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UNO SGUARDO MISSIONARIO SUL MONDO E LA CHIESA Missionari Comboniani – Formazione Permanente – Comboni Missionaries – Ongoing Formation

XV Domenica del Tempo Ordinario (B) Lectio

XV Domenica del Tempo Ordinario (B)
Marco 6,7-13

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Marco 6, 7-13
Lectio di Silvano Fausti

1. Messaggio nel contesto

“Chiama innanzi i Dodici e cominciò a inviarli”. I Dodici furono prima chiamati ciascuno singolarmente a seguirlo (cf 1,16-20; 2,14). Poi furono comunitariamente costituiti per “essere con lui” (3,14). Ora sono inviati ai fratelli a due a due.

Ci sono tre livelli di un’identica vocazione, con tre chiamate successive, che segnano rispettivamente il passaggio dalla dispersione alla sequela, dalla sequela alla comunione con lui, dalla comunione con lui alla missione verso tutti.

Questo brano è un “breviario di viaggio”, perché gli inviati non dimentichino di riprodurre il volto di chi li invia. È la carta di identità della Chiesa apostolica, ossia mandata da Gesù – la cui missione fu in povertà, e passò attraverso fallimento, nascondimento, impotenza e piccolezza (cf c. 4).

Chi è mandato ai fratelli riceve il più grande dono del Padre: è pienamente associato al Figlio, partecipe del mistero che annuncia.

Con l’invio dei Dodici, Gesù non è più solo. Comincia ad essere il primo di numerosi fratelli, un chicco che già si è moltiplicato. Questa prima missione ad Israele è già un raccolto che si fa semina per un altro successivo, che sarà sempre più abbondante, fino alla fine dei tempi, quando tutti gli uomini mangeranno il pane del Figlio.

Qui inizia la “sezione dei pani” (6,6b-8,30). Dopo quella sulla Parola e sul battesimo (3,7-5,43), segue la catechesi sull’eucaristia, alla fine della quale Gesù sarà riconosciuto. Egli infatti si rivela come Cristo e Signore proprio in quanto amore che per noi si fa pane e vita.

L’annuncio dell’evangelo è sempre in povertà, perché proclama la croce che ha salvato il mondo. I Dodici, e quelli dopo di loro, devono avere grande cura di vivere i valori del Regno che annunciano: sono quelli che Gesù ha esposto nelle parabole del c. 4, dopo averli vissuti in prima persona. La tentazione più grossa è ritenere che ci siano altri mezzi più adatti al fine.

Più che di ciò che bisogna dire, Gesù si mostra preoccupato di ciò che bisogna essere. Ciò che sei, grida più forte di ciò che dici. È vero che la parola di Dio è efficace di per sé; non è la mia testimonianza a renderla credibile. Tuttavia la mia controtestimonianza ha il potere di renderla incredibile. Nel male ho sempre un potere maggiore che nel bene: non so creare un fiore: so però distruggerlo!

La povertà che Gesù “ordina” non è di tipo stoico. Viene dalla gioia di chi ha scoperto il tesoro (Mt 13,44), e conduce alla vittoria sul peccato del mondo – che consiste nella brama di avere, di potere e di apparire, strumenti mortali escogitati dalla paura della morte.

La sua povertà non è una privazione, ma un valore sommo, anzi la somma dei valori della sua vita. Infatti Dio, essendo amore, è povero. Il suo avere è il suo essere, e il suo essere è essere dell’altro, nel dono di sé del Padre al Figlio e del Figlio al Padre, nell’unico Spirito.

Anche per noi la povertà è la condizione per amare. Infatti finché hai cose, dai cose; quando hai nulla, dai te stesso. Solo allora ami veramente, e puoi condividere. Inoltre ciò che hai, ti divide dall’altro; ciò che dai, ti unisce, e ti fa solidale con lui. Finché non sei povero, ogni cosa che dai è solo esercizio di potere.

La povertà è poi verità: tu non sei ciò che hai, ma ciò che dai; e solo se hai nulla, dai te stesso e sei te stesso. È anche libertà dall’idolo che domina il mondo – il dio mammona che garantisce la soddisfazione di ogni altro desiderio. È inoltre Il volto concreto della fede, che ti fa porre tutta la fiducia in Dio come Padre tuo e Signore di tutto. È infine bisogno di accoglienza. Per essa l’apostolo fa l’esperienza di figlio, che è bisogno di accoglienza, dando all’altro l’opportunità di esercitare in prima persona la misericordia del Padre.

Già nell’AT povertà, piccolezza e impotenza sono i mezzi che Dio sceglie per vincere (cf Sam 2,1-10; Es 3,11; 4, 10; Gdc 7,2). Infatti ha scelto ciò che è stolto e debole per confondere i sapienti e i forti, ciò che è ignobile, disprezzato e nulla, per ridurre al nulla le cose che sono (1Cor 1,27 s). D’altra parte tutti noi conosciamo la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, che da ricco che era si fece povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (2Cor 8,9).

