COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

Lectio sul Vangelo di Marco – Stancari (9)

VIII-IX Settimana del Tempo Ordinario

Lectio divina sul Vangelo di Marco (9)
Pino Stancari

Marco

GESU’ E LA SUA CARNE
Lettura spirituale di Mc 11,1-12,44

Un maestro fallito

Siamo alle prese con la seconda parte della grande catechesi di Marco. Gesù per la prima volta (alla fine del cap.VIII) ha annunciato la sua passione e la sua morte. Si è reso conto ormai di andare incontro a un rifiuto irrimediabile. E’ proprio dai discepoli che il maestro è rifiutato; i discepoli stentano a rendersene conto, protestano per dimostrare esattamente il contrario. Il fraintendimento è sempre più evidente: è il fallimento dei discepoli che non rispondono alle intenzioni del maestro; ma è il fallimento soprattutto del maestro, in prima persona, che urta contro la durezza del cuore umano. Per quanto abbia fatto di tutto per educare i propri interlocutori, per quanto si sia impegnato lui stesso direttamente, la durezza del cuore umano gli sta dinanzi come un ostacolo schiacciante. I discepoli protestano e Gesù continua a rimandare lo stesso messaggio. Appare così in modo sempre più scandalosa la risposta fallimentare dei discepoli.

Ma fallimentare è la proposta del maestro: è Gesù che patisce in se stesso, che assorbe attraverso l’esperienza del suo fallimento, il fallimento dei discepoli. I discepoli protestano, ed è proprio la realtà, per loro scandalosa, di un maestro che dichiara il proprio fallimento ad attuare efficacemente quella proposta evangelica che da loro è stata rifiutata. Proprio in quanto il maestro fallisce, il fallimento dei discepoli viene da Gesù ricapitolato e raccolto all’interno di un disegno redentivo: è l’opera di Dio che si compie in questo modo; è la novità dell’amore che così entra nella storia umana, rivalutando prospettive e ristabilendo nuovi equilibri.

Gesù, il maestro che fallisce nel rapporto con i discepoli, proprio in forza di questo suo fallimento, instaura un vincolo di comunione con loro, attraverso cui li trascina in un disegno che a loro sfugge, che sfugge ai criteri dei nostri pensieri, dei nostri desideri, delle nostre consuetudini umane.

Il rapporto di Gesù con i discepoli è un rapporto bloccato dal dramma dell’incomprensione: i discepoli fanno di tutto per convincere il maestro che capiscono ciò che sta succedendo, che forse capiscono meglio di lui, e così confermano tutto il loro conflitto con il messaggio di Gesù. La novità di Dio non li riguarda, sono i pensieri degli uomini quelli che determinano le loro intenzioni, i loro atteggiamenti. Gesù, il maestro che porta in sé l’esperienza del fallimento perché manca della risposta dei discepoli, attraverso questo patire sta intraprendendo e illuminando una strada. I discepoli non l’hanno compresa e non sono in grado di apprezzarla. E’ la strada della redenzione attraverso la quale si introduce nella storia umana la potenza gratuita dell’amore di Dio. Là dove l’amore è tradito ed è rifiutato, là l’amore di Dio vince, realizza la propria intenzione di conversione e di salvezza.

La carne di Gesù

La situazione è ormai cambiata. Gesù è entrato a Gerusalemme. Questa è una svolta decisiva della sua vita: tutto quello che avviene adesso, dall’inizio del cap. 11 in poi, si svolge a Gerusalemme. Gesù entra a Gerusalemme accompagnato dalla folla festante con canto dell’Osanna, il salmo 118.

E molti stendevano i propri mantelli sulla strada e altri delle fronde, che avevano tagliate dai campi. Quelli poi che andavano innanzi, e quelli che venivano dietro gridavano:
Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide!
Osanna nel più alto dei cieli!”

