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Lectio sul Profeta ISAIA – Stancari (1)

XV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Profeta Isaia (Proto-Isaia: Capitoli 1-39)

Testo word Lectio sul Profeta ISAIA – Stancari (1)
Testo  PDF  Lectio sul Profeta Isaia (1)

profeta Isaia

ISAIA (1)
Una luce nel presente travaglio del mondo

Pino Stancari sj

Tuffarsi nel testo

Dobbiamo affrontare la lettura del libro di Isaia e la prospettiva che si apre dinnanzi a noi è così impegnativa che non trovo appropriato distrarsi con introduzioni. Da questo punto di vista mi sento molto disinvolto; quasi alleggerito da un peso che ordinariamente, quando si avvia un nuovo itinerario di lettura, si è soliti considerare e sopportare. La lettura dal libro di Isaia sconsiglia, invece, ogni tentativo di anticipare sintesi, di proporre sommari, o cose del genere. E’ preferibile che ci tuffiamo, che ci immergiamo, che ci inoltriamo, con un atto di fiducia, senz’altro nella lettura del testo.
Si parla del “libro di Isaia” che, di per sé, è un’amplissima antologia di testi profetici; una vera e propria sintesi letteraria di una tradizione profetica che si sviluppa nel corso di diversi secoli. Naturalmente abbiamo a che fare con un personaggio collocabile nella metà dell’VIII sec. a. C. Ma il libro d’Isaia – ripeto – è il frutto di una tradizione letteraria che si è sviluppata nel corso di secoli e che raccoglie e propone le testimonianze della predicazione di molti profeti: dal grande Isaia – quello che senz’altro possiamo identificare anche anagraficamente sotto questo nome – ad altri profeti, che sono rimasti anonimi dal punto di vista anagrafico ancorché trattasi, spesso, di personaggi di altissimo livello, di grande qualità pastorale e di notevole rilievo anche per quanto riguarda la storia contemporanea del popolo di Dio.
Nel libro di Isaia distinguiamo 3 grandi parti. Sin dalla prima – capp. 1-39 – è riconoscibile l’intervento di altre voci; il testo biblico raccoglie, infatti, elementi che appartengono a una tradizione profetica che è già molto sviluppata e che si distende in avanti, verso gli ultimi secoli della storia della salvezza. La seconda parte è composta dai capp. 40-55; la terza dai capp. 56-66.

In ascolto della Parola, come fa il profeta

Prendiamo subito il testo, considerando che abbiamo a che fare, nella prima parte del libro, in modo particolarmente significativo, con il grande Isaia, anche se – come accennavo – altre voci si fanno udire. Questa sera, però, ci muoveremo in modo circospetto, senza pretendere di toccare risvolti problematici e impervi, che dovremo affrontare successivamente, proseguendo nella lettura dei primi 39 capitoli. Daremo uno sguardo al nostro personaggio; al suo momento storico; al contesto nel quale prende forma la sua vocazione di profeta, la sua missione in obbedienza e in ascolto della parola di Dio. Ma, ripeto, lo faremo aderendo in modo diretto al testo biblico, e ciò sarà per noi anche un po’ mortificante, perché vorremmo mettere a fuoco fin dall’inizio grandi tematiche, capaci di darci nutrimento interiore o aprirci orizzonti luminosi e, invece, il testo ci viene incontro – come sempre – con aspetti concreti e riferimenti empirici, imponendoci una paziente masticazione delle parole che ascoltiamo. Questo è peraltro inevitabile proprio per chi, come noi, si ripromette puntualmente di meditare la parola di Dio, dandole l’ascolto che merita. Oltretutto, proprio questo atteggiamento di ascolto è la cifra caratteristica, anzi – direi – la nota costituiva di una presenza profetica nel popolo di Dio. Il profeta è evidentemente l’uomo dedito all’ascolto della Parola, con tutto ciò che questo comporta quanto a impegno sistematico, continuo, assiduo, capillare, paziente; un’obbedienza alla parola di Dio che rivela la presenza misteriosa di Colui che è protagonista della storia umana, di Colui che avanza, prende posizione, interviene e si fa capire, coinvolge.
Il profeta è quell’uomo che si accorge di quella presenza, e aderisce a quella iniziativa. Si dedica con tutta la pazienza e con tutta l’intelligenza di cui è capace al servizio di quella parola che, ascoltata, viene poi trasmessa, rilanciata perché altri e altri ancora ne traggano nutrimento valido per il discernimento della loro vocazione. Questo riguarda prima di tutto il popolo di Dio, coloro che appartengono a questo popolo, che è lo stesso popolo del profeta. Ma la parola di Dio rivela, poi, una fecondità inesauribile che coinvolge anche gli altri; gli altri degli altri popoli, gli uomini di questo mondo, l’umanità intera.
Anche noi, dunque, in ascolto con la pazienza, con l’impegno di tutta la nostra intelligenza, così come ci sarà concesso; così come potremo aiutarci vicendevolmente, scoprendo frutti benefici, forse per adesso nemmeno immaginabili.

