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Lectio sulla Prima Lettera di Pietro – Martini (6)

“Il segreto della Prima Lettera di Pietro”
di Carlo Maria Martini
Corso di esercizi spirituali (2005)


 

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IL SEGRETO DELLA PRIMA LETTERA DI PIETRO

Signore Gesù, hai posto nella sequela di te la nostra perfezione, la nostra santità, e vuoi che, lasciando tutto, veniamo dietro a te. Attraici con la forza della tua grazia, infondi in noi lo Spirito santo paraclito, perché ci renda docili e attenti alla tua chiamata e a seguirti là dove vuoi che siamo, per essere sempre con te e diventare figli del Padre che con te vive e regna nell’unità dello Spirito santo per tutti i secoli dei secoli.

Potremmo dare come titolo a questa meditazione Il segreto della prima lettera di Pietro. Dico «il segreto» perché finora ci siamo limitati a considerare i preliminari della lettera. Abbiamo visto come essa parla della grande dignità del cristiano e come contiene frammenti di cammino penitenziale.

Ora tuttavia ci proponiamo di entrare nel messaggio specifico dell’epistola, messaggio che ne costituisce la ragione d’essere, la novità, la bellezza e la forza.

La Seconda settimana degli Esercizi

Proprio per comprenderne il profondo segreto, è necessario cogliere anzitutto il significato di quella che negli Esercizi ignaziani è chiamata la Seconda settimana.

La Prima era dedicata alla conversione, alla penitenza, al pentimento, al cambiamento del cuore. Con la Seconda settimana inizia il cammino della chiamata alla sequela di Gesù, che continuerà fino al termine degli Esercizi.

Tutto comincia con una parabola: «La chiamata del re temporale aiuta a contemplare la vita del re eterno» si legge al n. 91 degli Esercizi. E la domanda previa a tutte le meditazioni sarà sempre la stessa: Signore Gesù, che io possa conoscerti, per poterti amare di più e seguirti più intimamente.

Recita poi il n. 95: «Se abbiamo preso in considerazione la chiamata del re temporale ai suoi sudditi, quanto più sarà degno di essere preso in considerazione il fatto di vedere Cristo nostro Signore, re eterno, e davanti a lui tutto l’universo che egli, come fa con ciascuno in particolare, chiama dicendo: “È mia volontà conquistare tutto il mondo e tutti i nemici, ed entrare così nella gloria del Padre mio; pertanto chi vuol venire con me, deve lavorare con me perché, seguendomi nella sofferenza, mi segua anche nella gloria”».

Di qui partono le meditazioni sulla vita di Gesù – su questo ritorneremo – dall’incarnazione a Nazareth, alla nascita a Betlemme, alla visita al Tempio; e successivamente il Battesimo al Giordano, la vita pubblica, la Passione, la Risurrezione.

Si tratta dunque di seguire Gesù fino in fondo e ciò si basa sul principio teologico che siamo creati per essere a immagine del Figlio di Dio e che la nostra perfezione è essere come lui.

Avrete notato un accento particolare della sequela che traspare fin dal n. 95 e ritornerà in tutte le meditazioni della Seconda e Terza settimana: non si tratta solo di conoscere Gesù, bensì di conoscerlo, amarlo, seguirlo nella povertà, nella sofferenza, nell’umiliazione.

Il merito di Ignazio è di esplicitare coraggiosamente il significato di una vera sequela evangelica. Chi è Gesù che voglio seguire? È il Gesù che non ha dove posare il capo, che soffre e viene umiliato ingiustamente. Se non lo si segue così, la nostra risposta alla sua chiamata è fantasia, immaginazione, è vederlo a nostro modo. Il prenderne coscienza è talmente nodale che Ignazio fa appunto dire a Gesù: «Pertanto chi vuol venire con me, deve lavorare con me perché, seguendomi nella sofferenza, mi segua anche nella gloria».

Soltanto la sequela di questo Gesù scioglie il nostro cuore e ci permette di vincere i condizionamenti mondani.

