COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sulla Prima Lettera di Pietro – Martini (4)

“Il segreto della Prima Lettera di Pietro”
di Carlo Maria Martini
Corso di esercizi spirituali (2005)


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LA MALIZIA DEL NOSTRO CUORE

O Signore, ciascuno di noi grida a te dal profondo. Tu solo conosci il nostro cuore, tu solo conosci le caverne interiori nelle quali ancora si annidano i serpenti e i veleni. Non vediamo il nostro interno fino in fondo, ma tu lo scruti e puoi guarirlo, medicarlo, confortarlo. Gridiamo a te, o Signore, per essere purificati e consolati in un cammino penitenziale che ci porti a quella sovrabbondanza di pace che l’apostolo Pietro augurava all’inizio della sua lettera. Ti chiediamo di guidarci verso le nostre profondità, perché non ci spaventiamo, ma ci lasciamo illuminare e risanare da te, che sei Dio e vivi con il Padre e lo Spirito santo per i secoli dei secoli. Amen.

Con questa meditazione ci inoltriamo nel cammino penitenziale, secondo il processo dinamico degli Esercizi spirituali che, dopo il Principio e fondamento, fa percorrere la via della penitenza e della conversione, attraverso la cosiddetta Prima settimana, che di solito si conclude con la confessione sacramentale.

Abbiamo fin qui raccolto, come Davide, sei ciottoli dal torrente, sei piccole pietre che costituiscono il principio e fondamento della 1 Pt. Sono: la coscienza battesimale, la coscienza escatologica (della speranza eterna a cui Dio ci ha chiamati), la coscienza della gioia nella sofferenza, la coscienza messianica (tutta la storia della salvezza è per noi), la coscienza della nostra origine dalla Parola (generati da un seme incorruttibile che è la parola di Dio viva ed eterna) e la coscienza cristologica ed ecclesiale di essere uno con la roccia che è Cristo nella solidarietà della Chiesa.

I sei sassolini sono il punto di partenza e corrispondono al Principio e fondamento degli Esercizi ignaziani.

Ora si tratta invece di considerare l’opposto, cioè le forze distruttive, che cercano di corrodere, di limare, di far tremare, di soppiantare e sconquassare l’edificio costruito dalla grazia di Dio.

La Prima settimana degli Esercizi

È una settimana dedicata appunto alla purificazione, a consolidare il cammino di conversione, a promuovere il cambiamento di vita, a favorire la guarigione delle ferite più gravi presenti in noi, a suscitare un certo disgusto del passato, della mediocrità, della tiepidezza, della frigidità spirituale nella quale spesso viviamo.

Desidero leggere il n. 63 degli Esercizi, che ritengo molto importante, là dove Ignazio fa chiedere alla Madonna di ottenerci da Gesù tre grazie.

La prima: che io «senta profonda cognizione dei miei peccati e disgusto per gli stessi». È la grazia tipica della conversione dal peccato, in quanto rovina la mia vita, rovina il piano di Dio, offende il Padre, lacera la comunità.

La seconda è la grazia di sentire «il disordine delle mie attività in modo tale che, detestandolo, mi corregga e mi ordini». Ignazio suppone che oltre ai peccati formali, c’è un disordine nel nostro agire, pensare, intendere, volere, disordine che spesso non conosciamo, e tuttavia vi siamo immersi. Si va più al fondo del peccato, si scopre un disordine in cui, pur non essendoci carenze evidenti, c’è una situazione di insieme che non corrisponde alla volontà di Dio.

La terza grazia: «Chiedere la conoscenza del mondo perché, detestandolo, allontani da me le cose mondane e vane». Anche una vita abbastanza buona può essere implicata in qualcosa che non è né peccato mortale né veniale e neppure disordine, bensì un insieme di vanità, di sogni, di tensioni affettive che ci coinvolgono con i principi, i modi di agire del mondo e ci impediscono di vivere secondo Cristo.

Il percorso è certamente lungo, appunto perché si tratta non solo di conoscere e detestare i peccati mortali e veniali. Occorre aborrire il disordine delle nostre azioni, della nostra vita – può essere pure il disordine materiale o magari dell’orario, del modo di vivere, di andare a dormire, di alzarsi, di studiare, di pregare affidandosi all’umore del momento -; e rifiutare la mondanità, ossia tutto ciò che ci rende conniventi con i principi di questo mondo che non onora Dio come Padre e non onora la dignità umana anche nei più poveri.

Questo è lo scopo della Prima settimana degli Esercizi.

