COMBONIANUM – Formazione Permanente

UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

XIV Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

XIV Domenica del Tempo Ordinario, anno B
Marco 6,1-6


Odilon Redon, Cristo in silenzio (particolare), 1897 circa, Musée du Petit Palais, Avignone, Francia


In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Lo scandalo di vedere Dio come uno di noi
Ermes Ronchi

Gesù andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono.
Missione che sembra un fallimento e invece si trasforma in una felice disseminazione: «percorreva i villaggi insegnando».
A Nazaret non è creduto e, annota il Vangelo, «non vi poté operare nessun prodigio»; ma subito si corregge: «solo impose le mani a pochi malati e li guarì». Il rifiutato non si arrende, si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo. L’amante respinto non si deprime, continua ad amare, anche pochi, anche uno solo. L’amore non è stanco: è solo stupito («e si meravigliava della loro incredulità»). Così è il nostro Dio: non nutre mai rancori, lui profuma di vita.
Dapprima la gente rimaneva ad ascoltare Gesù stupita. Come mai lo stupore si muta così rapidamente in scandalo? Probabilmente perché l’insegnamento di Gesù è totalmente nuovo. Gesù è l’inedito di Dio, l’inedito dell’uomo; è venuto a portare un «insegnamento nuovo» (Mc 1,27), a mettere la persona prima della legge, a capovolgere la logica del sacrificio, sacrificando se stesso. E chi è omologato alla vecchia religione non si riconosce nel profeta perché non si riconosce in quel Dio che viene annunciato, un Dio che fa grazia ad ogni figlio, sparge misericordia senza condizioni, fa nuove tutte le cose. La gente di casa, del villaggio, della patria (v.4) fanno proprio come noi, che amiamo andare in cerca di conferme a ciò che già pensiamo, ci nutriamo di ripetizioni e ridondanze, incapaci di pensare in altra luce.
E poi Gesù non parla come uno dei maestri d’Israele, con il loro linguaggio alto, “religioso”, ma adopera parole di casa, di terra, di orto, di lago, quelle di tutti i giorni. Racconta parabole laiche, che tutti possono capire, dove un germoglio, un grano di senape, un fico a primavera diventano personaggi di una rivelazione.
E allora dove è il sublime? Dove la grandezza e la gloria dell’Altissimo? Scandalizza l’umanità di Dio, la sua prossimità. Eppure è proprio questa la buona notizia del Vangelo: che Dio si incarna, entra dentro l’ordinarietà di ogni vita, abbraccia l’imperfezione del mondo, che per noi non è sempre comprensibile, ma per Dio sempre abbracciabile.
Nessun profeta è bene accolto nella sua casa. Perché non è facile accettare che un falegname qualunque, un operaio senza studi e senza cultura, pretenda di parlare da profeta, con una profezia laica, quotidiana, che si muove per botteghe e villaggi, fuori dal magistero ufficiale, che circola attraverso canali nuovi e impropri. Ma è proprio questa l’incarnazione perenne di uno Spirito che, come un vento carico di pollini di primavera, non sai da dove viene e dove va, ma riempie le vecchie forme e passa oltre

Gesù, troppo umano
Enzo Bianchi

Il brano evangelico di questa domenica ci interroga soprattutto sul nostro atteggiamento abituale, quotidiano: atteggiamento che in profondità non spera nulla e dunque non attende nessuno; e soprattutto, atteggiamento che non riesce a immaginare che dal quotidiano, dall’altro che ci è familiare, da colui che conosciamo possa scaturire per noi una parola veramente di Dio. Non abbiamo molta fiducia nell’altro, in particolare se lo conosciamo da vicino, mentre siamo sempre pronti a credere allo “straordinario”, a qualcuno che si imponga. Siamo talmente poco muniti di fede-fiducia, che impediamo che avvengano miracoli perché, anche se questi avvengono, non li vediamo, non li riconosciamo, e dunque questi restano eventi inutili, miracoli che non ottengono il loro fine.

