COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sulla Prima Lettera di Pietro – Martini (5)

“Il segreto della Prima Lettera di Pietro”
di Carlo Maria Martini
Corso di esercizi spirituali (2005)


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«NON AMATE NÉ IL MONDO, NÉ LE COSE DEL MONDO!»

Procedendo nel cammino penitenziale, è opportuno tenere presente la prima lettera di Giovanni, là dove dice:

«Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!» (2, 15-17).

Signore Gesù, sappiamo che le profondità del male che è in noi hanno delle connivenze, degli alleati all’esterno, nel modo di pensare, di giudicare, di valutare proprio del nostro tempo, della cultura dominante: il gusto del potere, del successo, del denaro, del piacere, della potenza, del dominio, della crudeltà, dello schiacciamento degli altri.
Tu vedi, o Signore, che tutto ciò ci circonda, ci tenta, ci inficia e ci contagia. Donaci occhi limpidi per vedere quanto intorno a noi non è secondo il Vangelo e per operare nel senso del Discorso della montagna, delle beatitudini, così da attraversare le difficoltà di questo mondo illuminati dalla tua volontà e dal tuo amore, per conoscere ciò che ti è gradito e respingere ciò che invece è contro la verità dell’uomo e del suo destino,
Te lo chiediamo, o Padre, per intercessione di Maria e di Ignazio di Loyola, nel desiderio che la tua grazia ci assista in questo momento di preghiera e sempre.

La Prima settimana degli Esercizi ~ lo abbiamo già detto – ci sollecita a riflettere non semplicemente sui peccati che sono dentro di noi, sulle nostre passioni e inclinazioni cattive, ma pure sullo spirito mondano, su tutto ciò che è contrario al Vangelo e spesso è invece modo di agire, di pensare, di giudicare, che ci coinvolge in qualche modo, ci prende dentro come una malattia contagiosa.

Ho pensato allora di leggere altri due brani della lettera di Pietro, che mettono in luce queste realtà, sia direttamente sia facendole risaltare per contrasto attraverso la descrizione del positivo.

Vorrei poi accennare alla confessione sacramentale, che Ignazio prevede per il momento penitenziale degli esercizi.

Il combattimento per la fede

Leggo un primo brano della lettera:

«Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli / la pietra che i costruttori hanno scartato / è divenuta la pietra angolare, / sasso d’inciampo e pietra di scandalo. / Loro v’inciampano perché non credono alla Parola; a questo sono stati destinati» (2, 7-8).

Parole terribili, le quali indicano che Gesù è pietra di costruzione per il tempio spirituale, per la casa di Dio, per coloro che credono in lui; mentre per chi non crede è fonte di distruzione e di rovina.

Si impone allora una riflessione sull’incredulità, che è attorno a noi e dentro di noi.

Quando ero Arcivescovo di Milano, ero solito proporre ogni anno la cosiddetta Cattedra dei non credenti, dove invitavo i non credenti a esporre le loro ragioni. L’iniziativa nasceva dall’intuizione, che ho trovata espressa in un apologo rabbinico e ripresa poi dal Cardinale Ratzinger nel libro Introduzione alla fede, che in ciascuno di noi convive un credente e un non credente.

Narra l’apologo che un non credente espone a un rabbino degli argomenti contro l’esistenza di Dio, contro la fede. Il rabbino ascolta in silenzio e alla fine si limita a rispondere: forse è vero.

C’è dentro di noi un credente e un incredulo. Quando crediamo, diamo voce al primo, ascoltiamo i suoi argomenti, gli riconosciamo il diritto a esprimersi. Tuttavia rimane il non credente, con i suoi «ma», i suoi «se», i suoi «forse»; è difficile sradicarlo e non lo sradichiamo mai completamente.

D’altra parte anche il non credente ha un credente dentro di sé, che non lo lascia in pace e gli porta motivazioni che distruggono le certezze su cui si fonda.

