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Più grandi della colpa / 23. Il gran registro del dolore invisibile (Dio e la storia)

Davide e Natan


Luigino Bruni
Avvenire sabato 23 giugno 2018

Noi non facciamo che insegnare opere di sangue le quali appena insegnate finiscono per punire il maestro. Questa giustizia dalla mano imparziale porge alle nostre stesse labbra la miscela del nostro calice avvelenato.
William Shakespeare, Macbeth


Non è sufficiente non essere visti per essere innocenti. Le grandi civiltà antiche hanno generato le loro leggi e norme etiche sotto lo sguardo di occhi più alti dei loro. Noi oggi, ammaliati dall’etica del contratto, abbiamo rinunciato a questo sguardo “dall’alto”, sostituendolo con milioni di occhi che ci controllano e spiano continuamente “dal basso”. Ma quando introduciamo nel nostro mondo occhi non-umani più bassi dei nostri, o sono gli occhi degli idoli o quelli dei nostri manufatti, che non sanno farci vedere gli angeli e il paradiso. Quello sguardo più alto e diverso diceva, tra l’altro, che il male e i peccati che facciamo operano anche quando restano segreti. Fu così che alcune civiltà, e tra queste quella occidentale, superarono l’arcaica etica della vergogna, dove premi e punizioni erano tutti esterni all’individuo. Questo sguardo alto e profondo permea anche l’intera Bibbia, ne riempie il paesaggio e segna l’orizzonte del suo umanesimo. A dirci anche che le nostre azioni possono restare nascoste, ma non possono essere cancellate, perché la vita è una cosa tremendamente seria. Senza sentire la presenza di uno sguardo che ci vede “nel segreto”, ogni morale è imperfetta ed esposta agli abusi dei potenti, che hanno molte più stanze segrete di quante non ne abbiano i poveri.

Uria l’Ittita fu ucciso nel campo di battaglia, perché il re Davide sperava di poter cancellare il suo adulterio eliminando il marito della donna bellissima che si era “preso”, aggiungendola alla comunità delle sue mogli e concubine: «La moglie di Uria, saputo che Uria, suo marito, era morto, fece il lamento per il suo signore. Passati i giorni del lutto, Davide la mandò a prendere e l’aggregò alla sua casa» (2 Samuele 11,26-27). Il testo di Samuele non ci dice se Betsabea, la moglie di Uria, sapesse del piano di Davide né se l’avesse almeno intuito – al talento delle donne non sfuggono i piani perversi dei loro uomini, anche se non sempre ce lo dicono, forse per il troppo dolore. Sulla terra c’è un repertorio invisibile che custodisce gli infiniti delitti che non sono mai arrivati nei libri di storia né nei verbali dei tribunali. Frammenti vivi di questo archivio invisibile ma realissimo si trovano nascosti nel cuore delle molte donne che sono state oggetto o spettatrici di questi delitti segreti. Quando ormai il delitto di Davide sembrava archiviato e dimenticato, YHWH riapre, per noi, la causa: «Il Signore mandò il profeta Natan a Davide» (12,1). Con le parole di Natan facciamo conoscenza con un genere letterario – la parabola – che sarà una nota dominante e bellissima dei vangeli: «Natan andò da Davide e gli disse: “Due uomini erano nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero, mentre il povero non aveva nulla, se non una sola agnellina, che egli aveva comprato. L’agnellina era vissuta e cresciuta insieme con lui e con i figli, mangiando del suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Era per lui come una figlia. Un viandante arrivò dall’uomo ricco e questi, invece di prendere dal suo bestiame minuto e grosso per servire il viaggiatore che era venuto da lui, prese la pecorella di quell’uomo povero e l’apparecchiò per l’uomo che era venuto da lui”» (12,1-4).

Una parabola stupenda, piena di umanità e di pathos, dove la tensione morale del racconto fa emergere chiaramente la vittima e il carnefice, e genera nell’ascoltatore la condanna per il comportamento scellerato dell’uomo ricco. Anche Davide entra nella parabola, esegue perfettamente l’esercizio empatico che Natan gli offre: «Davide si adirò contro quell’uomo e disse a Natan: “Per la vita del Signore, chi ha fatto questo è degno di morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora”» (12,5-6). Siamo di fronte a un episodio che ci svela la forza straordinaria della narrazione, soprattutto di quella grande e profetica. La letteratura, l’arte, la musica, le fiabe, i film hanno la capacità di formare e allenare i nostri muscoli morali tramite l’immaginazione e l’empatia. Quando leggiamo veramente un romanzo, entriamo davvero in un cinema, ripetiamo in qualche modo l’incontro tra Natan e Davide. Anche noi, come Davide, continuiamo a commettere delitti e peccati e poi, dentro un libro o un film, condanniamo i carnefici delle storie che riviviamo. Ci schieriamo dalla parte delle vittime, stigmatizziamo i loro assassini, non ci identifichiamo con la parte maledetta della storia. Forse perché in noi c’è un luogo profondo che non ama né accetta le cose brutte che facciamo. Le vuole dimenticare, e forse, per la durata di un romanzo o di un film, riesce a dimenticarle davvero – chissà se l’arte non sia anche un dono del cielo per farci entrare in sintonia con l’anima più bella del nostro cuore, metterci in contatto con quella “immagine e somiglianza di Elohim” che Caino il fratricida non riesce a cancellare. Forse quella gioia di paradiso che riusciamo a provare solo di fronte a certe opere d’arte nasce dal contatto con l’Adam che abita nel nostro eden, che si nutre dell’albero della vita. Poi mangiamo il frutto proibito, uccidiamo Abele e un ’”ragazzo per un graffio” (Lamek), ma quel richiamo dell’Adam interiore resta vivo e forte, prima e dopo le nostre cattiverie che, quasi sempre, sono innocenti. È solo la percezione di questa innocenza profonda che ci fa commuovere veramente mentre guardiamo un film sul dolore degli immigrati e dei loro bambini, anche se prima del film abbiamo votato un partito che alimenta quelle sofferenze, e dopo il film continuiamo a votarlo. Che ci fa indignare per gli adulteri degli altri, mentre continuiamo a ripetere i nostri.