La folla applaude la regalità divina di Gesù che entra a Gerusalemme, nel Tempio. Eppure Gesù è silenzioso, si guarda intorno e subito esce con i dodici, diretto a Betania. “E dopo avere guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i dodici, diretto a Betania” (Mc 11,7-8).

Un rapidissimo sopralluogo ed è già uscito dal Tempio, già si allontana dalla città per trascorrere la notte nei paraggi; ritornerà nei giorni seguenti e gli avvenimenti precipiteranno in modo drammatico verso quella conclusione che aveva già annunciato: la sua passione e la sua morte.

Gerusalemme è la città che ricapitola in sé tutti i valori della storia della salvezza. A Gerusalemme c’è il tempio. Fin dall’inizio Gesù prende contatto con il Tempio; è il grande sacramento a cui fa riferimento il popolo di Israele. Gerusalemme è la città di Davide e quindi la città del Messia, il figlio promesso di Davide; Gerusalemme è il punto di riferimento della storia del popolo ebraico ed è, malgrado la dispersione dei figli di quel popolo, la meta di un pellegrinaggio costante; Gerusalemme è la città di coloro che appartengono ad una unica discendenza, quella di Abramo, Isacco, Giacobbe e poi i figli di Giacobbe. Per quanto frantumata sia la comunità di Israele, Gerusalemme è capitale di fraternità: in lei si ricompone di generazione in generazione la comunità di Israele; in rapporto a quel segno è orientato il cammino del popolo: è orientato a Gerusalemme, qui ci sarà la manifestazione messianica.

Essere entrato a Gerusalemme per Gesù significa aver raggiunto la meta di un viaggio, in questa città si configurerà il suo significato messianico, la sua identità. Gesù appartiene a quel popolo, a quella città, a quel Tempio; la sua identità umana è indefinibile senza il riferimento a quel popolo, a quella città, a quel Tempio. Quando Gesù entra a Gerusalemme misura in modo radicale il significato e il valore della sua carne umana. Gesù non ha altra carne che questa di Gerusalemme, che questa di questo popolo. E’ la sua umanità, non ce n’è un’altra. I giorni che Gesù trascorre a Gerusalemme saranno decisivi per chiarire quale identità umana lo definisca. Gesù sta dinanzi a un popolo che è suo, ad una città che è la sua città, ad un Tempio che è il suo valore di riferimento.

Un messia fallito

Gesù si presenta a Gerusalemme osannato; anche i discepoli lo proclamano messia. Eppure il rapporto tra il maestro e i suoi discepoli si è consumato in un fallimento irreparabile. Aveva cercato di entrare nel cuore umano, liberandolo dalla durezza che lo imprigionava, per disporlo alla novità di Dio: l’evangelo che salva! Era stato un fallimento, quel cuore non si era aperto.

Adesso Gesù affronta direttamente il suo popolo e si trova confrontato con una storia, con una città, con tutto ciò che significa quella storia, quella città, quel Tempio. E’ una storia segnata dalla crescita costante di una tensione messianica; un piano di salvezza è andato man mano delineandosi, fino all’oggi di Gesù. Gesù guarda Gerusalemme, entra nel suo tempio, si muove nella città, parla con i suoi abitanti. Marco sottolinea questo atteggiamento di Gesù che scruta, osserva, cammina, dialoga non con questo o quel personaggio, ma con tutta la città, con tutto il suo popolo e la sua storia.

