarono fino a Efeso (At 18,25; 19,1-5). Infine i samaritani che compaiono in diversi testi del Nuovo Testamento (Mt 10,5-6; Lc 9,51-56; 10,29-37; At 8): un gruppo giudaico scismatico, che riteneva legittimo il tempio del monte Garizim e considerava «Scrittura» solo il Pentateuco, per cui aspettava un Messia-profeta come Mosè (Dt 18,18), e non re, il Taheb (Gv 4,16-26).

Tre erano gli strati sociali della Palestina di allora: la classe ricca, costituita da latifondisti, esattori fiscali, nobiltà sacerdotale; la classe media che comprendeva commercianti, artigiani, sacerdoti e leviti, piccoli agricoltori, piccoli esattori delle tasse ossia i pubblicani; e infine i poveri: braccianti, nullatenenti e schiavi.

Gesù chiamò i suoi discepoli dalla classe media, ma contava fra i suoi simpatizzanti anche qualcuno della classe ricca come Nicodemo, Zaccheo e Giuseppe di Arimatea; mentre il suo ministero si rivolgeva principalmente ai poveri.

Gli ebrei della diaspora, come abbiamo detto, costituivano la maggioranza della popolazione ebraica; e sono importanti per la storia della Chiesa primitiva. Le loro espressioni culturali più significative sono: la traduzione greca dell’Antico Testamento chiamata la Settanta (LXX) e l’enorme letteratura in lingua greca di cui ci sono rimaste per intero solo le opere di Filone e di Flavio Giuseppe, nonché i libri deuterocanonici dell’Antico Testamento.

Gli ebrei della diaspora parlavano solo greco e avevano una mentalità più larga dei loro connazionali palestinesi: apprezzavano più gli aspetti morali che non quelli cultuali della loro religione, per cui riuscivano ad attirare alla loro fede anche molti pagani (proseliti). Si riconoscevano anche dal nome in quanto prendevano nomi greci o grecizzati, come Saulo, che aveva il nome greco di «Paolo». A questo gruppo appartenevano Paolo e molti leader della Chiesa primitiva come Barnaba e tutto il gruppo dei «Sette» con a capo Stefano e Filippo (At 6).

L’emergere del giudaismo ufficiale dopo il 70 e il suo irrigidimento dopo l’80 lasciò delle tracce soprattutto nei vangeli di Giovanni e di Matteo: una distanza ostile e sofferta della fede cristiana dalla religione madre.

I tre ambienti descritti, ellenistico-romano e giudaico-palestinese e della diaspora, rappresentano lo scenario sul cui sfondo porre gli avvenimenti di Gesù e della Chiesa delle origini.

La cronologia cristiana del I secolo e la prima espansione del cristianesimo

La storia si iscrive in coordinate spazio-temporali ben precise e ha il suo solido fondamento nelle fonti orali o scritte che riportano testimonianze dei fatti che si vogliono narrare. Degli autori nel Nuovo Testamento chi ne è più cosciente è Luca nella sua opera in due libri: vangelo e Atti (Lc 1,1-4).

Per la storia di Gesù e della Chiesa primitiva il Nuovo Testamento è quasi l’unica fonte che possediamo. Qualcosa si può raggranellare dalla storia di Flavio Giuseppe su Giovanni Battista, su Giacomo «fratello del Signore» e forse anche su Gesù (Testimonium Flavianum). Gli storici romani Tacito e Svetonio ci ragguagliano sulla persecuzione di Nerone del 64. Dalla fortunata scoperta della stele di Delfi si ha notizia del tempo in cui Gallione, fratello di Seneca, fu governatore della provincia dell’Acaia (anni 50-51 o 51-52); ora, avendo Paolo incontrato Gallione nel suo secondo viaggio a Corinto (At 18,12-27), si acquisisce una data assoluta fondamentale anche per la letteratura del Nuovo Testamento; infatti a Corinto Paolo scrive la sua prima lettera, la prima ai Tessalonicesi.