Il personaggio Isaia, nel suo tempo

Dice qui in 1,1: «Visione che Isaia, figlio di Amoz, ebbe su Giuda e su Gerusalemme nei giorni di Ozia, di Iotam, di Acaz e di Ezechia, re di Giuda». Il nostro profeta è cittadino di Gerusalemme; vive nel corso di quegli anni che sono dotati di una loro precisa fisionomia cronologica, perché segnati dal regno di Ozia, di Iotam, di Acaz e di Ezechia. Qui i nomi di ben quattro re di Giuda si avvicendano: dunque periodo relativamente lungo; quattro re si succedono sul trono di Gerusalemme, nel regno di Giuda. Il ministero profetico di Isaia si sviluppa effettivamente nel corso di diversi decenni; è una vita lunga quella di Isaia, trascorsa a Gerusalemme nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. Ozia muore nel 740 a.C. e proprio quello è il momento – come verremo a sapere tra non molto (6,1) – in cui ha inizio in modo esplicito la missione profetica di Isaia, che nasce circa 20 anni prima di questa data. La sua vita si sviluppa oltre quella data, nel corso di quei decenni, e bisognerà superare il limite del secolo fino ad entrare nel VII secolo a.C. Intanto a Ozia succede Iotam, poi Acaz, poi Ezechia: sono i re di Giuda, e Gerusalemme è la capitale del regno di Giuda. Isaia è personaggio che si radica in quel contesto culturale, in quella situazione così fortemente caratterizzata dal riferimento al regno di Giuda, di cui Gerusalemme è capitale. La dinastia che regna in Gerusalemme, è quella davidica: tutti i re di Giuda,uno dopo l’altro, sono discendenti di Davide.
Isaia è persona dotata di una sua particolare libertà di movimento, e questo ci dà l’idea di avere a che fare – abbiamo molti motivi per ritenerlo – con un aristocratico in possesso di strumenti culturali piuttosto qualificati e raffinati, che si muove con disinvoltura anche in ambienti che penseremmo riservati a personalità di riguardo. Isaia a Gerusalemme, nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. (…) Isaia è coinvolto nella storia del suo popolo, del suo tempo, della sua generazione e, attraverso questa esperienza così intensa, appassionante e drammatica, realizza quella responsabilità di profeta che a lui è stata assegnata; ed è proprio l’intimo rapporto con il suo popolo che – vi dicevo – consente ad Isaia di appoggiarsi sul grande orizzonte che raccoglie, contiene, ricapitola tutto lo svolgimento della storia umana.