Il credente che è in noi trova alleati nella parola di Dio, nell’ambito della Chiesa, in un’ atmosfera di fede, di comunità cristiana, parrocchiale; il non credente che è in noi ha i suoi alleati soprattutto nel clima attuale di carenza di fede e di speranza.

Per Pietro, che si riferisce al suo tempo, gli increduli sono coloro che rifiutano Gesù come Messia, che non accettano la sua parola quale parola di Dio definitiva per l’uomo.

Il quadro per noi è ben più vasto: è l’incredulità in genere che rifiuta Gesù e la sua missione, e pure l’esistenza stessa di Dio, del mondo soprannaturale, della vita eterna. La terrenità è la tentazione primaria della nostra epoca e l’offuscarsi della fede, e di conseguenza della speranza nella vita eterna, è la più grande prova della Chiesa e del mondo occidentale.

Nell’Occidente non è di moda professare la fede. Si può credere privatamente, interiormente, ma non è di buon gusto proclamare apertamente il proprio credo. Gli ambiti pubblici – la televisione, il tempo libero, il tempo del divertimento e dello spettacolo, l’opinione politica – prescindono totalmente da un orizzonte di fede. Chi deve vivere in questi ambienti è perciò sempre tentato di ascoltare l’incredulo che è in lui. E chi crede si sente un po’ fuori tempo, isolato, «disperso» (cfr. 1 Pt 1, 1) in mezzo a un mare di incredulità.

Pur se non è vero che l’Occidente è completamente secolarizzato, ci sono per esempio regioni d’Europa dove la fede va declinando in maniera paurosa. Vi do due esempi concreti. Una statistica elaborata da una Chiesa molto attenta nei suoi calcoli, la Chiesa Evangelica tedesca, ci informa che negli ultimi dieci anni due milioni e mezzo di persone hanno rotto completamente con la fede. È la segnalazione di un trend, una linea di tendenza dolorosa e assai grave.

Un secondo esempio. Un sacerdote tedesco, padre spirituale in un seminario, che ha celebrato pochi anni fa i suoi 50 anni di Messa, ha affermato: in questi 50 anni non mi hanno sconvolto tanto né il nazismo né la guerra, quanto l’abbandono rapido della fede da parte di tanti.

Non si tratta propriamente, a ben guardare, di incredulità proclamata, come in certi momenti di ateismo teoretico; è piuttosto agnosticismo, un agnosticismo benevolo.

Viene alla mente la figura di un filosofo italiano che stimavo molto, scomparso recentemente, Norberto Bobbio. Fino all’ultimo giorno della sua lunga vita ha ripetuto: cerco e non trovo. Rispettava il pensiero religioso, però non arrivava a conclusioni certe, e diceva con un’immagine: sono arrivato ai piedi dell’albero della verità, ma non sono riuscito a salirci sopra.

L’agnosticismo odierno, questa specie di nebbia gettata sulle verità della fede, induce a ritenere che ciascuno può pensare come vuole. Ne deriva che alla gente va bene tutto. Verifichiamo per esempio nelle nostre comunità una certa accettazione indifferente di fronte a casi di abbandono della fede e, ancora più specificamente, del sacerdozio o della vita religiosa. È venuta meno quella censura sociale che aiutava le persone a perseverare nella fede, nella vocazione, nella vita di famiglia e nel matrimonio. Il leit-motiv è molto semplice: ciascuno è libero di scegliere quanto gli piace e gli sembra giusto.

E agnosticismo significa pure incredulità pratica: ammettere Dio teoreticamente, accettare a parole alcune verità, e poi vivere come se Dio non esistesse.

