COMBONIANUM – Formazione e Missione

— Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA — Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa — Blog of MISSIONARY ONGOING FORMATION — A missionary look on the life of the world and the church

Lectio sulla Prima Lettera di Pietro – Martini (7)

“Il segreto della Prima Lettera di Pietro”
di Carlo Maria Martini
Corso di esercizi spirituali (2005)


iluminura.jpg

È GRAZIA SOFFRIRE PER AMORE DI CRISTO

Ci proponiamo di approfondire ulteriormente la riflessione sul segreto della 1 Pt. Esso emerge non soltanto quasi occasionalmente, là dove si menzionano i castighi ingiusti degli schiavi, ma diviene anche un principio generale per interpretare il significato delle sofferenze di ogni cristiano, in particolare il significato delle persecuzioni che i seguaci di Gesù subiscono quando vogliono proclamare il Vangelo.

Vorrei perciò leggere con voi altri brani della lettera che si riferiscono al cristiano in quanto tale, a prescindere dalla sua condizione o situazione sociologica.

La beatitudine della sofferenza

«E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male» (3, 13-17).

Soffermiamoci sulle parole di Pietro.

– «E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene?». Il cristiano non deve avere paura di nessuno, non deve temere il male quando fa il bene.

– «E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi!». È una beatitudine che si aggiunge a quella ben nota del Vangelo: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Mt 5, 11).

– Segue poi un principio generale che ha la sua radice in un profeta coraggioso e ardente come Isaia: «Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori».

È infatti la parola rivolta al profeta quando si trovava di fronte a un popolo che non lo ascoltava e avrebbe potuto incutergli paura:

«Poiché così il Signore mi disse, quando mi aveva preso per mano e mi aveva proibito di incamminarmi nella via di questo popolo: / “Non chiamate congiura / ciò che questo popolo chiama congiura, / non temete ciò che esso teme e non abbiate paura”. / Il Signore degli eserciti, lui solo ritenete santo. / Egli sia l’oggetto del vostro timore, della vostra paura»(Is 8, 11-13).

Isaia viene dunque esortato a parlare con la forza della sua profezia, senza lasciarsi trascinare dai modi di pensare del popolo e dalle mode, a non avere paura di chi lo osteggia e lo perseguita.

Questo principio Pietro lo applica a tutti i cristiani: ogni sofferenza per la giustizia, se è vera sofferenza per la giustizia, va considerata come beatitudine e non come disgrazia.

– I cristiani però devono sapersi spiegare, rimanendo miti e coraggiosi: «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi».

L’apostolo formula un’ipotesi che è attuale. Anche a noi può capitare che la gente ci chieda: come mai mostrate tanta gioia e tanta speranza, pur quando vi trovate in situazioni di difficoltà o di sofferenza? E noi, dando ragione della nostra speranza, proclamiamo il Signore Gesù.

– «Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo».

Pietro è dunque sicuro che la coscienza retta dei cristiani, nella misura in cui non si spaventano, non fuggono, non si nascondono, non dissimulano la loro fede, sarà prima o poi riconosciuta.

– E il testo si conclude riprendendo l’affermazione iniziale: «È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male». Questo principio è generale e riguarda l’intera vita cristiana.

La prova della persecuzione

Sembra che a Pietro non basti avere espresso questo segreto in maniera ampia, estendendolo a cristiani di ogni condizione. Egli ritorna sul tema nel capitolo seguente, là dove ancora una volta insiste sulla persecuzione dei cristiani, indicando che questa è una grazia, non una disgrazia, non maledizione di Dio.

«Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome. (…) Perciò anche quelli che soffrono secondo il volere di Dio si mettano nelle mani del loro Creatore fedele e continuino a fare il bene» (4, 12-19).

– «Carissimi»: è 1’apostrofe usata nella lettera per comunicare con grande affetto qualcosa di importante e che sta molto a cuore.

– «Non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano». Il subire persecuzione non è quindi un fatto impensabile, inimmaginabile, è anzi piuttosto probabile e normale.

Gli esegeti si domandano se si parla della persecuzione avvenuta sotto Nerone o di quella avvenuta più tardi sotto Domiziano. Non abbiamo riferimenti precisi per rispondere, ma oggi gli stessi biblisti ritengono che non si tratta forse di una persecuzione politica, bensì della situazione di minorità, di emarginazione e quasi di disprezzo, in cui erano tenuti i cristiani nella società di quel tempo: considerati un gruppo poco influente, senza potere, un gruppo che si poteva tranquillamente deridere e disprezzare.

Le parole di Pietro valgono comunque in ogni persecuzione; è una grazia che fa partecipare da vicino alla sorte di Gesù. La scelta di essere totalmente per lui non è comoda, non porta in tasca del denaro, al contrario ci pone di fronte a difficoltà, anche a livello sociale.

