COMBONIANUM – Formazione e Missione

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La Madonna nell’arte (30)

El Greco, The Holy Family with Mary Magdalen


Perché un sermone sulla santa Vergine porti frutto, bisogna che mostri la sua vita reale, così come la fa intravedere il Vangelo, e non la sua vita ipotetica
(Santa Teresa del Bambino Gesù)

La donna più famosa di tutta la storia del mondo è sorta dal buio, dal’ignoto.
Chi fu veramente Maria, cosa sappiamo di lei dai Vangeli, dalle testimonianze dirette e da quelle della Chiesa primitiva, nulla trapela, pare una “donna senza passato”. Nonostante il mistero che circonda da sempre la sua individualità storica (…), la troviamo raffigurata in numerose gallerie d’arte, in musei e, specialmente, nei santuari e nelle chiese in tutto il mondo cristiano.

L’arte da quasi duemila anni ne canta la gloria, le virtù, la bontà e poiché l’arte non è parola, riesce a superare l’ostacolo che ci impedisce di penetrare nel mistero, e ci mette in uno stato che ricorda l’estasi e l’intuizione.  Dicevo quella della Madonna è il tema iconografico più ricco di tutta l’arte cristiana. La più antica immagine conosciuta è quella delle catacombe di Priscilla a Roma, risalente alla metà del III secolo; essa ritrae la Madonna seduta che tiene in braccio il Bambino Gesù. Questo motivo iconografico detto della Theotokos, o madre di Dio, di concezione strettamente teologica, era spesso presente nei mosaici absidali delle prime chiese cristiane e si diffuse largamente in Oriente divenendo il cardine del complesso decorativo gerarchico delle chiese bizantine accanto all’altro tipo iconografico della Madonna Orante e della Madonna Odigitria (in piedi con il bambino in braccio). Quest’ultimo tipo di Madonna è frequentissimo nelle icone russe a mezzo busto e si è diffuso in Occidente nei secc. XII e XIII e anche successivamente.

Altro tipo iconografico creato dall’arte bizantina fu quello della Panagia Nikopola (che dona la vittoria), seduta in trono, ieratica, regge il Bambino con una o due mani. Gli esempi più antichi in Occidente, di questo tipo iconografico sono le Madonne alvemiati del sec. XI – XII: il vescovo di Clermont aveva fatto eseguire, ispirandosi ad un’icona bizantina, una statua dorata della Vergine, dalla quale sarebbero derivate tutte le altre, diffuse largamente nell’alvermia. Madonne in Maestà scolpite sui timpani delle chiese gotiche, sormontate da un baldacchino che simboleggia la Gerusalemme celeste, si vedano i timpani della porta reale della cattedrale di Chartres (XII sec.) e della porta detta di Sant’Anna in Notredame a Parigi.

L’arte occidentale possiede una ricchezza che ci avvince, per il tema mariano, nelle chiese, nelle gallerie d’arte o nelle pinacoteche tutto ciò rivela l’impressione che l’umanità intera sia veramente innamorata della Vergine in un continuo susseguirsi di composizioni che cantano e la celebrano. Naturalmente in tutto ciò i primi innamorati sono gli artisti che hanno saputo infondere nel rappresentare la Vergine sentimenti che incantano per gentilezza e grazia inventiva attraverso le loro opere.

Facendo un salto temporale, prendiamo come esempio la “Madonna con Bambino” ( Washington, National Gallery) di El Greco (1541 – 1614). L’artista, in questo caso, si preoccupa di sottolineare la dignità quasi infinita in seguito al mistero della sua maternità divina. Fin dagli albori dell’arte cristiana, si dava il colore azzurro alle tre Persone Divine e il colore rosso a quelle umane. Gesù, quindi, se dipinto con due vesti porta quella esterna rossa, perché lui è rivestito di umanità. Il contrario avviene nell’opera di El Greco, in cui il panneggio della Madonna ha la veste rossa perché è creatura umana, ma porta il mantello azzurro, cioè il colore della divinità, poichè  “su di lei è sceso lo Spirito Santo e ha steso la sua ombra la potenza dell’altissimo” (Lc 1,35).