Questa lezione l’avevano appresa bene Pietro e Giovanni, quando compirono il primo miracolo della Chiesa nascente. Fecero camminare lo storpio con le parole: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina” (At 3,6). Se avessero avuto argento e oro, avrebbero fatto un’opera buona, magari un istituto per storpi! Ma la fede può venire solo dall’annuncio fatto in debolezza, perché è libera risposta alla parola di Cristo.

Per vincere lo spaventoso Golia, David dovette liberarsi dell’armatura così bella che il re gli aveva offerto: “Non posso camminare con tutto questo” (1Sam 17,39). Per vincere, Gedeone dovette ridurre il suo potente esercito da 30.000 a 300: erano troppo numerosi perché Dio li facesse vincere (Gdc 7,1 ss)! L’efficacia divina dell’annuncio è inversamente proporzionale all’efficienza dei mezzi umani.

Dobbiamo essere fortemente persuasi che la salvezza viene dalla croce, svuotamento che rivela Dio. Guai se la nostra potenza o sapienza la vanifica (1Cor 1,17). Per questo Paolo si presenta in debolezza, con molto timore e trepidazione, riponendo tutta la sua sapienza in Cristo, e in Cristo crocifisso (1Cor 2,2 s). E dice: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10) – forte della fiducia in Dio, la cui debolezza è più forte degli uomini.

Gesù invia i suoi in povertà, come il Padre ha inviato lui.

I discepoli, attraverso la missione, sono chiamati alla forma più alta di vita cristiana: sono pienamente associati al Figlio, che, conoscendo l’amore del Padre, è spinto verso tutti i fratelli.

2. Lettura del testo

  1. 6b E girava per i villaggi tutt’intorno insegnando. Con la sua itineranza apostolica – non ha dove posare il capo (Lc 9,58), la strada è la sua casa – Gesù fa in prima persona ciò che poi comanda. Prima che a parole, ha sempre istruito coi fatti. “Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,15). Il suo viaggiare infaticabile è espressione del suo amore che cerca tutti.
  2. 7 chiama innanzi i Dodici. È la terza chiamata. La prima fu alla fede e alla sequela; la seconda a essere con lui; la terza alla sua stessa missione di Figlio, che è portare l’amore del Padre a tutti i fratelli.

cominciò a inviarli. È l’inizio della missione. Finirà quando sarà compiuto il disegno del Padre, che vuole che la sua casa sia piena (Lc 14,23). Ma se manca un solo figlio, è sempre vuota!

a due a due. Sono in due perché si aiutino a vicenda, perché la loro testimonianza sia valida, ma soprattutto perché devono testimoniare tra loro l’amore che proclamano agli altri. Infatti se due stanno insieme, è perché c’è un terzo: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Due inoltre è il principio di molti, germe della comunità. La missione, come non è una iniziativa privata (1Cor 9,17), così non è un incarico personale: come è da un altro, così è sempre con altri. I compagni di Gesù, se hanno imparato a essere con lui, sanno stare anche tra di loro nel suo nome, insegnando così agli altri a fare altrettanto.

dava. Indica un’azione continuata: dava questo potere a ogni singola coppia.

potere sugli spiriti immondi. Il potere sugli spiriti immondi è conferito loro dopo che sono stati a lungo con lui (3,13 ss). Diversamente può capitare loro come agli esorcisti di Efeso, che usavano il suo nome senza essere con lui (cf At 19,13-17)!

  1. 8 comandò. Non è un consiglio. È la prima volta che Gesù comanda qualcosa. Dà solo due altri ordini analoghi (v. 39 e 8,6), usando un’unica volta metodi coercitivi (v. 45) e sempre in questa sezione. Si comanda quando si sa che l’altro da sé non farebbe, o farebbe diversamente. Soltanto l’obbedienza a lui motiva la missione in povertà. Il nostro buon senso apostolico farebbe volentieri il contrario. L’osservanza di questo comando è prova della nostra fede in lui.

non portare nulla. Questo nulla è l’unica cosa di cui il Signore ha bisogno per agire e ridurre a nulla tutti i nemici dell’uomo. È la nudità della sua croce, che ha redento il mondo. Con essa ci ha arricchiti di ogni cosa, fino a darci se stesso. Chi annuncia non deve essere “per” o “con” i poveri – eventualmente per farli diventare ricchi! Deve semplicemente “essere povero”, in obbedienza al suo Signore. Diversamente partecipa del potere non della croce, ma dei mezzi che usa.

per via. Il discepolo percorre la stessa via del maestro. La forza del suo cammino è il bastone di colui che lo precede.

se non il bastone. Il bastone è lo strumento primordiale. Pròtesi che allunga e potenzia la mano, serve come appoggio, difesa, attacco. Dio con esso aprì il mar Rosso, fece scaturire acque nel deserto, e rese vive le acque morte di Mara. Debole cosa fatta di legno, è anche scettro, simbolo del potere. Il bastone regale che Gesù concede, mezzo potente contro ogni avversario, è la povertà, che esprime tutta la sua forza nel legno della croce.

né pane. Il pane è la vita. La vita è il dono del Padre. Essi la riceveranno nel corpo del Figlio. E vivranno non di ciò che possiedono, ma di questo pane, che dà la gioia di ricevere e donare, in rendimento di grazie.

né bisaccia. La bisaccia piena di provviste garantisce la vita al viandante. La sicurezza dell’apostolo non sta in ciò che ha di riserva, ma in ciò che ha lasciato per amore.

né danaro nella cintura. La cintura è una fascia che, doppiata, serve da borsa per il denaro, il mediatore universale, che procura tutto. La vera ricchezza del discepolo è la povertà, che, facendo confidare solo in Dio, ce lo fa riconoscere come Padre. È madre, perché ci genera suoi figli.

