COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

XI Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

XI Domenica del Tempo Ordinario (B)
Marco 4, 26-34

Jules Bastien Lepage, Les Bles murs, olio su tela, 1880

La potenza del seme del Regno
Enzo Bianchi.

Così è il regno di Dio: piccola realtà, ma che ha in sé una potenza misteriosa, silenziosa, irresistibile ed efficace, che si dilata senza che noi facciamo nulla. Il contadino non può fare davvero nulla: deve solo seminare il seme nella terra, ma poi sia che lui dorma sia che si alzi di notte per controllare ciò che accade, la crescita non dipende più da lui.

Dopo il tempo pasquale e le due domeniche del tempo Ordinario sulle quali sono state innestate due feste teologiche, quella della Triunità di Dio e quella del Corpo e Sangue di Cristo, la chiesa ci fa riprendere la lettura cursiva del vangelo secondo Marco, quello proprio del ciclo liturgico B.

Nel vangelo più antico Gesù pronuncia un discorso in parabole come insegnamento rivolto ai discepoli che ha chiamato alla sua sequela e alle folle che ascoltano la sua predicazione del Regno veniente (cf. Mc 4,1-34). Le parabole sono un linguaggio enigmatico che diventa però “mistero” (Mc 4,11) per chi segue Gesù e in qualche modo entra nella sua intimità, fino a trovarsi in uno spazio che può essere definito da Gesù stesso éso, “dentro” (cf. Mc 3,31-32; 4,11). Nello stesso tempo, le parabole sono da lui dette in modo che gli ascoltatori cambino il loro modo di pensare. Esse, infatti, contengono sempre un messaggio di contro-cultura, correggono ciò che tutti pensano o sono portati a pensare, e di conseguenza sono annuncio di qualcosa di nuovo: una novità apportata da Gesù non a livello di idee, ma come qualcosa che cambia il modo di vivere, di sentire, di giudicare e di operare. Gesù era un uomo che innanzitutto sapeva vedere: vedeva, osservava, contemplava tutto ciò che gli era intorno e tutti quelli che gli si avvicinavano e che egli avvicinava a sé. In lui la consapevolezza e l’adesione alla realtà erano sempre in esercizio, sicché poteva poi pensare. Di più, potremmo dire che il suo pensare davanti al Padre e alla sua volontà era un pregare che gli permetteva di immaginare racconti e situazioni, quelli che narrava nelle parabole.

Nella nostra pericope Gesù, dopo aver pronunciato la parabola del seminatore, spiegata in seguito ai soli discepoli (cf. Mc 4,1-20) e i due brevi detti sulla lampada “che viene” e sulla misura dell’ascolto (cf. Mc 4,21-25), narra altre due parabole. Egli afferma che “così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa”. Gesù ci parla ancora del seme, un elemento che lo intrigava e sul quale aveva molto meditato. Il seme è sempre qualcosa che resta dal raccolto precedente, è il frutto di una pianta che, raccolto, secca e sembra morto. Ma se il seme cade, se è gettato sotto terra, allora nella terra intrisa di acqua marcisce, visibilmente si disfa e muore; in realtà, però, genera vita, che diventa una pianta e che apparirà infine addirittura come una moltiplicazione e una trasformazione del seme stesso, attraverso frutti abbondanti. Il seme è adatto per rappresentare la dinamica dell’enigma che diventa mistero, ed è per questo che Gesù ricorre più volte a questa immagine, la più presente nelle parabole da lui create.

La venuta del regno di Dio, il suo apparire, è dunque paragonato al processo agricolo che ogni contadino conosce bene, anzi che vive con attenzione e premura: semina, nascita del grano, crescita, formazione della spiga e maturazione. Di fronte a tale sviluppo, occorre meravigliarsi, guardando alla potenza, alla forza presente in quel piccolo seme secco, che sembra addirittura niente. Così è il regno di Dio: piccola realtà, ma che ha in sé una potenza misteriosa, silenziosa, irresistibile ed efficace, che si dilata senza che noi facciamo nulla. Di fronte a questa realtà, il contadino non può fare davvero nulla: deve solo seminare il seme nella terra, ma poi sia che lui dorma sia che si alzi di notte per controllare ciò che accade, la crescita non dipende più da lui. Anzi, se il contadino volesse misurare la crescita e andasse a verificare cosa accade al seme sotto terra, minaccerebbe fortemente la nascita e la vita del germoglio. Ecco allora l’insegnamento di Gesù: occorre meravigliarsi del regno che si dilata sempre di più, anche quando noi non ce ne accorgiamo, e di conseguenza occorre avere fiducia nel seme e nella sua forza. E il seme è la parola che, seminata dal predicatore, darà frutto anche se lui non se ne accorge né può verificare il processo: di questo deve essere certo! Nessuna ansia pastorale, ma solo sollecitudine e attesa; nessuna angoscia di essere sterili nel predicare: se il seme è buono, se la parola predicata è parola di Dio e non del predicatore, essa darà frutto in modo anche invisibile. Questa la certezza del “seminatore” credente e consapevole di ciò che opera: la speranza della mietitura e del raccolto non può essere messa in discussione.