– Continua il testo: «Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi». È l’interpretazione cristologica delle sofferenze dei cristiani destinatari della lettera. Non sono soltanto sofferenze loro: come esprime con forza il verbo greco koinoneite (partecipate), sono una koinonia, una comunione con le sofferenze di Cristo. Essi vivono l’esperienza di Gesù, sono come Gesù.

– «Perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare». Si suppone nuovamente la speranza escatologica, il trionfo del Signore, nel quale chi sarà stato dalla sua parte pure nei momenti dolorosi, potrà finalmente godere ed esultare in Gesù.

– Interessante la beatitudine che segue: «Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi». Siete addirittura come Gesù su cui riposa lo Spirito nel momento del Battesimo. È un versetto molto solenne e trinitario.

– Nell’intento che non si confondano le sofferenze subite a causa del Vangelo con quelle subite per colpe personali, la lettera aggiunge: «Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore». Non dovete essere persone che col loro comportamento danneggiano la società.

– «Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome».

Ricordo che durante il mio servizio episcopale nella diocesi di Milano ho avuto tante volte modo, visitando le parrocchie, di richiamare queste parole, in particolare quando i giovani mi chiedevano: cosa dobbiamo fare quando veniamo derisi dai nostri coetanei perché frequentiamo l’oratorio? E rispondevo: ringraziate il Signore, dal momento che essere derisi per la vostra professione di fede in Gesù è una gloria. Non spaventatevi perciò, non turbatevi, non fate come Pietro che nel momento della Passione ha affermato di non conoscere il suo Maestro; date piuttosto ragione con fermezza della vostra scelta, glorificando il vostro nome cristiano.

Un simile modo di agire mostra la forza e la dignità del credente ed è capace di conquistare anche altri. Se al contrario ci si impaurisce, negando la nostra appartenenza, gli interlocutori diventano più audaci, così come, dopo il primo rinnegamento, tutti prendono coraggio di scagliarsi contro Pietro, che finisce col negare di nuovo Gesù.

– Tralascio i vv. 17 e 18 che riguardano il giudizio finale, e cito il versetto conclusivo: «Perciò anche quelli che soffrono secondo il volere di Dio, si mettano nelle mani del loro Creatore fedele e continuino a fare il bene». Dio è fedele, non permetterà che quanti si abbandonano a lui abbiano a soffrire in maniera eccessiva, in maniera da restarne travolti. Egli li sosterrà, li conforterà, li difenderà.

Una rivelazione incomprensibile al mondo

Vorrei affidare le pagine riguardanti il segreto centrale della lettera alla vostra meditazione e alla vostra preghiera, nella convinzione di essere di fronte al punto nodale dell’esistenza cristiana.

Questo messaggio fondamentale ci aiuta a comprendere ciò che veniva anticipato all’inizio della 1 Pt, su cui non ci siamo molto soffermati, e che ora possiamo comprendere meglio: «Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo» (1, 6-7). Dunque da subito la prova è unita alla gioia.

Viene alla mente una pagina degli Atti degli Apostoli: «Essi (gli apostoli) se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per il nome di Gesù» (5, 41): battuti e svergognati nel sinedrio, uscivano pieni di gioia perché avevano reso testimonianza al Signore. È esattamente l’insegnamento dei brani della 1 Pt sulle sofferenze e le persecuzioni per il Vangelo.

In proposito ci sarebbero da ascoltare tante obiezioni moderne. Per esempio la cosiddetta teologia della liberazione ritiene necessario anzitutto liberare chi soffre ingiustamente e non invitarlo a soffrire con pazienza.

TI contesto sociologico è ovviamente cambiato rispetto al tempo della comunità primitiva. Abbiamo una visione più chiara e accettata della dignità della persona, di quanto la persona autonomamente deve fare per vivere nella libertà e nella giustizia. E tuttavia, pur tenuto conto di tale diversità di sfondo e di cultura, rimane vera la rivelazione fondamentale che soffrire ed essere umiliati per amore di Cristo è una grazia.

Una rivelazione tipicamente cristiana, che non può essere capita dal mondo e che corrisponde chiaramente alle beatitudini: beati coloro che piangono, perché saranno consolati; beati voi quando vi perseguiteranno (cfr. Mt 5, 3-12). La beatitudine nella sofferenza e nella persecuzione è parte del Vangelo purissimo di Gesù.

Di fronte a questo ci ribelliamo e ci tiriamo continuamente indietro; siamo infatti timorosi e pavidi, proprio come lo era Pietro che, di fronte ai soldati e alle serve del sommo sacerdote, non ha osato confessare pienamente la sua fede.

L’invito per noi è a pregare intensamente, nel desiderio che ci sia donato, anche nelle difficili condizioni odierne, il coraggio di vivere e di testimoniare le beatitudini.

La porta della Trinità

Mi piace aggiungere un ultimo pensiero: l’umiltà e la mitezza di Gesù, che il cristiano è chiamato a imitare nella prova e nella persecuzione, è, potremmo dire con una immagine, la porta della Trinità. L’umiltà e la povertà del Figlio di Dio vengono scoperte, a mano a mano che procede l’approfondimento della fede lungo i secoli cristiani, non soltanto come realtà cristologica, ma pure come fatto trinitario.

