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Chiesa: trasformare la finanza

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Oeconomicae et pecuniariae quaestionis (OPQ) è un documento – reso di dominio pubblico il 17 maggio 2018 – originale e intrigante.

29 maggio 2018
Stefano Zamagni
http://www.settimananews.it

Originale per il taglio espositivo, e soprattutto perché è la prima volta che la Congregazione per la dottrina della fede – la cui competenza copre anche le questioni di natura morale – interviene su una materia di dottrina sociale della Chiesa.

Il lavoro congiunto tra Congregazione e dicastero per il servizio dello Sviluppo umano integrale è già di per sé qualcosa che non può passare inosservato e che lascerà il segno.

OPQ è poi un contributo intrigante per il modo e per lo spessore con cui affronta una tematica che, come quella della nuova finanza, è oggi al centro delle preoccupazioni della Chiesa e della società in generale. (Papa Francesco ha approvato il documento che entra pertanto nel magistero ordinario).

Come recita il sottotitolo (“Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario” – corsivo aggiunto), non ci troviamo di fronte ad una sorta di esortazione apostolica o ad un testo di taglio pastorale. Piuttosto, vi si legge un’analisi, scientificamente fondata, delle cause remote dei disordini e dei guasti che l’architettura dell’attuale sistema finanziario va determinando. Non, dunque, una mera descrizione, sia pure puntuale e accurata, degli effetti generati da una nuova finanza diventata, nel corso degli ultimi decenni, autereferenziale, finalizzata cioè a se stessa, anziché servire il bene comune.

Descrivere per curare

Si legge al n. 5: «La recente crisi finanziaria poteva essere l’occasione per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria, neutralizzandone gli aspetti predatori e speculativi (sic!) e valorizzandone il servizio all’economia reale. Sebbene siano stati intrapresi molti sforzi positivi… non c’è stata però una reazione che abbia portato a ripensare quei criteri obsoleti che continuano a governare il mondo».

A scanso di equivoci, è bene precisare che il documento non parla affatto contro la finanza, di cui riconosce la rilevanza e anzi la necessità. E non potrebbe essere diversamente, se si considera che la finanza moderna nasce entro l’alveo del pensiero economico francescano – la prima banca in senso proprio viene fondata a Perugia nel 1462 come Monte di Pietà.

Esso prende piuttosto posizione nei confronti di una realtà efficacemente descritta dal seguente dato: nel 1980, l’insieme degli attivi finanziari a livello mondiale era pressoché eguale al prodotto interno lordo (Pil) sempre mondiale. Nel 2015, la prima variabile era diventata dodici volte superiore alla seconda. Parlare di elefantiasi dell’attività speculativa è quasi un eufemismo.

Il punto centrale dell’argomento sviluppato nel documento è l’affermazione del principio secondo cui etica e finanza non possano continuare a vivere in sfere separate. Ciò implica il rigetto della tesi del NOMA (Non Overlapping Magisteria) per primo formulata in economia nel 1829 da Richard Whateley, cattedratico all’Università di Oxford e vescovo della Chiesa Anglicana.

Secondo questa tesi, la sfera dell’economia va tenuta separata sia dalla sfera dell’etica sia da quella della politica, se si vuole che l’economia ambisca a vedersi riconosciuto lo statuto di disciplina scientifica. E così è stato, almeno fino a tempi recenti, quando si è cominciato a parlare, con Amartya Sen e altri, di economia e etica.

Non c’è bisogno di essere esperti della materia per comprendere come, a partire da una simile premessa di valore, si sia potuti arrivare alla nuova finanza, il cui motto è: «ciò che è possibile fare per ottenere un risultato utile, lo si deve fare».

Si osservi che la nuova finanza non ha tanto a che fare con i tradizionali contratti finanziari (azioni, obbligazioni, ipoteche ecc.) quanto piuttosto con flussi di cassa (alimentati da profitti, pagamenti di interessi ecc.) che vengono combinati tra loro per creare ogni tipo di prodotto finanziario – in particolare, i famigerati derivati.

Hobbes – Genovesi

I paragrafi 7-12 di OPQ si soffermano con grande incisività a descrivere come, dall’accettazione del principio del NOMA, sia derivato l’accoglimento dell’assunto antropologico (di ascendenza hobbesiana) dell’homo homini lupus, posto a fondamento della figura dell’homo oeconomicus. Se penso che l’altro sia per me un potenziale lupo famelico, potrò mai fidarmi di lui e potrò mai astenermi dall’imbrogliarlo a mio vantaggio in una qualche transazione finanziaria se ciò può avvenire al riparo della legge?

