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Nessun essere umano è straniero: il saggio di Zygmunt Bauman

Dal grande sociologo scomparso un appello segnato da una forte tensione morale. Il volume è introdotto da una riflessione inedita della filosofa Donatella Di Cesare.

di MARIA SERENA NATAL

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Il sociologo ebreo polacco Zygmunt Bauman era nato a Poznan il 19 novembre 1925 ed è morto a Leeds il 9 gennaio 2017

Quando se n’è andato, nel 2017 a 91 anni, Zygmunt Bauman ci ha privato di una voce coraggiosa, di uno sguardo attento a ogni sussulto della storia e pronto ad accogliere la contraddizione per poi smontarla dall’interno. Nei suoi scritti il lavoro di una vita, dedicato a separare il nucleo delle verità inconfessabili dal parlare anonimo, dagli inganni della propaganda, dal pregiudizio.

Nel libro del 2016 che il «Corriere della Sera» ripropone da oggi con prefazione di Donatella Di Cesare, Stranieri alle porte, Bauman analizzava la reazione delle società europee alla crisi migratoria che aveva appena toccato l’apice, inquadrando con chiarezza l’inquietudine dell’Occidente e il nuovo verbo del securitarismo in un più ampio orizzonte definito dai due poli della responsabilità e dell’indifferenza morale.

Estraneità ed esilio, Bauman li conosceva bene. Ebreo polacco sfuggito al nazismo, riparato in Unione Sovietica, tornato e ancora perseguitato nel suo Paese, emigrato in Israele, infine approdato nel Regno Unito, patria del liberalismo e del razionalismo. Militare in guerra con i sovietici, marxista ortodosso poi critico (influenzato da Antonio Gramsci), sociologo e filosofo tra i più grandi del Novecento, ha indagato le ambivalenze di una modernità osservata attraverso la lente che lo ha reso noto nel mondo, la «liquidità». Categoria fondamentale del suo pensiero, nella quale però non ha mai voluto esaurire un percorso sempre teso in avanti, a studiare le trasformazioni delle interazioni umane, il linguaggio della politica, i fenomeni di massa.

Nei migranti, brechtiani «portatori di cattive notizie» dei quali pure il capitalismo ha bisogno per spingere al ribasso il costo del lavoro e aumentare i profitti, Bauman individua l’incarnazione perfetta della paura del «grande ignoto» in un mondo il cui ordine è sottratto al controllo dei cittadini, umiliati dalla loro stessa impotenza.

Disumanizzati, trasformati dal discorso pubblico in un’oscura forza che avanza minacciosa, gli stranieri smettono di essere titolari di diritti — come i diritti di ospitalità e di visita evocati da Immanuel Kant nel Progetto filosofico per la Pace perpetua: «Il diritto di uno straniero di non essere trattato ostilmente quando arriva sul suolo di un altro» e «il diritto che spetta a tutti gli uomini, di proporsi come membri della società». Si crea così un dispositivo attraverso il quale una comunità già frammentata e dispersa può, senza gravi conflitti di coscienza, escludere l’ospite dal perimetro della responsabilità sociale, rimuoverlo dalla comune condizione umana, relegarlo nella realtà parallela degli hotspot, dei centri di identificazione e delle quote.

Una strategia tanto più praticabile in «società della prestazione» come quella attuale, dove le relazioni sono valutate per la capacità di produrre risultati e l’individuo, non più garantito e indirizzato da una politica incapace di risolvere problemi complessi, è chiamato a un continuo sforzo di autoaffermazione anche a scapito dell’altro, percepito come rivale nella lotta di tutti contro tutti per un posizionamento sul mercato.

Così il dibattito sull’immigrazione è gradualmente scivolato dal piano dell’etica a quello della sicurezza, della prevenzione della criminalità e della difesa dell’ordine pubblico, nella cornice di uno stato di allerta ed emergenza permanente.

A questa distorsione Bauman contrappone una visione all’apparenza utopica: siamo un solo pianeta, una sola umanità. L’unica via per superare una crisi che è d’identità e di senso sta nell’incontro, nella conoscenza, nella comprensione intesa nel significato gadameriano della fusione di orizzonti. All’Europa dei confini chiusi e delle rotte controllate l’intellettuale marxista rivolge l’esortazione ripresa dall’omelia di papa Francesco a Lampedusa, 8 luglio 2013: chiediamoci chi ha pianto, chi ha pianto oggi nel mondo?

Corriere della Sera, 8 luglio 2018 (modifica il 9 luglio 2018)

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Questa voce è stata pubblicata il 11/07/2018 da in Attualità sociale, Cultura, ITALIANO con tag , .

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