Questo, in profondità, il messaggio del vangelo odierno, una pagina che riguarda la nostra fede, la nostra disponibilità a credere. Gesù era nato da una famiglia ordinaria: un padre artigiano e una madre casalinga come tutte le donne del tempo. La sua era una famiglia con fratelli e sorelle, cioè parenti, cugini, una famiglia numerosa e legata da forti vincoli di sangue, come accadeva in oriente. Da piccolo, come ogni ragazzo ebreo, Gesù ha aiutato il padre nei lavori, ha giocato con Giacomo, Ioses, Giuda, Simone e con le sue sorelle, ha condotto una vita molto quotidiana, senza che nulla lasciasse trasparire la sua vocazione e la sua singolarità. Poi a un certo punto, non sappiamo quando, sono iniziati per lui quelli che Robert Aron ha chiamato “gli anni oscuri di Gesù”, presso le rive del Giordano e del mar Morto, dove vivevano gruppi e comunità di credenti giudei in attesa del giorno di Dio, uomini dediti alla lettura delle sante Scritture e alla preghiera. Gesù a una certa età li raggiunse e qui divenne discepolo di Giovanni il Battista (il quale lo definì “colui che viene dietro a me”: cf. Mc 1,7). Poi sentì come vocazione da Dio quella di essere un predicatore itinerante, iniziando il suo ministero dalla Galilea, la terra in cui era stato allevato (cf. Mc 1,14-15).

E quando ormai Gesù ha un gruppo di discepoli che vivono con lui (cf. Mc 3,13-19), nella sua predicazione di villaggio in villaggio, in giorno di sabato entra nella sinagoga di Nazaret, “la sua patria”. Torna dopo molto tempo trascorso altrove, e gli abitanti del villaggio lo ricordano come “figlio di” e “fratello di”. Al momento della lettura del brano della Torah (parashah) e dei profeti (haftarah), Gesù, essendo un uomo ebreo, come ogni altro ebreo di più di dodici anni, dopo essere diventato bar mitzwah, figlio del comandamento, ha la possibilità di salire sull’ambone e di prendere la parola. Non è un sacerdote, non è un rabbi ufficialmente riconosciuto – “ordinato”, diremmo noi – ma esercita questo diritto di leggere le Scritture e tenere l’omelia.

A differenza di Luca (cf. Lc 4,16-30), Marco non specifica né i testi biblici proclamati né il contenuto del commento di Gesù, ma mette in evidenza la reazione dell’assemblea liturgica che lo ha ascoltato. D’altronde la sua fama lo ha preceduto: torna a Nazaret come un “maestro” dai tratti profetici, capace di operare guarigioni, azioni miracolose con le sue mani. La prima reazione è di stupore e ammirazione: è un bravo predicatore, ha autorevolezza, la sua parola colpisce e appare ricca di sapienza. Ma di fronte a tale incontestabile verità ecco emergere un pensiero: lo conosciamo come uno di noi, la sua famiglia è qui, i suoi fratelli e le sue sorelle hanno nomi precisi. Dunque che cosa pretende, che cosa vuole? Perché dovrebbe essere “altro”? Sì, Gesù era un uomo come gli altri, si presentava senza tratti straordinari, appariva fragile come ogni essere umano. Così quotidiano, così dimesso, senza qualcosa che nelle sue vesti proclamasse la sua gloria e la sua funzione, senza un “cerimoniale” fatto di persone che lo accompagnassero e lo rendessero solenne nell’apparire tra gli altri.

No, troppo umano! Ma se non c’è in lui nulla di “straordinario”, come poterlo accogliere? Con ogni probabilità, Gesù non aveva neppure una parola seducente, non si atteggiava in modo da essere ammirato o venerato. Era troppo umano, e per questo “si scandalizzavano di lui” (eskandalízonto en autô), cioè sentivano proprio in quello che vedevano, in quella sua umanità così quotidiana, un ostacolo a mettere fiducia in lui e nella sua parola. Dunque quel ritorno al villaggio natale è stato un fallimento. Gesù lo comprende e osa proclamarlo ad alta voce: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Sì, questo è avvenuto: proprio chi pretendeva di conoscerlo, in quanto concittadino, vicino o parente, giunge a disprezzarlo. Marco aveva già annotato che all’inizio della sua predicazione i suoi familiari erano venuti per prenderlo e portarlo via, dicendo che egli era pazzo, fuori di sé (éxo: cf. Mc 3,21); ma ora è tutta la gente a emettere questo giudizio negativo su di lui: il suo atteggiamento è troppo umano, poco sacrale, poco rituale!