Segue un’altra parabola, sempre sul seme, ma questa volta su un seme di senape. Gesù è veramente un uomo intelligente e sapiente, e anche in questa parabola le sue parole mostrano come egli non fosse mai distratto, ma tutto e tutti vedesse e pensasse. Egli sa bene che il chicco di senape è tra i semi più minuscoli, non più grande di un granello di sale; eppure anch’esso, se seminato in terra, diventa un albero che si impone. Sembra impossibile che da un seme così minuscolo possa derivare un albero tanto rigoglioso: anche qui c’è dunque da stupirsi, da meravigliarsi! Eppure proprio ciò che ai nostri occhi è piccolo, può avere una forza impensabile per noi umani… Ecco, infatti, che il seme di senape sotto terra marcisce, germoglia, poi spunta e cresce fino a essere un arbusto sulle cui fronde gli uccelli possono fare il nido. Qui Gesù allude certamente a quell’albero intravisto da Daniele, simbolo del regno universale di Dio (cf. Dn 4,6-9.17-19). Sì, anche questa parabola vuole comunicarci qualcosa di decisivo: la parola di Dio che ci è stata donata può sembrare piccola cosa, rivestita com’è di parola umana, fragile e debole, messa in bocca a uomini e donne poveri, non intellettuali, non saggi secondo il mondo (cf. 1Cor 1,26). Eppure quando essa è seminata e predicata da loro, proprio perché è parola di Dio contenuta in parole umane, è feconda e può crescere come un albero capace di accogliere tante creature.

Queste parabole ci devono interrogare sulla nostra consapevolezza della parola di Dio che ci è data e che noi dobbiamo seminare, sulla nostra visione del Regno come realtà di piccoli e di poveri, realtà di un “piccolo gregge” (Lc 12,32), che può divenire una raccolta delle genti del mondo intero, in cammino verso il regno di Dio veniente per tutti. Ma pensiamoci un momento: chi pronunciava queste parabole era un oscuro laico di Galilea, non sacerdote e neppure rabbino formatosi in qualche scuola riconosciuta a Gerusalemme o lungo il lago di Galilea. E con lui c’era una comunità itinerante che lo seguiva: una dozzina di uomini e poche donne senza cultura; una realtà piccola e oscura ma significativa. Allora, perché avere timore di essere noi cristiani una minoranza oggi nel mondo? Basta che siamo significativi, cioè che crediamo alla potenza della parola di Dio, che la seminiamo con umiltà e molta pace, senza angoscia né frenetica attesa di vedere i risultati…

Enzo Bianchi
http://www.monasterodibose.it/

Elogio della piccolezza 
Don Antonio Savone

Rivisitare il nostro immaginario su Dio e avere occhi per riconoscere, con meraviglia grata, che egli è sempre all’opera anche quando saremmo tentati di concludere che così non è: ecco l’operazione che la Parola di Dio si incarica di compiere nel cuore dei credenti.

Una subdola tentazione ci fa rifiutare in maniera sistematica la debolezza come lo spazio all’interno del quale Dio possa consegnarsi agli uomini. La difficoltà a stare a contatto con la personale esperienza del limite, si declina sovente con il rifugiarsi in un Dio dotato di forza soprannaturale, al quale chiediamo di rivestire i tratti di una potenza che egli non ha mai voluto manifestare, neppure a fin di bene.

Nel nostro immaginario, infatti, se Dio è Dio, egli non può che coincidere con qualcosa che è oltre “l’ordinaria statura delle cose umane”. Sempre per il nostro immaginario, Dio, proprio perché tale, non può che compiere segni evidenti. Dio non ha certo bisogno di ricorrere a un andamento ordinario e perciò sottostare alle regole dei percorsi comuni. Se Dio è Dio non può non imporre le sue regole e far valere i suoi criteri. Sulla scia di queste convinzioni che hanno strutturato tanta vita cristiana, il nostro immaginario si è oltremodo convinto che quando è Dio, lo si vede senz’altro perché non passa inosservato. La nostra immaginazione crede che Dio si eclissi se non usa un potere smisurato per soggiogare il mondo.

