COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sulla Prima Lettera di Pietro – Martini (3)

Il segreto della Prima Lettera di Pietro
di Carlo Maria Martini
Corso di esercizi spirituali (2005)


iluminura

 

 PAROLA E CHIESA

Noi ti ringraziamo, o Padre, perché ci nutri con la tua Parola di verità e la fai giungere a noi dopo tanti secoli, attraverso le parole dell’apostolo Pietro. Fa’ che anche noi partecipiamo alla sua esperienza della morte e risurrezione di Gesù, alla sua speranza nella gloria. Egli che ora vive in questa gloria presso di te interceda per noi, con la beata vergine Maria, per farci desiderare i beni eterni e proiettare sulle nostre azioni quotidiane la luce della tua volontà e la potenza dello Spirito santo. Te lo chiediamo, o Padre, per Cristo nostro Signore.

Tralasciando per ora di soffermarci sulle parole esortative di 1 Pt 1, 13-22, continuiamo a riflettere su alcuni versetti assertivi, affermativi, che esprimono due ulteriori formulazioni di principio e fondamento.Considereremo 1 Pt 1,23-25; 2,4-5. 9-10. Di ciascuno di questi brani faremo la lectio e la meditatio.

Rigenerati dalla Parola

Leggiamo il testo:

«…essendo stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna. Poiché / tutti i mortali sono come l’erba / e ogni loro splendore è come fiore d’erba. / L’erba inaridisce, i fiori cadono, / ma la parola del Signore rimane in eterno» (1, 23-25a).

* L’autore ha una fortissima coscienza del fatto che il cristiano è generato dalla Parola. Ha insegnato precedentemente che la misericordia del Padre ci ha rigenerato, ci ha fatto nascere di nuovo; e qui aggiunge che la rigenerazione è dalla parola di Dio. Il nostro vivere cristiano non viene da un seme naturale, umano e corruttibile, ma da un seme immortale.

La Parola è quindi all’origine della nostra rinascita spirituale, della nostra vita, perché ci fa muovere secondo la volontà di Dio e nutre in noi la crescita interiore.

vv. 24 e 25a spiegano ulteriormente, utilizzando un passo di Isaia, che cosa vuol dire «parola di Dio eterna»: «Tutti i mortali sono come l’erba e ogni loro splendore è come fiore d’erba.! L’ erba inaridisce, i fiori cadono/ ma la parola del Signore rimane in eterno» (Is 40, 7-8).

Tutte le ideologie, tutte le parole umane, tutte le filosofie, tutti i pensieri che sono unicamente frutto dell’uomo non sostengono, si rivelano caduchi, perituri. E abbiamo assistito al cadere di tante ideologie che sembravano costruite perfettamente. Solo la parola di Dio è eterna, indistruttibile, sempre capace di generare.

E qual è la Parola?

Ricordiamo che il Primo Testamento aveva un concetto analogo, applicato tuttavia alla Legge. Penso al c. 24 del libro del Siracide:

«La sapienza loda se stessa, / si vanta in mezzo al suo popolo. / Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, / si glorifica davanti alla sua potenza: / “lo sono uscita dalla bocca dell’Altissimo”» (vv. 1-3a).

Quindi la sapienza è come la parola di Dio. E dopo tutto l’elogio della sapienza, leggiamo al v. 22: «Tutto questo è il libro dell’alleanza del Dio altissimo, / la legge che ci ha imposto Mosè, / l’eredità delle assemblee di Giacobbe».

È la Torah. La sapienza personificata è identificata con la Torah che vive in mezzo al popolo di Israele.

Diverso è il pensiero di Pietro che, dopo aver affermato: «La parola di Dio rimane in eterno», aggiunge: «E questa è la parola del Vangelo che vi è stata annunziata». La Parola è quella del Vangelo, la parola di Gesù. Anzi potremmo dire andando oltre, come l’evangelista Giovanni, che questa parola è Gesù: in principio era la Parola, la Parola era presso Dio, la Parola era Dio, la Parola ha abitato tra noi (cfr. Gv l, 1. 14).

