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Lectio sulla Seconda Lettera a Timoteo – Stancari (1)

IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)


Paolo, Timoteo e Tito1

Seconda Lettera a Timoteo (Prima parte)
Il testamento di Paolo, in carcere a Roma:
accogliere, custodire, trasmettere l’Evangelo
Pino Stancari sj

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Paolo si è fatto anziano e approfitta della collaborazione di qualche suo compagno che non è soltanto uno scrivano, ma interviene anche in maniera energica nella redazione del testo. Ci siamo resi conto di aver a che fare con una serie di riflessioni che raccolgono la testimonianza matura di Paolo, laddove ormai tutto si raccoglie attorno all’essenziale che è l’Evangelo ricevuto, custodito e da trasmettere.

Paolo si rivolge personalmente ai suoi collaboratori più stretti: Timoteo e Tito. Abbiamo incontrato Paolo in Macedonia, in viaggio; ha scritto a Timoteo che si trovava a Efeso e a Tito che si trovava a Creta: quando scrive questa Seconda Lettera a Timoteo è giunto ormai a Roma e tutto lascia intendere che Paolo sia in carcere; dopo l’arresto, Paolo è sottoposto a un procedimento giudiziario che lo espone al rischio estremo, la condanna a morte, come di fatto accadrà. Paolo è in attesa della fine (anni ’67-’68 d.C., al tempo di Nerone). Una situazione che non è nuova per Paolo; già altre volte e per periodi relativamente prolungati nel tempo, Paolo ha dovuto sperimentare la vita carceraria, ma ora la situazione è particolarmente grave e minacciosa ed egli sperimenta in pieno quanto sia gravosa la solitudine di un carcerato in attesa di giudizio che porterà ad una sentenza di morte; situazione che è civilmente, socialmente compromettente, vergognosa.

Paolo scrive questa seconda Lettera rivolgendosi ancora a Timoteo alla maniera di un testamento; così, spesso, viene intesa questa Lettera che, quindi, ha un tono particolarmente intenso, patetico; la comunicazione è più che mai dominata dall’intenzione di valorizzare il contatto interpersonale: si tratta di trasmettere quanto di più importante, di più vero, di più sacro Paolo ha raccolto lungo il percorso della sua vita. C’è di mezzo l’Evangelo nella sua autenticità cristallina: Paolo ha costantemente richiamato l’attenzione su questo che è il motivo stesso d’essere della Chiesa e anche di un’organizzazione pastorale che assume ormai una fisionomia visibile, dotata di certe sue strutture a cui Paolo accenna con evidente disinvoltura; ma questa organizzazione dell’organismo ecclesiale è puntualmente, rigorosamente, energicamente ricondotta all’essenziale di tutto, che sta nell’evangelizzazione; si tratta di raccogliere, custodire, trasmettere la novità che ormai ha segnato, una volta per tutte, la svolta decisiva della storia umana; quella novità che coincide con la Pasqua del Signore, Gesù Cristo, che è morto e risorto, che porta in sé l’efficacia di una salvezza universale che, con potenza di Spirito Santo, si diffonde in ogni luogo e così sarà per tutti i tempi di una storia che non ha altra prospettiva ultima che non sia l’incontro con l’epifania gloriosa del Signore Gesù.

Una comunicazione affettuosissima

Cap. 1, vv. 1-2. I primi due versetti del cap. 1 contengono, come è normale, l’indirizzo e il saluto; la Lettera poi si sviluppa in tre sezioni che man mano metteremo a fuoco.

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, per annunziare la promessa della vita in Cristo Gesù, al diletto figlio Timòteo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro”. Paolo si presenta, in qualità di apostolo, in quanto ricapitola tutto della sua vita nella missione che ha ricevuto; e tutto della sua vita si sintetizza, in maniera molto precisa e coerente, nel servizio dell’Evangelo per il quale è stato inviato. E’ in questo modo che, a servizio dell’Evangelo, Paolo ha consacrato la sua vita all’obbedienza della volontà di Dio e tutto in vista di quella promessa che si compirà nella manifestazione gloriosa del Signore Gesù Cristo, così come tutto già si è compiuto nell’evento che ha segnato la svolta decisiva della storia umana. E’ proprio da questo evento che dipende la riapertura di quella strada che consente agli uomini di ritornare alla sorgente della vita. Infatti dice “ per annunziare la promessa della vita in Cristo Gesù”; ciò che è avvenuto ha determinato quella spinta che oramai coinvolge, orienta e trascina gli uomini lungo la strada del ritorno alla sorgente della vita fino alla pienezza del Disegno che si identifica, nel tempo che solo Dio conosce, con l’epifania gloriosa del Signore Gesù Cristo.

