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La Madonna nell’arte (25)

La torinese “Madonna del Divino Amore”.

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Il Museo Diocesano di Torino, tra le numerose opere d’arte che custodisce e tutte rilevanti per la comprensione dell’arte piemontese, espone anche una tavola di notevoli dimensioni e importanza: una Madonna del Divino Amore, copia, con alcune varianti, dell’originale raffaellesco realizzato verso il 1516 e conservato nella pinacoteca napoletana di Capodimonte.

Questo dipinto fu realizzato, secondo il Vasari, da Raffello per il cardinale Lionello, fratello di Alberto Pio da Carpi, e nel 1564 fu acquistato dal cardinale Alessandro Farnese per il suo palazzo romano, dove fu copiato da molti artisti. Nel 1662 la tavola fu trasferita a Parma, nel Palazzo del Giardino, poi nel 1774 raggiunse Napoli con il resto della collezione Farnese.

La lunga permanenza a Parma ha dato modo ai tanti artisti emiliani di copiare il dipinto di Raffaello e questa è, probabilmente, l’origine della copia torinese.

La tavola del Museo Diocesano era conservata in precedenza su una parete della sacrestia della cattedrale ed è entrata a far parte del patrimonio del Museo nel 2008, assieme ad altri dipinti che si trovavano nello stesso ambiente.

Non si tratta di una pala d’altare e la tipologia è tipica di un dipinto d’appartamento o per una cappella privata. Pertanto non è da escludere che l’opera non sia stata realizzata espressamente per la cattedrale torinese e che possa essere stata donata da un canonico o da un nobile, e non è improbabile che sia un segno del favore ducale.

Un artista attivo anche in Francia

L’ipotesi che il dipinto sia stato realizzato durante la sua permanenza emiliana è avvalorata dal fatto che è attribuibile a Giovanni Battista Ramenghi junior, detto il Bagnacavallo (Bologna 1521-1601), figlio del pittore Bartolomeo Ramenghi, di cui fu allievo. L’artista è documentato come attivo a Bologna dal 1555 sino al 1601, anno della morte. È ricordato dal Vasari per le sue attività romane e per una giovanile presenza accanto al Primaticcio, alla corte di Francia.

La delicatezza della nonna

La Madonna del Divino Amore rappresenta un incontro, storicamente improbabile, tra il piccolo Gesù e il coetaneo Giovanni, figlio di Elisabetta. Gesù è seduto cavalcioni su una gamba della madre; lei è raccolta in preghiera e pare quasi che assista a un evento di forte connotazione religiosa. Le mani giunte e il capo reclinato sottolineano tutta la sua devozione. Più attenta a che il piccolo Gesù non scivoli dal grembo della madre, è Anna, la nonna, che tiene con delicatezza fermo il braccino del piccolo.

Giovannino è, incongruentemente, vestito come se fosse già sulle rive del Giordano, pronto a predicare e a battezzare, con la semplice tunica di pelle di pecora, e reca con la mano sinistra la croce alla quale è avvoltolato un cartiglio con la scritta che, nel linguaggio iconografico, sarà il suo segno distintivo: “Ecce Agnus Dei qui tollit peccata mundi”. I due piccoli si guardano fissi negli occhi e Gesù sembra quasi impartire una benedizione al cuginetto, certamente segno del profondo legame che li unirà successivamente.

Assistono alla scena, come spettatori che non hanno voce in capitolo, San Giuseppe e Santa Caterina d’Alessandria. Il primo, un uomo anziano, in ossequio alla tradizione iconografica, con un fare pensoso, appoggia il mento al bastone. La Santa con la mano destra indica la scena e con l’altra regge gli strumenti del proprio martirio: una ruota con lame acuminate, miracolosamente infranta nel primo tentativo di suppliziarla, e la spada con la quale fu decapitata.

A sottolineare la preziosità della tavola è la splendida cornice secentesca scolpita e dorata, attribuibile all’illustre scultore piemontese Pietro Botto (notizie fra il 1603 e il 1659), attivo, oltre che in tante fabbriche sacre e profane del Piemonte, presso la corte ducale.

Natale Maffioli

http://www.donbosco-torino.it/

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Questa voce è stata pubblicata il 25/05/2018 da in Arte, ITALIANO, La Madonna nell’arte, Vergine Maria.

San Daniele Comboni (1831-1881)

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