La pagina della 1 Pt esprime in maniera fortissima la coscienza che il cristiano dipende dalla Parola, da essa è generato e rigenerato.

* Per la meditatio vi offro qualche pensiero, rispondendo alla domanda: qual è l’esperienza spirituale profonda che Pietro esprime? È l’esperienza dei primi cristiani di dovere la vita alla Parola del Vangelo.

La Parola genera alla fede (san Paolo l’ha espresso in maniera molto forte in 1 Cor 4,15: «Vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo») e rigenera. Noi sperimentiamo infatti che, quando siamo smarriti o stanchi o turbati o confusi, e prendiamo in mano la parola di Dio, essa ha una forza potente, ci rischiara, ci illumina, ci rigenera; quando entriamo in momenti di stanchezza, di aridità, di buio, di notte dello spirito, è sempre la Parola che ricostruisce in noi la fede e la speranza.

A che cosa corrispondono le parole di Pietro nella nostra esperienza spirituale? A quella che è stata una fondamentale acquisizione del Concilio Vaticano II, espressa nella Dei Verbum al c. VI, e che diventa esortazione ai fedeli: «Il Santo Sinodo esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli (…) ad apprendere la “sublime scienza di Gesù Cristo” (Fil 3, 8)con la frequente lettura delle divine Scritture. “L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo”. (…) Si ricordino però che la lettura della sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo; poiché “quando preghiamo, parliamo con lui; lui ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini”» (n.25).

Dunque i cristiani devono giungere a una familiarità orante con la parola di Dio. È la convinzione del primato della Parola nella Chiesa, che forse per alcuni secoli è rimasto un po’ oscurato e oggi è stato riscoperto.

Vi confesso che come Vescovo per 22 anni e mezzo della diocesi di Milano ho avuto a cuore una sola preoccupazione: rispondere all’esortazione della Dei Verbum, aiutando la gente a rendersi familiare con la parola di Dio e a pregare a partire da essa. È un programma pastorale che comporta il contatto con i giovani, con le parrocchie, con la gente semplice, con le persone di cultura, con gli stessi non credenti, perché tutti e ognuno di noi sentono il fascino della Parola. Tante volte ho detto, ai giovani in particolare: quando, trovandoti davanti a una parola del Vangelo, riconoscerai, per intuizione tua, che parla di te, anzi che parla ate, avrai scoperto il tesoro della parola di Dio.

In proposito vi leggo un pensiero di Giuseppe Dossetti, fondatore di una comunità monastica, e lo traggo da una raccolta di suoi scritti, molto incisivi, dal titolo La parola di Dio seme di vita e di fede incorruttibile: «La parola di Dio, secondo il c. 1 della prima lettera di Pietro, è il seme, la semenza incorruttibile che genera e conserva e fa crescere il cristiano e l’intero popolo dei fedeli, la Chiesa.

Per Pietro, come per tutto il Nuovo testamento, l’unica forza generante, l’unico seme di vita nuova per sé incorruttibile, è la parola del Signore. Ogni altra parola, ogni altra mediazione culturale e persino ogni mediazione teologica, – anche se in certe fasi della vicenda di un uomo, di una comunità o di una generazione può essere utile e, in certa misura e a certe condizioni, può apparire persino necessaria non è propriamente generale e creatrice e incorruttibile nel senso assoluto in cui solo la sperma (seme) della parola di Dio è incorruttibile».

Noi preferiamo a volte nutrirci di parole che non sono quelle della Scrittura, pur se le riflettono. Ma se vogliamo davvero rigenerarci, dobbiamo prendere contatto con la Parola viva che è Cristo e che è contenuta nell’Eucaristia e nella Bibbia.

Ancora Dossetti: «Ogni altra parola, staccata o che prevalga sulla parola di Dio, presto si isterilisce, perde la sua forza generante, si fissa in una sterilità piena e si corrompe».

