COMBONIANUM – Formazione e Missione

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A mezzo secolo dall’Anno della fede: Messaggio di Papa Montini ai sacerdoti

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(Giovanni Maria Vian) Mezzo secolo fa, il 30 giugno 1968, Paolo VI concludeva un «anno della fede» che aveva indetto per celebrare il diciannovesimo centenario del martirio dei patroni di Roma al tempo della persecuzione di Nerone (64-68) ma tradizionalmente collocato nell’anno 67. «Lasciando alle erudite discussioni la precisa determinazione della data del martirio dei due Apostoli, abbiamo scelto, per le celebrazioni centenarie, l’anno corrente, seguendo in ciò l’esempio del Nostro venerato Predecessore Pio IX, il quale volle solennemente ricordare nel 1867 il martirio di san Pietro» scriveva Montini nella breve esortazione apostolica Petrum et Paulum apostolos del 22 febbraio 1967, festa della cattedra di san Pietro, esprimendo «la speranza che la commemorazione centenaria del martirio dei santi Apostoli Pietro e Paolo si risolva principalmente per tutta la Chiesa in un grande atto di fede».

L’idea di una professione di fede era stata già ventilata alla fine del concilio, tra gli altri da Yves Congar, come risulta dal sesto tomo (pubblicato nel 2008) della corrispondenza tra Charles Journet e Jacques Maritain, poi entrambi coinvolti dal papa nella preparazione del testo. Si arrivò così — avrebbe poi detto Paolo VI il 29 giugno 1978, poche settimane prima della morte, nel bilancio del pontificato — a «quella nostra professione di fede che, proprio dieci anni fa, il 30 giugno del 1968, noi solennemente pronunciammo in nome e a impegno di tutta la Chiesa come Credo del Popolo di Dio, per ricordare, per riaffermare, per ribadire i punti capitali della fede della Chiesa stessa, proclamata dai più importanti concili ecumenici, in un momento in cui facili sperimentalismi dottrinali sembravano scuotere la certezza di tanti sacerdoti e fedeli, e richiedevano un ritorno alle sorgenti». Conclusa la solenne liturgia, il pontefice consegnò a dodici preti, fra i quali erano tre parroci di Roma e il generale dei gesuiti Pedro Arrupe, un messaggio ai sacerdoti che pubblichiamo in questa pagina. (g.m.v.)

Il messaggio di Paolo vi ai sacerdoti consegnato il 30 giugno 1968

Una semplice effusione del cuore

A Voi sacerdoti della santa Chiesa cattolica, a voi Figli carissimi fra tutti, che l’Ordine sacro rende Nostri Fratelli e Nostri collaboratori nel ministero della Salvezza, come lo siete dei vostri rispettivi Pastori; a voi vogliamo oggi rivolgere direttamente una parola, nel momento in cui si conclude l’Anno della Fede, commemorativo del xix centenario del martirio dei due Apostoli Pietro e Paolo. Una parola breve e semplice, ma proprio per voi. Da tanto tempo Noi l’abbiamo nel cuore; come vostro Confratello, da sempre, da quando cioè a Noi pure toccò la sorte misteriosa d’essere ordinato prete e di sentire la nuova, profonda solidarietà con tutti i colleghi, eletti a personificare Cristo nel nostro dono alla volontà del Padre, alla santificazione, alla guida, al servizio dei Fedeli, al rapporto di salvezza col mondo. Non è mai mancata in Noi la comunione di riverenza, di simpatia, di fraternità con voi Sacerdoti. Poi, quando la santa Chiesa Ci chiamò all’esercizio di funzioni pastorali, dapprima come Vescovo, poi come Papa, il pensiero del Clero divenne in Noi un’istanza interiore continua, piena di stima, di sollecitudine, di carità. Ci siamo rammaricati con Noi stessi di non avervi parlato abbastanza, di non aver testimoniato con maggiore frequenza, con migliori segni il sentimento, che lo Spirito del Signore metteva e mette tuttora nel Nostro cuore per voi; un sentimento che sale dal cuore e trascina con sé quanti altri pensieri e sentimenti il Nostro ministero fa sorgere nella Nostra coscienza: sopra ogni cosa, con ogni cosa, nell’ordine della carità, siete voi, Sacerdoti, con i vostri Vescovi e Nostri Fratelli, che occupate il primo posto.

Per questo oggi vi parliamo. Non è un’enciclica che vi rivolgiamo, non è un’istruzione, non è un atto dispositivo canonico; è una semplice effusione di cuore. Os nostrum patet ad vos… cor nostrum dilatatum est (2 Corinzi 6, 11). Questa ricorrenza centenaria della memoria degli Apostoli, che col messaggio evangelico e col proprio sangue hanno posto le basi di questa Chiesa romana, Ci obbliga ad aprirvi un istante il Nostro animo.