Nei capitoli 11 e 12 c’è la sconcertante constatazione che la presenza del messia a Gerusalemme si traduce in un fallimento. Non soltanto il maestro fallisce il suo rapporto con i discepoli, ma il messia fallisce nel rapporto con Israele. Non è un rapporto estrinseco: il popolo è stato chiamato proprio per questa attesa, per questo messaggio; il messia non ha altra carne che quella di questo popolo, non ha altra identità che quella che si rispecchia nella città santa, non ha altro riferimento per sé che non sia quel Tempio, eppure questo popolo non lo accoglie. Il messia patisce. Gesù si guarda intorno e capisce come stanno le cose. Sono pagine straordinariamente drammatiche. Non è soltanto una incomprensione tra Gesù e i personaggi a cui si rivolge; il fallimento riguarda una storia che è stata lentamente preparata, che è stata costruita con pazienza provvidenziale da Dio stesso in vista dell’evento messianico. E’ questa storia che fallisce; è il disegno di Dio che fallisce. Il Messia non è riconosciuto, non è accettato. Il popolo messianico non vuol saperne del suo messia. La città messianica lo disprezza e lo rifiuta. E’ il fallimento di un disegno provvidenziale che si è svolto in obbedienza a Dio che si è rivelato al suo popolo, che ha eletto Israele tra le nazioni. Questo fallimento si manifesta nella carne di Gesù; è la sua carne che si ribella; è la carne umana. Ci troviamo dinanzi ad uno spettacolo misterioso e per molti versi inesprimibile. La carne di Gesù fa di lui il messia di Israele, eppure è un messia rifiutato da Israele; e nonostante questo Israele è il suo popolo, è la sua carne.

Gesù, entrato a Gerusalemme, si ritira, ma poi ritorna, non si tira indietro dinanzi ad una città che gli è ostile. E’ la sua chiamata; la missione deve compiersi. E’ solo, la sua solitudine raggiunge ora il suo livello supremo. Abbiamo già incontrato la solitudine di Gesù proprio nel suo rapporto con i discepoli, ma ora la situazione è più profonda e drammatica: Gesù guarda Gerusalemme, la frequenta, la abita, cerca qui il tempo lo spazio della sua identità umana, e Gerusalemme non lo riconosce. E’ esattamente questo il mistero che stiamo contemplando: Gesù non trova nella propria condizione umana la risposta da rendere a Dio. Gesù risponde al Padre attraverso il fallimento di questa umanità: la storia umana è chiamata a rispondere alla voce, ma l’umanità non risponde.

Ci stiamo accostando alla rivelazione decisiva: il figlio affronta l’esperienza del patimento della carne umana, che non è la carne d’altri, ma la sua carne, per rispondere alla voce. Si rivela il Figlio, appare il Figlio, contempliamo la gloria di Dio. Così si compie quel disegno di salvezza che è al di là di tutte le previsioni e ottiene frutti di redenzione per l’umanità che si è sottratta al dialogo con il creatore. Gli uomini si sono rintanati nella ricerca della propria autogratificazione, nel protagonismo autosufficiente della storia umana, nella pretesa di affermarsi come soggetti di una propria iniziativa benefica e vittoriosa per il mondo. Il Figlio passa attraverso questa carne umana e la sua ostilità, la sua pesantezza, la sua volontà di opposizione a Dio. Gesù attraversa questa carne: è la risposta del Figlio alla voce che lo chiama. L’opera della salvezza non passa al di sopra delle cose, ma attraverso le cose, nella carne dell’uomo. E’ l’amore di Dio che è presente nella storia umana attraverso la pazienza e la franchezza del Figlio che patisce il fallimento dei suoi, della loro storia; il che vuol dire per lui essere rifiutato come messia. C’è qualcuno che ha il coraggio di offrire come risposta alla voce che lo chiama il proprio fallimento? E’ il Figlio.

Gesù a Gerusalemme è in cerca di un tempo e di uno spazio. “La mattina seguente, mentre uscivano da Betania, ebbe fame. E avendo visto da lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. E gli disse: ’nessuno possa mai mangiare i tuoi frutti’. E i discepoli l’udirono.

Gesù ha fame, ma non trova tra le foglie dell’albero dei fichi. Marco commenta che “non era quello il kairos dei fichi” Quando il messia entra nella sua città affamato non è il tempo dei fichi! C’è una contraddizione tra il popolo e il messia. Proprio qui, in questa distonia sta il dramma: ha fame, ma non è il tempo dei fichi! Cerca il tempo adatto e scopre che tra il tempo della sua missione e il tempo del suo popolo, della sua carne umana, c’è una contraddizione. C’è una nota di delusione nel gesto di Gesù che cerca un frutto che non trova.