L’incubo del nemico assiro

Verso la metà dell’VIII secolo a.C., la scena del vicino Oriente è segnata da un avvenimento che assume una fisionomia sempre più invadente, sempre più travolgente, sempre più angosciante. Si tratta del risveglio dell’impero assiro che già da alcuni secoli si sta impiantando, organizzando, e articolando nelle sue forme istituzionali. L’impero assiro si è svegliato e instaura una politica espansionistica che, in pochi decenni, mette a soqquadro tutto il vicino Oriente, producendo effetti a dir poco disastrosi per molte delle popolazioni che si erano oramai da secoli insediate in quei territori. Tanto per dirne una, nel 721 cadrà Samaria, che è la capitale del regno di Israele, fondato da Davide, da un paio di secoli. In realtà il regno esiste già dal tempo di Saul, ma Davide è il vero iniziatore del nuovo corso, che rimane come un punto di luce incancellabile nella storia del popolo di Dio: Davide e, poi, suo figlio Salomone. Dopo la morte di Salomone, il regno si era spezzato in due regni indipendenti – in qualche circostanza addirittura in conflitto tra loro – che comunque si rifanno a una medesima tradizione. Il regno di Israele al nord; dopo alcuni decenni, la capitale di quel regno sarà Samaria. Il regno di Giuda al sud; capitale Gerusalemme. A Giuda regnano i discendenti di Davide. Il regno d’Israele, invece, è esposto all’avvicendarsi di diverse dinastie. Fatto sta che nella progressiva espansione perpetrata dall’impero assiro nel corso di quei decenni, sono diversi i regni che vengono man mano conquistati, e il metodo che consente all’impero assiro di impossessarsi dei territori conquistati, in modo tale da impedire alla popolazione sconfitta una rivincita, consiste nella deportazione. Gli assiri hanno inventato questo metodo, che in quel particolare contesto storico esaurisce ogni possibilità di recupero, dal momento che la popolazione sfiancata, sradicata, deportata non sarà mai in grado a breve termine di ribellarsi, di riorganizzarsi, di mettere in questione in un modo o nell’altro quella vittoria riportata dagli assiri che, trasformandosi in occupazione, rimane come un evento che segna un’epoca e che sembra, appunto, rimanere come definitivo. Le conquiste degli assiri instaurano una situazione che appare congelarsi, coagularsi come un dato di fatto rispetto al quale non ci sarà mai più replica; sembra almeno così.

Vi dicevo che nell’anno 721 – mentre Isaia da Gerusalemme osserva quel che sta succedendo sulla scena del mondo – Samaria è conquistata; il regno d’Israele viene disintegrato; la popolazione spazzata via; le grandi tribù del nord disperse ai quattro venti. Naturalmente non mancano i profughi (situazioni che adesso non è il caso di stare a descrivere e che, in qualche modo, gli storici tentano di ricostruire), i quali consentono il recupero di elementi, di depositi culturali, di testimonianze devozionali. Dal regno del nord, tutto quello che è possibile recuperare viene portato in quel piccolo regno di Giuda che sopravvive, mentre la minaccia dell’impero assiro continua a incombere in modo sempre più spietato.

Questa è la situazione che – sebbene descritta solo a grandi linee – ci aiuta a constatare come l’epoca nella quale vive il nostro Isaia sia un’epoca segnata da un turbamento; siamo di fronte a fenomeni di grande significato storico che provocano conseguenze disastrose, catastrofiche e di tutto ciò Isaia è spettatore. Si tratta di un’immane catastrofe storica che viene gestita dall’impero assiro con prepotenza e spudorata intransigenza; ma – vedete – oltre a fenomeni oggettivi: violenza, distruzione, deportazione, strazio su strazio per quanto riguarda lo sconvolgimento di tutti gli equilibri che si erano venuti consolidando nei secoli precedenti, c’è il turbamento delle coscienze: gli animi sconvolti, un dissesto antropologico, un disordine nei pensieri e nei sentimenti, lo smarrimento di quei contemporanei che ancora si aggrappano di qua e di là, che resistono, e continuano a misurarsi con la responsabilità di una tradizione ricevuta, nella quale ancora si riconoscono. Ma il turbamento – lo capiamo bene – è generale e interessa tutti gli equilibri più intimi e più determinanti nell’animo umano; quegli equilibri profondi da cui dipende il discernimento della vocazione che apre gli uomini al contatto con il mondo e all’impegno nel tempo. Tutto è sconvolto.