Il dialogo tra Natan e Davide non termina qui. Alla fine della parabola e dopo la frase di sdegno di Davide, Natan dice una delle frasi più belle e tremende di tutta la Bibbia: «Quell’uomo sei tu» (12,7). E qui dovremmo fermarci, per non perdere nulla di questa lacerante bellezza. E poi sentire sulla nostra carne il dolore per non avere all’uscita dei nostri film un profeta che ci dice “quell’uomo sei tu”, e nel dircelo ci offre una possibilità per risorgere. Solo un profeta vero può dire a un potente una frase simile. Natan sapeva bene che rivelare al re di essere a conoscenza del suo delitto poteva condurre alla sua eliminazione. Ma non ha rinunciato a svolgere il suo mestiere, e ha così donato a Davide l’unica possibilità buona che gli restava: «Allora Davide disse a Natan: “Ho peccato contro il Signore!”» (12,13). La salvezza di Davide nella Bibbia dipende anche dalla sua reazione di fronte alla parabola di Natan. Possiamo sperare di non perdere la nostra anima fino a quando, dopo i nostri delitti e peccati, ci ritroviamo ancora un cuore più grande delle nostre colpe – le carceri sono piene di assassini che hanno salvato questa innocenza. La speranza muore quando adeguiamo i nostri sentimenti e la nostra morale alle nostre azioni scellerate, quando ci convinciamo che non ci sia niente di male negli adulteri, nelle bugie, nella violenza. Poi Natan continua: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai». (12,13). Il perdono agisce su Davide (non morirà). Ma neanche il perdono di Dio può evitare che l’azione delittuosa di Davide produca i suoi effetti: «La spada non si allontanerà mai dalla tua casa… E il figlio che ti è nato dovrà morire» (12,10;14).

Quest’annuncio tremendo della morte del bambino nato dall’adulterio incorpora molti messaggi. Tra questi, c’è anche la teologia retributiva, molto presente nell’Antico e nel Nuovo Testamento, che legge quella morte innocente come il “prezzo” che Davide dovette pagare a Dio per ottenere il suo perdono. Noi lasciamo questi messaggi ai cultori delle teologie commerciali di ieri e di oggi, e lavoriamo per trovare significati più all’altezza degli uomini, dei bambini, e di Dio. Non tutte le pagine della Bibbia possono essere iscritte nel libro della vita, ma molte lo potrebbero essere se le leggessimo senza la preoccupazione moralistica di difendere Dio (che non ha bisogno della nostra difesa), e cercassimo invece di difendere gli uomini e le vittime – la Bibbia ha un estremo bisogno di lettori non ruffiani capaci di liberarla dall’ideologia del suo redattore e dalle tante altre che nei millenni si sono accumulate sul testo. La parola biblica è eccedente rispetto al testo letterario che la contiene, e per restare viva ha bisogno del nostro lavoro onesto. Perché se è vero che noi abbiamo bisogno dello sguardo di Dio, anche la sua parola ha bisogno del nostro.

Con quella morte innocente e con la profezia della spada sulla casa di Davide, la Bibbia ci dice anche la tremenda serietà e il valore infinito delle nostre azioni e delle nostre parole, che non sono vanitas e vento perché sono vive e quindi conservano i segni con cui le incidiamo. C’è anche il dolore infinito della condanna a morte di questo bambino anonimo dentro la dignità e verità delle azioni umane che la Bibbia ha custodito per noi, e lo ha fatto a un prezzo altissimo. Se il perdono di Dio a Davide avesse cancellato tutte le conseguenze del suo delitto, l’umanesimo biblico avrebbe perso un grado di libertà, e si sarebbe allontanato dalla nostra vita vera, dove le ferite di ieri continuano a condizionare la vita di oggi, e di domani. La parola biblica un giorno divenne carne in un germoglio dello stesso tronco di Davide perché, diversamente ma veramente, era già diventata carne molte altre volte, dentro i dolori e gli amori del popolo di Israele – e continua a diventare carne nei dolori e negli amori nostri. Un giorno, diventato grande, potrò perdonare, se ci riuscirò, chi ha ucciso mio padre, ma questo perdono non cancella il dolore e le conseguenze di essere cresciuto senza papà, né può riempire il vuoto nel cuore di mia mamma, che è infinito. Posso perdonarti, e lo faccio davvero, perché hai tradito il patto che ci legava in società, ma nessuno può cancellare il dolore procurato ai lavoratori che hanno perso il lavoro a causa del tuo tradimento. Nessuno – neanche Dio, ci dice la Bibbia. Perché se Dio esercitasse la sua onnipotenza per cancellare non solo la nostra colpa ma anche gli effetti delle nostre azioni, non usciremmo mai dai film e dai romanzi, e li confonderemmo con la vita. La storia non è il giocattolo di Dio, non è un congegno che può smontare e rimontare a suo piacimento. Queste operazioni le sanno fare bene soltanto gli idoli, perché a loro non interessano la nostra libertà e dignità. Il corpo risorto conserva le piaghe della passione, e le conserverà per sempre, perché quelle piaghe erano vere. Vere e vive come le nostre, che restano iscritte per sempre nelle nostre resurrezioni.
l.bruni@lumsa.it

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Questa voce è stata pubblicata il 24/06/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Più grandi della colpa con tag .

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