Gesù allora si mette a curare i malati là presenti, e ne guarisce anche qualcuno, ma è come se non avesse operato miracoli, perché il miracolo avviene quando il testimone passa dall’incredulità alla fede. Qui invece sono restati tutti increduli, per questo Marco sentenzia: “non poteva compiere nessun miracolo” (dýnamis). Gesù è ridotto all’impotenza, non può agire con potenza, non può neanche fare il bene, perché non c’è fede in lui da parte dei presenti. Che torto aveva Gesù? Rispetto a quei “suoi”, camminava troppo avanti agli altri, teneva un passo troppo veloce, vedeva troppo lontano, aveva la parrhesía, il coraggio di dire ciò che gli altri non dicevano, osava pensare ciò che gli altri non pensavano, e tutto questo restando umano, troppo umano.

Ecco ciò che attende chiunque abbia ricevuto un dono da Dio, anche solo una briciola di profezia: diventa insopportabile, e comunque è meglio non fargli fiducia… Gesù “si stupisce della loro mancanza di fede (apistía)”, e tuttavia non demorde: continua la sua missione andando altrove, sempre predicando e operando il bene. Ma senza ricevere fede-fiducia, Gesù non riesce né a convertire né a guarire.

http://www.monasterodibose.it

Lo «scandalo» di un Dio che entra nella mia casa
Ermes Ronchi

Il Vangelo di oggi è chiuso tra due parentesi di stupore: inizia con la sorpresa della gente di Nazaret: Da dove gli viene tutta questa sapienza e questi prodigi?. E termina con la meraviglia di Gesù: E si meravigliava della loro incredulità. Né la sapienza né i miracoli fanno nascere la fede; è vero il contrario, è la fede che fa fiorire miracoli.

La gente passa in fretta dalla fascinazione alla diffidenza e al rifiuto. Da dove gli vengono queste cose? Non da Nazaret. Non da qui. In questa domanda «Da dove?» è nascosto il punto da cui ha origine l’Incarnazione: con il Verbo entra nel mondo un amore da altrove, “alieno”, qualcosa che la terra da sola non può darsi, viene uno che profuma di cielo. Quel mix di sapienza e potenza che Gesù trasmette, non basta alla gente di Nazaret per aprirsi allo spirito di profezia, quasi che il principio di realtà («Lo conosco, conosco la sua famiglia, so come lavora») lo avesse oscurato.

Ma l’uomo non è il suo lavoro, nessuno coincide con i problemi della sua famiglia: il nostro segreto è oltre noi, abbiamo radici di cielo. Gesù cresce nella bottega di un artigiano, le sue mani diventano forti a forza di stringere manici, il suo naso fiuta le colle, la resina, sa riconoscere il tipo di legno. Ma, noi pensiamo, Dio per rivelarsi dovrebbe scegliere altri mezzi, più alti.

Invece lo Spirito di profezia viene nel quotidiano, scende nella mia casa e nella casa del mio vicino, entra là dove la vita celebra la sua mite e solenne liturgia, la trasfigura da dentro. Fede vera è vedere l’istante che si apre sull’eterno e l’eterno che si insinua nell’istante.

Dice il Vangelo: Ed era per loro motivo di scandalo. Scandalizza l’umanità di Gesù, la prossimità di Dio. Eppure è proprio questa la buona notizia del Vangelo, stupore della fede e scandalo di Nazaret: Dio ha un volto d’uomo, il Logos la forma di un corpo. Non lo cercherai nelle altezze del cielo, ma lo vedrai inginocchiato a terra, ai tuoi piedi, una brocca in mano e un asciugamano ai fianchi.

La reazione di Gesù al rifiuto dei compaesani non si esprime con una reazione dura, con recriminazioni o condanne; come non si esalta per i successi, così Gesù non si deprime mai per un fallimento, «ma si meravigliava» con lo stupore di un cuore fanciullo. A conclusione del brano, Marco annota: Non vi poté operare nessun prodigio; ma subito si corregge: Solo impose le mani a pochi malati e li guarì. Il Dio rifiutato si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo. L’amante respinto continua ad amare anche pochi, anche uno solo. L’amore non è stanco: è solo stupito. Così è il nostro Dio: non nutre mai rancori, lui profuma di vita.