Di suprema tenerezza è il dipinto nella giovanile “Annunciazione” di Ludovico Carracci. Qui lo spazio è individuato dalla convergenza elementare delle linee del pavimento verso il punto di fuga, così da ottenere un’intelaiatura a scacchi quasi arcaicamente quattrocentesca e i due protagonisti (l’Angelo e la Vergine) si dispongono ai due lati (l’uno, in una luminosa veste bianca, addita verso l’alto per richiamare alla volontà divina, l’altra, con veste rossa, incrocia le mani sul seno e reclina, timidamente, in avanti il capo in segno di umile accettazione); dal fondo oscuro emergono le due figure e spicca il candido giglio simbolico retto dall’angelo, illuminati da una luce non naturalistica e perciò soprannaturale, ideologica. Al di sopra di lei si libra lo Spirito Santo in attesa di compiere in lei, non appena avrà pronunciato il suo “sì”, il miracolo dell’Incarnazione del Figlio di Dio.

Quale artista non è stato più innamorato della Vergine se non Botticelli come, ad esempio nella “Madonna del Presentimento” (Firenze, Uffizi, 1482) nella cui opera descrive il suo volto con una tale grazia e bellezza  tanto da fare apparire tutto il suo candore e l’amore di Dio, come dice Dante:
“Gli occhi da Dio, diletti e venerati” (Par.XXXIII, 40)

Riprendendo il tema dell’iconografia mariana attraverso i secoli e ritornando all’antichità in cui la Vergine viene rappresentata come una regina, col bambino tenuto in modo da sembrare essa stessa il suo trono. Ambedue guardano verso chi li osserva e sembrano ignorare di essere madre e figlio. Questo modo di rappresentare la Vergine, prima del milleduecento fu, come già detto, costante sia in Oriente che in Occidente, anzi in Oriente continuò a essere la regola anche dopo. In Occidente, questo schema perdette il sopravvento ma continuò sempre a far capolino attraverso i secoli, anche se mitigato nel suo rigorismo, da particolari aggiunte, quali gli angeli, i santi o altri devoti. Pensiamo alle Madonne in trono di Cimabue  come la “Maestà” (Firenze Uffizi) o di Duccio come la “Madonna Rucellai”o Simone Martini.

Giotto nel 1310 realizza la “Madonna Ognissanti” che se paragonata all’avanzata ricerca stilistica degli affreschi di Padova, sembra più legata alla tradizione, sia perché riprende il tema della Maestà su fondo oro, impostata come quella di Cimabue, sia per il mantenimento delle proporzioni gerarchiche. Nell’opera giottesca prevale l’umanità di Maria, la quale, dentro l’esile trono, appare ancor più monumentale, siede quasi di tre quarti, per sostenere meglio il figlio, spostandosi dall’asse compositivo. Con questa posizione conquista lo spazio, contraddicendo l’assoluta frontalità e planimetria bizantine, e stabilisce un rapporto di affetto materno con Bambino, che entra a far parte del volume di lei, quasi incuneandosi nel vuoto lasciato dal suo movimento. Il legame affettivo madre-figlio è anche espresso mediante la linea ovale formata dal manto e dalla mano della Vergine e dal corpo di Gesù.

Dopo il Milleduecento, gli occhi di Maria si addolciscono. Maria guarda il Bambino con occhi materni di una dolcezza infinita, e anche il bambino Gesù fissa sua mamma con una grazia che non si può descrivere. In breve: la Madonna viene mostrata mamma nel vero senso umano della parola e il bambino Gesù si abbandona in tutte le mosse dei bambini in braccio alla mamma, mostrandole gli affetti più delicati, vezzeggiandola con grazia. Si veda ad esempio la “Madonna del Granduca” di Raffaello (Firenze Galleria Palatina). Dal fondo scuro emerge la piramide allungata della Vergine che regge il figlio, leggermente ruotante, abbracciato teneramente alla madre, i contorni ammorbiditi dall’ombra, le forme coordinate reciprocamente, i volti totalmente idealizzati, pur partendo dalla realtà quotidiana.

E finalmente doveva essere il Protestantesimo, con le sue negazioni, a far rifiorire l’arte cristiana nel suo aspetto naturale di fedele interprete della dottrina cristiana, insomma non vi fu verità negata dal Protestantesimo che non sia stata affermata vigorosamente dall’arte specialmente le verità riguardanti l’Eucarestia, la Chiesa e la Madonna.