Il cammino penitenziale ignaziano ha il suo riscontro nella 1 Pt ? Di per sé la risposta dovrebbe essere negativa, perché la lettera lo suppone compiuto e si riferisce a uno stadio ulteriore. Non presenta perciò un itinerario di purificazione preciso, come lo troviamo nei primi 7 capitoli della lettera di Paolo ai Romani, dove si delinea un puntuale percorso penitenziale e .si avverte tutta la forza distruttiva del peccato.

Tuttavia nella 1 Pt troviamo dei frammenti, degli accenni al cammino già fatto. Mi propongo di sottolinearli e di sottoporli alla meditazione personale di ciascuno di voi.

Ma proprio perché l’epistola non contiene una trattazione sistematica della purificazione, mi riferirò anzitutto al vangelo di Marco.

Dodici atteggiamenti di peccato

L’evangelista Marco nei vv. 21-23 del c. 7, ci offre probabilmente una sintesi dell’insegnamento morale che veniva impartito al catecumeno, una lista di atteggiamenti negativi incompatibili col messaggio cristiano, che il catecumeno era invitato a riconoscere e a fuggire.

Parlando del puro e dell’impuro, un concetto fondamentale per gli ebrei, Gesù dice: l’impurità non viene dal toccare, dal mangiare, dall’avere relazione con certe realtà, ma viene dal cuore, nasce dal di dentro: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive» (7, 21a), dialogismoì kakoì, cioè coinvolgimenti negativi della psicologia, della personalità umana.

Enumera successivamente i principali vizi, le principali oscurità del cuore umano e sono dodici: «fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» (vv. 21b-23).

Non abbiamo tempo di approfondire l’esame dei dodici atteggiamenti e sarebbe molto importante che ciascuno di voi lo facesse personalmente. Da parte mia vorrei limitarmi a due o tre riflessioni, a partire dall’osservazione che questi atteggiamenti cominciano dai più visibili, più macroscopici, più ripugnanti, e arrivano ai più nascosti.

a) I primi tre – fornicazioni, furti, omicidi – si possono vedere al di fuori, sono peccati molto palesi che appaiono chiaramente come distruttivi della società e rompono il consorzio umano.

b) Seguono altri tre più interiori, più sottili e spesso nascosti: adultèri, cupidigie (cioè avarizia, golosità che rendono disordinato il cuore e il corpo) e malvagità.

c) La terza triade esprime anch’essa comportamenti molto concreti: inganno, impudicizia – soprattutto il non controllare la sensualità -, invidia. Tutti peccati un po’ invisibili e conosciuti soltanto dalla persona che li compie.

d) Ancora più interiori, sottili e distruttivi sono poi la calunnia, che purtroppo percorre le nostre città e certe volte le comunità cristiane; la superbia, cioè il credersi un padre eterno; la stoltezza che trova una sua espressione tipica nell’accumulare tanti lavori e impegni, magari buoni, senza però alcun riferimento a Dio.

Non dimentichiamo che ciascuno di noi ha dentro di sé questi atteggiamenti, che nelle caverne profonde del nostro cuore si nascondono tali tensioni e inclinazioni. Spesso, grazie a Dio, riusciamo a tenerle a bada, talora ruggiscono dentro, si agitano e cercano di travolgerci. Lo comprenderemo meglio leggendo i passi della 1 Pt.

Con l’insegnamento proposto al catecumeno e presupposto a ogni percorso di conversione dobbiamo sempre confrontarci, sapendo di essere a rischio. Il salmo 130 che abbiamo ricordato all’inizio della meditazione è davvero la preghiera che facciamo nostra. «Dal profondo a te grido, o Signore; / Signore, ascolta la mia voce… Se consideri le colpe, Signore, / Signore chi potrà sussistere?».

Frammenti penitenziali nella prima lettera di Pietro

Riflettiamo ora su alcuni dei frammenti penitenziali che si trovano qua e là nella 1 Pt e documentano come ogni epistola corrisponda alle esperienze di una comunità, che vive dei momenti di richiamo alla conversione.

Ci sono anzitutto frammenti che rispondono alla domanda: che cosa c’è dentro di noi? Da che cosa dobbiamo guardarci? Altri – li considereremo nella successiva meditazione – ci illuminano su che cosa c’è intorno a noi, nel nostro mondo, nel nostro ambiente che ci induce al peccato.

1) Cominciamo coi primi versetti del c. 4, che ci danno una immagine plastica della vita di quel tempo, di come fa gente viveva tranquillamente il paganesimo, soprattutto nelle grandi feste, quando si lasciava andare e poteva capitare, di giorno e di notte, un po’ di tutto.