Ben diverso è l’assunto antropologico da cui parte il paradigma dell’economia civile – fondato da Antonio Genovesi nel 1753 a Napoli – che, rifiutando esplicitamente il NOMA, riconosce che «homo homini natura amicus» (l’uomo è, per natura, amico dell’altro uomo).

Seconda novità di rilievo del documento è la rilevanza attribuita al principio della responsabilità adiaforica (indifferenziata), di cui quasi mai si fa cenno. Il par. 14 recita: «Ad li là del fatto che molti operatori siano singolarmente animati da buone e rette intenzioni, non è possibile ignorare che oggi l’industria finanziaria, a causa della sua pervasività e della sua inevitabile capacità di condizionare e di dominare l’economia reale, è un luogo dove gli egoismi e le sopraffazioni hanno un potenziale di dannosità della collettività che ha pochi eguali».

È questo un esempio notevole di struttura di peccato, come la chiamò, per primo nella dottrina sociale della Chiesa, Giovanni Paolo II nella sua Sollicitudo rei socialis (1987).

Non è il solo operatore di borsa, o banchiere o uomo d’affari ad essere responsabile delle conseguenze delle azioni che pone in atto – il che è ovvio ed è noto almeno dai tempi di Aristotele. Anche le istituzioni economiche – cioè le regole del gioco economico – se costruite su premesse di valore contrarie ad un’etica amica dell’uomo, possono generare danni enormi a prescindere dalle intenzioni di coloro che in esse operano.

Per meglio comprendere la ragione di ciò, conviene fissare l’attenzione su tre caratteristiche specifiche della nuova finanza.

La prima è l’impersonalità dei contesti di mercato, la quale oscura il fatto che, da qualche parte, vi è sempre un qualcuno sull’altro lato dell’affare. Disponiamo oggi di tanta evidenza empirica che mostra come più distante è il decisore dall’impatto della sua attività su altri, meno forte è il suo senso di responsabilità sociale.

La seconda caratteristica è la complessità della nuova finanza che fa sorgere problemi di agentività indiretta: il principale (cioè colui che prende la decisione) si riconosce moralmente disimpegnato nei confronti delle azioni poste in essere dal suo “ingegnere finanziario”, cioè dall’esperto cui affida il compito di disegnare un certo prodotto finanziario. A sua volta, quest’ultimo si mette il cuore in pace perché convinto di eseguire un ordine. Accade così che ognuno svolge il suo ruolo; ognuno separa la propria azione dal contesto generale, rifiutandosi di voler accettare che, anche se solo amministrativamente, era parte dell’ingranaggio.

Infine, la nuova finanza tende ad attrarre le persone meno attrezzate dal punto di vista etico; persone cioè che non hanno scrupoli morali e soprattutto molto avide. (Osservo che tale caratteristica è stata di recente avanzata da Richard Posner, economista e giurista famoso della celebre scuola di Chicago!).

Riusciamo così a comprendere perché il problema non risiede unicamente nella presenza di poche o tante mele marce; ma è sulla stessa cesta delle mele che si deve intervenire.

Un esempio per chiarire il punto. Se le regole del gioco finanziario permettono che talune banche possano assumere dimensioni tali da poter poi essere in grado di “ricattare” il sistema secondo quanto bene reso dall’espressione “too big to fail” (troppo grandi per fallire), non ci si può stupire né stracciare le vesti se questo alla fine accade. Con il che i vari regolatori – cioè le Autorità di controllo – dovranno limitarsi a far sentire la loro voce e a usare la loro frusta sugli operatori finanziari di piccola e media dimensione – come è appunto accaduto nella recente crisi.

Le grandi banche d’affari – quelle che hanno causato la crisi – non solamente hanno finito col ricevere fondi pubblici, ma oggi continuano a comportarsi come negli anni precedenti lo scoppio della crisi (salvo piccole correzioni o qualche multa).

In borsa si “gioca”?

Di un ultimo punto – per evidenti ragioni di spazio – intendo qui dire. Il documento in questione prende definitiva ed esplicita posizione contro la tesi della doppia moralità – purtroppo diffusa anche tra alcune organizzazioni di tipo finanziario che dichiarano di ispirarsi alla dottrina sociale della Chiesa.

Per capire di che si tratta, conviene partire dal saggio di Albert Carr, Is business bluffing ethical?, pubblicato sulla prestigiosa Harvard Business Review del 1968. È questo il saggio che, più di ogni altro, ha guidato fino ad oggi la riflessione etica nel mondo degli affari.

Vi si legge che l’uomo d’affari di successo dev’essere guidato da «un diverso insieme di standars etici», poiché «l’etica degli affari è l’etica del gioco [d’azzardo], diversa dall’etica religiosa».