Più chiaramente, leggiamo al n. 98: «Eterno Signore di tutte le cose (…), io voglio e desidero ed è mia ferma decisione, purché sia per vostro maggior servizio e lode, imitarvi nel sopportare tutte le ingiurie e ogni disprezzo e ogni tipo di povertà, tanto attuale quanto spirituale, qualora la vostra santissima maestà voglia eleggermi e ricevermi per tale stato di vita».

Chiunque si sente portato a farsi discepolo di Gesù con generosità, chiunque vuole consegnargli la propria vita con entusiasmo, deve seguirlo non semplicemente come un profeta, un predicatore itinerante che compie miracoli e attira le folle e che poi, per un disgraziato incidente, viene fatto prigioniero e viene ucciso, ma come colui che fin dalla nascita a Betlemme pone la sua vita sotto il segno della povertà, della fragilità, della debolezza, del nascondimento, dell’umiliazione, del disonore ricevuto e accolto misteriosamente quale parte del suo cammino.

La giusta comprensione della sequela di Gesù sta tanto a cuore a Ignazio che al centro della Seconda settimana invita a un’altra meditazione chiave, fondamentale, in cui si ascolta un discorso programmatico di Gesù, preceduto da un discorso programmatico di satana. Satana invita i suoi a tentare gli uomini, a legarci, ad accalappiarci attraverso l’amore delle comodità, del successo, delle ricchezze e quindi della superbia (cfr. n. 142); mentre il progetto di Gesù è quello di invitare tutti alla sobrietà della vita, alla rinuncia, a lasciare ogni cosa per seguirlo, ad accettare anche la via dell’umiliazione (cfr. n. 146).

È una meditazione fondamentale che ci offre una visione combattiva e conflittuale della vita cristiana, della vita secondo lo Spirito. Non semplicemente acquistare le virtù alla sequela del Signore, bensì essere con lui partecipando al suo destino di sofferenza e di gloria, opponendosi al disegno di successo e di ambizione proprio di satana che tenta di distruggerci.

Questo progetto è necessario per capire quanto accade nel mondo, come va la storia, quali sono le forze che aiutano la crescita della Chiesa e quelle che invece la debilitano, la logorano, la tentano, cercano di scalzarla attraverso l’ambizione, la ricchezza, il successo, il potere.

È una chiave di lettura della storia molto austera e insieme molto sincera e forte, e sant’Ignazio la desume direttamente dal Vangelo.

I capitoli esortativi della prima lettera di Pietro

Ho richiamato brevemente il succo del cammino della Seconda settimana degli Esercizi, perché partendo da esso è possibile comprendere meglio il segreto della 1 Pt.

Ricordiamo che quella di Pietro non è una lettera dogmatica, benché abbia un solidissimo fondamento dogmatico; e neppure una lettera penitenziale, tesa a convertire una comunità da comportamenti cattivi. È piuttosto una esortazione pratica.

Dopo aver descritto i principi basilari della vita cristiana – sottolineando la grande dignità del cristiano che nel battesimo è fatto figlio del Padre, luogo di azione dello Spirito, conquistato dalla morte e dal sangue di Gesù, chiamato a una speranza eterna, fondato sulla roccia che è Gesù, generato dalla Parola di salvezza che non viene mai meno -, e dopo aver richiamato alcuni momenti del cammino penitenziale, Pietro si preoccupa soprattutto di aiutare i cristiani a essere irreprensibili in tutti gli stati di vita, ad avere una condotta onorevole in mezzo ai pagani, così da evitare critiche o maldicenze:

«La vostra condotta tra i pagani sia irreprensibile, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio» (2, 12).

Come anche Paolo nelle sue lettere pastorali – in particolare la lettera ai Colossesi, a Tito, a Timoteo – Pietro vuole che la comunità sia integerrima, che i cristiani si mostrino rispettosi delle leggi, capaci di formare famiglie sane e operose, di vivere e lavorare in fraternità. Essi devono, e lo leggeremo più avanti, «chiudere la bocca all’ignoranza degli stolti» (2, 15), di coloro che non accettano Gesù, ma vedendo il contegno dei cristiani, sono costretti a riconoscerne l’esemplarità.