I primi tre oracoli contro il suo popolo amato

Noi adesso leggiamo subito qui, all’inizio del nostro libro, dal v. 2 del cap. 1, una serie di tre oracoli che nella redazione del testo sono stati posti qui all’inizio di tutto: tre oracoli che, in modi diversi, ripropongono comunque una denuncia. Il nostro profeta interviene, prende posizione e rivolge ai contemporanei del suo popolo, messaggi che assumono immediatamente le caratteristiche di una puntuale, esigente, sferzante contestazione. E’ un’indicazione che sta qui, all’inizio di tutto, e di cui noi dovremo far tesoro.

Quel che sta succedendo sulla scena del mondo e coinvolge tutte le popolazioni che dimorano in quel certo contesto geografico, non è un buon motivo per recriminare contro gli assiri o per rivendicare diritti che l’invasore sta così clamorosamente travolgendo, nel corso della sua incontenibile avanzata, mentre procede di conquista in conquista. Non questo è al centro dell’attenzione del profeta; bensì Isaia scopre come in base agli avvenimenti, in seguito a quel certo processo di disarticolazione interiore, di confusione, di turbamento, appare la gravità di un disordine che riguarda la vocazione del popolo di Dio. Vedete, Isaia profeta non si presenta a noi immediatamente come colui che contesta la potenza assira che sta compiendo efferratezze indicibili; questo è un altro discorso che maturerà a suo tempo, ma è un altro discorso. Il nostro profeta Isaia si presenta a noi, stando ai primi oracoli del testo, come colui che in seguito agli avvenimenti in corso, avverte e denuncia il drammatico tradimento da parte del popolo di Dio, in rapporto alla vocazione che questo popolo ha ricevuto: dono d’amore e privilegio d’alleanza.

Primo oracolo: “Contro un popolo ingrato” (vv. 2-9)

Qui il profeta rivolge la sua requisitoria a tutto il popolo, considerato nel suo complesso. (Nel secondo oracolo saranno interpellati, in modo più esplicito, i capi del popolo; nel terzo la denuncia, ormai sviluppata sotto forma di requisitoria per l’accusa, sarà indirizzata a Gerusalemme). Prima strofa, vv.2-4: “Udite cieli, ascolta, terra, perché il Signore dice”: sono convocati i testimoni; sono il cielo e la terra. La testimonianza non potrebbe essere più ampia, universale di così. Quel che il Signore ha da dire a riguardo del suo popolo coinvolge il mondo, la storia, tutta la creazione. “Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. Si fa riferimento ad un rapporto di intimità, di parentela affettuosa, che è stato rifiutato. Il libro di Isaia si apre con questa denuncia: l’amore è contestato, rifiutato, tradito.

Nel v.3 compare il termine greppia. In greco, è lo stesso termine che compare nel vangelo secondo Luca quando si parla della mangiatoia, ed è tradizione antica quella che vede un asino e un bue presso la mangiatoia, nel presepio. E il presepio è quella mangiatoia. Il nostro libro si apre con un invito a guardare il presepio. L’asino e il bue conoscono il padrone, sanno chi ha preparato il fieno, chi l’ha disposto nella mangiatoia. “Israele non conosce, il mio popolo, il mio popolo non comprende”. Questa espessione è tipica del linguaggio che rinvia all’Alleanza: “Io sono il tuo Dio, tu sei il mio popolo”. È un linguaggio molto intenso, che allude ad una intimità d’amore. Tu sei il mio popolo, ma il mio popolo non comprende.

v.4: “Guai, gente peccatrice, popolo carico di iniquità! Razza di scellerati, figli corrotti! Hanno abbandonato il Signore, hanno disprezzato il Santo di Israele, si sono voltati indietro”: è la colpa del popolo; essa è interna ad una storia d’amore. È un tradimento che è stato consumato là dove vale un vincolo di comunione che è stato sigillato sin dall’inizio in modo irrevocabile, così come è irrevocabile la relazione di parentela che lega i genitori ai figli.