Questo accade quando per esempio noi vogliamo sostituire alla Parola dei principi psicologici o teologici o fenomenologici o filosofici; danno entusiasmo per un certo tempo, ma poi si isteriliscono e vengono meno.

Solo la Parola dell’Eterno rimane. È un principio e fondamento espresso assai bene nella pagina della 1 Pt.

Siamo allora invitati a esaminarci severamente: la parola di Dio è all’ origine e alla sorgente della nostra vita interiore? O invece preferiamo parole più facili, più accessibili, e che non hanno carattere incorruttibile ed eterno?

Signore, fa, che non passi giorno senza che meditiamo un testo della Scrittura e donaci di insegnare a molti a trovare consolazione e speranza nelle pagine del tuo Libro santo.

Sacerdozio santo

Un ultimo principio e fondamento secondo la 1 Pt si trova nel c. 2, vv. 4-5.9-10.

In questi versetti le metafore sono talmente numerose e intrecciate l’una nell’altra che non è facile spiegarle e coglierle in unità. La lettera si sta di fatto rivelando come una grande fontana di un bellissimo giardino, che si moltiplica in innumerevoli zampilli, per cui non si riesce a capire esattamente da dove venga l’acqua, perché tutto è ricco di getti e di sorgenti.

* Consideriamo una prima serie di metafore (vv. 4-5):

«Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo».

– Anzitutto Gesù è pietra viva: Pietro sottolinea la fondamentale coscienza del cristiano, il principio e fondamento che la pietra, la roccia solidissima è Cristo.

Potremmo dire: come il popolo ebraico si è costituito intorno al Sinai, così il popolo cristiano si costituisce attorno a Gesù. E noi ci stringiamo a lui. Il greco ha proserchomenoi: lo seguiamo da discepoli, ci mettiamo sulla sua via e diventiamo noi pure pietra viva come lui.

– Dalla metafora della pietra si passa a quella dell’edificio: voi siete «pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale», potremmo dire un edificio costruito e abitato dallo Spirito santo. Gli esegeti discutono se l’edificio spirituale è il tempio, un nuovo tempio, oppure una casa, la casa di Dio nella quale trova rifugio l’umanità. In ogni caso è chiaro che il termine «spirituale» non significa un edificio invisibile, ma un edificio che è dimora dello Spirito.

– La terza metafora – siete «un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio» – sta a dire che allo stesso modo in cui il popolo eletto offriva sacrifici nel tempio, il nuovo popolo di Dio offre sacrifici spirituali.

Anche Paolo scrive in Rm 12, 1-2:

«Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».

La nostra vita, la nostra quotidianità, il nostro corpo, sono il vero sacrificio che si unisce a quello di Gesù. .

La vera dignità del cristiano è di essere un solo edificio con Gesù, essere il sacerdozio santo che offre il sacrificio della propria vita.

Pietro approfondisce i suoi pensieri ai vv. 9-10, dove troviamo un’ altra cascata di metafore con cui riprende le prerogative del popolo di Dio, per applicarle alle comunità cristiane a cui scrive:

«Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce; voi, che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia».

«Stirpe eletta», una nazione scelta da Dio per un compito speciale; «sacerdozio regale», un popolo sacerdotale che regna sul mondo e offre a Dio il mondo in sacrificio; «nazione santa», una nazione che partecipa della santità di Dio; «popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce». Sono evidenti i rimandi al testo di Esodo 19, 5-6:

«Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra. Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Queste parole dirai agli Israeliti».

E ancora: «Voi che un tempo eravate non-popolo, ora invece siete il popolo di Dio; voi, un tempo esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia». Molto chiari in questo v. 10 i riferimenti al libro di Osea:

«Dopo aver divezzato Non-amata, Gomer concepì e partorì un figlio. E il Signore disse a Osea: / “Chiamalo Non-mio-popolo, / perché voi non siete mio popolo / e io non esisto per voi”» (1, 8-9); «Dite ai vostri fratelli: “Popolo mio” / e alle vostre sorelle “Amata”» (2, 3); «lo li seminerò di nuovo per me nel paese / e amerò Non Amata; / e a Non-miopopolo dirò: Popolo mio, / ed egli mi dirà: Mio Dio» (v. 25).

