COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sulla Prima Lettera di Pietro – Martini (8)

“Il segreto della Prima Lettera di Pietro”
di Carlo Maria Martini
Corso di esercizi spirituali (2005)


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PASSIONE

Concedici, Signore Gesù, per intercessione di Maria tua Madre, di entrare nel tuo cuore, di amarti sempre più e di poterti seguire senza alcun riserva. Fa’ che conosciamo le azioni, le parole, le sofferenze della tua vita, per comunicare anche ai tuoi dolori ed essere uniti a te nella pienezza della gioia. Tu che sei Dio e vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Entrare nei sentimenti di Gesù

Rileggendo per l’ennesima volta ieri sera la lettera di Pietro, ho notato la frequenza dei riferimenti alla Passione di Gesù; ed è giusto che sia così da parte di colui che si presenta come testimone delle sofferenze di Cristo:

«Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi» (5, 1).

Del resto fin dall’inizio la lettera insiste sulle sofferenze di Cristo, là dove si rivolge ai fedeli «eletti (…) grazie all’obbedienza di Gesù e all’aspersione del suo sangue» (1,2). E menziono altri versetti che ritornano sullo stesso tema:

Dio Padre «ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva» (1,3);

Lo Spirito santo «prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che dovevano seguirle» (v. 11);

«Voi foste liberati (…) con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia» (v. 19);

«Anche Cristo patì per voi, / lasciandovi un esempio, / perché ne seguiate le orme» (2,21), espressione che fa parte della lunga pericope su cui ci siamo soffermati parlando del segreto della 1 Pt;

«Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti» (3, 18);

«Poiché dunque Cristo soffrì nella carne, anche voi armatevi degli stessi sentimenti» (4, 1);

«Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi» (v. 12).

Possiamo concludere che l’epistola e il suo segreto – la gioia di comunicare alle sofferenze di Cristo nasce da una prolungata, profonda e amorosa meditazione sulla Passione del Signore. Non dobbiamo perciò stupirci se questo grande segreto della gioia nella partecipazione ai dolori di Cristo ci rimane un po’ esteriore, non ci penetra dentro. È necessario farlo nostro attraverso una ripetuta meditazione e contemplazione sulla vita, Passione, morte ,e risurrezione di Gesù.

È pure la convinzione sottesa allo svolgimento delle Settimane ignaziane.

Abbiamo già visto come la figura del Cristo povero e dolente è posta davanti al nostro sguardo già nella Seconda settimana in alcune meditazioni chiave – la chiamata del re temporale e del re eterno, le due bandiere di Cristo e di satana -. Mi preme qui sottolineare che esse sono come incastonate nel tessuto di una serie di ripetute contemplazioni sulla vita del Signore – l’incarnazione, la nascita, la vita a Nazareth, il Battesimo, la chiamata dei discepoli, i miracoli, fino alla domenica delle Palme -. La Terza settimana ci farà poi contemplare a lungo i misteri della Passione, dall’ultima cena alla cattura, al processo, alla croce.

Non è sufficiente, infatti, per seguire Gesù, assimilare i suoi insegnamenti. Occorre guardarlo nei misteri di tutta la sua esistenza, così da renderei meno duro e incomprensibile il linguaggio della croce. Bisogna lasciarsi attirare da lui, identificarsi con lui, per giungere ad avere «gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fi12, 5).

Seguendo dunque il cammino propostoci dalla 1 Pt e da Ignazio, ci fermeremo ora a guardare il Signore nella sua Passione. Per introdurci vi leggo un punto nodale della Seconda settimana, dove si parla del terzo grado di umiltà, che consiste nello scegliere la via della croce per essere come e con Gesù: «La terza umiltà è perfettissima e si ha quando, includendo la prima e la seconda e consentendolo un’uguale lode e gloria della divina maestà, desidero e scelgo, per imitare e rassomigliare più effettivamente a Cristo nostro Signore, la povertà con Cristo povero piuttosto che la ricchezza, le ingiurie con Cristo, che ne è ricolmo, piuttosto che gli onori, e preferisco di essere stimato stupido e pazzo per Cristo, che per primo fu ritenuto tale, anziché saggio e prudente in questo mondo»(n. 167).

È stato il desiderio dei santi ed è la domanda che, se vogliamo, possiamo fare nostra nel corso di questi esercizi. Sarà il cammino di tutta la vita. Ci aiuti il Signore a entrare con tali disposizioni nella contemplazione delle ultime tremende vicende della sua esistenza.

Mi propongo di riflettere con voi sulla Passione di Gesù, così da parlargli da amico, contemplando con affetto e tenerezza ciò che ha sofferto per noi.

Segnalerò alcuni brani del vangelo secondo Marco a cui fare riferimento, perché è il più semplice. Da parte vostra, potete approfondire la meditazione anche leggendo gli altri vangeli.

Spesso si considera la Passione delle sofferenze fisiche, che certamente sono grandi. Un canto religioso natalizio molto noto in Italia, composto da sant’Alfonso Maria de’ Liguori, dottore della Chiesa e fondatore della Congregazione del SS. Redentore, inizia così: «Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo, e vieni in una grotta al freddo e al gelo. O Dio beato! Ah, quanto ti costò l’avermi amato!». Dunque si considerano soprattutto la povertà e i patimenti fisici di Gesù. E anche un recente film – The Passion – offre una rappresentazione molto cruda dei dolori fisici.

Tuttavia la Passione comporta pure delle profonde sofferenze morali e umiliazioni. Gesù infatti ha messo in gioco per noi il suo onore, lo ha perduto volentieri: onore di uomo, di fedele ebreo, di suddito leale dell’ autorità romana, il suo onore di Messia, di re d’Israele, di Figlio di Dio.

Tenendo presenti in particolare le umiliazioni, rileggo i testi della Passione, cominciando dalle predizioni.

Predizioni della Passione

– «E incominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi» (Mc 8,31).

Questa prima predizione è semplice e insieme sconvolgente. Gli anziani costituivano il potere politico, amministrativo; i sommi sacerdoti l’autorità religiosa; gli scribi il potere intellettuale, la teologia, la cultura.

Ora Gesù prevede che sarà respinto da tutte queste autorità, che perderà ogni stima da parte di coloro che sono rappresentanti ufficiali di Dio presso il popolo, persone che contano presso la gente, ritenute depositarie della verità e della giustizia. Gesù gioca dunque la sua stima per noi.

– Colpisce pure la seconda predizione: «Istruiva i suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà”» (9, 31). .

Non vengono più elencate le tre grandi categorie del potere. Sono gli uomini che lo prendono nelle loro mani e lo eliminano dalla faccia della terra. Gesù si sente respinto e sa che faranno di lui quello che vorranno; si è fatto uno di loro e proprio da loro è rifiutato. Non sarà più in possesso del suo corpo, della sua vita, che saranno in potere di altri.

– C’è una terza predizione: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno» (10, 33-34).

Tutte le forme di disprezzo della società religiosa e dell’autorità romana sono rovesciate su Gesù. Non solo è umiliato davanti al suo popolo, lo è anche di fronte ai goim, a coloro che Israele disprezzava.

Egli dunque ha previsto con assoluta chiarezza il suo destino è l’ha accettato per obbedienza al Padre e per amore nostro, entrando con piena consapevolezza nella Passione che lo attende.

Le predizioni realizzate

Dei capitoli 14 e 15 di Marco sottolineo come Gesù viene provato nella sua rispettabilità e onorabilità, e non soltanto con sofferenze fisiche.

– «In verità vi dico, uno di voi colui che mangia con me, mi tradirà» (14,18). È una umiliazione durissima. È una grande vergogna il sapere di essere tradito da uno a cui hai dato fiducia, da uno degli intimi, una sofferenza morale lancinante; anche perché sembra uno scacco educativo per Gesù il fatto di non essere riuscito neppure a tirarsi dietro tutti i Dodici che gli erano più vicini, quasi avesse sbagliato a scegliere i collaboratori. È tradito e umiliato nella fiducia che aveva dato ai suoi.

– Gesù inoltre sa che non solo Giuda lo tradirà, ma che tutti i discepoli rimarranno scandalizzati e lo abbandoneranno: «E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: “Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”» (14, 26-27). A dire: nessuno di voi che mi siete stati vicini in questo tempo saprà restarmi accanto e prendere le mie difese, ma tutti vi vergognerete di me. È il fallimento completo della sua missione.