Assimilando il business al gioco del poker, il noto economista americano conclude che «gli unici vincoli di ogni mossa nel business sono la legalità e il profitto. Se qualcosa non è illegale in senso stretto (sic!) ed è profittevole, allora è eticamente obbligante che l’uomo d’affari lo realizzi».

Non ci sarebbe bisogno di commentare se non fosse che ancor’oggi la più parte di coloro che operano nella finanza si comportano secondo tale linea di pensiero – anche se non hanno il coraggio di riconoscerlo. Ed infatti quasi mai il saggio di Carr viene citato.

Il suo senso ultimo è quello di dare ali al rovesciamento della celebre regola aurea: «Fai agli altri quello che non vorresti che gli altri facciano a te». (D’altro canto, non è forse vero che, nel poker, il giocatore deve barare al suo avversario, facendogli credere di avere in mano la carta che non ha? Riusciamo così a capire perché, nel linguaggio corrente, si continui a parlare di «giocare in borsa»).

Certo, vi sono stati studiosi che hanno cercato di difendere il principio della doppia moralità argomentando che la legge vigente riflette i canoni morali prevalenti nella società e dunque il rispetto della legge già sussumerebbe il rispetto della norma morale. Non ho qui lo spazio per dimostrare l’infondatezza razionale di argomentazioni del genere. Mi basta solo ricordare che Auctoritas non veritas facit legem – principio base di tutto il positivismo giuridico da Kelsen in poi.

I paragrafi dal 22 al 34 di OPQ si soffermano sul faciendum: che fare per cercare di invertire la situazione?

Parecchie le proposte – tutte realizzabili, se si volesse – che vengono avanzate. Dal sostegno a istituti che praticano la finanza non speculativa, come le Banche di credito cooperativo, il microcredito, l’investimento socialmente responsabile alle tante forme di finanza etica – già oggi i fondi etici intermediano il 20% circa degli investimenti finanziari a livello mondiale. Dalla chiusura della finanza off-shore – vera e propria forma di cannibalismo economico di chi, con i credit default swaps, specula sul fallimento altrui – alla regolamentazione dello shadow-banking (banche ombra che operano al di fuori di ogni quadro normativo ufficiale).

L’obiettivo da perseguire è quello di assicurare un’effettiva biodiversità bancaria e finanziaria. (Mi piace qui ricordare sia il recente Standard Ethics Rating con cui vengono valutate e classificate banche e altri intermediari finanziari rispetto all’indicatore ESG – Environment, Social, Governance – sia la nascita di ERIN – European Responsible Investment Network – che già nel 2016 ha amministrato oltre 23 trilioni di dollari).

Di speciale interesse è, inoltre, la proposta di affiancare ai consigli di amministrazione delle grandi banche comitati etici costituiti da persone moralmente integre oltre che competenti – così come già accade nei grandi policlinici.

A tale riguardo, mi piace fare parola della decisione presa nell’aprile 2015 dalla Dutch Banking Association (l’Associazione di tutte le banche olandesi) di esigere dai dipendenti delle banche (circa 87.000 persone) il giuramento del banchiere, stilato sulla falsariga del giuramento ippocratico per i medici. Il giuramento consta di otto impegni specifici. Ne indico solamente un paio: «Prometto e giuro di mai abusare delle mie conoscenze»; «Prometto e giuro di svolgere le mie funzioni in modo etico e con cura, adoperandomi di conciliare gli interessi di tutte le parti coinvolte: clienti, azionisti, occupati, società».

Si opera dunque a favore di tutte le classi di stakeholder e non solamente di quella degli azionisti. Sarebbe bello se sull’esempio dell’Olanda – un paese non certo sprovveduto né arretrato in ambito finanziario – anche l’Italia volesse ripercorrerne le tracce.

Civitas-urbs

Delle tre principali strategie con le quale si può cercare di uscire da una crisi di tipo entropico – come è l’attuale – e cioè quella rivoluzionaria, quella riformista, quella trasformazionale, il documento OPQ sposa – in linea con il magistero di papa Francesco – la terza.

Si tratta di trasformare – non basta riformare – interi blocchi del sistema finanziario che si è venuto formando nell’ultimo quarantennio per riportare la finanza alla sua vocazione originaria: quella di servire il bene comune della civitas che – come ci ricorda Cicerone – è la «città delle anime», a differenza dell’urbs che è la «città delle pietre».

È questa la strategia che vale, ad un tempo, a scongiurare il rischio sia di utopiche palingenesi sia del misoneismo, che è l’atteggiamento tipico di chi detesta la novità e osteggia il nuovo.

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Questa voce è stata pubblicata il 31/05/2018 da in Attualità ecclesiale, Etica, ITALIANO con tag .

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