Eppure, stando alla testimonianza che Gesù rende di Dio, il nostro immaginario crolla. A Filippo che gli chiederà di poter vedere il Padre, Dio, Gesù risponderà: “chi vede me vede il Padre” (Gv 14,9). Le parole, i gesti, le azioni di Gesù sono il visibile di Dio. Dio si manifesta al di fuori del divino così come da sempre l’uomo lo immagina, lo teme o lo desidera. Egli abita il quotidiano, anche se nessuno lo riconosce. La vita, quella vera, secondo Gesù si dà in uno splendore che non abbaglia. D’ora in avanti, la discrezione sarà uno dei tratti dello stile di Dio. Apprendere il linguaggio della discrezione significa avere attenzione per i tempi, per i percorsi di ognuno. Significa scrutare le domande inespresse, vuol dire mettere in conto il rifiuto; significa, inoltre, che non poche volte bisogna avere il coraggio di ricominciare, di tentare nuovamente.

Dio non è nel clamore, non è nell’urlo, non è in quello spasmodico bisogno di veder riconosciuti i nostri diritti, non è nel contrapporsi. Altro è lo stile di Dio: noi zeloti di ieri e di oggi, non poche volte, anche in nome di un bene, fatichiamo a riconoscere che Dio è piuttosto nel sottovoce, nella modestia. Guai a declinare la fede secondo i caratteri della presunzione e dell’arroganza, inseguiremmo una logica antievangelica. Isacco il Siro amava ripetere che è l’umiltà la veste che Dio indossa quando vuole assumere la forma umana. Occorre stare alla scuola di Dio per liberarci da quel delirio di onnipotenza proprio di un cristianesimo ossessionato dalla sua riuscita e dal suo bisogno di riconoscimento.

Riascoltando le parole di Gesù, mi ritrovo a guardare stupito l’agire sommesso di Dio nelle pieghe di tante storie che a tutta prima non avrebbero nulla a che spartire con lui e riconoscere, in gesto di adorazione, l’azione invisibile – ma non per questo non vera – dello Spirito di Dio. All’acqua della rivelazione di Dio ognuno ci arriva con la propria tazza, con la propria capacità. Per questo è necessario grande rispetto per le storie di ognuno.

L’atteggiamento a noi richiesto è quello di stare di fronte agli uomini e alle situazioni non riducendo tutto all’angustia del nostro cuore e del nostro sguardo sempre così limitato. Lo stile di Gesù così dimesso, ci sollecita ad avere fiducia e ad esercitare la pazienza come capacità di stare a contatto con l’incompiuto.

Dio, il suo regno, dice Gesù, non avrà bisogno di farsi riconoscere: gli basterà confondersi con la terra come un seme gettato nelle zolle; gli basterà far fermentare la pasta dell’umanità proprio come il lievito con la farina, facendo sprigionare qualcosa che ha tutti i tratti di autentica bellezza. Chi cerca segni evidenti di una forza dispiegata sempre e comunque a proprio piacimento, resterà deluso, patirà lo scandalo, irriderà ciò che porta i tratti di un timido germoglio.

Dio si è manifestato attraverso ciò che proprio non gli è affine: una condizione umana senza splendore. Dio si dà a vedere nella non evidenza divina del percorso del suo inviato.

Gesù ha scelto di stare nella vita e nei rapporti da umile. Sceglie volontariamente di compiere la funzione dello schiavo (cfr. Gv 13,4) e ne accetta la fine loro riservata.

Viene al mondo in una famiglia, certo della stirpe di Davide, ma che vive modestamente del proprio lavoro. Nasce in un luogo sperduto.

Per circa trent’anni è partecipe della vita del suo villaggio della vilipesa Galilea, lontano da centri di potere; sconosciuto tra sconosciuti. Attraversa la lenta maturazione propria di ogni condizione umana. Ha bisogno di apprendere dai suoi genitori come dal suo popolo, dalla cultura religiosa e sociale del suo tempo.

Quando inizia la sua attività pubblica, percorre prima la periferia e solo al termine della sua avventura salirà alla città santa.

In fila con i peccatori sottomettendosi al battesimo di Giovanni, solidale con la vicenda di ogni uomo. Dopo il battesimo è sospinto dallo Spirito nel deserto dove è tentato da chi vorrebbe proporgli un diverso modo di stare nella vita. Le tentazioni sono una narrazione simbolica che rilegge tutta la sua vicenda terrena, vissuta come quella di ogni uomo che è provato dalla convivenza con la possibilità di fare diversamente.