Con grande ammirazione, con grande affezione. Conosciamo la vostra fedeltà a Cristo, alla Chiesa. Conosciamo il vostro impegno, la vostra fatica. Conosciamo la dedizione al vostro ministero, l’ansia del vostro apostolato. Conosciamo anche il rispetto e la riconoscenza che suscitano in tanti fedeli il vostro evangelico disinteresse, la vostra carità apostolica. Anche i tesori della vostra vita spirituale, del vostro colloquio con Dio e del vostro sacrificio con Cristo, il vostro anelito di contemplazione simultanea all’attività, Noi conosciamo. Di ciascuno di voi siamo portati a ripetere le parole del Signore nell’Apocalisse: Scio opera tua, et laborem, et patientiam tuam (Apocalisse 2, 2). Quanta commozione, quanta letizia Ci procura questo spettacolo! Quanta riconoscenza! Noi vi ringraziamo e vi benediciamo, nel nome di Cristo, per quello che siete, per quello che fate nella Chiesa di Dio. Voi ne siete, con i vostri Vescovi, gli operai più validi, voi le colonne, voi i maestri e gli amici, voi i dispensatori diretti dei misteri di Dio (cfr. 1 Corinzi 4, 1; 2 Corinzi 6, 4). Volevamo dirvi questa pienezza del Nostro cuore, affinché ciascuno di voi si sappia e si senta apprezzato ed amato; e ciascuno di voi goda d’essere in comunione con Noi nel grande disegno e nel duro sforzo dell’apostolato.
Non è questa una visione miope ed irenica. Accanto a tanti Sacerdoti che trovano nel loro ministero la serenità e la gioia, la cui voce non si fa sentire così clamorosamente come altre voci, sappiamo che vi sono non poche situazioni dolorose. Vi è, in una parte del clero, una inquietudine, una incertezza sulla propria condizione ecclesiastica. Pensa d’essere stato buttato in disparte dalla moderna evoluzione sociale.

Certo, i Sacerdoti non sono al riparo delle ripercussioni della crisi di trasformazione che scuote oggi il mondo. Come tutti i loro fratelli nella fede, essi conoscono anche delle ore di oscurità nel loro cammino verso Dio. In più essi soffrono per il modo spesso parziale con cui certi fatti della vita sacerdotale sono interpretati ed ingiustamente generalizzati. Domandiamo dunque ai Sacerdoti di ricordarsi che la situazione di ogni cristiano ed in particolare del Sacerdote sarà sempre una situazione paradossale e incomprensibile agli occhi di chi non ha la fede. È dunque ad un approfondimento della propria fede che la situazione attuale deve invitare il Sacerdote, cioè ad una coscienza sempre più chiara di chi egli è e di quali poteri è insignito, di quale missione incaricato. Cari Figli e Fratelli, Noi chiediamo al Signore di farCi abili e degni di porgere a voi qualche luce, qualche conforto.

A tutti i Sacerdoti, dunque diciamo: non dubitate mai della natura del vostro sacerdozio ministeriale, il quale non è un ufficio o un servizio qualsiasi da esercitarsi per la comunità ecclesiale, ma un servizio che partecipa in modo tutto particolare, mediante il Sacramento dell’Ordine, con carattere indelebile, alla potestà del Sacerdozio di Cristo.
Possiamo quindi mettere in evidenza alcune dimensioni proprie del sacerdozio cattolico. E dapprima, la dimensione sacra. Il Sacerdote è l’uomo di Dio, è il ministro del Signore; egli può compiere atti trascendenti l’efficacia naturale, perché agisce in persona Christi; passa attraverso di lui una virtù superiore, della quale egli, umile e glorioso, in dati momenti è fatto valido strumento; è veicolo dello Spirito Santo. Un rapporto unico, una delega, una fiducia divina intercorre fra lui ed il mondo divino.

Tuttavia questo dono il Sacerdote non lo riceve per sé, ma per gli altri: la dimensione sacra è tutta quanta ordinata alla dimensione apostolica, cioè alla missione e al ministero sacerdotale.

Lo sappiamo bene: il Sacerdote è uomo che vive non per sé, ma per gli altri. È l’uomo della comunità. È questo l’aspetto della vita sacerdotale oggi meglio compreso. Vi è chi trova in esso la risposta alle aggressive questioni circa la sopravvivenza del sacerdozio nel mondo moderno, fino a chiedersi se il prete abbia ancora una ragion d’essere. Il servizio ch’egli rende alla società, a quella ecclesiale specialmente, giustifica ampiamente l’esistenza del sacerdozio. Il mondo ne ha bisogno. La Chiesa ne ha bisogno. E dicendo questo tutta la fila dei bisogni umani passa davanti al nostro spirito: chi non ha bisogno dell’annuncio cristiano? Della fede e della grazia? Di qualcuno che si dedichi a lui con disinteresse e con amore? Dove non arrivano i confini della carità pastorale? E dove minore si manifesta il desiderio di questa carità non è forse maggiore il bisogno? Ecco: le missioni, la gioventù, la scuola, i malati, e con più pressante chiamata, oggi, il mondo del lavoro costituiscono un’urgenza continua sul cuore sacerdotale. Dubiteremo noi ancora di mancare d’un posto, d’una funzione, d’una missione nella vita moderna? Diremo piuttosto: come rispondere a quanto hanno bisogno di noi? Come pareggiare col nostro sacrificio personale la crescita dei nostri doveri pastorali e apostolici? Non mai forse come ora la Chiesa ha avuto coscienza d’essere tramite indispensabile di salvezza, né grande come ora è stato in passato il dinamismo della sua dispensatio; e noi ci illuderemo di ipotizzare un mondo senza la Chiesa, e una Chiesa senza ministri preparati, specializzati, consacrati? Il prete è di per sé il segno dell’amore di Cristo verso l’umanità, ed il testimonio della misura totale con cui la Chiesa cerca di realizzare quell’amore, che arriva fino alla croce.