– Forse l’umiliazione più grave che Gesù ha subito è il rinnegamento di Pietro, di colui che sembrava il più entusiasta di tutti e prometteva di seguirlo fino alla morte: «In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte» (14, 30).

Proprio Pietro che Gesù ha tanto amato e su cui contava di più, al quale ha rivelato il suo segreto messianico e di figliolanza divina, lo abbandona lasciandolo in totale solitudine.

– Un’ altra prova estremamente umiliante avviene nel Getsemani quando Gesù, presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, comincia a provare paura e angoscia: «La mia anima è triste fino alla morte» (14, 34).

Non so se ci è mai capitato di dire su di noi una parola così pesante. Bisogna arrivare al limite massimo di debolezza, di sofferenza, di prostrazione. il Signore è talmente accasciato e schiacciato dal dolore, che vive l’umiliazione di una tale tristezza.

– Molto umiliante è pure il modo usato dal traditore, l’antico amico, per consegnarlo ai suoi nemici: «Chi lo tradiva aveva dato loro questo segno: “Quello che bacerò è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta”. Allora gli si accostò dicendo: “Rabbi” e lo baciò» (14, 44-45).

Gesù sperimenta la terribile umiliazione di una forma di tradimento così ripugnante, vergognosa e ipocrita: viene venduto con un gesto di amicizia.

– Fino alla cattura nel Getsemani tutte le umiliazioni avevano toccato Gesù senza togliergli la sua autonomia. Invece subito dopo l’indicazione di Giuda, 1’evangelista annota: «Essi gli misero le mani addosso e lo arrestarono» (14, 46).

È un versetto che mi ha sempre impressionato: dal momento in cui Gesù si vede messe addosso le mani degli altri, perde ogni libertà e ogni diritto alla dignità umana. Si rende conto che ormai è in balia della crudeltà, della meschinità, della vendetta degli uomini.

– Di fronte alle tante accuse che gli venivano fatte, «taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: “Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?”» (14, 61). È la domanda decisiva.

Gesù avrebbe potuto continuare a tacere, oppure rispondere in maniera vaga, e forse si sarebbe salvato. Invece risponde, per nostro amore, in maniera sincera: «lo lo sono! / E vedrete il Figlio dell’uomo / seduto alla destra della Potenza / e venire con le nubi del cielo» (v. 62).

Ha così firmato la sua condanna, dichiarando con assoluta limpidezza la propria identità, e il sommo sacerdote lo accusa di bestemmia. Certamente si sarà sentito colpito in ciò che più gli sta a cuore: la sua unità col Padre.

– Subito dopo è deriso in tutte le sue prerogative, iniziando da quella profetica: «Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo e a dirgli: “Indovina”. I servi intanto lo percuotevano» (v. 65).

La sua missione profetica è offesa e sbeffeggiata. Ed è appunto in tale contesto che il racconto evangelico descrive la negazione di Pietro: «Non conosco quell’uomo che voi dite» (v. 71). La sua risposta non è dettata semplicemente dalla paura, ma nasconde una qualche verità: egli sente che il suo Rabbi lo ha deluso, conducendolo a una situazione che non avrebbe mai immaginato, e per questo può dire di non conoscerlo. Dunque Pietro, che poteva essergli vicino, si ritira e lo lascia nelle mani dei nemici, dei persecutori.

– A questo punto interviene a umiliare Gesù anche la folla, che chiede la sua morte. Fino a quel momento si era inimicato i capi del popolo e tuttavia la gente era dalla sua parte, stava con lui. Ora invece si ritrae: «I sommi sacerdoti sobillarono la folla perché Pilato rilasciasse loro piuttosto Barabba. Pilato replicò: “Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?”. Ed essi di nuovo gridarono: “Crocifiggilo!”» (15, 11-13).

È respinto dalle persone alle quali aveva fatto appello diretto, suscitandone il consenso, l’entusiasmo e l’affetto, è umiliato come benefattore della folla.

– Così viene consegnato ai soldati per essere crocifisso. E i soldati offendono nella sua regalità proprio lui che era re d’Israele, destinato a diventare Re dell’universo. Lo rivestono di porpora, gli mettono una corona di spine, lo salutano «Salve, re dei Giudei!», gli percuotono il capo con una canna, gli sputano addosso, gli si prostrano davanti e lo scherniscono (cfr. 15, 16-20).