Paolo si rivolge, presentandosi in questi termini, a Timoteo a cui assegna qui il titolo, evidentemente affettuoso, di “figlio diletto”: un fremito di commozione pervade questa espressione; d’altronde, se è vero che questa Lettera ha il valore di un testamento, è proprio un lascito ereditario che Paolo, in vista della sua prossima morte, affida al “figlio diletto” perché si assuma, a sua volta, quelle responsabilità che comporteranno per lui il servizio dell’Evangelo nel tempo che verrà. Una comunicazione personalissima, affettuosissima, intensa, patetica; e questo non toglie nulla, come constateremo, all’insistenza con cui Paolo rimarca il valore determinante della vita cristiana, la presenza della Chiesa, la missione che, attraverso le generazioni, si svilupperà per il coinvolgimento universale nell’unico Disegno di salvezza.

Nostalgia e gratitudine per la fede ricevuta

Dal v. 3 una prima sezione della Lettera fino al cap. 2, v. 13. Proviamo a strutturare il testo di questo scritto: naturalmente, non è un’indicazione né autorevole, né definitiva, però può aiutarci nella lettura. Paolo rivolge a Timoteo una serie di incoraggiamenti e sembra proprio che Paolo ci tenga; d’altronde il contesto favorisce una comunicazione del genere: è il momento nel quale si tratta di valorizzare in pienezza la trasparenza immediata, cordiale di una comunicazione interpersonale che mette in gioco la vita di chi si appresta a morire e la vita di chi rimane per assumersi un’eredità che lo responsabilizza in pieno. C’è di mezzo – è evidente – la continuità dell’evangelizzazione.

Vv. 3-5. Un primo incoraggiamento: “Ringrazio Dio, che io servo con coscienza pura come i miei antenati, ricordandomi sempre di te nelle mie preghiere, notte e giorno; mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. Mi ricordo infatti della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te”. Non è capitato spesso che Paolo usasse nei suoi scritti un linguaggio così personalizzato: l’accenno ai suoi antenati, e quello alla mamma e alla nonna di Timoteo, che evidentemente ha conosciuto a Listra. Paolo ringrazia Dio in questo caso perché la sua vita attualmente si nutre di ricordi e, proprio ricordandosi di Timoteo, trova un buon motivo per manifestare la sua gratitudine a Dio.

Paolo, proprio in questo contesto, fa riferimento ai suoi antenati, giudei osservanti; ma, rispetto a questi suoi antenati, Paolo ritiene di essere ancora perfettamente in linea come erede nella continuità di una fede che evidentemente in lui ha subito un’evoluzione originalissima, ma che, per altri versi, è perfettamente coerente con la tradizione di fede di coloro che l’hanno preceduto. Paolo ha dedicato la sua vita al servizio (v. 3): “che io servo”). Usa un verbo che indica proprio il servizio in un senso forte, addirittura liturgico e questo servizio reso da Paolo a Dio sta in continuità con i suoi antenati. E’ interessante come, nel momento in cui un personaggio come Paolo fa testamento, senta il bisogno di rievocare il suo retroterra storico; è abbastanza comprensibile. Nel momento in cui uno fa testamento si rivolge ai destinatari, ma si rende conto di essere depositario di un patrimonio che viene da lontano, che lui stesso ha ricevuto.

E poi questo riferimento a Timoteo: mi ricordo “sempre di te nelle mie preghiere, notte e giorno”; Paolo è consapevole che quella “coscienza pura” (la purezza d’animo, di intenzioni) per quanto riguarda l’impegno che ha strutturato la sua vita, che adesso dichiara, vale anche per Timoteo e il ricordo si impregna di questa consapevolezza semplice, ma profondissima di corrispondenza nelle intenzioni. Parla di una “nostalgia” che è irrorata di lacrime; si ricorda di Timoteo ma, evidentemente, fa appello alla testimonianza che altre volte lo stesso Timoteo ha manifestato per quanto riguarda la sua devozione nei confronti di Paolo, il suo desiderio di vicinanza, di contatto con lui: “mi tornano alla mente le tue lacrime”. “Mi ricordo di come la mia nostalgia nei tuoi confronti mi convince di quella sincera, affettuosa fedeltà che ho già riscontrato e ancora sto riscontrando nel tuo modo di ricordarti di me”; “sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia”.

Questo ricordo della fede senza ipocrisia che Paolo attribuisce a Timoteo fa riferimento a una storia di famiglia: anche in questo caso c’è di mezzo una madre, una nonna, un ambiente femminile molto qualificato e indimenticabile. Il primo incoraggiamento è un atto di rispetto, di stima, di apprezzamento nei confronti di un’eredità ricevuta ed è l’incoraggiamento rivolto a Timoteo a trovare anche lui pienezza di gioia nel condividere con Paolo – nella continuità dell’evangelizzazione – la medesima fede; d’altra parte questo incoraggiamento nei confronti di Timoteo riguarda anche la gratitudine che Timoteo dovrà sempre testimoniare nei confronti di quell’eredità di famiglia che è giunta a lui attraverso gli antenati e, in maniera più vicina, attraverso una nonna e una madre.

Non vergognarti di testimoniare; patisci con me per l’Evangelo

Vv. 6-14. L’incoraggiamento ora prende la forma di un’esortazione che Paolo rivolge a Timoteo perché mantenga i suoi impegni. Niente di strano né di originale diremmo noi; tutto già scontato. E’ in atto un combattimento che comporterà dei risvolti inevitabilmente penosi. E, tra l’altro, è in atto la carcerazione di Paolo.

Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te (è il charisma) per l’imposizione delle mie mani”. Nell’uso del verbo “ravvivare” qui c’è il riferimento a una fiamma che deve essere attizzata. Per noi il verbo “ravvivare” è certamente significativo, ma non valorizza il segnale che avvampa in modo così luminoso e caloroso stando al verbo usato in greco da Paolo; una fiamma – la fiamma del charisma – che Timoteo dovrà custodire in modo tale da esercitare con piena disponibilità e sincera coerenza il ministero, il servizio che gli è stato affidato perché c’è di mezzo nientemeno che l’imposizione delle mani. A Timoteo è stato affidato un incarico che ha un risvolto pubblico, un riconoscimento ufficiale convalidato da tutto un vissuto comunitario. Si tratta, dice Paolo, “di attizzare la vampa” e a questo scopo Paolo sta esortando Timoteo e dice (v. 7) “Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza”. Uno spirito che arde al di là di ogni forma di timidezza.

V. 8: Paolo aggiunge “Non vergognarti dunque”. Questa timidezza ha a che fare con la vergogna e c’è di mezzo il fatto in sé e per sé squalificante di una permanenza in carcere: Paolo è un galeotto in attesa di condanna. Timidezza e vergogna per come la situazione è oggettivamente vergognosa? Ebbene “Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza”. Questa è la vampa che deve essere attizzata e che si esprime in questa molteplice forma nel senso delle vampe che si muovono crepitando con tutta la loro originalità di forma, di colore e di integrazione, comunque all’interno di un’unica effusione di luce e di calore. Notate i tre termini usati qui: forza (dynamis), al centro l’amore (agape) e la saggezza che è la misura. Vedete come una forza urgente, incandescente, intrattenibile, divorante si coniuga con la misura e vedete come il perno di questo legame tra la forza, che irrompe, e la misura, che contiene, è l’amore. Questo è lo Spirito, dice Paolo, che ti è stato trasmesso mediante il dono del ministero a te affidato.

E allora “Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui”, dice il v. 8. “Non vergognarti di me”. Il caso presente ormai è giunto a una svolta drammatica; anzi Paolo chiede a questo riguardo una testimonianza di compassione: “ma soffri anche tu insieme con me”, “patisci insieme con me”, dove questo compatimento è un modo di essere vicino e solidale nella pena che Paolo sta soffrendo, ma è anche un modo di essere coinvolto affettuosamente con una solidarietà indissolubile, nella continuità con il carisma che oramai struttura la vita di Timoteo. Paolo fa appello a questa testimonianza di compassione che attende, sicuro di essere esaudito, da parte di Timoteo. Questa compassione non è un puro, epidermico segnale di simpatia o di commiserazione ma c’è di mezzo l’Evangelo: “soffri anche tu insieme con me” per l’Evangelo, aiutato dalla forza di Dio che è forza d’amore e di misura. “Compatisci con me quello che mi sta capitando per il servizio dell’Evangelo”.

Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo, del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro”.

In poche righe Paolo dice tante cose: è la vocazione cristiana quella che è stata conferita anche a Timoteo, come Paolo testimonia; quella vocazione cristiana che coincide con il servizio dell’Evangelo: “…ci ha chiamati con una vocazione santa”. E’ la vocazione battesimale che già radicalmente è impegno assunto per accogliere, custodire, trasmettere l’Evangelo e questo non perché ci sia di mezzo una capacità umana in grado di affermarsi autonomamente; tutt’altro: “secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità”. Una vocazione ci ha già incastonati dall’origine nel grembo della vita stessa di Dio, nella comunione della vita trinitaria e questa grazia – il dono della nostra chiamata – è stata rivelata solo ora con l’apparizione del nostro salvatore Cristo Gesù; c’è di mezzo la passione del Figlio nella carne umana, fino alla sua Pasqua di morte e risurrezione.

E’ Lui che ha vinto la morte, ha fatto risplendere la vita e l’immortalità: la Sua incarnazione, che è già epifania di un’intenzione d’amore da sempre custodita nel grembo del Dio vivente, è portata fino al suo compimento ultimo mediante la Sua vittoria sulla morte. “…ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo”. L’evangelizzazione che si esprime mediante la molteplicità delle vocazioni, il segno sacramentale del battesimo: Paolo sintetizza tutto come “la luce della vita”; “ha fatto risplendere in questo modo la vita”. Parla di un’illuminazione che ci abilita ormai a intraprendere il cammino del ritorno alla sorgente. E’ la salvezza realizzata ormai come riabilitazione delle creature umane per quanto riguarda la loro vocazione originaria alla vita; vocazione che era stata tradita coinvolgendo il mondo intero in un fenomeno di macroscopico degrado e il mondo intero partecipa a questa conversione alla vita, a questo ritorno alla vita: ormai la luce è stata accesa laddove Cristo Gesù ha vinto la morte risorgendo e ritornando alla gloria che gli spetta: “ha fatto risplendere la vita” per noi.

E Paolo ritorna a una sua autoidentificazione: “in questa testimonianza, in questa evangelizzazione, in questo modo di corrispondere alla vocazione ricevuta sono stato pienamente coinvolto in quanto araldo, apostolo e maestro”. Notate anche questa terna di sostantivi che non sono affatto casuali: “araldo” è qualcuno che si butta avanti; “apostolo” qualcuno che, invece, è dotato di un fondamento originario ed è a partire da questo retroterra che è inviato; “maestro” è una figura che sintetizza lo slancio del pioniere con la fondatezza dell’inviato nel costante impegno di ricerca per quanto riguarda il linguaggio verbale e comportamentale che sia adeguato all’autenticità della testimonianza da rendere.

Nel v. 12 Paolo insiste dicendo che proprio questo suo pieno coinvolgimento nell’evangelizzazione è il motivo della sofferenza attuale: “E’ questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno (Paolo sta sopportando questa situazione così umiliante con il massimo della fierezza e vuole a tutti i costi trasmettere a Timoteo questo esempio): so infatti a chi ho creduto e son convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno”. Il deposito verrà conservato in vista dell’evento finale che segna il limite ultimo della storia umana, quel giorno senza data che solo Dio conosce; ma il fatto che Paolo abbia consumato la sua vita in questa condizione oggettivamente così miserabile costituisce un deposito che ormai è acquisito per l’eternità.

Prendi come modello le sane parole che hai udito da me, con la fede e la carità che sono in Cristo Gesù. Custodisci il buon deposito (ritorna qui il termine “buon”: Paolo in queste lettere fa frequente riferimento alla bellezza della vita cristiana e alla bellezza di questa vita che si consuma in maniera che sembra pubblicamente, civilmente, socialmente così squalificata e che pure diventa un patrimonio di bellezza ormai acquisito per l’eternità) con l’aiuto dello Spirito santo che abita in noi”.

Conserva l’amicizia per me

Vv. 15-18. Un terzo incoraggiamento: il richiamo si fa ancora più accorato da parte di Paolo che chiede a Timoteo di comprenderlo. Ha chiesto di essere compatito, adesso aggiunge: “Tu sai che tutti quelli dell’Asia (la provincia d’Asia di cui Efeso è il capoluogo. Probabilmente Timoteo si trova ancora a Efeso), tra i quali Fìgelo ed Ermègene, mi hanno abbandonato (questa affermazione forse è un po’ eccessiva: “tutti” quelli dell’Asia; per come Paolo poi si esprime bisogna escludere qualcuno, ma esprime qui un sentimento di amarezza per come molti di quelli – o anche fossero alcuni – che oggettivamente gli devono tanto e con cui Paolo ha condiviso momenti così pregnanti del suo ministero apostolico, fanno finta di non conoscerlo, ne hanno preso le distanze, non ne vogliono più sapere di lui; è una notizia che viene espressa con oggettivo accoramento. E’ anche vero che Paolo è molto composto; prende atto di questa dolente vicenda. “Tu sai” è un modo per dire “non ne voglio parlare”, ma noi ci rendiamo conto di come questa situazione l’abbia ferito intimamente).

Il Signore conceda misericordia alla famiglia di Onesìforo (veniamo a sapere che c’è qualcuno che ha continuato a dimostrargli, con molta disinvoltura e liberalità, segni di un’amicizia fedelissima), perché egli mi ha più volte confortato e non s’è vergognato delle mie catene; anzi, venuto a Roma, mi ha cercato con premura, finché mi ha trovato. Gli conceda il Signore di trovare misericordia presso Dio in quel giorno. E quanti servizi egli ha reso in Efeso, lo sai meglio di me”. A Efeso c’è la famiglia di Onesiforo che qui riceve la benedizione e che è stato così premurosamente e affettuosamente sollecito nei confronti di Paolo malgrado l’oggettiva vergogna del carcere.

Paolo si è rivolto a Timoteo ricostruendo questa situazione complessa e gli chiede comprensione: “Tu sai”; chiede a Timoteo una testimonianza di amicizia analoga a quella di Onesiforo e della sua famiglia. Paolo sta incoraggiando Timoteo nel momento stesso in cui dichiara la sua fiducia nella comprensione che incontrerà presso il discepolo, collaboratore, amico che continuerà a rivolgersi a lui con affettuosa sollecitudine. Vedete come questa comunicazione è libera, non ci sono posizioni da difendere; Paolo non si irrigidisce in un ruolo magistrale, tutt’altro; sta incoraggiando Timoteo a conservare in sé la maturità di quei sentimenti di amicizia di cui ha bisogno un povero cristiano messo alla prova e derelitto come è lui. Più avanti nella lettera verremo a sapere che effettivamente Timoteo dovrebbe essersi messo in viaggio per recarsi da Efeso a Roma, ma non sappiamo come sono andate effettivamente le cose.

Non pensare al tuo utile

Cap. 2, vv. 1-7. “Tu dunque, figlio mio, attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù e le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri (l’esortazione ribadisce ancora adesso l’importanza di trasmettere il deposito). Insieme con me prendi anche tu la tua parte di sofferenze (ritorna qui il richiamo alla compassione. E’ sempre più evidente che per Paolo non è possibile distinguere la continuità nell’evangelizzazione da questa coerenza nella compassione, da questa disponibilità a condividere i disagi, le pene, le contraddizioni che sono risvolti inevitabili di quell’evangelizzazione nella quale si è impegnato totalmente e si sta consumando), come (e usa tre immagini) un buon soldato di Cristo Gesù. Nessuno però, quando presta servizio militare, s’intralcia nelle faccende della vita comune, se vuol piacere a colui che l’ha arruolato ”. Chi fa il soldato ha troppe cose da pensare per preoccuparsi di curare i suoi interessi privati; la vita militare comporta una totalità di impegno tale per cui viene esclusa quella perdita di tempo che sta nel saccheggio.

Seconda immagine: “Anche nelle gare atletiche, non riceve la corona se non chi ha lottato secondo le regole”. Nella pratica sportiva è determinante la correttezza dell’impegno che esclude qualunque imbroglio o abuso.

Terza immagine: “L’agricoltore poi che si affatica, dev’essere il primo a cogliere i frutti della terra”. L’attività agricola comporta una pazienza che dà spazio al tempo e all’intervento di altri: c’è chi semina e chi miete e questa complementarietà di presenza e collaborazioni la rende efficace, ancora una volta rimuovendo la pretesa di vantare il privilegio dell’interesse privato, particolare, individuale. C’è di mezzo il coinvolgimento di altri che intervengono; chi ha seminato ha a che fare con altri che parteciperanno alla mietitura.

Tutto questo per arrivare al v. 7: “Cerca di comprendere ciò che voglio dire; il Signore certamente ti darà intelligenza per ogni cosa”. Paolo raccomanda a Timoteo la disponibilità interiore a impegnarsi, anzi a radicarsi in una pazienza che sa sopportare ogni fatica senza chiudersi mai dentro alla logica dell’interesse, dell’utile privato. Nel v. 7 Paolo accenna a una comprensione interiore; non si tratta tanto di essere così intelligenti da comprendere concetti come quelli che Paolo sta esplicitando. Qui c’è di mezzo la necessità di una comprensione interiore.

Ricordati che anche Gesù è morto, ma è risuscitato

Vv. 8-13. Un’ultima raccomandazione nella serie di incoraggiamenti ed esortazioni che abbiamo ricostruito; si tratta di conservare la memoria: “Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo (è l’Evangelo della Pasqua che è giunto a Paolo, è stato trasmesso ed è il motivo stesso del servizio nel quale Timoteo è impegnato con tutta la sua vita), a causa del quale io soffro (non se ne discute neanche più; è così, è inevitabile che succeda questo nelle forme più diverse, ma è una passione d’amore. Il verbo usato da Paolo, come già precedentemente, è verbo che viene tradotto con “soffrire”, ma è verbo che in greco contiene una valenza emotiva, una carica affettiva che non possiamo trascurare. Anche in italiano si parla di una “passione d’amore”; non c’è soltanto una passione nel senso del “patimento”. Questa passione di cui Paolo sta parlando non è soltanto la sofferenza, ma è una passione d’amore che si sta esplicitando laddove tutto avviene nella memoria di Gesù Cristo che è risorto dai morti.

“A causa di Lui io soffro, patisco, sono coinvolto in questa vicenda come un esperto testimone d’amore”) fino a portare le catene come un malfattore (è il termine usato nel racconto evangelico di Luca per indicare i due malfattori; e quel malfattore che chiama per nome Gesù dicendogli “ricordati di me nel tuo Regno”. Mai così vicino al Signore Gesù, Paolo, come quel malfattore di cui parla Luca nel Vangelo. Luca, tra l’altro, è accanto a Paolo a Roma e molti indizi lasciano intendere che abbia avuto modo di metter mano alle pagine che stiamo leggendo. “Io sono un malfattore? porto le catene? Sto condividendo la Sua passione, ma è una storia d’amore quella che si sta realizzando”; di questo vuole fare un lascito ereditario donato a Timoteo: “ricordati di questo”); ma la parola di Dio non è incatenata! (questo suo essere in catene è un esercizio di libertà; non è incatenata la parola di Dio). Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti (questa sua avventura dolorosissima è esperienza per lui di una potenza d’amore che invade la sua vita e che gli consente di interpretare il senso dell’intera storia umana come epifania di una elezione, di una scelta, di una volontà d’amore. E’ la storia della salvezza), perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna”. Questa è una prospettiva universale. D’altronde quel malfattore che dialoga a tu per tu con Gesù e ne condivide la stessa morte è il rappresentante dell’umanità intera, di tutti i peccatori di questo mondo che crepano in maniera disgustosa o infame o in maniera più serena e più devota.

“(Paolo inserisce qui un frammento proveniente da un antico inno liturgico). Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”. Il nostro vissuto insieme con Lui è risucchiato nel vortice di questa rivelazione di un amore irrevocabile perché è Suo: malgrado noi stessi, Lui non può rinnegare se stesso. Dopo che il malfattore aveva detto: “tu sei il Cristo, salva te stesso e salva anche noi”. “Salvaci” si dice “osanna” e non si capisce bene dove sia la bestemmia perché dice “osanna, salvaci”. E’ un poveraccio che sta morendo in maniera così tragica e dice: “sei Cristo, sei il Messia, salvaci”. E l’altro risponde: “non hai capito una cosa: noi siamo colpevoli, ma Lui è innocente e la salvezza per noi non sta nel fatto che Lui si salva, ma sta nel fatto che Lui si perde con noi. Noi ci salviamo perché Lui è innocente; sta crepando nella condivisione della nostra morte che è propria di peccatori colpevoli”. E si rivolge a Gesù:” Gesù, ricordati di me nel tuo Regno”. E Gesù: “oggi sarai con me nel giardino della vita”.

Lui non può rinnegare se stesso. Ormai siamo coinvolti in questo abbraccio che ci ha raccolti dall’estrema periferia, ci ha risollevati dal fondo dell’abisso, ci ha evangelizzati laddove siamo alle prese con la nostra estrema impotenza, fino alla sconfitta che ci inchioda ancora nella conseguenza del peccato che è la morte; e tutto per noi si afferma come il contenuto memorabile per eccellenza, ciò che conserviamo come il patrimonio prezioso che altri prima di noi ci hanno trasmesso e che noi vogliamo trasmettere ad altri. E’ una passione d’amore che ci è stata rivelata da Dio, mediante il Figlio suo, Gesù Cristo, che fa di questo nostro consumarci il nostro cammino di conversione per entrare nella pienezza della vita.

Lavora con fatica e non perderti in parole astratte

Ci accostiamo alla seconda sezione della Lettera, dal cap. 2, v. 14, fino al cap. 4, v. 5 Leggeremo solo i primi tre paragrafi di questa seconda sezione.

Vv. 14-18. Paolo, dopo quella serie di incoraggiamenti ed esortazioni che abbiamo letto, insiste in maniera più precisa nel richiamare Timoteo alla vigilanza pastorale che costituisce una condizione determinante per quanto riguarda il servizio dell’Evangelo. E Paolo mette insieme, dunque, una serie di avvertimenti perché Timoteo si renda conto di quanto sia importante questo radicamento nella vigilanza. “Richiama alla memoria queste cose, scongiurandoli davanti a Dio di evitare le vane discussioni, che non giovano a nulla, se non alla perdizione di chi le ascolta”. Paolo raccomanda a Timoteo di evitare tutte le forme di abusivismo verbalistico che sono, evidentemente, un fenomeno piuttosto diffuso nelle chiese, che poi sono un modo per trasformare la novità della vita cristiana in un gioco di concetti, in un’astrazione di principi teorici, in una definizione di qualità che sono e restano del tutto esterne, come etichette certamente artificiali. Questo modo di impostare la vita e la pastorale fraintende l’essenziale della novità cristiana che sta nella redenzione della carne. Il frutto della Pasqua del Figlio di Dio, Gesù Cristo che, nella sua carne umana, è morto ed è risorto è una conversione che riguarda il vissuto umano nella sua concretezza fino alla morte e oltre la morte.

E, invece, “vane discussioni che non giovano a nulla, se non alla perdizione di chi le ascolta. Sforzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi, uno scrupoloso dispensatore della parola della verità (E’ interessante il verbo usato da Paolo nel v. 15 a proposito di questo impegno nel “dispensare la parola della verità”; Paolo usa il verbo che serve ad indicare la lavorazione della pietra; quell’uso del martello, del punteruolo, dello scalpello che serve a modellare la pietra. Questa urgente fatica di una vita dedicata a scalpellare i dati oggettivi dell’esistenza umana, del vissuto personale e comunitario, degli eventi in modo tale che la “parola della verità” sia accolta in tutta la sua eloquenza perché l’Evangelo sprizzi come la novità piena e definitiva che è l’obiettivo verso cui si orienta la fatica del lavoratore che non si vergogna, dello scalpellino, dell’artigiano che si sta consumando nell’intagliare la pietra.

Se non si procede in questo modo, il v 14 parla di una perdizione: in greco una “catastrofe”, una catastrofe pastorale. Paolo si rivolge a Timoteo, naturalmente; ci sono di mezzo gli interlocutori a cui Timoteo si rivolgerà, ci siamo di mezzo tutti quanti noi, ciascuno a suo modo, con le sue competenze e responsabilità, ma in questo continuo impegno di contatto con la parola della verità, l’Evangelo che macina fino in fondo, interpella fin nelle fibre più nascoste il nostro vissuto.

Evita le chiacchiere profane, perché esse tendono a far crescere sempre più nell’empietà; la parola di costoro infatti si propagherà come una cancrena”. Se non si procede in quel modo l’empietà dilaga come un’infezione. E fa dei casi diretti: “Fra questi ci sono Imenèo e Filèto, i quali hanno deviato dalla verità, sostenendo che la risurrezione è già avvenuta e così sconvolgono la fede di alcuni”. Paolo sta dicendo che questi due personaggi sono esponenti di quel certo modo di intendere le cose per cui non c’è risurrezione della carne: è una fuga spiritualistica che si orienta verso soluzioni di tipo astratto; una fuga dal mondo, dalle cose, dalla oggettiva pesantezza della nostra condizione umana come se la risurrezione fosse già avvenuta. La risurrezione è avvenuta in Cristo, ma nella carne di Cristo e noi crediamo nella risurrezione della carne. Questi due personaggi sono da interpretare come esponenti di quel certo modo di riciclare la novità evangelica in una serie di enunciati astratti dove quel che conta è uscir fuori dalle misure di tempo e di spazio per rifugiarsi in una specie di esaltazione astratta, angelica, celestiale; patologica, dice Paolo.

Ciò che conta è la conversione all’Evangelo

Vv. 19-21. “Tuttavia il fondamento gettato da Dio sta saldo e porta questo sigillo (Dio si è rivelato a noi non con un enunciato di una verità astratta, con un insegnamento che rimane appeso alle nuvole; si è rivelato a noi, come ben sappiamo, nella concretezza della storia, attraverso i diversi momenti di un lungo percorso che ci ha condotto alla pienezza: l’incarnazione della Parola, il Figlio che si è fatto uomo. Questa è la pietra posta come fondamento. Quel fondamento posto da Dio a dimostrare tutta la sua maniera di realizzare l’opera della salvezza per noi è equivalente a un documento che contiene, che porta un sigillo.

Citazione dei “Numeri” (16, vv. 5-26): “Il Signore conosce i suoi”; dunque, l’attestato relativo all’impegno del Signore: “Il Signore conosce i suoi, e ancora: Si allontani dall’iniquità chiunque invoca il nome del Signore” (Is. 26, v. 13). Una duplice citazione. La citazione di Isaia allude all’esigenza della nostra conversione ossia della nostra risposta. In quel fondamento – del tutto gratuita è stata la sua iniziativa e realizzata nella storia e carne umana nella concretezza dell’evento pasquale – è già esplicitato il nostro impegno nella risposta: la radicale necessità di conversione per noi). “Si allontani dall’iniquità chiunque invoca il nome del Signore”.

Quella tentazione spiritualistica a cui Paolo accennava precedentemente è sempre attuale: in qualche modo ci si aggrappa all’ipotesi di salvezza che esclude l’impegno della conversione. Possiamo salvarci senza convertirci: è un fenomeno che qualche volta assume anche aspetti vistosi, coreografici. Quando finalmente verrà un miracolo allora ci salveremo senza convertirci: è una malattia pensare che ci possa mai essere un miracolo che ci salvi. La salvezza non sta nel miracolo, sta in un cammino di conversione che adesso è aperto dentro al nostro vissuto, perché è dentro la concretezza del nostro vissuto che è stata depositata la pietra, il documento nel quale è sigillato il suo impegno con la nostra accoglienza e adesione.

V. 20: “In una casa grande però non vi sono soltanto vasi d’oro e d’argento (questa grande casa è la Chiesa), ma anche di legno e di coccio; alcuni sono destinati ad usi nobili, altri per usi più spregevoli. Chi si manterrà puro astenendosi da tali cose, sarà un vaso nobile, santificato, utile al padrone, pronto per ogni opera buona”. Chi guarda le cose dall’esterno osserva queste diverse componenti, i vari pezzi di quell’arredamento in quella grande casa. Ma dall’interno quel che conta è il rapporto con il fondamento, la purezza di cuore nel servizio dell’Evangelo, nella sua continuità, nella coerenza del cammino di conversione. Poco importa allora che sia una presenza aurea, argentea oppure soltanto un vaso di coccio o un ammennicolo che serve per usi ignobili. Quel che conta è il radicamento su quel fondamento. E Paolo qui dimostra la sua incrollabile fiducia nella fondatezza dell’evangelizzazione; e l’evangelizzazione è fondata su quella pietra; ma su quella pietra è fondata la Chiesa e nella Chiesa c’è una diversità straordinariamente fantasmagorica, originalissima; sembra dispersiva? Quel che conta è il radicamento su quel fondamento.

Sii mite: tutti possono convertirsi

Vv. 22-26. “Fuggi le passioni giovanili; cerca la giustizia, la fede, la carità, la pace, insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro (Timoteo viene qui sollecitato a evitare intemperanze; invita Timoteo a cercare e trovare vie aperte a una comunicazione positiva). Evita inoltre le discussioni sciocche e non educative, sapendo che generano contese. Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti, atto a insegnare, paziente nelle offese subite, dolce nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità e ritornino in sé sfuggendo al laccio del diavolo, che li ha presi nella rete perché facessero la sua volontà”. Quelle vie aperte a una comunicazione positiva si aprono là dove nel cuore umano viene invocato il nome del Signore. E allora sono quelle vie orientate e percorse in modo tale da evitare le strumentalizzazioni di ogni forma di potere, in modo tale da rendere possibile una comunicazione nella trasparenza, nell’onestà, nella purezza. Non per niente Paolo dice: “Un servo del Signore non dev’essere litigioso”, ma raccomanda a Timoteo la cordialità del tratto. Non è soltanto un espediente di ordine tattico: c’è una mitezza d’animo che coincide con la fiducia metodologica nella conversione di tutti. Questo è fondamentale.

Vigilanza pastorale: la fiducia irrevocabile, incrollabile nella conversione di tutti. Questa è la prerogativa della mitezza; non è soltanto un atteggiamento dimesso e un po’ raffinato per cui si evitano i litigi: è la delicatezza premurosa di chi si rende conto di come gli uomini sono affascinati dal laccio del diavolo, sono fasciati, sono accecati. E, d’altra parte, è proprio quella mitezza che coincide con la certezza incrollabile che per tutti gli uomini si danno occasioni di resipiscenza, di liberazione da quella trappola, di conversione per accogliere l’Evangelo e corrispondere ad esso. “…dolce nel riprendere gli oppositori, nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi”.

Questi tre paragrafi della seconda sezione della Lettera, che abbiamo letto, ci hanno posto di fronte a capisaldi riguardanti di quella vigilanza pastorale che Paolo vuole in tutti i modi trasmettere a Timoteo.

Nel primo, questa indicazione fondamentale per quanto riguarda il servizio dell’Evangelo che escluda quella fuga spiritualistica che in realtà nega la redenzione, il cammino e il travaglio della redenzione e la radicalità della conversione che invece è il frutto dell’opera compiuta da Dio per la salvezza del mondo, attraverso suo Figlio, la Pasqua redentiva e l’effusione dello Spirito Santo. Nel secondo paragrafo, la fiducia nel fondamento che per l’appunto è la pietra. Nel terzo paragrafo, la fiducia nella conversione altrui.

http://www.incontripioparisi.it

Lectio divina 2012-2013

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Questa voce è stata pubblicata il 05/06/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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