L’erede ucciso

Gesù entra poi nel Tempio.

Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: non sta forse scritto:
La mia casa è stata chiamata casa di preghiera per tutte le genti?
Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!
L’udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato dal suo insegnamento. Quando venne la sera uscirono dalla città”.

I discepoli ora sembrano sparire, sono ormai delle comparse marginali, il discorso di Gesù con loro si è concluso. Gesù è a Gerusalemme, di fronte al suo popolo e alla sua città. Ci sono gli oppositori che si presentano in gruppi, divisi per categorie. “Gli si avvicinarono i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani..”. Sono tutti presenti e lo interrogano circa l’autorità che Gesù si sta arrogando. “Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farlo?”. Non è soltanto una questione di ordine empirico. Gesù si aggira a Gerusalemme cercando la sua casa. Che pretesa è questa! Perché cerca presso di loro il tempo e lo spazio che dovrebbero determinare la sua messianicità? Perché cerca presso la nostra carne umana la sua dimora? Chi gli ha dato questa autorità perché si presenti a noi e vuol trovare nella nostra carne il tempo e lo spazio per rispondere a Dio?

Gesù insiste dimostrando un coraggio umilissimo; non quello sfrontato del prepotente, ma il linguaggio del Figlio che patisce in se stesso il rifiuto che gli avversari stanno contrapponendo alla sua missione.

Si colloca a questo punto la parabola della vigna e dei vignaioli.

Un uomo piantò una vigna e vi mise intorno una siepe, scavò un torchio, costruì una torre, poi la diede in affitto a dei vignaioli e se ne andò lontano. A suo tempo inviò un servo a ritirare da quei vignaioli i frutti della vigna. Ma essi, afferratolo, lo bastonarono e lo rimandarono a mani vuote. Inviò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo coprirono di insulti. Ne inviò ancora un altro, e questo lo uccisero; e di molti altri, che egli ancora mandò, alcuni li bastonarono, altri li uccisero. Aveva ancora uno, il figlio prediletto: lo inviò per ultimo, dicendo: avranno rispetto per mio figlio! Ma quei vignaioli dissero tra loro: questi è l’erede; su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra. E afferratolo, lo uccisero e lo gettarono fuori dalla vigna. Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e sterminerà quei vignaioli e darà la vigna ad altri. Non avete forse letto questa Scrittura:

La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri?

Questa è la prospettiva, la sorte di Gesù, del figlio amato, dell’erede. La pietra scartata dai costruttori è posta come pietra d’angolo, a fondamento di un nuovo edificio. E’ esattamente quello che sta succedendo. Come si comporta Dio quando il figlio nella sua umanità è espulso, tradito, ucciso? Il figlio diventa la pietra d’angolo proprio in quanto scartato. L’umanità del figlio espulsa, tradita, uccisa costituisce la pietra di conversione: Gesù.

Gesù avanza mentre si fa sempre più chiara e intransigente l’ostilità dei suoi oppositori. Compaiono sulla scena in tre dispute che si succedono. Intervengono i farisei e pongono il problema del tributo a Cesare; poi intervengono i Sadducei e pongono il problema della resurrezione dei morti; infine intervengono gli scribi interrogandolo circa il comandamento più grande. In tutti e tre i casi gli oppositori di Gesù pongono domande da un’ottica particolare, quella di una carne umana che vuole essere protagonista del proprio tempo e del proprio spazio, di una carne umana che vuole cercare in se stessa la misura della realtà.