Proviamo a chiederei perché Gesù si presenta fin dalla nascita a Betlemme come umile, povero, indifeso; non è capace neppure di difendersi da Erode e deve fuggire in Egitto. Non ha nessun potere mondano, nessun esercito che lo protegga, nessuna potenza politica che prenda le sue parti. E proprio la sua volontà di essere umile e indifeso lo condurrà alla morte: egli stesso dirà che avrebbe potuto chiedere al Padre dodici legioni di angeli, e però voleva affrontare coraggiosamente il suo destino (cfr. Mt 26, 53).

Certamente una risposta è che la sua scelta ha un motivo ascetico: vuole insegnarci a combattere l’orgoglio, radice di tutti i peccati; a difenderei dalla presunzione del potere, da tutte le passioni proprie del mondo, dalla voglia sfrenata di comandare, di possedere, di essere violenti, di farsi giustizia; vuole insegnarci a liberarci dai lacci di satana.

È però necessario aggiungere che il suo modo di essere ha pure un valore teologico, nel senso che ci permette di entrare in qualche modo nel mistero della Trinità. La teologia contemporanea legge infatti nell’umiltà di Gesù alcuni riflessi del Mistero trinitario.

Che cosa sappiamo noi di questo Mistero? Sappiamo che nessuna Persona divina è ripiegata su se stessa in difesa dei propri diritti, che ogni Persona è relativa all’altra: il Padre è relativo al Figlio, il Figlio al Padre, il Padre e il Figlio allo Spirito. Essere relativo all’altro significa totale dedizione: il Padre dà tutto se stesso al Figlio, il Figlio dà tutto se stesso al Padre, lo Spirito è l’amore del Padre e del Figlio.

Tali atteggiamenti si traducono, nel linguaggio umano, in «umiltà» e «amore» che sono perciò il segno della Trinità. E Gesù, insegnando ci a vivere con umiltà e amore, mette nel mondo il segno del Dio trinitario. Dio Amore è dunque rappresentato al meglio nel Piglio umiliato, povero, sofferente, crocifisso, che diventa per noi porta di intuizione della Trinità.

Ho letto recentemente un’opera del teologo tedesco Hoffman intitolata Kreuz und Trinität, nella quale egli svolge ampiamente questo tema. lo ho voluto accennarvi, pur se non emerge con evidenza nella 1 Pt, perché mi sembra che lo sviluppo della riflessione teologica abbia di fatto messo in luce un mistero profondo che, anche se non è esplicitato, si percepisce racchiuso e custodito nelle parole dell’apostolo.

Dopo aver considerato l’umiliazione di Cristo e le sue sofferenze come motivo teologico e trinitario, possiamo coglierne infine un riflesso antropologico. Lo ha espresso il Concilio Vaticano II con una formula che viene ripresa da Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor hominis: l’uomo si realizza pienamente nel dono di sé. In altri termini, quando ci liberiamo dall’egoismo, dalla ricerca del successo, del potere, della gloria, e ci dedichiamo agli altri, siamo veramente uomini.

Di conseguenza l’umiltà, la mitezza, lo spirito di sacrificio costituiscono la strada per la vera pace. Non ci sarà pace finché non saranno in onore lo spirito di dedizione, la mitezza, l’umiltà e il perdono. È un dato che verifichiamo purtroppo ogni giorno nella vita sociale e politica. Il cristianesimo vuol essere appunto segno e fermento di riconciliazione in un mondo travagliato dalle passioni dell’ambizione, del potere, della violenza.

A questo punto comprendiamo che le parole di Pietro non sono certo espressione di assoggettamento al potere, di accettazione di fatti compiuti; l’esempio di Cristo che ci propone l’apostolo ci aiuta a capire il mistero stesso di Dio e dell’uomo.

Sgorga una preghiera:

Signore Gesù, tu ci chiami a seguirti e ci fai comprendere a poco a poco, soprattutto col crescere della nostra vita e delle nostre esperienze, che il seguirti è bello e però costa sacrificio. Esige l’uscita da se stessi e la dedizione agli altri, esige la forza del perdono e il coraggio della mitezza.

Ti chiediamo di imprimere in noi queste virtù, che sono tuo dono. Così tu vivrai in noi e noi vivremo in te, diventando sorgente di verità e di pace per tanti fratelli.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 02/06/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 421 follower

Follow COMBONIANUM – Formazione e Missione on WordPress.com
giugno: 2018
L M M G V S D
« Mag   Lug »
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
252627282930  

  • 222.052 visite

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. Immagini, foto e testi sono spesso scaricati da Internet, pertanto chi si ritenesse leso nel diritto d'autore potrà contattare il curatore del blog, che provvederà all'immediata rimozione del materiale oggetto di controversia. Grazie.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: