COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sulla Seconda Lettera di Pietro – Stancari (3)

IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)


2 Pietro

Seconda Lettera di Pietro (Terza parte)
La morte di un cristiano riflette quella di Gesù
Pino Stancari sj

La Seconda Lettera di Pietro è il terzo scritto della componente del Nuovo Testamento designata con il titolo di “Lettere Cattoliche”. Sappiamo bene di aver a che fare con la testimonianza di maestri rappresentativi della tradizione giudeo-cristiana primitiva, quella che è radicata nella Chiesa di Gerusalemme, madre di tutte le altre chiese che man mano sono state fondate nel corso dell’evangelizzazione dall’epoca più antica fino a noi oggi. Questa testimonianza, che viene dagli eredi della primissima evangelizzazione, ancora incastonata nel grembo del popolo di Israele, si rivolge a coloro che ormai costituiscono la componente maggioritaria nelle chiese che stanno crescendo formate da pagani. Questi maestri parlano un ottimo greco e ribadiscono, con diverse sottolineature, il valore primario e insostituibile dell’Evangelo nella sua autenticità più feconda, nel contesto di quella che, a mio modo, definii una crisi pastorale; col passare dei decenni e nel contesto di queste chiese che si sono formate in seguito all’evangelizzazione, i pagani – che hanno ricevuto il battesimo e hanno intrapreso il cammino della vita nuova – sono esposti al rischio di facili ricadute.

Il motivo di preoccupazione di questi maestri, rappresentanti dell’antica tradizione, è il rischio di ridurre la novità evangelica a un fenomeno ideologico, un’astrazione teorica, un principio ideale che rimane astratto rispetto alla realtà dirompente di quella novità che è passata attraverso il mistero di Dio che si è rivelato; quella novità è proprio l’epifania della visita di Dio nella storia umana fino all’incarnazione, fino alla Pasqua di morte e resurrezione del Figlio e l’effusione dello Spirito Santo e la concretezza che ha operato nella storia umana in maniera così determinante, radicale, travolgente, provocando una ristrutturazione completa del vissuto di ogni persona umana. E’ una ristrutturazione di tutte le relazioni tra persone, gruppi, popoli nel Disegno complessivo ed unitario della storia di ieri, di oggi, di sempre. E’ il rischio di ridurre la novità cristiana a una formula astratta che diventa poi, facilmente, un motivo di presunzione, di distinzione sprezzante nei confronti di coloro che non si ritrovano all’interno di quel certo schema ideale che, per altro verso, è esposto, secondo i nostri maestri, a quell’ipotesi più che mai tragica di confondersi con quelle che erano le antiche esperienze di religiosità idolatrica.

Abbiamo suddiviso la Lettera in tre sezioni: nel capitolo primo un richiamo alla novità della vocazione cristiana con sottolineature tipiche del linguaggio del maestro, che qui si esprime e si presenta a noi nei panni di Pietro, rievocando proprio nella prima sezione della Lettera l’evento clamoroso, commovente, entusiasmante della Trasfigurazione del Signore di cui Pietro, Giacomo e Giovanni furono spettatori. Sappiamo anche che il maestro, che si presenta a noi sotto i panni di Pietro, non vuole per questo ingannarci; sa bene di non essere Pietro, ma fa appello alla sua figura come conferma della massima autorevolezza del messaggio che intende rivolgere ancora una volta (siamo all’inizio del II secolo d. C.) a coloro che, provenendo dal paganesimo, costituiscono ormai la porzione dominante nelle chiese.

Già dall’inizio della lettura di questa Seconda Lettera il maestro fa appello alla figura di Pietro dotata di un’autorevolezza primigenia indimenticabile alla maniera di chi sta stilando un testamento: il testamento di Pietro il quale si trova a Roma e va incontro a un processo che lo condannerà a morte. (…) È un cristiano che muore portando a compimento il cammino della propria esistenza umana in maniera tale da rilanciare quel fulgore luminoso che splendette sul volto di Cristo nella notte della Trasfigurazione; quel volto trova il suo specchio nel volto di un cristiano che muore. (…) Così si va da una generazione all’altra, da una testimonianza all’altra, passando attraverso la morte che segna lo snodo che separa una generazione dall’altra (…)

Nel secondo capitolo il maestro (la seconda sezione della Lettera) svolge una serie di interventi polemici nei confronti di coloro che chiama “falsi maestri”, come ci sono stati i “falsi profeti” al tempo della prima Alleanza.

Ammonimenti:
la memoria del volto di Gesù e la trasparenza del cuore Cap. 3, vv. 1-3

Adesso affrontiamo la terza sezione della Lettera. Lo scritto ora assume un’andatura propriamente esortativa; un’esortazione che, in maniera inconfondibile ormai, prende su di sé la fisionomia di un lascito testamentario; un’esortazione rivolta a coloro che Pietro definisce i “carissimi”.

Questa, o carissimi, è già la seconda lettera che vi scrivo, e in tutte e due cerco di ridestare con ammonimenti la vostra sana intelligenza, perché teniate a mente le parole già dette dai santi profeti, e il precetto del Signore e salvatore, trasmessovi dagli apostoli”. Il maestro conosce già l’esistenza di una Prima Lettera di Pietro che, però, appartiene ad un altro autore; potrebbe appartenere allo stesso Pietro che scrive da Roma; dice infatti: “scrivo da Babilonia” e Babilonia è Roma, la capitale dell’impero. Nella Seconda Lettera il maestro si inserisce nel contesto di una vita ecclesiale dove la Prima Lettera è stata ricevuta, conosciuta e, in un certo modo, studiata e assimilata.

Ammonimenti” traduce il testo, ma il termine usato qui ha a che fare con una reminiscenza: ammonisce in quanto vuole sostenere, incoraggiare, favorire la fedeltà della memoria. Si tratta di custodire quella memoria concernente la trasmissione dell’Evangelo che è stato ricevuto e che deve essere consegnato alle generazioni future. Pietro fa riferimento a una “sana intelligenza”; alla lettera è una trasparenza dell’animo, una memoria che deve essere conservata e costantemente rinnovata, restaurata, rielaborata nel contesto di una vita interiore, che però sia tale da rendere quel deposito, custodito nella memoria, un messaggio sempre vivo, sempre attuale, che possa essere puntualmente e coerentemente riproposto.

Questo accenno alla trasparenza interiore si collega con quell’immagine che richiamavo poco fa circa la luminosità del volto: c’è una trasparenza interiore che affiora sul volto di chi è in grado di manifestare quanto è depositato nell’intimo del cuore senza ombre, deviazioni, compromessi e ambiguità. La trasparenza del cuore che affiora sul volto e che fa della vita cristiana una testimonianza in grado di evangelizzare. L’evangelizzazione passa attraverso parole, documenti, messaggi, insegnamenti, dottrine, formule teologiche; passa attraverso quella testimonianza di un volto così luminoso perché trasmette quel dono che è stato ricevuto e custodito nel cuore, laddove all’origine di tutto c’è esattamente l’evento pasquale del Signore: lo splendore del suo Volto in quanto protagonista della vittoria sulla morte. Da quel Volto siamo stati evangelizzati e questa è la memoria che custodiamo. E in questa memoria, laddove l’esistenza rinnovata e restaurata nel cammino della vita cristiana e dunque filtrata, resa docile, resa trasparente, l’Evangelo che è stato ricevuto viene trasmesso attraverso la luminosità del volto, il volto di un cristiano che muore.

E Pietro insiste: “… affinché teniate a mente (c’è di mezzo la puntuale fedeltà nell’esercizio della memoria) le parole già dette dai santi profeti”; un salto all’indietro in modo da ricapitolare tutta la storia della salvezza: “santi profeti” è un’espressione che complessivamente rievoca tutte le tappe della storia che hanno portato fino alla pienezza dei tempi. E’ implicito anche un accenno alle Scritture che sono il sedimento di quella storia antica così come si è depositato nella testimonianza del popolo di Israele e dei suoi profeti; e attraverso il ricordo di quella che noi chiamiamo la storia della salvezza e, quindi, tutta la letteratura biblica, il precetto del Signore Salvatore trasmesso dagli apostoli: è l’Evangelo.

Notate il termine “precetto”: è esattamente il termine che usa il Signore quando dice “lascio a voi un comandamento nuovo, il mio comandamento, quello che è propriamente mio”. Il “precetto”, il comandamento nuovo è il termine che ha il significato non di un ordine ma di un lascito testamentario. Tanto è vero che durante l’ultima cena sta porgendo ai suoi discepoli quella che è la Sua estrema testimonianza. E parla della sua morte, di quello che lascia di suo ai suoi discepoli: “amatevi come io vi ho amato; in quanto io vi ho amato”; è il mio lascito per voi”: è l’Evangelo ricapitolato nel comandamento per eccellenza. D’altronde nell’Antico Testamento, quando noi parliamo di comandamenti in ebraico si parla di “parole”: le “parole” del Signore sono le forme rivelative della sua intenzione d’amore (…)

Il motivo dello scherno beffardo: come mai le promesse tardano a realizzarsi? Vv 3-4

Dal v. 3 affronta una questione che, evidentemente, era già dibattuta a suo tempo: se l’Evangelo è stato trasmesso dagli apostoli e la novità si è introdotta nella storia umana e, dopo tutto il lungo cammino di preparazione, siamo giunti alla pienezza dei tempi, come mai ancora questa fine non è verificata? Come mai c’è un ritardo nel compimento delle promesse? E’ il motivo per cui siamo ancora qui, non solo due, tre, quattro generazioni dopo, ma due millenni. Se tutto è compiuto, come mai? E’ quello che Pietro ha già verificato nella sua esperienza personale; come Pietro anche il maestro. “Sono già morti e adesso muoio anch’io”; una generazione dopo l’altra. Questo è il tempo dell’evangelizzazione? Sembra il tempo di una truffa. Perché? Perché doveva essere tutto compiuto. Leggiamo:

Questo anzitutto dovete sapere, che verranno negli ultimi giorni schernitori beffardi (qualcuno che ha il gusto della contestazione, personaggi scettici, avvezzi a deridere con delle motivazioni), i quali si comporteranno secondo le proprie passioni e diranno: «Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione»”. Non è cambiato niente. Passano le generazioni, i cristiani muoiono, sono morti i nostri padri, stiamo morendo ancora noi e non è cambiato niente dal principio della creazione. Dicono così e Pietro usa un’espressione per identificare questi personaggi piuttosto aspra: “schernitori beffardi” ed aggiunge un commento: “i quali si comporteranno secondo le proprie passioni”.

E’ convinto di questo. In realtà coloro che assumono un atteggiamento così spavaldo nella derisione sono ancora pesantemente condizionati dalla loro pretesa, propriamente umana, di potersi imporre come soggetti che determinano la misura in base alla quale definire le cose del mondo. Con questo loro atteggiamento pretendono di proporsi come protagonisti di un’impresa che fa di loro gli attori principali della storia umana, in grado di giudicare tutto, al loro proprio gusto, interesse, criterio di interpretazione. Il maestro, sotto sotto, sta dicendo che, quando affermano che nulla è cambiato in seguito all’evangelizzazione, vogliono dimostrare che è arrivato il momento opportuno, anzi è doveroso adattarsi a questa situazione e approfittarne; “siccome il mondo non è cambiato né cambierà vediamo di cogliere, in quella che è la realtà di un mondo in cui l’inquinamento rimane dominante, i maggiori vantaggi che tornino a nostro favore”.

Il maestro prende atto di questa obiezione, coglie in essa un segnale preoccupante che porta in sé il rigurgito dell’antico e sempre attuale egoismo umano che vuole affermarsi come criterio determinante per interpretare la gerarchia dei valori nelle cose di questo mondo, ciò che vale e ciò che soddisfa il vantaggio della nostra soggettività umana; l’Evangelo ha già dimostrato di essere inconcludente, inefficiente, invalido.

Il “tempo del ritardo” obbedisce alla Parola di Dio Vv. 5-8.

Ma costoro dimenticano volontariamente che i cieli esistevano già da lungo tempo e che la terra, uscita dall’acqua e in mezzo all’acqua, ricevette la sua forma grazie alla parola di Dio; e che per queste stesse cause il mondo di allora, sommerso dall’acqua, perì. Ora, i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima parola (Parola creatrice), riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della rovina degli empi”.

Coloro che si permettono, con tanta sprezzante disinvoltura, di segnalare il fallimento dell’evangelizzazione e quindi l’inconcludenza della vita cristiana, l’inopportunità di custodire questa memoria e di affrontare il cammino della vita fino a morire per rendere testimonianza ad essa, dimenticano che tutto sussiste perché la Parola creatrice di Dio è ancora e sempre all’opera; dimenticano che, in realtà, noi siamo parte di una realtà che ci è e continua ad essere gratuitamente donata in virtù di quella che è la Parola creatrice di Dio. Dimenticano, volontariamente, che i cieli esistevano già da lungo tempo e quel che segue; fa riferimento a quelle pagine della Sacra Scrittura che conosciamo: le prime pagine del Libro del Genesi, il racconto della creazione, del diluvio.

E’ la Parola creatrice di Dio. Coloro dicono che l’Evangelo non ha cambiato il mondo e il maestro dice: “quei tali dimenticano e vogliono dimenticare che, in realtà, tutto ci è stato donato fin dall’inizio e noi continuiamo ad essere inseriti nell’economia di una gratuità che è sempre attuale man mano che si succedono le generazioni in questa nostra storia umana”. E tutto sussiste perché la Parola creatrice di Dio è all’opera ancora adesso come all’inizio e così il nostro tempo è misurato dalla Provvidenza di Dio che qui pone, richiama, rievoca, contempla come la struttura portante di quel percorso che va dal diluvio d’acqua al diluvio di fuoco. E’ il percorso lungo il quale si svolge la storia dell’umanità che è internamente sostenuta, strutturata, organizzata, provvidenzialmente gestita dalla Parola di Dio; all’inizio e durante tutto il percorso; dal diluvio d’acqua al diluvio di fuoco.

Questo tempo – che è oggettivamente il “tempo del ritardo” perché le promesse ancora non si sono compiute – è strutturato dalla Parola di Dio in quanto essa conferisce alla sequenza delle generazioni che si vanno aggiungendo nel corso dei secoli e dei millenni il valore di un’epifania, rivelazione della misericordia di Dio sulla quale il maestro vuole insistere. Il maestro non si sottrae a questa evidenza: il ritorno del Signore per instaurare nella gloria il Regno è rinviato da una generazione all’altra. I primissimi attendevano questo ritorno a breve scadenza; adesso sono passati secoli. Questo ritardo va vissuto in obbedienza alla Parola creatrice di Dio e alla sua Provvidenza d’amore, a quell’iniziativa che sta al principio e che continua a essere costante rivelazione della fedeltà del Signore glorioso nel portare a compimento i Suoi Disegni.

v. 8: “Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo”. E’ la citazione del Salmo 90. Il disegno di Dio si compie in un giorno, ma nella sua eterna attualità non può essere misurato in base alle scadenze temporali che appartengono alla nostra condizione di creature. Il tempo che noi calcoliamo secondo i nostri criteri è interno alle componenti della creazione di cui facciamo parte. “Mille anni” ci servono per indicare quella sequenza di eventi che si svolgono in base alle misure temporali che sono proprie della storia umana, della nostra condizione creaturale, mentre “il giorno” è sempre attuale nell’eterno che viviamo. Le nostre modalità di misurazione del tempo sono tutte interne a ciò che, nel Disegno di Dio, è eterno nella sua attualità: un giorno mille anni e mille anni un giorno.

E’ il passaggio decisivo nella sua esortazione. Non siamo certamente in grado noi di misurare il “giorno” di Dio in base ai calcoli che facciamo per le scadenze delle vicende della nostra condizione creaturale. Non possiamo misurare “l’eterno” in base alle nostre misure temporali; al contrario è proprio l’eterno “presente” dell’amore di Dio che misura il nostro tempo. Mille anni, duemila, tremila? Il nostro tempo si svolge all’interno di un Disegno che è sempre attuale nel “giorno eterno” di Dio.

La pazienza di Dio consente la nostra conversione Vv. 9-10.

Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi”. Il maestro afferma che il Mistero di Dio si rivela a noi, nella sua eterna e sempre attuale volontà d’amore, in quanto impone alle misure della creazione e alle misure temporali della nostra storia umana il criterio della sua magnanimità; la pazienza di cui parla è la magnanimità di Dio. A coloro che dicono che le promesse non si compiono Pietro risponde che tutto quello che noi vogliamo interpretare in base ai nostri criteri di calcolo temporale sta all’interno di quella che è la sempre attuale rivelazione dell’amore di Dio; è la pazienza di Dio che, provvidenzialmente, contiene ciò che dal nostro punto di vista si svolge nei secoli e nei millenni, di generazione in generazione, all’interno di una costante, coerente, irrevocabile volontà d’amore.

Questo è il tempo nel quale per tutti gli uomini è aperta la via della conversione: “non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi”. Il “tempo del ritardo” è il tempo della pazienza. L’eterna volontà d’amore è il criterio interpretativo di questo tempo che si prolunga; è proprio quell’eterna volontà d’amore che si sta manifestando in quanto è il tempo della pazienza Sua e il tempo nel corso del quale a tutti gli uomini è dato il modo di convertirsi. E’ una pazienza d’amore.

Questo passaggio dalla prima generazione a quelle che si succederanno nel corso del Nuovo Testamento – e il maestro lo ha rilevato con molta coerenza – è un riscontro scandaloso: “non è tornato ancora, non torna, non viene”. E allora? Il maestro, quando è giunto per lui e per quelli della sua generazione il momento di morire, dice: “questo è il tempo nel corso del quale il ritardo che viene constatato è tutto interno a quella sovrabbondante rivelazione d’amore per cui la Provvidenza di Dio rende praticabili strade di conversione per tutti gli uomini. E’ esattamente il tempo dell’evangelizzazione, affinché tutti gli uomini abbiamo modo di pentirsi, in ogni luogo, per tutti i tempi che ancora verranno come è avvenuto per le generazioni del passato.

Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta”. Importante è cogliere questa figura del ladro che compare anche altrove nel Nuovo Testamento. Il giorno del Signore verrà, certo; e allora questo è il tempo nel corso del quale di generazione in generazione stiamo trasmettendo l’Evangelo e siamo visitati da quel dono che deve essere accolto, custodito, testimoniato con l’umile obbedienza del vissuto che si consuma fino alla morte e trasmesso. E’ il tempo nel corso del quale è in atto un processo di educazione del nostro desiderio che dal profondo del cuore è la spinta che sostiene la nostra esistenza umana e tutte le relazioni che danno forma alla nostra vocazione alla vita.

Quando parla del “ladro” parla di Colui che deve venire; di Colui che proprio perché è un “ladro” non ci ha mandato a dire in quale giorno e in quale ora. Che “ladro” sarebbe? E siccome viene, man mano che noi attendiamo, scrutiamo l’orizzonte, consideriamo il passare dei giorni e delle notti, avvertiamo in noi il desiderio sempre più urgente che venga e che venga presto. Non sappiamo quando viene, ma siccome viene (è un “ladro”), che venga prima possibile. Questo è il tempo dell’evangelizzazione nel corso del quale è in atto questo percorso interiore di rieducazione del desiderio orientato alla pienezza finale; la pienezza che è la venuta del “ladro”, dell’instaurazione del Regno, che è “nuovo cielo e nuova terra”, la nuova creazione, quella pienezza del Disegno che sta diventando, col passare delle generazioni, ma nel vissuto di ogni generazione e di ciascuno di noi, l’oggetto di un desiderio che cresce, si dilata, si ingigantisce fino a fare del nostro cuore umano uno spazio in cui noi siamo aperti al mondo nuovo. L’Evangelo funziona così, dice Pietro. “…verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno”. E’ qualcosa che sta avvenendo nell’animo umano alla maniera di un crogiolo cosmico: è l’animo umano che si sta spalancando, è il desiderio del nostro vissuto di piccole creature che si stanno consumando nel tempo e che nel tempo stanno scoprendo di essere segnate internamente da questo desiderio che si apre smisuratamente. D’altronde siamo abituati tutti i giorni a dire “venga il tuo Regno”.

Nel v. 10 aggiunge ancora: “i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta”. C’è un problema di traduzione: “la terra sarà trovata, scoperta”. Allora la spremitura di tutti i veleni che inquinano il mondo e il cuore umano, l’espulsione di tutti questi veleni, di generazione in generazione, fa sì che il nostro desiderio si apra per divenire il luogo in cui viene il Regno. Viene ritrovata una “terra nuova”, la scoperta di una “terra”, il desiderio di quella novità che è interno al nostro vissuto umano con tutti i condizionamenti che ci riguardano nelle misure di spazio e di tempo; la nostra esistenza, la nostra piccola esistenza umana porta in sé questa aspirazione che tende ad aprirsi sempre di più.

“Il giorno del Signore verrà come un ladro”: è il giorno eterno, definitivo, assoluto, dell’amore irrevocabile. E il nostro andare incontro alla morte consumandoci e finendo; è il nostro andare incontro al giorno del Signore; il percorso intermedio, man mano che si succedono le tappe – e intanto ci interessa la nostra tappa, la mia generazione, il mio vissuto personale – si sta esplicitando come il tempo e lo spazio nel quale affiora il desiderio dell’infinito che diventa novità che dall’intimo di noi stessi sta scoprendo il “mondo nuovo, la terra nuova” con quanto c’è in essa.

E’ il tempo del nostro ritorno a Dio, verso un amore universale Vv. 11-13.

Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi così, quali non dovete essere voi, nella santità della condotta e nella pietà, attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno! E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova (è una citazione del profeta Isaia), nei quali avrà stabile dimora la giustizia”.

E’ il tempo del nostro ritorno a Dio, di quella radicale conversione della nostra esistenza di creature umane che si apre fino ad accogliere, abbracciare, contenere per così dire il Mistero del Dio Vivente. Questo è il “tempo del ritardo”? Certo. Questo è il tempo dell’Evangelo, della conversione nel Disegno provvidenziale di Dio. C’è di mezzo un itinerario pedagogico che ricompone l’ordine della vita umana in sintonia con la pietà di Dio, con la Sua misericordia e la Sua compassione. Questa attesa in vista dell’incontro con il Dio Vivente è vissuta in noi stessi come l’allargamento di quello spazio che accoglie e contiene il mondo intero.

E questa è un’ulteriore sottolineatura che val la pena mettere opportunamente a fuoco: per il nostro maestro andare incontro alla morte e incontro al Disegno che si compie secondo l’intenzione di Dio, come epifania della Sua misericordia eterna, significa anche andare incontro alla morte come atto d’amore per il mondo, come atto d’amore che apre la nostra piccola esistenza umana a una possibilità finalmente realizzata di relazionamento universale. Questa è la morte di un cristiano, di un povero cristiano. “… attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli si dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno!”: attendere il giorno del Signore significa attendere “i cieli e la terra”; l’incontro con il Dio Vivente e la sua Parola creatrice è l’incontro con il mondo, è andare fino al termine della nostra piccola esistenza umana a morire in un abbraccio d’amore che ci rende finalmente adeguati a ricapitolare tutto tra cielo e terra, nel passato e nel futuro. Una fretta, in vista di questo incontro, che fa tutt’uno con il desiderio di un amore universale. E questo non soltanto nel caso del martire che subisce un’aggressione cruenta; o nel caso di una condanna a morte a causa della propria fede in Dio che viene da altri così brutalmente rifiutata, ma nel cammino di ogni vita cristiana – dice il nostro maestro – andare incontro al giorno del Signore significa maturare, nell’esperienza intima, profonda, radicale, costitutiva della vita nuova in obbedienza all’Evangelo, l’esperienza di un amore universale.

Certo, “noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra nei quali avrà stabile dimora la giustizia”. Rispetto ai beffardi obiettori che dicevano che “il mondo non è cambiato”, il maestro sta ricostruendo tutto il percorso affermando che il mondo cambia sotto il nostro sguardo, nello spazio e nel tempo di questa creazione, in corrispondenza a quel cambiamento che in noi diventa conversione del cuore che si apre per abbracciare tutto tra cielo e terra in un atto d’amore: incontrare Dio e la sua Parola creatrice da cui proveniamo e a cui torniamo. Questo per il maestro è un criterio decisivo per interpre­tare adeguatamente la novità della vita cristiana; è l’Evangelo che fa della nostra vita cristiana questa novità fino alla testimonianza (martirio più o meno cruento che sia) che passa attraverso la morte.

Per molti secoli nella nostra tradizione catechetica tutto l’insegnamento era ricapitolato sotto il titolo “Apparecchia la buona morte”. La catechesi è prepararsi alla buona morte. Non dico che questo sia un suggerimento riproponibile così alla lettera, ma certo c’è da pensare. Il maestro insiste ancora: parla dei nuovi cieli e della nuova terra che noi aspettiamo; e aspettare per lui significa che “vengono per me, in me; è il mio desiderio, l’espressione suprema del mio vissuto fino alla morte. Si spreme, si consuma, si spende, si esaurisce, muore la mia vita per vivere a misura di «nuovi cieli e nuova terra». E così avrà stabile dimora la giustizia”. Il Disegno di Dio funziona, la giustizia è al suo posto (c’è un richiamo alla teologia di Paolo); e allora tutto l’itinerario della Rivelazione si realizza.

La salvezza è la Pace V. 14.

Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, cercate d’essere senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace”. Bisogna custodire quella memoria su cui si era soffermato all’inizio dell’esortazione; e questa custodia della memoria dell’Evangelo riempie il tempo dell’attesa. Una memoria che, mentre si anima al pulsare di quel desiderio che va crescendo, espandendo, allargando (venga il tuo Regno!), gode il beneficio della vera pace. “…irreprensibili davanti a Dio, in pace”.

Non è casuale questa sottolineatura “in pace”: la pace con il mondo, quella pace che ci è data da sperimentare, da acquisire come pienezza del nostro vissuto mentre si va consumando fino alla morte nel momento in cui ci rendiamo conto che la magnanimità del Signore, la Sua misericordia, la Sua Provvidenza e pazienza d’amore, chiamano il mondo alla salvezza. Allora siamo in pace; allora l’Evangelo che abbiamo ricevuto è trasmesso.

L’insegnamento di Paolo Vv. 15-16:

La magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza, come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto (fa riferimento all’epistolario paolino che evidentemente conosce… Pietro adesso conferma l’apprezzamento per quello che è il contributo di Paolo all’evangelizzazione fin dal primissimo periodo e questa ricchezza che Paolo ha lasciato in eredità alle chiese), secondo la sapienza che gli è stata data; così egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose”: un magistero epistolare sapientissimo, un fratello amatissimo; e la crescita dell’evangelizzazione, in modo ormai inconfondibile, è orientata sempre più validamente verso i pagani. Paolo, a questo riguardo, è stato protagonista di imprese straordinarie e rimane un punto di riferimento indelebile. Da lui abbiamo ricevuto un’eredità teologica che deve essere oggetto della nostra costante ammirazione, ma, aggiunge, anche oggetto del nostro costante studio perché ha bisogno di un commento.

In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina”. Evidenzia la necessità di un commento perché c’è sempre da fare i conti con il rischio di uno stravolgimento dottrinario. In questa parte conclusiva della Lettera dice che il fraintendimento dipende da una forma di “ignoranza e di instabilità”. Ignoranza non è mancanza di erudizione: si riferisce a coloro che non passano attraverso il cammino del discepolato, che diventano maestri senza essere mai stati discepoli; gli “instabili” sono coloro che sono segnati da una fragilità emotiva che può distrarre gli animi dall’ascolto della parola, dall’adesione a ciò che Dio ci ha così gratuitamente e amorosamente rivelato. Gli ignoranti e gli instabili travisano e allora c’è bisogno di un apprendistato affettivo che renda solida negli animi l’obbedienza alla Parola, quell’atteggiamento di accoglienza che offre un’adeguata dimora all’Evangelo che viene ricordato e che, dall’interno, diventa stimolo che ristruttura tutto l’impianto della nostra esistenza e che possiamo poi trasmettere.

Crescere nella grazia: la morte è vinta! Vv. 17-18:

Voi dunque, carissimi, essendo stati preavvisati (è una traduzione un po’ infelice. Si riferisce a coloro che, in contrappunto “agli ignoranti e instabili”, hanno svolto un discepolato affettivo che stabilizza intimamente, che accoglie l’Evangelo, custodendolo nel tempo che progressivamente trasforma la nostra esistenza, sia pure attraverso un travaglio macroscopico quando finalmente andiamo incontro alla morte in obbedienza all’amore di Dio. Ci consente di amare il mondo, di amare tutto e tutti in un atto di consegna pieno e definitivo), state in guardia per non venir meno nella vostra fermezza, travolti anche voi dall’errore degli empi; ma crescete (importante questo imperativo. E’ una prospettiva di crescita inesauribile. La nostra vita cristiana è inserita direttamente in questa prospettiva; crescita non solamente in estensione o in documentazione attraverso le rappresentazioni pubbliche – tutto questo nella Chiesa non è mancato e non mancherà – che pure hanno un loro valore all’interno del tempo in cui la Provvidenza di Dio, con pazienza d’amore, ci conferma nella nostra vocazione, per come la nostra vita è presa tutta e in ciascuno di noi dalla novità dell’Evangelo per consumarsi in un atto d’amore che vince la morte. E’ la novità cristiana, pasquale, dell’inizio, la novità nostra), nella grazia (che è il dono dell’Evangelo) e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo (nel coinvolgimento sempre più intimo e radicale, in quella comunione con Lui, il “Signore nostro e salvatore Gesù Cristo” che ha vinto la morte). A lui la gloria, ora e nel giorno dell’eternità. Amen!”.

Questa dossologia conclusiva è come l’ultimo sospiro di un cristiano che muore; l’atto estremo ed efficacissimo mediante il quale un povero cristiano che muore evangelizza il presente del tempo consumandolo nell’”eterno” di Dio. E’ il lascito testamentario dell’Evangelo che proviene dai primi discepoli e indirettamente dal Signore Gesù che è apparso a loro a Gerusalemme e, attraverso le generazioni e la crescita dell’evangelizzazione, per giungere fino alla nostra Chiesa (guarda caso Pietro muore a Roma), fino alla Chiesa di Roma; il passaggio dell’evangelizzazione attraverso la Chiesa romana nella continuità con l’Evangelo delle origini rappresenta un affaccio su tutte le strade del mondo.

http://www.incontripioparisi.it – Lectio divina 2015-2016

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Questa voce è stata pubblicata il 05/06/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

San Daniele Comboni (1831-1881)

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