  1. 9 calzate i sandali. Servono per camminare. È lungo il cammino di chi annuncia: deve raggiungere tutti, fino agli estremi confini della terra. Ma il suo piede non si gonfierà (Dt 8,4), se ascolterà questa parola del Signore. Gli schiavi vanno scalzi; chi evangelizza ha i calzari, perché è libero e annunzia la libertà dei figli. Sandali e bastone sono inoltre la tenuta pasquale (Es 12,1 1).

non indossate due tuniche. Se ne hai due, una non è tua, ma del fratello che non ce l’ha. Se affermi che sei fratello, non potrà non chiedertela, per vedere se è vero quello che dici. Se non gliela dai, sei falso. Ma, se gliela dai, la sua fede rimarrà attaccata alla tua fragile testimonianza, invece che alla roccia della parola di Dio; e più di questa gli interesserà il vestito, con il risultato che avrai fatto nascere in lui la cupidigia che avresti dovuto vincere. Per questo è necessario avere solo una veste. E sottile la tentazione di andare in giro a dare cose di vario tipo a fin di bene. In realtà eserciti solo potere e allontani dalla fede, che è obbedienza libera alla Parola. Più sei senza cose e hai nulla da dare, più puoi condividere la tua speranza e comunicare Cristo., il solo tesoro. Allora l’unica tunica che hai ti aiuterà a essere rivestito di lui, l’uomo nuovo, veste che non si logorerà mai (Dt 8,4).

  1. 10 Dovunque entriate in una casa, lì dimorate, ecc. La povertà è bisogno di accoglienza. Tu hai dato tutto per amore. Ci sarà chi ti ospita, dando dei suo. Così anche lui entra nel cerchio vitale del dono (vedi At 16,11-15). E sii contento di quel che trovi, senza cercare di meglio o far preferenze.
  2. 11 E qualunque luogo non vi accolga. Gesù per primo fu respinto. Il rifiuto che accompagna la missione, non distrugge, ma realizza il Regno. Non è forse un seme, che porta frutto solo se è gettato e muore?

scuotetevi la polvere. Con questo gesto si visibilizza il suo peccato, forse consumato inavvertitamente.

in testimonianza per loro. Nel rifiuto, che si fa croce del rifiutato, si testimonia in pienezza ciò che si annuncia: un amore incondizionato che si dona e rispetta la libertà, con le braccia sempre aperte ad accogliere.

  1. 12 proclamarono. Come Gesù. Vedi la sintesi del suo annuncio in Mc 1,14 s. “È piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione” (1Cor 1,21). La parola, mezzo debole, è l’unico che rende possibile una comunicazione libera. In questa debolezza si manifesta la potenza dei suo Spirito (1Cor 2,4).

che si convertissero. In questa parola “conversione” sta il centro di ogni annuncio. Il modo di essere dei Dodici mostra da che e a chi convertirsi. Forse non ci sono molte altre parole da dire agli uomini se non che si convertano dal loro male al Signore.

  1. 13 e scacciavano molti demoni. Il loro annuncio è accompagnato dal potere che la Parola ha di vincere lo spirito di menzogna.

e ungevano di olio molti infermi e li curavano. Non risulta che Gesù usasse l’olio, a differenza dei suoi discepoli (cf Gc 5,14), che ne continuano l’azione. Non è certo l’olio a guarire, né l’acqua a liberare dal peccato, né il pane o il vino a dare la vita nuova, ma il nome del Signore e la sua parola pronunciata su questi elementi. Essi sono segni sacramentali con cui Gesù significa e opera la salvezza per chi ha fede nella sua parola.

3. Esercizio

  1. Entro in preghiera, come al solito.
  2. Mi raccolgo, osservando il luogo: vedo Gesù che gira attorno per i villaggi insegnando.
  3. Chiedo ciò che voglio: chiedo al Padre di mettermi con il Figlio, associandomi alla sua stessa missione in povertà e gratuità, se a lui piace.
  4. Traendone frutto, vedo, ascolto e guardo le persone: chi sono, che dicono, che fanno.
  5. Passi utili: Am 7,12-15; Sal 147,12-20; Mc 1,16-20; 3,13-19; At 3,1-10.

 

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Un commento su “XV Domenica del Tempo Ordinario (B) Lectio

  1. Es siempre Él quien actúa, y pide que los suyos sigamos su ejemplo sólo como instrumentos, sus manos largas,….

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Questa voce è stata pubblicata il 12/07/2018 da in anno B, Domenica - lectio, ITALIANO, Liturgia, Tempo ordinario (B) con tag .

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