http://www.avvenire.it

Dio, forte nella nostra debolezza
Alvise Bellinato

È particolarmente suggestivo il tema che viene affrontato dalle letture di questa Domenica. Apparentemente sembra una contraddizione: Dio, il potente, è capace di manifestarsi nell’uomo anche attraverso la sua debolezza.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato come il profeta Ezechiele viene mandato agli israeliti per proclamare la parola di Dio. Dio, però, fin dall’inizio, gli preannuncia che la sua parola non verrà accolta. Gli israeliti riserveranno al profeta lo stesso trattamento che hanno riservato al Signore: la non accoglienza della parola. Alla base di questa situazione di non accoglienza della parola di Dio c’è un atteggiamento di ribellione e di “sclerocardia” (indurimento del cuore). Il popolo è composto infatti da “figli testardi e dal cuore indurito”. Contro la testardaggine e l’irrigidimento nemmeno Dio può far nulla.

Verrebbe da domandarsi che senso abbia l’esercizio della funzione profetica, quando già si sa che la parola non verrà accolta. Ha un significato annunziare la volontà di Dio quando si sa già, in anticipo, che essa non verrà accettata? Non è questo un vano esercizio, una perdita di tempo? Il libro del profeta Ezechiele ci dice che anche nel rifiuto della verità, che è logica conseguenza del bene più prezioso che Dio ha donato all’uomo – la libertà – si manifesta un importante elemento della funzione profetica: essere testimoni di Dio.

Il profeta non annuncia la parola di Dio per “vincere” o per “avere ragione”. Il profeta è chiamato a svolgere la sua funzione nella libertà interiore, senza cercare il consenso e l’approvazione, senza puntare alla popolarità e all’accoglienza. La sua funzione è portare un messaggio che non è suo: è di Dio. Ci penserà Dio a realizzarlo. Dio rispetta la libertà dell’uomo, sa che l’uomo può rifiutare di accogliere il suo messaggio, ma lo comunica – attraverso i profeti – ugualmente, con la speranza che un giorno, dopo aver sperimentato le conseguenze della durezza di cuore e della ribellione, gli uomini, ripensando alle sue parole, possano ravvedersi.

Si rileva qui una funzione importante della profezia: il popolo conoscerà che un profeta è in mezzo a loro non tanto perché il profeta sarà potente, rispettato, accolto, ma – al contrario – perché sarà sconfitto e “perdente”. Ciò che conta, agli occhi di Dio, è lo svolgimento della propria vocazione. Dio è capace di conferire al profeta la sua identità, e di far sì che essa venga riconosciuta dal popolo, anche attraverso l’esperienza della debolezza e dell’umano fallimento.

Questa parola ci ricorda come sia importante, per i cristiani, essere testimoni della parola di Dio anche in contesti in cui difficilmente la testimonianza sarà accolta. L’esito della testimonianza non dipende da noi. Siamo servi inutili: quando abbiamo fatto ciò che ci è stato domandato, lasciamo che sia Dio a dare compimento e forza al suo progetto.

Una tematica simile è affrontata nella seconda lettura. Paolo si lamenta per una “spina nella carne” che lo tormenta e dalla quale vorrebbe essere liberato. Non sappiamo esattamente di cosa si tratti: certamente era qualcosa che lo disturbava e gli rendeva difficile la missione profetica. Per ben tre volte – ci dice – ha pregato il Signore che lo liberasse da questa spina. Ma egli si è sentito rispondere dal Signore qualcosa di veramente sorprendente: “La mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza”.

Vengono in mente quelle pagine della Bibbia in cui Dio parla in questo modo: “Non vorrei che tu pensassi che grazie alla tua bravura hai vinto la battaglia (oppure: hai ottenuto il successo, ecc.)”. Per evitare che Israele monti in superbia e attribuisca a se stesso il merito di certe imprese, spesso Dio chiede qualcosa di strano: chiede di diminuire il numero di soldati in battaglia, di fare cose incomprensibili (umanamente prive di logica), affinché appaia chiaro che l’opera è di Dio e non dell’uomo.

Anche l’apostolo fa questa esperienza “per non montare in superbia a causa della grandezza delle rivelazioni”. Affinché Paolo non possa pensare che le conversioni suscitate dalla sua predicazione siano frutto della sua eloquenza o della sua capacità comunicativa, Dio gli pone una spina nella carne. In questo modo si realizza ciò che Dio vuole: appare chiaro che l’opera è di Dio e non dell’uomo.

