COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Due ruote di contraddizioni

filimon

ALTRE AFRICHE
di Davide Maggiore

Il nome, non lo cita nessuna fonte. Tutto quello che si sa – o si crede di sapere – è che era un soldato italiano. Un milite ignoto che però non viene citato per essere caduto in qualche guerra. Ma per aver introdotto la bicicletta in Eritrea. Era il 1898, o forse il 1910, a seconda delle versioni di una leggenda popolare che col tempo è diventata Storia. Anzi, molte storie, perché quel mezzo di trasporto ancora oggi chiamato, ad Asmara e dintorni, col suo nome italiano, si è legato strettamente con le vicende, non solo sportive, del paese del Corno d’Africa.

Era anche su due ruote, ad esempio, che si teneva vivo l’orgoglio nazionale durante la lunga occupazione etiope: gli albi d’oro registrano sotto la bandiera di Addis Abeba i due primi posticonquistati dalla squadra di ciclismo ai giochi panafricani di Lagos nel 1973. Ma il team era composto totalmente da atleti eritrei. A cui la federazione, proprio per questo, non fornì neanche le magliette con la bandiera verde, gialla e rossa. Salvo poi, come ricorda uno dei campioni di allora – Bayene Simon – rimediare non appena i fotografi si fecero avanti per immortalare i vincitori. Ma le biciclette, per gli etiopi, erano fonte anche di timori più seri, tanto che ne proibirono la circolazione nei viali princpali di Asmara. Per paura di quei combattenti della resistenza armata eritrea che, stando in sella, gettavano bombe contro obiettivi sensibili, o portavano a termine omicidi mirati, per poi allontanarsi a forza di pedali.

Gloria sportiva e questioni politiche, sotto il segno della bicicletta: il quadro non è cambiato neanche con l’indipendenza dell’Eritrea. Perché lo sport è uno dei volti con cui il governo di Asmara – aspramente criticato a livello internazionale per la situazione dei diritti umani, politici e civili all’interno dei suoi confini – tenta di mettersi in buona luce all’estero. E in questo senso conta molto proprio sui ciclisti. Tra i più celebri, Daniel Teklehaimanot, plurimedgliato a livello africano, ma soprattutto primo nel continente a vestire la maglia a pois del miglior scalatore al Tour de France, nel 2015. Exploitripetuto all’ultimo giro d’Italia, in cui ha primeggiato nella speciale classifica dei traguardi volanti.

Ma proprio nei mesi in cui Teklehaimanot si metteva in luce, sulle salite francesi un altro ciclista suo connazionale varcava i confini eritrei. Clandestinamente, però, e non per competere. Perché Filimon era un fuggiasco: uno dei molti in cerca di asilo politico e di protezione dai soprusi del suo stesso governo. Come rifugiato, Filimon non può correre ufficialmente sotto nessuna bandiera e probabilmente  non raggiungerà mai la fama internazionale. Ma con altri cinque eritrei ad Addis Abeba ha voluto ugualmente creare una squadra, per gareggiare a livello locale. Perché cambiano i contesti politici e le epoche, ma la bicicletta, in Eritrea, continua ad essere anche e soprattutto un simbolo di riscatto.

http://www.nigrizia.it
8.6.2017

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Questa voce è stata pubblicata il 10/07/2018 da in Attualità sociale, Giustizia e Pace, ITALIANO con tag , , .

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