Fra le raffigurazioni della Madonna prima della nascita di Gesù, la più importante è quella della Madonna del Parto, presente nell’arte del XIII sec. Ma affermatissima solo successivamente. Celebre e inusuale come tema è l’affresco di Piero della Francesca nella cappella del cimitero di Monterchi ad Arezzo: qui la Madonna, immobile fra due angeli, mostra con la mano il proprio grembo.
In una variante lombarda abbiamo la Madonna del coazzone, così detta dalla lunga treccia che le scende dietro le spalle, raffigurata in piedi con semplice abito decorato a spighe di grano, simbolo di fecondità.
Un esempio di questo tipo di raffigurazione lo troviamo in un’opera giovanile di Cristoforo Solario (prima collocata nel duomo di Milano, ben presto oggetto di culto, oggi nel Museo di Castello Sforzesco). La veste scende giù morbida, ricoperta da una ricchissima decorazione, la posa è di una semplicità assoluta, le mani sono congiunte in preghiera. Riesce subito a trasmettere una sensazione di pace e devozione infinita, il volto segue questa linea emotiva, è fermo, deciso e allo stesso tempo incredibilmente dolce, sembra che davvero riesca a dire “eccomi sono la serva del Signore”. Una Madonna semplice quindi, ma con l’eleganza di una vera e propria regina.
L’archetipo dell’opera  deriverebbe da un prototipo argenteo, perduto, eseguito verso il 1455 da un artista tedesco. A questo tipo iconografico si ascrivono anche le statue reliquiario della Madonna, ricordate negli inventari medievali e distrutte in gran numero dopo la Controriforma: in bronzo o rame smaltato (smalti limosini), in avorio o legno, queste Madonne recavano nel grembo aperto il Cristo crocifisso o la Trinità.

Un altro tema antico è la Madonna del latte o dell’umiltà e del Roseto. Questo soggetto deriva dal tema bizantino della Galaktotrophusa, la prima ha ispirato vari artisti come Jean Fouquet, Leonardo da Vinci con la Madonna Litta (ora al museo dell’Hermitage), e Caravaggio con una Madonna dello svezzamento (Roma, Galleria d’Arte Antica).
I pittori fiamminghi invece preferirono all’iconografia della Madonna che allatta quella della Madonna con la scodella.
Il secondo tipo, quello della Madonna del roseto, invece fu soprattutto sviluppato dai pittori della scuola renana e di esso ci sono rimasti alcuni interessanti esempi a Francoforte e a Colonia.

Altro tema iconografico è quello della Madonna della Misericordia, generalmente raffigurata in piedi, più frequentemente senza il Bambino, con le braccia tese ad aprire l’ampio manto per accogliere coloro che l’invocano e che essa protegge: un esempio famoso è la “Madonna della Misericordia di Piero della Francesca (Pinacoteca di San Sepolcro, Arezzo), dipinto per la compagnia della Misericordia di San Sepolcro.

Dal tema della Madonna della Misericordia derivò quello della Madonna del rosario,  la cui origine è stata attribuita all’apparizione di Maria a San Domenico nel 1208 a Prouille, nel primo convento da lui fondato. Nelle arti figurative appare per la prima volta in un trittico a Colonia, dove san Domenico e san Pietro Martire sorreggono il manto della Vergine mentre gli angeli la inghirlandano di rose (l’iconografia ebbe, dunque, origine domenicana e grande diffusione nel XVII sec.) e di cui abbiamo alcuni esempi di Dürer e Van Dyck.

Infine c’è il tema iconografico, diffuso soprattutto nell’arte tedesca, della Madonna dei sette dolori o Madonna addolorata. Nato nelle Fiandre alla fine del XV secolo (un incisione dedicata a Carlo V, pubblicata ad Anversa nel 1509, raffigura la Madonna con le sette simboliche spade disposte a ventaglio, esso si diffuse rapidamente nelle regioni renane.