Esiste un legame sottile tra l’esperienza di Ezechiele che, attraverso la sconfitta umana, viene riconosciuto come profeta del Signore, e Paolo, che attraverso l’esperienza del limite, diventa strumento della potenza di Dio. Entrambi sono solo mezzi e, in quanto tali, possono anche fare l’esperienza dell’inadeguatezza e della sconfitta. Paradossalmente, proprio grazie a questa inadeguatezza, saranno riconosciuti come strumenti di un messaggio che non è loro, ma di Dio.

Anche per noi cristiani vale questa regola: la testimonianza che dobbiamo portare al mondo non è nostra. Siamo solo portatori della Parola di un Altro. Dobbiamo farlo con coerenza e carità, facendo del nostro meglio perché questa Parola venga accolta, ma dobbiamo sempre lasciare l’esito a Dio, affinché la sua volontà sia fatta. Così agendo, potremo forse giungere anche noi a riconoscere: “Quando sono debole, è allora che sono forte”, che equivale a dire: quando sono solo uno strumento, Dio può passare in me.

Infine, il Vangelo recupera ancora l’argomento trattato dalle altre due letture. Gesù stesso, il figlio di Dio, fa l’esperienza di Ezechiele e Paolo. Nel suo caso il limite non è costituito da una aperta ribellione del popolo o da un problema o una limitatezza della sua persona, ma dal fatto di trovarsi nella sua patria, tra la sua gente. La gente lo conosce e commenta: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria?”.

È molto forte l’annotazione presente nel Vangelo odierno: “E si scandalizzavano di lui”. La parola “scandalo” deriva dal greco e significa “inciampo”. L’inciampo – umanamente parlando – per Ezechiele era stato il trovarsi in mezzo a una genia di ribelli, a gente dal cuore indurito. L’inciampo, per Paolo, era stato il constatare la propria limitatezza umana. L’inciampo, per Gesù, è il trovarsi in mezzo a persone che non riescono ad immaginare che proprio lui, il concittadino carpentiere, possa essere il figlio di Dio.

Questo atteggiamento del popolo genera l’incredulità, la scarsa disponibilità ad accogliere il dono presente nella persona Gesù. Contro questa incredulità nemmeno Gesù può intervenire: “E non potè operare nessun prodigio”. L’incredulità dell’uomo ha il potere straordinario di annullare l’onnipotenza di Dio. Come Ezechiele si era arreso davanti alla ribellione di Israele, come Paolo si arrende al proprio limite, così Gesù si ferma davanti all’incredulità.

La libertà, che si manifesti in opposizione, limite o mancanza di fede, è una caratteristica dell’uomo, creato a immagine di Dio. A volte non è proprio usata bene e non vale la pena chiamarla libertà, ma è sempre la capacità delle persone di fare le proprie scelte, anche in opposizione al piano di Dio.

Nell’atteggiamento di Gesù, rifiutato dal suo popolo, possiamo vedere quello di tanti cristiani, che sperimentano la difficoltà a testimoniare la loro identità, proprio all’interno della famiglia o nell’ambiente dove sono ben conosciuti. Anche Gesù ha conosciuto questo limite.

In conclusione, la liturgia odierna ci invita a compiere un atto di umiltà profondo. “Siamo servi inutili, abbiamo fatto solamente ciò che ci è stato chiesto”. Quando ci siamo sforzati di vivere in conformità al Vangelo, lasciamo l’esito nelle mani di Dio.

http://www.lachiesa.it

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3 commenti su “XIV Domenica del Tempo Ordinario (B) Commento

  1. Luca Zacchi
    02/07/2015

    L’ha ribloggato su Luca Zacchi, energia in relazionee ha commentato:
    Per iniziare a prepararsi al Giorno del Signore, tempo favorevole, tempo della nostra salvezza.

    Mi piace

  2. Pingback: XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) GESÙ, TROPPO UMANO – ENZO BIANCHI · In cammino verso Gesù Cristo,

  3. Pingback: XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B) DIO, FORTE NELLA NOSTRA DEBOLEZZA · LA PAGINA DI SAN PAOLO APOSTOLO

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Questa voce è stata pubblicata il 05/07/2018 da in anno B, Domenica - commento, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B).

San Daniele Comboni (1831-1881)

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