Seconda strofa, vv. 5-8. La denuncia si aggrava. In molti modi il popolo è stato richiamato, è stato invitato a corrreggersi, ma ogni tentativo è stato reso inutile. Al tempo stesso, le conseguenze negative a cui il popolo è andato incontro, sono cresciute con brutalità. Leggiamo il v.5: “perché volete ancora essere colpiti, accumulando ribellioni? La testa è tutta malata, tutto il cuore langue”. Dice il profeta: quanto più vi contrapponete al dono d’amore, con il quale il Signore vi è venuto incontro, tanto più state peggio vv. 6-8: “Dalla pianta dei piedi alla testa non c’è in esso una parte illesa, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite, né fasciate, né curate con olio. Il vostro paese è devastato, le vostre città arse dal fuoco. La vostra campagna, sotto i vostri occhi, la divorano gli stranieri; è una desolazione come Sodoma distrutta. È rimasta sola la figlia di Sion come una capanna in una vigna, come un casotto in un campo di cocomeri, come una città assediata”. Qui c’è l’allusione a quella che sarà un’ invasione degli assiri in un’epoca piuttosto avanzata. Comunque, l’oracolo che apre il libro di Isaia ci descrive la scena così com’è possibile osservarla dalle mura di Gerusalemme: tutto il territorio è occupato, devastato, divorato. Che rovina! Resta sola Gerusalemme “come una capanna in una vigna”; tutto attorno il territorio è nella desolazione più tetra. Vedete come, nonostante i richiami, il popolo di Dio si è sempre più sottratto al dialogo dell’amore, e ne patisce le conseguenze. Conseguenze che si rivelano sempre più dolorose e, malgrado l’evidenza di questo strazio, non c’è ravvedimento!

Il v. 9 chiude l’oracolo con un sussulto inatteso; un barlume di luce che si accende improvvisamente nel cuore del profeta ed è tutto il popolo, che nel suo complesso, si riconosce in questa testimonianza. “Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato un resto, già saremmo come Sodoma, simili a Gomorra”. Comunque, ci siamo ancora. Motivo di stupore la gratuità di questa nostra permanenza, di questa nostra sopravvivenza. C’è un residuo che è superstite, laddove tutto avrebbe già dovuto essere spazzato via da gran tempo. Nel contesto di una storia così squallida, deplorevole, di una storia fallimentare come quella che ci riguarda, gratuitamente ci è dato ancora, immeritatamente, il modo di essere presenti, di guardaci attorno, di considerare intimamente come siamo gratuitamente amati. Non c’è plausibile spiegazione al fatto che siamo ancora qui, se non la gratuita motivazione dell’amore.

Secondo oracolo: “Contro l’ipocrisia”(vv.10 – 20 )

Qui l’accusa è rivolta ai capi del popolo. Il v. 10 introduce la requisitoria con la stessa parola,“Udite”, con la quale si apre al v. 2, il primo oracolo. “Udite la parola del Signore, voi capi di Sodoma; ascoltate la dottrina del nostro Dio, popolo di Gomorra!”. È un richiamo provocatorio. C’è un insulto implicito in questo accenno ai capi dei popoli da parte di Dio, o comunque a coloro che sovrintendono al popolo di Giuda come capi di Sodoma, popolo di Gomorra. “Ascoltate”. Dal v.11 al v.15, il motivo dell’accusa è il comportamento tenuto nella celebrazione del culto. <<‘Che mi importa dei vostri sacrifici senza numero?’ dice il Signore. ‘Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi a me, chi richiede da voi che veniate a calpestare i miei atri?’>>. Gli atri del tempio. Ci sono i sacrifici, ci sono le visite di devozione, c’è la partecipazione alle feste liturgiche, c’è l’uso frequente ben codificato dal punto di vista rituale, tutte le forme previste comprese le suppliche, i gesti devozionali. Tutto questo è inutile e blasfemo, dice – attraverso il profeta – la parola del Signore. v.13: « ‘Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità’» Ecco, qui è il punto: come potete mettere insieme le solennità, le celebrazioni devote e liturgiche, con il delitto? vv.14-15: «I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue». E insiste: “Lavatevi”.
Nella strofa che segue vv. 16-18 – notate la serie degli imperativi che adesso risuonano: «Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova». Sono nove imperativi, e se ne aggiunge un decimo: “ ‘Su, venite e discutiamo: dice il Signore». Nove imperativi che ribadiscono il diritto dei deboli, fino a questo ultimo richiamo: “Su, venite”. Mettetevi in atteggiamento di ascolto, perché ho qualcosa da dirvi; abbiamo da parlarci, abbiamo da comunicare, non nella prospettiva di illusioni evanescenti, ma nel contesto di una situazione storica segnata dall’ incombenza, dall’urgenza, dall’avvento di un disastro per il quale non c’è più riparo. Ma questa storia, pur sconvolta da eventi contro i quali ormai non c’è difesa, è ancora una storia di salvezza; anzi è proprio questa la storia della salvezza: “venite e discutiamo”. Ed ecco: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato» (18-20).