«Poiché dunque Cristo soffrì nella carne, anche voi armatevi degli stessi sentimenti; chi ha sofferto nel suo corpo ha rotto definitivamente col peccato, per non servire più alle passioni umane, ma alla volontà di Dio, nel tempo che gli rimane in questa vita mortale. Basta col tempo trascorso nelle dissolutezze, nelle passioni, nelle crapule, nei bagordi, nelle ubriachezze e nel culto illecito degli idoli. Per questo trovano strano che voi non corriate insieme con loro verso questo torrente di perdizione e vi oltraggiano» (4, 1-4).

– «Poiché dunque Cristo soffrì nella carne, anche voi armatevi degli stessi sentimenti. Chi ha sofferto nel suo corpo ha rotto definitivamente col peccato» (v. 1). È un versetto di difficile interpretazione e probabilmente si riferisce non a Cristo, ma al cristiano che, avendo accettato di soffrire per Cristo, con ciò stesso ha rotto col peccato.

– «Per non servire più alle passioni umane» (v. 2). La vita del pagano viene definita un servire alle passioni umane. Passioni efficacemente richiamate dall’evangelista Marco, là dove spiega la parabola del seminatore:

«Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine: sono coloro che hanno ascoltato la Parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto (4, 18-19).

Queste passioni a cui non dobbiamo più servire sono non semplicemente i peccati, bensì le preoccupazioni eccessive, la bramosia di mettersi in mostra, di fare bella figura; e ancora l’inganno delle ricchezze, la persuasione che più uno è ricco, più ha potere e può aiutare meglio gli altri.

Da tali passioni Pietro ci invita a guardarci.

– Successivamente insiste: «Basta col tempo trascorso nel soddisfare le passioni del paganesimo». Il testo greco recita: «la volontà del paganesimo», che dunque ha una sua logica, un suo modo di volere e di agire che pretende imporre alla gente, ed è descritto così: «vivendo nelle dissolutezze, nelle passioni, nelle crapule, nei bagordi, nelle ubriachezze e nel culto illecito degli idoli» (v. 3).

Siamo di fronte a sei forme di comportamento: dissolutezze (asélgeiai), cioè il lasciarsi andare anche dal punto di vista del contegno, del dominio di sé; le passioni, i desideri ardenti per tutto ciò che soddisfa il corpo e la carne; le crapule, termine che traduce oinophlygìa, quella sensazione di prima confusione che viene dal cominciare a bere un po’ troppo e a poco a poco non si è più del tutto padroni di sé. Seguono i bagordi, il mangiare e bere a sazietà nei banchetti; e si arriva alle ubriachezze, quando non si capisce più nulla e si fa qualunque cosa. E Pietro conclude la sua lista con il culto illecito e infame degli idoli.

Sappiamo bene che purtroppo anche oggi piace molto alla gente, soprattutto in Occidente, trascorrere notti intere nei bagordi facendo uso di alcolici e di droga, fino a non capire più nulla; a quel punto tutto diventa lecito, tutto è possibile.

È una tentazione che ci tocca certamente da vicino, e anzi oggi possiamo partecipare a queste feste degradanti addirittura in maniera virtuale. È molto facile, stando in camera, senza che nessuno lo sappia, vedere programmi notturni televisivi o navigare in Internet cercando siti dove facilmente si raggiungono i limiti estremi dell’indecenza, della pornografia, prendendo parte in incognito a quei festini dei pagani a cui non oseremmo partecipare pubblicamente.

Il testo di Pietro è dunque molto attuale e ci invita a esaminarci sui pericoli della televisione, di Internet, del cinema, degli spettacoli, e pure su quelle festicciole che facilmente possono degenerare.

– È interessante il v. 4: «Per questo trovano strano che voi non corriate insieme con loro verso questo torrente di perdizione e vi oltraggiano». Ci oltraggiano i nostri amici, ci prendono in giro per il fatto che non conosciamo i programmi pornografici e vogliono convincerci ad andare con loro e a vivere secondo la moda e la morale corrente.

La pericopa di Pietro che abbiamo esaminato riguarda fin qui dei comportamenti che chiamiamo pagani, esterni.

2) La lettera inoltre denuncia atteggiamenti interni alla comunità, dove, pur non essendoci depravazione e degrado, ci sono tuttavia delle ferite dolorose.

a) Sono sottolineati anzitutto in 2,1, là dove dice: «Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza».

Cinque comportamenti distruttivi della vita di comunità, di comunità magari buone. In parte li abbiamo trovati nell’ elenco di Marco e in parte sono nuovi.

Malizia (kakìa) è il gusto di far penare un altro, il gusto che l’altro sia umiliato, il voler male agli altri gratuitamente. È qualcosa che ferisce profondamente il cuore.

Frode (dòlos) è mostrare agli altri ciò che non è, il costruirsi una maschera senza presentarsi nella propria autenticità.