La cronologia del Nuovo Testamento come storia abbraccia più o meno tutto l’arco del I secolo: la nascita di Gesù si colloca tra il 5-6 a.C., in ogni caso prima della morte di Erode il Grande (4 a.C. =754 dalla fondazione di Roma), e la morte del discepolo amato (l’apostolo Giovanni?) al tempo di Nerva-Traiano, cioè verso il 96 (Ireneo in: Eusebio, Storia Ecclesiastica, 111,23,1-4). L’errore nel computo della nascita di Gesù risale a un calcolo sbagliato del monaco scuta Dionigi il Piccolo, vissuto a Roma fra il 500 e il 545.

Per l’inizio della vita pubblica di Gesù ci vengono in aiuto i sincronismi di Lc 3,1-2, di cui il più importante è il quindicesimo anno dell’imperatore Tiberio Cesare: il 26, se si parte dall’anno in cui fu adottato da Augusto, oppure, con maggiore probabilità, il 28, se si parte dalla morte di Augusto. Se riteniamo, col quarto vangelo, che la Pasqua dell’anno in cui morì Gesù coincideva col sabato, allora la morte di Gesù sarebbe avvenuta il 7 aprile del 30 e nello stesso anno sarebbe iniziata la comunità cristiana di Gerusalemme.

Un’altra data importante che si può fissare è quella del 48, anno del concilio di Gerusalemme, mentre il 51-52 è l’anno in cui Paolo nel suo secondo viaggio arriva a Corinto.

Il movimento di Gesù iniziò contemporaneamente a quello di Giovanni Battista, se si ritengono storici i dati di Gv 3. Gesù proveniva da Nazaret, borgata sconosciuta della Galilea. Dopo che il Battista fu imprigionato da Erode Antipa, Gesù diede inizio al suo ministero in Galilea, predicando il regno di Dio, presente in lui e nella sua attività salvifica. Per il suo modo di agire e di predicare si scontrò con le autorità religiose del tempio, i sadducei, i quali lo condannarono a morte, chiedendo la collaborazione dell’autorità politica, rappresentata dal prefetto romano Ponzio Pilato.

I suoi discepoli, dopo la sua morte di croce, dissero di aver trovato la tomba vuota e di averlo incontrato vivo, risorto. Dopo la risurrezione e la discesa dello Spirito, la comunità giudeo-cristiana iniziò a Gerusalemme la sua marcia verso le genti per annunciare a tutti i popoli la buona novella della salvezza «nel nome di Gesù» (cfr. At 1,8).

La Chiesa primitiva si separò progressivamente dalla religione ebraica, che intendeva conservare la propria identità; la Chiesa cristiana acquisì una nuova identità «nel nome di Gesù», centro di unità di tutti i popoli di ogni lingua e nazione, in cui avrebbero trovato la loro famiglia (il miracolo della Pentecoste in At 2). Le tappe di questo cammino furono le seguenti.

Anzitutto l’inserzione nella direzione della comunità giudeo-cristiana di lingua aramaica, costituita dai «Dodici», del gruppo dei «Sette» ellenisti, cioè ebrei di lingua greca, tra cui spiccavano Stefano, protomartire, e Filippo, apostolo della Samaria e delle città elleniste della costa. L’occasione della elezione fu il lamento delle vedove «elleniste» per essere state trascurate. Presto questo secondo gruppo, di lingua e mentalità diversa, molto polemico nei riguardi delle autorità giudaiche del tempio, fu perseguitato e disperso dopo la lapidazione del loro capo, Stefano. Ma la loro dispersione fu provvidenziale, perché i cristiani dispersi furono seme di nuove comunità, di cui la più famosa fu quella di Antiochia.

Il secondo passo verso l’universalizzazione della fede cristiana fu l’accoglienza di un pagano, anche se proselito, il centurione Cornelio, nel seno della comunità cristiana da parte di Pietro (At 10). Nonostante fosse stato ispirato e mosso dallo Spirito in questo coraggioso passo a superare le barriere che impedivano a un ebreo di entrare in casa di un pagano, Pietro dovette difendersi a Gerusalemme di fronte al gruppo più intransigente dei giudeo-cristiani (At 11).