Vedete, all’improvviso, in modo del tutto imprevedibile ed inimmaginabile da parte nostra, questa certezza di dover interpretare il disastro – che in sé e per sé è inevitabile – in rapporto a una volontà d’amore che è confermata: anche se i vostri peccati fossero scarlatti diventeranno bianchi come neve. La bocca del Signore non parla per proporre messaggi rassicuranti, del tipo: vedrete che questa volta ce la faremo, che guariremo, che il nemico si ritirerà. Oppure messaggi in polemica con l’avversario, del tipo: il nemico è responsabile di cattiverie inaudite e deve essere punito. Niente di tutto questo.

Terzo oracolo :“Lamento su Gerusalemme”(vv. 21 – 28)

Nel terzo oracolo è interpellata in modo esplicito la città di Gerusalemme, che è sempre inseparabile dal popolo: quello che si dice della città riguarda il popolo, ma certamente la città ha un suo rilievo specifico, la città è la capitale, è la sede della reggia dove siede sul trono un re; la città, poi, è la sede del tempio. Ecco qui, vv. 21-28: «Come mai è diventata una prostituta la città fedele?». Vedete, Gerusalemme è affrontata in modo così diretto, esplicito, in modo così provocatorio. Quella che era la città fedele, la città della fedeltà, la città individuata come sigillo di comunione, come luogo di fraternità, come sacramento della benedizione che il Signore ha assegnato al suo popolo, ebbene quella città è diventata una prostituta. E’ la città ridotta a luogo della compravendita indiscriminata, dove tutto si commercia, anche i valori della coscienza. «Era piena di rettitudine, la giustizia vi dimorava, ora è piena di assassini, Gerusalemme. Il tuo argento è diventato scoria, il tuo vino migliore è diluito con acqua. I tuoi capi sono ribelli e complici di ladri (c’è sempre un’attenzione speciale per i capi!); tutti sono bramosi di regali, ricercano mance, non rendono giustizia all’orfano e la causa della vedova fino a loro non giunge. Perciò, oracolo del Signore, Dio degli eserciti, il Potente di Israele: Ah, esigerò soddisfazioni dai miei avversari, mi vendicherò dei miei nemici. Stenderò la mano su di te». Vedete che i nemici non sono più gli assiri. «Stenderò la mia mano su di te, purificherò nel crogiuolo le tue scorie, eliminerò da te tutto il piombo. Renderò i tuoi giudici come una volta, i tuoi consiglieri come al principio». Notate questo sospiro nostalgico: c’è tutto l’affetto intenso e irrevocabile che il Signore ha rivelato al suo popolo e alla città. «Renderò i tuoi giudici come una volta, i tuoi consiglieri come al principio. Dopo, sarai chiamata città della giustizia, città fedele». Vedete, la città fedele è diventata prostituta, ed ecco: sarai chiamata città della giustizia, città fedele. «Sion sarà riscattata con la giustizia, i suoi convertiti con la rettitudine. Tutti insieme finiranno in rovina ribelli e peccatori e periranno quanti hanno abbandonato il Signore».

Dopo il terzo oracolo, sono aggiunti tre versetti che costituiscono una specie di coda che fa anche da intermezzo tra questo primo capitolo introduttivo e gli altri che seguono. Ora, comunque, faremo dei salti. Non mi soffermo a considerare tanti elementi di dettaglio (bisogna che approfittiamo di questo poco tempo che è rimasto, per fare una piccola corsa).