In Italia la sua storia è più antica, ha inizio precisamente il 15 agosto 1233, quando sette nobili fiorentini iscritti all’Arte dei Mercanti e poeti-attori della compagnia dei Laudesi erano soliti esprimere il loro amore a Maria in laudi davanti un’immagine dipinta su parete di una via, come giullari facevano con la donna amata. Improvvisamente videro l’immagine animarsi, apparire addolorata e vestita a lutto per l’odio fratricida che divideva Firenze. Questi giovani gettarono le armi, indossarono un abito a lutto, istituirono la compagnia di Maria Addolorata, detta dei Serviti e si ritirarono in penitenza e preghiera sul Monte Sanario. Tradizionalmente, i sette dolori affrontati da Maria sono tratti  dalla lettura dei Vangeli e sono: 1) Profezia dell’anziano Simone sul Bambino Gesù; 2) La fuga in Egitto della Sacra Famiglia; 3) La perdita di Gesù nel Tempio; 4)L’incontro di Maria e Gesù lungo la Via Crucis; 5) Maria ai piedi della croce dove Gesù è crocifisso. 6) Maria accoglie nelle sue braccia Gesù morto; 7) Maria vede seppellire Gesù.

L’iconografia della Madonna Immacolata ha avuto le più significative interpretazione di artisti di tutto il mondo. Bisogna risalire alla fine del ‘400 per ammirare le composizioni che mostrano Maria purissimo concetto esistente nella mente di Dio. Maria è sempre nel centro: ha aspetto giovanile di ragazza, quasi ancora bambina, con i capelli lunghi, neri e sciolti; è sospesa fra il cielo e la terra, ha le mani giunte ed è immersa in profonda adorazione. Dio dall’alto del cielo la contempla e, vedendola così pura, esclama: “Tutta bella sei, o amica mia, e in te non v’è macchia”. Cortei di angeli sono in profonda ammirazione. Domenico Theotokõpulos detto El Greco (1541 – 1614), nella sua opere, ha posto gli emblemi dell’ “Immacolata” (Toledo, Museo Santa Cruz) per terra, ancora ben distinti dal paesaggio. Si vede il tempio di Dio, il pozzo di acque vive, la fonte, il giglio dei campi, il cespuglio di rose, la palma, il cipresso e, in lontananza, il sole, la luna, la città turrita e l’aurora che sorge. Maria è sempre una pura idea della mente di Dio, ammirata dagli angeli estatici. Se ha un corpo, è di sostanza e di bellezza tanto pura quanto pura è la luce immateriale che la esprime. Bartolomè Esteban  Murillo fu grande interprete di questo soggetto, infatti, l’artista spagnolo ha realizzato una ventina di quadri dell’Immacolata Concezione che sono rimasti un’icona perenne di questo soggetto.

Delle tante visioni da lui dipinte l’ Immacolata Concezione” dell’Escorial, questa è una delle più popolari. L’opera rappresenta il dogma che proclama la Vergine Maria senza peccato originale, che non fu codificato dalla Chiesa fino al culto dell’Immacolata ebbe seguito e le rappresentazioni proliferarono. Con il suo lavoro, Murillo contribuì alla diffusione di questa dottrina, legando la sua fama d’artista a celebri quadri dell’Immacolata Concezione. Per l’iconografia del soggetto, il pittore segue alcune indicazioni tratte da El Arte de la Pintura, il trattato di Francesco Pacheco pubblicato postumo nel 1649, nel quale si descrive la Vergine come “nel fiore degli anni, da dodici a tredici anni, bellissima bambina…naso e bocca perfetti e guance rosate, i bellissimi capelli lisci, color dell’oro”. E’ evidente che Murillo, seguendo le indicazioni di Pacheco, ha cercato il modello della Vergine, con tunica bianca e manto fluttuante azzurro, è sulla caratteristica mezzaluna posta su una nuvola attorniata da angeli che giocano con i simboli mariani. Il senso intimista del quadro è esaltato dalla giovinezza e dall’innocenza della Vergine e dai colori delicati nei quali predominano i toni gialli e chiari dello sfondo.

Maria Paola Forlani
https://artesenzaconfini.myblog.it

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Questa voce è stata pubblicata il 30/05/2018 da in Arte, ITALIANO, La Madonna nell’arte, Vergine Maria.

San Daniele Comboni (1831-1881)

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