Dalla coscienza viva della sua vocazione, della sua consacrazione come strumento di Cristo per il servizio degli uomini, nasce nel Sacerdote la coscienza di un’altra dimensione, quella mistico-ascetica che qualifica la sua persona. Se ogni cristiano è tempio dello Spirito Santo, quale sarà la conversazione interiore dell’anima sacerdotale con l’inabitante Presenza, che lo trasfigura, lo tormenta, lo inebria? Sono per noi Sacerdoti queste parole apostoliche: Habemus… thesaurum istum in vasis fictibus, ut sublimitas sit virtutis Dei et non ex nobis (2 Corinzi 4, 7). Figli e Fratelli Sacerdoti: come si afferma, come si alimenta in noi questa coscienza? Come arde in noi la lampada della contemplazione? Come ci lasciamo attrarre da questo intimo punto focale della nostra personalità, e distrarre perciò per qualche pausa, per qualche interiore conversazione, dall’assillo dell’impegno esteriore? Abbiamo conservato il gusto della orazione personale, della meditazione? Del Breviario? Come possiamo sperare di dare alla nostra attività il suo massimo rendimento, se non sappiamo attingere dalla fonte interiore del colloquio con Dio le energie migliori, ch’Egli solo può dare? E dove trovare la ragione prima e la forza sufficiente del celibato ecclesiastico, se non nella esigenza e nella pienezza della carità diffusa nei nostri cuori consacrati all’unico amore e al totale servizio di Dio e del suo disegno di salvezza?

Ma le strutture, si dice da alcuni, non sono oggi tali da realizzare effettivamente questa dedizione feconda ed esaltante. Qui è la quarta dimensione del sacerdozio: quella ecclesiale. Il Sacerdote non è un solitario, è membro di un corpo organizzato, la Chiesa universale, la diocesi, e, nel caso tipico, e diremmo superlativo, la sua parrocchia. Ed è tutta la Chiesa che deve adattarsi ai nuovi bisogni del mondo: la Chiesa, celebrato il Concilio, è tutta impegnata a questo rinnovamento spirituale ed organizzativo. Aiutiamola con la nostra collaborazione, con la nostra adesione, con la nostra pazienza. Fratelli e Figli carissimi, abbiate fiducia nella Chiesa. Amatela assai. È il termine diretto dell’amore di Cristo: dilexit Ecclesiam (Efesini 5, 25). Amatela anche nei suoi limiti e con i suoi difetti. Non certo per ragione dei limiti e dei difetti, e forse anche delle sue colpe; ma perché solo amandola potremo guarirla e far risplendere la sua bellezza di Sposa di Cristo. È la Chiesa che salverà il mondo, la Chiesa che è la stessa oggi come lo era ieri, come lo sarà domani, ma che trova sempre, guidata dallo Spirito e con la collaborazione di tutti i suoi figli, la forza di rinnovarsi, di ringiovanire, di dare una risposta nuova ai bisogni sempre nuovi.

Pensiamo dunque a tanti Sacerdoti tesi in uno sforzo metodico d’accrescimento spirituale nello studio della Parola di Dio, nella fedele e retta applicazione della riforma liturgica, nell’ampliamento del servizio pastorale verso gli umili e gli affamati di giustizia sociale, nell’educazione del popolo alla pace e alla libertà, nell’accostamento ecumenico dei Fratelli cristiani da noi separati, nell’umile e quotidiano compimento dei doveri loro assegnati, e soprattutto nell’amore irradiante a nostro Signore Gesù Cristo, alla Madonna, alla Chiesa, a tutti gli uomini. E siamo Noi stessi consolati e edificati.

Ed è con questi sentimenti nel cuore, Sacerdoti carissimi, siate voi vicini ovvero lontani, che, nella memoria dei Santi Apostoli e martiri Pietro e Paolo, Noi vi salutiamo e tutti vi benediciamo.

L’Osservatore Romano, 30 giugno – 1° luglio 2018
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Questa voce è stata pubblicata il 01/07/2018 da in Attualità ecclesiale, ITALIANO con tag , .

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