Interessanti le diverse categorie di doveri che vengono elencati: verso le autorità civili (2, 13-17), nel rapporto tra schiavi e padroni (vv. 18-25), tra mogli e mariti (3, 1-7) e nell’ambito comunitario (vv. 8-12).

Le esortazioni dei cc. 2 e 3 costituiscono il corpo fondamentale della lettera. E saranno riprese alla fine, dove si parla dei doveri degli anziani e dei presbiteri (5, 1-4), dei doveri dei giovani (v. 5) e dei doveri di tutti i fedeli (vv. 6-10).

Sembrerebbe impossibile aspettarci molto da tali esortazioni, perché si tratta di espressioni di buon senso e di insegnamenti verosimilmente già conosciuti dalla comunità primitiva.

C’è però una sorpresa, che è appunto il segreto della 1 Pt, e la si trova nell’esortazione agli schiavi, la categoria più infima e disprezzata. E mi propongo di leggere con voi queste esortazioni, fermandomi in particolare su quella in cui emerge il segreto (2, 18-25). Ho già accennato che possono apparire un po’ datate, perché mettono a fuoco una situazione sociologica diversa dalla nostra. Ma è interessante che proprio a riguardo di una situazione ormai superata emergano elementi fondamentali specificamente evangelici.

Esortazioni per l’ambito civile

«State sottomessi a ogni istituzione umana per amore del Signore: sia al re come sovrano, sia ai governatori come ai suoi inviati per punire i malfattori e premiare i buoni. Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti. Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio. Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re» (2, 13-17).

Qui il problema non è di instaurare la democrazia e neppure di avere delle autorità scelte secondo i criteri del bene comune; il problema è semplicemente di obbedire alle autorità: «State sottomessi a ogni istituzione umana per amore del Signore».

L’autorità di allora era dispotica, non democratica; e tuttavia Pietro non vuole cambiare la situazione, ed esorta: assoggettatevi, vivete bene, poiché questa è la volontà di Dio, in questo ambito siete chiamati alla sottomissione.

E aggiunge, sapendo che la prerogativa del cristiano è la grande libertà interiore: «Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio». I cristiani sono liberi e la loro libertà va espressa nel comportarsi correttamente. Conclude poi dicendo: «Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re».

Termina così la piccola esortazione a vivere nell’ambito civile come buoni e onesti cittadini, obbedienti e rispettosi delle leggi, di cui nessuno deve dire male, di cui nessuno deve potersi lamentare.

Il segreto della prima lettera di Pietro

«Domestici, state soggetti con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli difficili. È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, / lasciandovi un esempio, / perché ne seguiate le orme: / egli non commise peccato / e non si trovò inganno sulla sua bocca / oltraggiato non rispondeva con oltraggi, / e soffrendo non minacciava vendetta, / ma rimetteva la sua causa a colui / che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo / sul legno della croce, / perché, non vivendo più per il peccato, / vivessimo per la giustizia; / dalle sue piaghe siete stati guariti. / Eravate erranti come pecore, / ma ora siete tornati al pastore / e guardiano delle vostre anime»(2, 18-25).

Il secondo quadro sociologico, riguardante l’ambito domestico, è quello del rapporto servi-padroni, potremmo dire più chiaramente schiavi-padroni, perché in quel tempo esisteva la schiavitù e tutte le famiglie abbienti possedevano degli schiavi. Su tale rapporto era basato tutto il sistema economico e sociale, quello del tempo di Gesù, ed è continuato per secoli.

Colpisce nell’esortazione, come del resto in alcune lettere di Paolo, che Pietro non intende affatto rovesciare quell’ordine sociale. Tale ordine sarà un giorno ritenuto ingiusto e lesivo della dignità umana, e quindi superato. Ma sappiamo che ci sono voluti molti secoli prima di rovesciarlo appieno grazie anche alla progressiva maturazione del seme evangelico, e in certe parti della terra non è ancora avvenuto del tutto.

Paolo e Pietro non ritengono opportuno farsi ribelli al sistema sociale di allora. Ricordiamo il breve e prezioso biglietto a Filemone, dove Paolo rimanda lo schiavo Onesimo al padrone, senza voler cambiare la sua situazione. Lo rimanda pregando Filemone di accoglierlo con carità, di perdonarlo, di essere comprensivo; e tuttavia non lo affranca, non lo esorta a sciogliere le catene di schiavitù.