L’ipocrisia (ypòkrisis) va nella stessa linea: fingere, per esempio, di pregare, di avere una profonda vita spirituale, e pensare in realtà a tutt’altro.

Le gelosie (phthònoi) sono tipiche di ogni vita di comunità: quel tale è più servito di me, trattato meglio di me, i superiori lo preferiscono, hanno dato questo a lui e non a me.

Maldicenza (katalalià) è il dire male degli altri, lasciando cadere, magari in modo apparentemente casuale, parole di denigrazione o insinuazioni negative.

Tutti atteggiamenti presenti nella comunità di Pietro di 2000 anni fa. E noi siamo sottoposti alle stesse difficoltà.

Molto bello il rimedio che Pietro suggerisce:

«Come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore» (2, 2-3).

Il latte spirituale è la parola di Dio e l’apostolo è convinto, che quando ci nutriamo di essa, scompaiono, vinte dalla sua forza, quelle ferite dolorose capaci di logorare la vita comunitaria.

b) C’è un altro versetto che accenna al cammino penitenziale: «Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai desideri della carne che fanno guerra all’anima» (2, 11).

Notiamo subito che l’espressione «stranieri e pellegrini» non ha più ormai un significato soltanto sociologico (abitate senza pieni diritti di cittadinanza); sono stranieri e pellegrini rispetto al cielo, alla vita eterna, sono persone che hanno la patria in cielo, hanno quella coscienza escatologica di cui abbiamo a lungo parlato. E sono invitati ad astenersi dai desideri della carne.

Tali desideri si chiamano con un termine moderno autoreferenzialità: riferire tutto a se stesso, mettersi al centro e giudicare sempre in relazione ai propri interessi personali.

In proposito c’è un’immagine straordinaria nel vangelo di Luca: «C’era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo» (13, 11).

L’autoreferenzialità è essere curvi così da preoccuparsi soltanto di sé, della propria fama, della propria salute, del proprio avvenire, il non alzare mai gli occhi verso orizzonti più vasti, né verso gli altri, né verso la Chiesa di Dio, né verso l’umanità. La carne è la tendenza per la quale noi assumiamo la nostra comodità come legge suprema.

E ciò «fa guerra all’anima», come conclude Pietro nel v. 11, perché l’anima tende ad alzare lo sguardo, a guardare verso Dio, verso gli altri, verso il cielo.

È l’esortazione a non lasciarsi imprigionare dalla chiusura su se stessi, peccato che certo guasta decisamente la vita delle comunità.

c) L’ultimo atteggiamento negativo lo leggiamo nel frammento di catechesi penitenziale del c. 2 al v. 16: «Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio».

Qui comprendiamo che persino la libertà, dono bellissimo di Cristo, può essere strumentalizzata e diventare presunzione.

Per esempio, chi ha un atteggiamento critico che gli viene da una cultura superiore può essere portato a disprezzare gli altri e ad assumere, in nome della libertà derivante dalla fede, atteggiamenti indipendenti, completamente svincolati da ogni ordine umano e divino. La libertà può diventare un velo per coprire la malizia e l’incredulità.

E sotto la categoria di una libertà che copre la malizia possiamo collocare non pochi aspetti della cosiddetta contestazione verificatasi dopo il Concilio Vaticano II negli anni Sessanta-Settanta. In essa si affermavano dei giusti valori – povertà, autenticità… -, e tuttavia in questo modo si coprivano spesso, sotto pretesto di libertà, i propri comodi e la pretesa di sciogliersi da qualunque pur giusta dipendenza.

Orazione e contemplazione

Avviandoci alla contemplazione, possiamo ispirarci al vangelo di Giovanni (1,29), là dove il Battista indica Gesù dicendo: «Ecco colui che toglie il peccato del mondo». E diciamo:

Signore, tu conosci il fondo del mio cuore. Tu solo conosci la malizia che c’è in me. Aiutami a riconoscerla, a pentirmene, ad emendarmi. Aiuta a superarmi con la tua grazia invincibile e gloriosa, perché la vittoria della fede vince tutte le malvagità e tutti i degradi del mondo, ed è capace di superare ogni malizia e ogni ferita prodotta dalla cattiveria umana.

A questo punto la preghiera tende a diventare contemplazione, cioè il momento passivo dell’intimità col Signore. Ed è importante, perché soltanto a livello di tale intimità noi cominciamo a conoscere il mistero di Dio nell’esperienza, nel cuore e non soltanto con l’intelletto.

Donaci, Gesù, di contemplarti con uno sguardo umile e semplice, che è risposta alla Parola che abbiamo meditato.

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Questa voce è stata pubblicata il 30/05/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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