Lascio a voi di scoprire e gustare le altre numerose e preziose assonanze con pagine del Primo Testamento.

Con questa ricchissima collezione di metafore Pietro assicura a comunità povere, disperse e disprezzate che sono l’opera di Dio nel mondo, il suo disegno che si realizza, il faro che illumina la storia.

* Dopo la lectio del testo, segnalo alcune piste di meditatio.

– Quale esperienza spirituale suppone in Pietro e nei primi cristiani questa serie di parole così alte?

A mio avviso suppone una duplice esperienza.

La prima è quella della solidità di Cristo, che è la pietra, la sola realtà veramente stabile, il centro della storia umana.

La seconda è quella che dall’ essere irremovibili in Gesù, fondati su di lui e con lui solidali, deriva l’essere solidali tra loro, l’essere un unico popolo, comunità, unita indissolubilmente in Cristo, capace di affrontare la storia oscura e difficile in cui è inserita.

– E come risuona in noi questo principio fondamentale?

Dovrebbe risuonare come coscienza di essere tutti un popolo identificato con Gesù.

Di fatto la coscienza di Chiesa è spesso molto scarsa. Si ha una religiosità individuale, si compie una ricerca personale di Gesù e tuttavia manca il senso di Chiesa. E d’altra parte è normale che sia così, perché lo si acquista gradualmente, crescendo in essa, sacrificandosi e pagando di persona.

È più facile vivere il senso di appartenenza in una comunità religiosa. È più difficile riferirlo alla Chiesa come tale. Notiamo infatti una presenza di individualismo di gruppo, magari anche religioso, che non è vero e proprio sensus Ecclesiae.

Posso dire sinceramente che nella mia esperienza ho vissuto da gesuita, fino all’età di 53 anni, la solidarietà soprattutto con la Compagnia di Gesù. Quando sono diventato Vescovo, ho allora capito che cos’è la solidarietà con la Chiesa, con una comunità universale. In essa la mia appartenenza alla Compagnia di Gesù mi inseriva fortemente, in quanto ne era una specificazione concreta.

Proviamo a chiederci: esiste negli Esercizi il senso ecclesiale?

Come sappiamo, sant’Ignazio si preoccupa dell’uomo singolo, del suo cammino di conversione e della sua spiritualità. Ma certamente li vede sempre inseriti nella Chiesa. Non a caso il libro degli Esercizi termina con alcune Regole «per il vero criterio che dobbiamo avere nella Chiesa militante», di cui leggiamo la prima: «Messo da parte ogni giudizio, dobbiamo avere l’animo disposto e pronto a obbedire in. tutto alla vera sposa di Cristo nostro Signore che è la nostra santa madre Chiesa gerarchica» (n. 353).

L’appartenenza a Gesù, che in Ignazio era fortissima, gli permetteva di vivere il principio e fondamento dell’appartenenza alla Chiesa in maniera esemplare.

Siamo chiamati ad approfondire il nostro inserimento nel popolo cristiano come grazia grande, fondamentale e da cui tutte le altre derivano; l’essere il popolo di Dio, il vivere l’esperienza di Chiesa, sono realtà da stimare al di sopra di ogni altro bene.

Ti ringraziamo, Signore, perché ci hai chiamato a far parte dell’ unica Chiesa. Ti affidiamo questa Chiesa che amiamo, la Chiesa del tuo Figlio Gesù, l’identità nostra con Gesù diventata comunione di fede e di amore. Proteggila, salvala e difendila. Rendila perfetta nell’unità} perché proclami le tue grandi opere e faccia conoscere al mondo il tuo amore per l’ umanità.

 

LA MALIZIA DEL NOSTRO CUORE

Incominciamo recitando i primi versetti del salmo De profundis:

 

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Questa voce è stata pubblicata il 29/05/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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