Gesù puntualmente riporta la questione all’iniziativa di Dio. E’ lui il vero soggetto, il vero protagonista, lui, il creatore di cui la creatura umana è immagine. “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio“. Dio è il vivente! Così risponderà ai Sadducei: “A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? Non è un Dio dei morti ma dei viventi!”. E così risponde allo scriba:” Il primo comandamento è: Ascolta Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore”. L’unico! Nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo, commenta Marco. E’ usato il verbo etolma : letteralmente: nessuno era più in grado di stare al passo con lui. Mentre tutto sta precipitando, Gesù avanza. E’ il suo coraggio. Questo stesso verbo compare solo un’altra volta nel vangelo secondo Marco, al cap. 15, v.43: “Giuseppe D’Arimatea, membro autorevole del Sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato“. E’ il coraggio di Giuseppe d’Arimatea che chiede il corpo di Gesù, un cadavere. Il coraggio di accostarsi a un cadavere, alla carne umana.

Il Signore

Nessuno ha più il coraggio di interloquire con Gesù, ormai è lui stesso che affronta gli avversari; è lui stesso che pone domande, perché ha il coraggio di affrontare l’ostilità della carne. Sono le conseguenze di un fallimento che produce morte ed è proprio attraverso questo fallimento fino alla morte che il Figlio avanza, risponde. E’ la signoria del Figlio: schiacciata, travolta, che porta in sé tutto il fallimento dell’umanità, nella sua carne indissolubilmente legata a un popolo, a una città, a un Tempio, a ogni creatura umana che muore. Nella sua carne il Figlio rivela la signoria di Dio, il Figlio ha finalmente trovato il tempo e il luogo adatti a lui. E’ assiso alla destra dell’Onnipotente, riposa nel grembo del Padre. Gesù cita il salmo 110:

Disse il Signore al mio Signore
siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
come sgabello ai tuoi piedi.

Ora è lui che fa domande. Il messia per Davide è il Signore di Davide, il suo kyrios. Gesù ha assunto ormai l’atteggiamento che è proprio del sovrano, come se egli stesso esercitasse ormai la funzione messianica. Tutto ciò è paradossale! Proprio quando è chiarissimo che la sua messianicità è rifiutata, che non c’è altro esito che quello di subire la condanna a morte, proprio allora Gesù esercita le sue prerogative regali. “E sedutosi di fronte al tesoro…”. Prima si aggirava, ora sta seduto, è intronizzato. E’ il figlio sul grembo del Padre.

La prima sequela

Ma venuta una povera vedova, vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora chiamati a sé i discepoli, disse loro: In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più degli altri. Poiché tutti hanno dato del superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva per vivere”.

Gesù chiama i discepoli. Finora, per tutto il capitolo 11 e 12, essi non hanno avuto alcun rilievo, adesso li chiama. La povera vedova ha messo tutto il suo bios (vita), dice il testo greco. E’ un personaggio che rimane nascosto; se non ci fosse stato Gesù, nessuno si sarebbe accorto di lei. Gesù l’ha invece notata. E’ come se in tutto quello che è successo e sta succedendo, questo episodio costituisse un momento di sollievo. C’è già una discepola anonima, c’è già una creatura sconosciuta di questo mondo che, alla scuola del maestro, in obbedienza al messia, dà tutto quello che ha, dà il suo bios. E’ un dono d’amore. Gesù lo nota. E’ esattamente la sua signoria che viene esercitata attraverso questo insegnamento. Gesù sta indicando come la carne umana non sia più prigioniera di se stessa e della morte che le è commisurata. La carne umana può consegnarsi in un dono d’amore. E’ proprio lui, Gesù, il Figlio che risponde alla voce, che è consumato fino alla morte, lui che è rifiutato dal tempo e dallo spazio, dal suo popolo e dal suo Tempio, è proprio lui che è in grado di proporre questo insegnamento autorevole ai discepoli. Ogni carne umana sarà vivificata nella certezza che è possibile ormai consumarsi e morire, come è proprio della carne, per un motivo d’amore. La gloria di Gesù, il messia per Israele, per Gerusalemme, per ogni carne umana che conosce la propria fragilità.

http://www.incontripioparisi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 29/05/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina, Settimana - lectio.

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