Ci vuole coraggio a credere, soprattutto oggi. Tante volte l’incredulo che è in noi magari non si fa sentire esteriormente, però borbotta dentro e inquieta, logora. La lotta per la fede e per la speranza è il primo combattimento del cristiano. Le tentazioni a tale riguardo sono più forti e più pesanti di quanto possiamo immaginare. Già san Paolo diceva: «Ho combattuto la buona battaglia, (…) ho conservato la fede» (2 Tm 4,7). Sembra poco, ma è moltissimo: l’ha conservata, nonostante si trovasse tra gente indifferente od ostile.

Siamo di fronte a una vera battaglia. Chi non nutre la vita della parola di Dio che rigenera continuamente l’atto di fede, si trova asfittico, quasi malato, convalescente, debole nel credere. Abbiamo grande bisogno di innaffiare continuamente il cuore con la Parola della Scrittura, così da ricostruire un orizzonte nel quale respirare a pieni polmoni.

Vale la pena sottolineare che anche nella vita monastica, claustrale, contemplativa la fede è combattimento, non tranquilla acquisizione. Mentre la vita pastorale, l’accompagnare altre persone nella scoperta e nel cammino cristiano è spesso un grande aiuto, là dove manca ogni aggancio pastorale, la domanda sulla fede diviene talora più drammatica, non come espressione di incredulità – notiamo bene – bensì come prova.

Forse ce ne stupiamo e ne chiediamo il motivo. Una risposta ci viene data dalla figura, emblematica nella sua eroicità, di Teresa di Lisieux. La giovane carmelitana, vissuta cento anni or sono; tormentata dalle domande di fede verso la fine della sua vita, entrava pienamente, dolorosamente e atrocemente nella notte della fede e della speranza, quasi a preludio della notte in cui stava precipitando il mondo occidentale. Teresa ha vissuto la lacerazione di chi si sente unito a Dio, totalmente dalla sua parte, e nello stesso tempo solidale con le angosce di chi non conosce il senso vero della vita. È entrata, conservando intatta la sua fede, nella via della compassione, della compartecipazione di chi crede alla sofferenza di chi non crede.

Dobbiamo dunque essere consapevoli che, nella misura in cui la nostra fede è ardente, prima o poi sarà certamente vagliata nel crogiolo, proprio per far nascere la compassione verso chi non crede.

È un punto per noi capitale da tenere presente per vivere il nostro tempo con serietà e verità.

In questi giorni di esercizi vogliamo perciò interrogarci su come viviamo la fede, come la nutriamo e come ne affrontiamo le difficoltà, come preghiamo per credere e per riconoscere davanti a Dio che siamo spesso uomini di poca fede, bisognosi del suo aiuto: ‘Credo, Signore. Aiuta la mia poca lede! Credo, Signore. Aiuta la mia incredulità! ‘.

E imploriamo di essere sempre sorretti, nella «buona battaglia», dalla speranza, non solo per noi ma per il mondo nel quale siamo immersi. Chiediamo di essere liberati dalla tentazione, – tanto comune nei buoni cristiani e anche nei preti e nei Vescovi – di pensare che per il nostro mondo, per Ninive non c’è speranza, che Ninive non è capace di ascoltare la parola di Dio, non sarà capace di convertirsi. Il libro di Giona ci mostra infatti il contrario.

Possiamo coltivare la certezza che Dio parla al cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo, qualunque siano le opinioni correnti, porta sempre in sé una nostalgia della sua Parola; possiamo operare sempre sapendo che la parola di Dio trova la sua strada nei cuori di tutti, malgrado le resistenze, le difficoltà, l’agnosticismo e la carenza di fede.

Nutriamo sempre la speranza che la bontà misericordiosa del Signore non cesserà mai di costruire strade di salvezza e di aprirle alla libertà di ognuno. È la speranza che ci consente di discernere i segni della vita capaci di sconfiggere i germi nocivi e mortali.

Inimicizie, divisioni, conflittualità

La seconda realtà che rende difficile l’esperienza cristiana oggi è costituita dalla non comunicazione, dalle dialettiche che si esprimono ed emergono nella comunità e nella società.