È certamente un comportamento che a noi crea problemi, proprio perché viviamo in un mondo che ha maturato una profonda coscienza della dignità e della libertà nativa di ogni uomo. D’altra parte il Nuovo Testamento rispecchia un’atmosfera diversa e gli apostoli non hanno come prima preoccupazione il rovesciamento della situazione esistente; propongono invece ai cristiani di vivere il Vangelo al suo interno.

Riprendiamo i singoli versetti.

– «Domestici, state soggetti con profondo rispetto ai vostri padroni». La parola «domestici» sta per schiavi che sono legati a una casa, a una famiglia intesa in senso ampio.

– E ora comincia la difficoltà: «non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli difficili». La parola greca (skolioì) dice di più: a quelli intrattabili, che si comportano con voi in maniera ingiusta e con eccesso di rigore e di punizioni non meritate.

Che cosa ci aspetteremmo dall’apostolo di fronte a tale situazione? Almeno un po’ di compassione: poveretti, mi dispiace per la vostra sofferenza. Quanto è dolorosa e vergognosa la vostra condizione! Quanto sono crudeli e arbitrari i vostri padroni! Alcuni si aspetterebbero anzi una promessa di rivalsa: dovete ribellarvi! Oppure almeno un’esortazione ai padroni: non siate esigenti, cercate di essere umani!

– Eppure la via che segue Pietro è a prima vista impensabile perché, con nostra meraviglia, scrive: «È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio».

È un’esortazione sorprendente, lontanissima dalla mentalità odierna, e però ci permette di capire come l’apostolo non parla per un desiderio di pace sociale ad ogni costo, per non creare disordini, perché i cristiani non appaiano ribelli e non siano quindi perseguitati dall’autorità civile. La sua affermazione si basa sul motivo di fondo: così si è comportato Gesù. L’esortazione sociologica diventa a questo punto cristologica e Pietro innalza un meraviglioso inno sulle sofferenze di Cristo:

– «A questo siete stati chiamati, poiché / anche Cristo patì per voi, / lasciandovi un esempio, / perché ne seguiate le orme: / egli non commise peccato / e non si trovò inganno sulla sua bocca». Non dava motivo di punirlo, era leale, onesto, innocente, patì senza colpa.

– «Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, / e soffrendo non minacciava vendetta, / ma rimetteva la sua causa a colui / che giudica con giustizia». Gesù è esempio di umiltà, di accettazione della sofferenza anche ingiusta, di accettazione dell’umiliazione, di affidamento a Dio («Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» – Lc 23, 46).

– E Gesù è morto giusto per noi ingiusti, è morto innocente per noi peccatori. In lui è l’unica salvezza, la chiave della storia: «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo / sul legno della croce». Noi abbiamo meritato il legno della croce, noi abbiamo meritato i castighi, ma lui li ha presi su di sé.

– «Perché, non vivendo più per il peccato, / vivessimo per la giustizia; / dalle sue piaghe siete stati guariti. / Eravate erranti come pecore, / ma ora siete tornati al pastore / e guardiano delle vostre anime»: meritavate di perdervi, perché avete voluto allontanarvi dal gregge, ma lui con bontà e con amore vi ha ricondotti e ha pagato per voi.

Quello che ho chiamato il segreto della 1 Pt si evidenzia qui: la capacità di interpretare cristologicamente una pesante e ingiusta situazione sociologica, in maniera tale da mettere in risalto soprattutto il primato di Gesù che si è lasciato condannare per amore nostro. È la forza cristologica di questa epistola, che rovescia le situazioni umane con la proclamazione della sofferenza di Cristo.

Raccomandazioni per l’ambito familiare

Mi limito ad accennare, nell’ambito familiare, all’esortazione riguardo al rapporto mogli-mariti. Di nuovo ci troviamo assai lontani dalla situazione descritta in questo brano, almeno nel nostro mondo occidentale.