Egli incarna un tipo di Messia i cui tratti sono espressi nel servizio, non nella potenza o nel trionfo. Il mondo che egli ha assunto è oggetto di esperienza anche nei suoi aspetti di oscurità come ogni altro uomo. Dovrà fare riferimento anch’egli alle sue facoltà intellettuali e psichiche per conoscerlo, interpretarlo, dargli un senso e rileggerlo alla luce della Parola di Dio.

Più volte Satana approfitterà dei suoi momenti di fatica per insinuargli l’inefficacia e l’improduttività di una simile via intrapresa: non serve agli uomini perché non è sulla linea delle loro esigenze. E più volte proverà a suscitare sfiducia, dissenso e inimicizia nei confronti del Padre. E le motivazioni su cui farà leva saranno sempre motivazioni plausibili perché nate da domande reali, dettate dall’esperienza che restituisce, a volte, anche il fallimento dell’annuncio e addirittura quello della morte che neppure la relazione con il Padre sembra poter risolvere.

Quanto ai suoi compaesani che pure sono stupiti per l’autorità delle parole e per i gesti compiuti, poiché lo conoscono bene, non riescono a intravedere in lui un tratto particolare che ne indichi una singolare elezione dall’alto.

Incompreso dalle folle e persino da coloro che egli stesso ha chiamato e formato, il suo annuncio crea scandalo perché non conforme alle aspettative dell’uditorio.

La sua umanità presenta i tipici elementi di fragilità e debolezza propri di ogni uomo: stanco e assetato nell’incontro con Donna-Umanità, commosso e piangente davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, persino sdegnato al tempio e, infine, turbato quando vede incombere la sua ora.

Rileggere la vicenda di Gesù dal punto prospettico della sua umanità segnata persino dall’insuccesso, ci aiuta a riconoscere che il presente, il mio presente è gravido di Dio anche quando non ne porta i segni evidenti.

https://acasadicornelio.wordpress.com

Dio, seminatore che non si stanca mai di noi
Ermes Ronchi

Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno. L’infinito di Dio raccontato da un minuscolo seme, il futuro nella freschezza di un germoglio di senape.

Accade nel Regno di Dio come quando un uomo semina. Il Regno accade perché Dio è l’instancabile seminatore, che non è stanco di noi, che ogni giorno esce a immettere nell’universo le sue energie in forme seminali, germinali, come un nuovo giardino dell’Eden che sta a noi custodire e coltivare. E nessun uomo o donna che siano privi dei suoi germi di vita, nessuno troppo lontano dalla sua mano.

Che dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Gesù sottolinea un miracolo infinito di cui non ci stupiamo più: alla sera vedi un bocciolo, il giorno dopo si è aperto un fiore. Senza alcun intervento esterno. Qui affonda la radice della grande fiducia di chi crede: le cose di Dio, l’intera creazione, il bene crescono e fioriscono per una misteriosa forza interna, che è da Dio. Nonostante le nostre resistenze e distrazioni, nel mondo e nel cuore il seme di Dio germoglia e si arrampica verso la luce.

La seconda parabola mostra la sproporzione tra il granello di senapa, il più piccolo di tutti i semi, e il grande albero che ne nascerà. Senza voli retorici: il granello non salverà il mondo. Noi non salveremo il mondo. Ma, dice Gesù, gli uccelli verranno e vi faranno il nido. All’ombra del tuo albero grande accorreranno in molti, all’ombra della tua vita verranno per riprendere fiato, trovare ristoro, fare il nido: immagine della vita che riparte e vince. «Se tu hai aiutato anche uno solo a stare un po’ meglio, la tua vita si è realizzata» (Papa Francesco).

La parabola del granello di senape racconta la preferenza di Dio per i mezzi poveri; dice che il suo Regno cresce per la misteriosa forza segreta delle cose buone, per l’energia propria della bellezza, della tenerezza, della verità, della bontà.

Mentre il nemico semina morte, noi come contadini pazienti e intelligenti seminiamo buon grano; noi come campo di Dio continuiamo ad accogliere e custodire i semi dello Spirito, nonostante l’imperversare di tutti gli erodi dentro e fuori di noi.

Un seme deposto dal vento nelle fenditure di una muraglia è capace di viverci; è capace, con la punta fragilissima del suo germoglio, di aprirsi una strada nel duro dell’asfalto. Gesù sa di aver immesso nel mondo un germe di bontà divina che, con il suo assedio dolce e implacabile, spezzerà la crosta arida di tutte le epoche, per riportarvi sentori di primavera, di vita fiorita, di mietiture.

Tutta la nostra fiducia è in questo: Dio è all’opera in seno alla storia e in me, in alto silenzio e con piccole cose.

http://www.avvenire.it

 

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Un commento su “XI Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

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Questa voce è stata pubblicata il 13/06/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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