Viviamo non solo in un ambiente di agnosticismo e di incredulità, ma in un ambiente di inimicizia, dove la regola è la competitività, il superare l’altro, se possibile ingannarlo e anzi, a livello pure macroscopico e politico, schiacciarlo. Il nostro è un mondo drammaticamente competitivo, dove è diffuso lo spirito di superamento dell’altro e di non accettazione del diverso, che porta a una situazione di insofferenza e di inimicizia.

Di questo non parla direttamente Pietro – Paolo ne parla molto a lungo ad esempio nella seconda lettera ai Corinti -.

Vi propongo così di riflettere su un brano dell’epistola petrina che mostra la nostra situazione per contrasto, delineando l’immagine ideale della comunità:

«E finalmente siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili; non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione. Infatti: / Chi vuole amare la vita / e vedere giorni felici; / trattenga la sua lingua dal male / e le sue labbra da parole d’inganno; / eviti il male e faccia il bene, / cerchi la pace e la segua» (3, 8-11).

È una descrizione splendida, positiva, una piccola sintesi del Discorso della montagna. Vi possiamo leggere specularmente i pericoli della comunità, con i difetti, i peccati che rendono invivibile l’esistenza sulla terra e scatenano un conflitto permanente.

Rileggiamo i versetti.

– «E finalmente siate tutti concordi». Ma non siamo concordi; siamo tutti discordi, la discordia regna nel mondo! Quante guerre, quanti odi razziali, etnici, politici, quante divisioni!

– «Siate partecipi delle gioie e dei dolori degli altri». E invece prevale ed è fortissima nella gente la preoccupazione per il dolore proprio e la dimenticanza del dolore altrui. Ho scritto recentemente un articolo su un quotidiano italiano, partendo dalla situazione della Terra santa, dove dicevo: è importante che ciascuno impari a vedere non solo le proprie ferite ma anche quelle dell’altro. Se non si fa così, due persone che si sono reciprocamente offese si combattono in nome della giustizia perché ciascuna, guardando solo le proprie ferite, vuole ritorcere il torto ricevuto e vendicarsi. È una regola molto comune nel mondo.

– «Animati da affetto fraterno». Ma quanta poca fraternità c’è nel mondo e quanta inimicizia, dissensione, diffidenza, paura del diverso!

– «Misericordiosi e umili». Di fatto la misericordia è poco diffusa nel mondo. Pensiamo ai conflitti, dalla Bosnia, all’Iraq, ai Paesi dell’Africa, alle vicende degli ultimi anni: non c’è misericordia, non c’è umiltà!

– Continua Pietro: «Non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo». Eppure la regola, a volte etnica, di famiglie o di popoli, è di rendere ingiuria per ingiuria, offesa per offesa, male per male, per difendere 1’onore della propria etnia, della propria famiglia. Lo stesso fenomeno drammatico del terrorismo suicida nasce di solito da qui: hanno offeso, ucciso qualcuno della mia famiglia, io mi sacrifico, muoio per uccidere altri e così vendicarlo.

Comprendiamo dalla lettura speculare delle parole dell’apostolo tutta la difficoltà di vivere una vera fraternità e sororità nel nostro mondo. Esso tende continuamente a dividersi in gruppi, clan, etnie, nazioni, partiti contrapposti gli uni agli altri, non in una lotta leale e competitiva per il bene, ma in una contrapposizione frontale e distruttiva.

Questo richiede da noi una grande fede nel Discorso della montagna (cfr. Mt 5-7). È un Discorso non popolare; magari è ammirato, e però poco capito. Noi stessi, quando ci impegniamo a viverlo fino in fondo, scopriamo che scotta le dita, perché non pensavamo fosse tanto difficile da praticare. Tuttavia questo è il cammino di conversione che il Signore vuole da noi.