Di fatto, mentre alle mogli vengono date esortazioni per più di mezza pagina, ai mariti vengono dette pochissime cose:

«Ugualmente voi, mogli, state sottomesse ai vostri mariti perché, anche se alcuni si rifiutano di credere alla parola, vengano dalla condotta delle mogli, senza bisogno di parole, conquistati considerando la vostra condotta casta e rispettosa» (3, 1-2).

E poi ancora una lunga esortazione alle mogli affinché non si lascino corrompere dalla mondanità degli ornamenti, delle collane, degli anelli, di tutto quanto può essere sfoggio di lusso, come allora avveniva. Pietro le esorta a ornarsi interiormente, ad avere un cuore pieno di mitezza e di pace (cfr. vv. 3-6), secondo l’esempio di Gesù mite e pacifico, che rinuncia ai privilegi della sua divinità.

Più breve, come dicevo, l’esortazione ai mariti:

«E ugualmente voi, mariti, trattate con riguardo le vostre mogli, perché il loro corpo è più debole, e rendete loro onore perché partecipano con voi della grazia della vita: così non saranno impedite le vostre preghiere» (v. 7).

Noi abbiamo una concezione diversa del rapporto uomo-donna e accettiamo con fatica queste parole. In ogni caso mostrano la volontà in Pietro di promuovere il rispetto della donna e l’uguaglianza nella fede e nella preghiera.

È interessante osservare come una società arcaica, legata pure a strutture ingiuste, viene gradualmente fermentata dal pensiero cristiano, a partire non da una ribellione esteriore, ma da un mutamento interiore del cuore, in cui il punto decisivo è la relazione a Gesù.

«E finalmente siate tutti concordi»

L’ultima esortazione di questa parte centrale si rivolge all’ ambito comunitario. L’abbiamo già citata e la rileggiamo per sottolinearne la valenza cristologica.

«E finalmente siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili; non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione.

Infatti: / Chi vuole amare la vita/ e vedere giorni felici, / trattenga la sua lingua dal male / e le sue labbra da parole d’inganno; / eviti il male e faccia il bene, cerchi la pace e la segua, / perché gli occhi del Signore sono sopra i giusti / e le sue orecchie sono attente alle loro preghiere; / ma il volto del Signore è contro coloro che fanno il male» (3, 8-12).

È richiamato un atteggiamento ispirato al Discorso della montagna: modesti e miti, non superbi e non pretenziosi. Di nuovo domina l’esempio di Gesù, che «oltraggiato non rispondeva con oltraggi» (2,23).

L’apostolo sembra dire che non è necessario stravolgere in maniera violenta la società: è piuttosto testimoniando la Buona Notizia che i cristiani potranno costruire gradualmente la pace e la giustizia che il Vangelo promette.

Conclusione

La parte centrale della lettera (2, 12 – 3, 12) ha dato dunque l’avvio per la comprensione del mistero dell’amore di Cristo e della sua redenzione, ponendo un principio nuovo e dirompente in una società basata sulla sopraffazione, sulla vendetta, sulla violenza, sul potere del denaro e delle armi. Gli apostoli invitano alla mitezza, all’umiltà, alla povertà, all’ accettazione anche dell’ingiustizia purché rifulga la carità e il perdono dei seguaci del Signore.

Tutto questo negli Esercizi spirituali viene posto alla base di ogni progetto di vita. Il non considerare l’umiltà e la povertà di Gesù porta a un progetto al massimo umano, o di successo, anche se magari onesto. Gesù invece tiene conto dell’ingiustizia, del male del mondo, e vi entra per risanarlo dall’interno, con un atto eroico di amore e di perdono.

Gesù Signore, Figlio di Dio, tu che hai detto: imparate da me che sono mite e umile di cuore, fammi comprendere il mistero di queste tue parole, fammi comprendere come la tua mitezza e umiltà non sono debolezza, pigrizia, fuga, cedimento di fronte all’ingiustizia, bensì sono forza, coraggio, seme di vita nuova, presa di posizione precisa, rigorosa e forte di fronte agli avvenimenti del mondo.

Donami di contemplare il tuo volto, di conoscerti e di amarti davvero con tutto me stesso, per fondare su di te ogni mia attesa e ogni mia scelta.

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Questa voce è stata pubblicata il 02/06/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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