La sua stessa prerogativa regale, che era il suo diritto nativo, in forza del quale era venuto a salvarci, è calpestata e dileggiata.

Sulla croce

– La massima umiliazione gli è rovesciata addosso sulla croce: «I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!”. Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffa di lui, dicevano: “Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo”? E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano» (15, 29-31).

La folla, i sacerdoti, perfino i malfattori crocifissi con lui, lo irridono perché non è capace di scendere dalla croce.

Gesù vive il momento più drammatico della sua vita. La provocazione dei sacerdoti – gli crederemo se scenderà dalla croce – è pesantissima, tremenda. Se scende dalla croce crederanno, e però non in quel Dio che lui è venuto a rivelare, bensì in un Dio che cerca il proprio tornaconto, il proprio vantaggio; se non scende, continueranno a insultarlo, ma lui affermerà il Dio misericordioso e umile che ha sempre proclamato nella sua vita, potrà presentare il vero volto di Dio. Gesù sa bene che potrebbe con un solo gesto convertire tutti i presenti e che così verrebbe meno alla sua testimonianza del mistero del Padre. Per questo non scende dalla croce e gli resta fedele fino alla fine.

– Alle tre del pomeriggio, mentre si faceva buio su tutta la terra, «gridò con voce forte: “Eloì~ Eloì~ lema sabactàni” che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”». (v. 34).

Sono parole di Gesù enigmatiche per noi. Secondo alcuni importanti teologi contemporanei, come Hans Urs von Balthasar e altri, indicherebbero che si è sentito umanamente abbandonato dal Padre, che, pur essendo senza alcuna colpa, ha sperimentato in se stesso quella lontananza e separazione da Dio che è il peccato, ha vissuto la situazione di peccato. Ha giocato, per così dire, in qualche modo la sua figliolanza divina, come uomo, sentendosi abbandonato da quel Padre a cui aveva offerto se stesso senza riserve.

È un mistero insondabile, e possiamo solo intuire l’abisso in cui Gesù è precipitato, annichilendosi per riscattarci dal nostro male.

– Ed ecco che da questo momento inizia la glorificazione di Gesù, con le parole semplici del centurione che, «vistolo spirare in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”» (v. 39).

Proprio là dove tutto era perduto, dove aveva perso anche la dignità di Figlio, la sua gloria comincia a manifestarsi e mostra la fecondità inaudita della croce, fecondità che fermenta il mondo intero ancora oggi.

Comprendiamo allora quanto profondamente i testimoni della croce, come Pietro, hanno vissuto il trauma della Passione di Gesù e ne sono stati toccati e coinvolti. E Pietro, che ha meditato a lungo su questi eventi, è giunto a esprimere nella sua lettera il segreto della gioia nella comunione con Cristo sofferente; ha intuito gradualmente che la koinonia, cioè la partecipazione alle sofferenze di Gesù, è la vera fonte di salvezza.

Donaci, Signore, la grazia di vivere quel segreto, di coinvolgerci con gioia nelle tue umiliazioni, che hai vissuto per noi. Donaci il coraggio di giocarci nella nostra vita come ti sei giocato tu. Rimettici ogni giorno nella via della fede, nella tua via della croce. Fa’ che possiamo lasciarci invadere dall’amore per te e contemplare la tua bellezza di Crocifisso risorto.

ESORTAZIONI AI PRESBITERI

Anche per la Quarta settimana degli Esercizi sant’Ignazio raccomanda all’esercitante di continuare le meditazioni sulla vita del Signore, dalla Risurrezione all’Ascensione.

A me preme considerare quella «Contemplazione per raggiungere l’amore» che conclude l’itinerario ignaziano e fa da cerniera tra l’esperienza degli esercizi e la vita quotidiana. Anzitutto si chiede di ricordare che «l’amore si deve dimostrare più nelle opere che nelle parole» (n. 230); quindi che «l’amore consiste nella comunicazione tra le due parti, cioè nel fatto che l’amante dà e comunica all’amato quello che ha (…) e allo stesso modo fa l’amato verso l’amante» (n. 23).

E dopo l’in

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Questa voce è stata pubblicata il 03/06/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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