– Pietro ne parla così: «Infatti: / Chi vuole amare la vita / e vedere giorni felici, / trattenga la sua lingua dal male / e le sue labbra da parole d’inganno; / eviti il male e faccia il bene, / cerchi la pace e la segua» (3, 10-11).

Ricordiamo inoltre che, come ha detto molto bene il Papa nel suo discorso per la Giornata della pace del 2002, non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono. Il perdono, la misericordia sono necessari al mondo per superare i conflitti e scegliere la via della concordia. L’impegno di accettarsi vicendevolmente coinvolge la vita di ognuno di noi, delle famiglie, delle comunità.

Una chiave per il ministero della Chiesa oggi

Un grande problema si pone oggi all’umanità: riuscire a convivere tra diversi sullo stesso territorio, nello stesso ambito, rispettandosi, senza contrastarsi né distruggersi. Non si tratta soltanto di tolleranza. Occorre piuttosto stimolarsi reciprocamente nel bene. E a livello di differenza di religioni, bisogna aiutare gli altri a crescere nel disegno di Dio, pur se non possiamo magari proclamare loro il Vangelo.

È infatti troppo consono all’agnosticismo contemporaneo il dire: tu pensa come vuoi, io penso come voglio, a patto che tu non interferisca nelle mie scelte né io nelle tue. Non basta, non è fraternità; è semplice tolleranza, pura neutralità. Dobbiamo aiutarci a cercare il bene. E probabilmente in periodi storici quali il nostro, di fronte a grandi movimenti religiosi come l’Islam, tale aiuto non può sempre assumere le forme dell’evangelizzazione diretta, perché non verrebbe accettata e compresa. Dunque, se non si deve praticare soltanto tolleranza, è necessario attuare una mutua stimolazione a vivere secondo le coordinate della vita che definiscono l’esistenza autentica e sono in realtà le coordinate del Discorso della montagna. Aiutare cioè gli altri a distaccarsi dal denaro, dal successo, dal potere; a perdonare, a essere misericordiosi, a essere pazienti, a pregare per chi ci perseguita.

Ritengo compito importante della comunità cristiana il perseguire l’ideale di convivenza pacifica, armonica, promozionale che è il vero ideale dell’umanità, ed è quello che vediamo maggiormente contrastato, soprattutto nei luoghi di grandi sofferenze. A noi per primi è richiesto di mostrare che è possibile vivere insieme rispettando e accettando le diversità, prendendo parte alle gioie e ai dolori degli altri, praticando la misericordia, non rendendo male per male e rispondendo con benedizioni a coloro che ci maledicono.

A partire dal nostro cammino penitenziale si apre quindi un cammino di servizio sociale e spirituale da rendere alla gente. La parola di Pietro è indubbiamente una chiave per il ministero della Chiesa nel mondo di oggi.

La confessione sacramentale

Concludo comunicandovi alcuni pensieri sulla confessione sacramentale.

Sappiamo che dopo il Concilio Vaticano II la confessione è entrata in una grande crisi e che da allora molte persone, compresi preti e religiosi, hanno fortemente ridotto la frequenza al Sacramento, soprattutto nel nord dell’Europa e dell’America.

Di questo si è discusso tante volte. Ricordo in particolare il Sinodo sulla Riconciliazione del 1983, a cui ho partecipato, nel quale purtroppo non sono state accettate alcune proposte che avrebbero potuto migliorare la situazione. Si è cercato dunque di andare avanti al meglio, ma con tante difficoltà.

Qui tuttavia non entro nel merito del problema pastorale, che è assai ampio; mi limito a parlare della confessione personale, partecipandovi alcune riflessioni nate dall’esperienza.

Sono partito dalla costatazione che la confessione personale frequente era accusata, dall’ondata di critiche degli anni Sessanta-Settanta, di ridursi alla ripetizione formale di alcuni piccoli peccati sempre uguali, e di non essere vissuta come momento di crescita delle persone. Mi sono chiesto allora: come superare una simile difficoltà, che alla fine ci allontana da un vero cammino penitenziale, cammino che non può prescindere dalla confessione sacramentale frequente?