Il terzo passo verso il largo fu la predicazione dei cristiani ellenisti dispersi dalla persecuzione giudaica nella diaspora e in particolare nella grande metropoli di Antiochia, capitale della Siria. Ivi si diede inizio a una comunità mista di cristiani provenienti dal giudaismo e dalle genti. Nacque allora un grosso problema: i pagani che abbracciavano la fede cristiana dovevano circoncidersi o no? Dovevano osservare tutta la legge mosaica con le sue minute prescrizioni? E i giudeo-cristiani, abituati alla separazione dai pagani, sarebbero stati capaci di convivere pacificamente con cristiani provenienti dalle genti? A questo punto i problemi furono così enormi che si sentì la necessità di un concilio in cui dibatterli. E si arrivò così al concilio di Gerusalemme nel 48; in meno di vent’anni dopo la morte e risurrezione di Gesù, la Chiesa stava voltando definitivamente pagina anche a livello ufficiale. Le autorità di Gerusalemme, guidate da Pietro e Giacomo, decisero, insieme all’assemblea, di non imporre ai cristiani provenienti dal paganesimo né la circoncisione né l’osservanza della legge mosaica: ma solo alcune norme che facilitassero la pratica convivenza con i giudeo-cristiani (At 15,14-29). Ormai la Chiesa poteva partire alla conquista del mondo.

Quattro figure emergono per la loro importanza storica nella seconda metà del I secolo: Paolo, Giacomo, Pietro e il discepolo amato.

Paolo, convertito lungo la via di Damasco e chiamato dallo stesso Signore risorto a essere «apostolo delle genti», porterà per le vie dell’impero romano dall’Oriente all’Occidente «sino ai confini della terra» (la Spagna?: Rm 15,22-29) la buona novella.

Giacomo, «fratello del Signore» (cioè suo parente), succeduto nel 42 a Giacomo apostolo nella guida della comunità-madre di Gerusalemme, sarà il capo indiscusso di questa comunità fino al 62, quando anche lui, come il suo predecessore, subirà il martirio. Egli rappresentava in modo autorevole il gruppo giudeo-cristiano nella Chiesa primitiva. Dopo la sua morte nel 62 la Chiesa di Gerusalemme perse progressivamente il suo prestigio e lo perderà del tutto con la caduta di Gerusalemme.

Pietro-Kefa rimase sempre fin dall’inizio il capo indiscusso del gruppo apostolico; era l’autorità suprema, anche se per la seconda metà del I secolo lo veniamo a sapere solo indirettamente dagli scritti di Paolo e dalla prima lettera di Clemente del 96. Egli fuggì durante la persecuzione che si abbatté sulla comunità di Gerusalemme nel 42; sembra sia stato ad Antiochia come ci attesta Paolo in Gal 2,10-14; forse passò anche per Corinto (1Cor 1) e in ogni caso finì a Roma dove subì il martirio nella persecuzione di Nerone.

Infine, c’è il discepolo amato (l’apostolo Giovanni?), che ebbe un ruolo decisivo nella formazione delle comunità giovannee dell’Asia e dalla cui cerchia ci sono venuti il quarto vangelo, tre lettere e l’Apocalisse. Quella cui egli diede origine fu una comunità tutta particolare, che interpretò la fede cristiana nel confronto con la fede ebraica, ponendosi in contrasto con essa e nello stesso tempo assorbendone i valori più autentici, in chiave cristologica.

Arriviamo così verso la fine del I secolo, in cui la comunità cristiana dovette subire la persecuzione di Diocleziano, che si riflette nell’Apocalisse. La Chiesa era comunque ormai incarnata nel mondo e nella storia. Niente era a essa estraneo di quanto di buono offrivano il mondo e la storia. A tutti senza distinzione rivolgeva il suo messaggio di salvezza e tutti intendeva far entrare nella nuova alleanza universale con Dio in Cristo.

http://www.gesuitibari.it

Tratto da
Guida alla lettura della Bibbia.
Approccio interdisciplinare all’Antico e al Nuovo Testamento

San Paolo Edizioni (1995)

 

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Questa voce è stata pubblicata il 23/05/2018 da in Bibbia, Guida alla lettura della Bibbia, ITALIANO con tag .

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