Mi è venuto allora in mente questo paradosso: se una confessione breve è faticosa, perché non provare una confessione lunga? E a poco a poco ho elaborato una formula che è poi divenuta molto comune: la confessio laudis, la confessio vitae e la confessio fidei. Una confessione che quindi comincia non con un’ accusa bensì con una preghiera di lode, per ringraziare il Signore dei tanti doni ricevuti dall’ultima confessione.

Mi ritorna alla mente l’espressione sempre stupita delle persone, che venivano da me a confessarsi cominciando con l’elenco dei propri peccati, quando io interrompevo dicendo: c’è qualcosa di cui lei vorrebbe anzitutto ringraziare il Signore? E con meraviglia rispondevano: sì, il Signore mi ha aiutato in una circostanza, mi ha donato un’intuizione spirituale utile, ha fatto trovare lavoro a mio marito, ha guarito mio figlio, ecc.

Del resto sant’Agostino comincia il libro delle Confessioni proprio con una confessio laudis: ti lodo, ti benedico, ti glorifico, o Dio che mi hai tanto amato.

Su tale sfondo può essere più sincera e più vera la confessio vitae, che non ridurrei al semplice elenco dei peccati, configurandola piuttosto quale risposta alla domanda: che cosa mi pesa e mi disturba dall’ultima confessione? Che cosa non vorrei che ci fosse stato? È un andare al di là dei peccati formali, per coglierne le radici profonde: le antipatie, le amarezze, i disgusti, le ribellioni, le ferite interiori da cui dobbiamo essere risanati per evitare che si trasformino poi in disordine e mondanità. In questo modo la nostra vita è messa davanti a Dio così com’è.

Alla confessio vitae segue la confessio fidei: è il domandare al Signore di essere purificati, di essere medicati nelle forze oscure che non controlliamo e da cui derivano tanti atteggiamenti sbagliati; è il chiedere che venga tolto il peso dei peccati passati, che genera scoraggiamenti, forme di depressione, di aridità, di stanchezza.

Allora la confessione diventa un colloquio penitenziale, che coinvolge l’esistenza. Se provate a praticare questa triplice confessio scoprirete che è più autentica e più umana, capace di far cadere la grazia dello Spirito santo sulla verità di noi stessi e sulla nostra fragilità e povertà. Indubbiamente ne abbiamo tanto bisogno, perché siamo sempre come la donna curva che non riesce ad alzare gli occhi e guarda soltanto a se stessa, ai propri interessi, alle proprie necessità. Quando invece Gesù ci tocca sulla spalla, noi alziamo gli occhi, contempliamo il mistero di Dio e di fronte ad esso comprendiamo meglio le nostre colpe e l’amore con cui Lui ci perdona, ci rilancia, ci ridà la sua fiducia volendo fare attraverso di noi grandi cose per il suo Regno.

Per il momento del dialogo personale con Gesù, rileggiamo le prime parole di un bellissimo inno di sant’Ambrogio: «Gesù Signore, guardaci pietoso / quando tentati, incerti vacilliamo. / Se tu ci guardi, le macchie si dileguano / e il peccato si stempera nel pianto». Per Ambrogio il dramma del peccato si scioglie lasciandosi guardare da Gesù con amore.

O Gesù che togli i peccati del mondo, tu solo puoi salvarci.

Non solo ti chiediamo perdono per le nostre mancanze, ma ti chiediamo guarigione per le nostre ferite, serenità per la nostra tristezza, pace per la nostra angoscia, luce per la nostra oscurità e il nostro smarrimento.
Purificaci fino in fondo, ordinaci secondo la tua volontà, cancella da noi ogni mondanità, fa’ che possiamo aiutare molti altri a gustare la dolcezza della tua misericordia.

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Questa voce è stata pubblicata il 31/05/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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