La vera pace, universale e perpetua

Capitolo 2, un oracolo famosissimo che ci invita a guardare verso Gerusalemme; un oracolo che appartiene alla maturità del profeta Isaia, oracolo condiviso anche dalla predicazione profetica di un altro contemporaneo, Michea.
«Ciò che Isaia, figlio di Amoz, vide riguardo a Giuda e a Gerusalemme. Alla fine dei giorni». Lo sguardo qui si proietta verso la pienezza finale, e dunque attraverso tutto lo sconquasso, il disordine, attraverso l’esperienza della catastrofe per la quale non c’è scampo. «Il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli». La collina su cui è appoggiata Gerusalemme è composta da diverse gobbe di una piccola cresta, una specie di dorsale. Ma i colli circostanti sono tutti più alti. E’ costatabile ancora oggi; è un dato oggettivo della geografia dei luoghi. E’ più in basso e si solleverà! Gerusalemme, poggiata su quella collina, diventerà visibile a grande distanza; qui l’attenzione si concentra sul tempio, che «sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti». Sarà visibile da lontano in modo che tutti i popoli vi potranno accorrere, in una convergenza ecumenica, che consentirà anche alle genti delle regioni più remote di confluire a Gerusalemme. «Verranno molti popoli e diranno: Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri».

Ciò che capita per Gerusalemme vale per la storia umana nel suo complesso, in tutta la sua articolazione, perchè è coinvolta la moltitudine dei popoli. Per Isaia non c’è dubbio: quello che riguarda Gerusalemme diventa segno di riferimento, criterio interpretativo per ricostruire e rintracciare il senso della storia umana. E tutti i popoli confluiscono – in un movimento di raccolta – a Gerusalemme. «Venite saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie, possiamo camminare sui suoi sentieri. Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore». A questo movimento di raccolta corrisponde – anzi, più propriamente, ne costituisce il motivo – un movimento centrifugo; che da Gerusalemme si proietta in tutte le direzioni: da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore.

Quella parola che risuona a Gerusalemme, da Gerusalemme diventa richiamo che riecheggia, si ripercuote, si diffonde in tutte le direzioni, in modo tale che per coloro che sono in cammino, nel loro luogo e nel loro tempo, la storia umana si viene componendo come disegno di comunione piena e definitiva.
«Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra». Questa affluenza a Gerusalemme comporta la totale trasformazione degli equilibri: civili, sociali, culturali, di impianto istituzionale e di organizzazione dei popoli. Le spade diventano vomeri e le lance diventano falci; non c’è più la guerra come criterio valido per determinare le relazioni tra popoli, “non si eserciteranno più nell’arte della guerra”.
«Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore». Quindi l’avanguardia – la casa di Giacobbe – è il popolo di Dio, Israele, che è portatore di questa consapevolezza che non costituisce un privilegio esclusivo. E’ un privilegio sacramentale, che porta in sé una sapienza già in grado di annunciare, di anticipare, di interpretare la vocazione che, nel disegno di Dio, è donata a tutti i popoli della terra.

La salvezza, dentro la catastrofe

Dunque, vedete, questo oracolo (vale la pena di metterlo in evidenza), che sta qui all’inizio del cap. 2, ci conferma nella nostra intuizione, così come tentavo di sottolineare poco fa. E’ la storia della salvezza, non c’è dubbio. E’ la parola del Signore che avanza, che incalza, che irrompe; è la parola del Signore che illumina; è la parola del Signore che ci consente di riconoscere la presenza del Protagonista; è la parola del Signore che, ascoltato da noi, ci coinvolge nell’opera di Colui che è Santo e che è la Vita. Ma vedete, tutto questo avviene non in una visione astratta, non in una prospettiva idealizzata, non sognando chissà quali soluzioni ovattate, estranee all’oggettiva drammaticità della storia in corso; tutto questo avviene proprio nel contesto di questa storia umana, la storia del nostro popolo, la storia della mia generazione, drammatica com’è, fino alla catastrofe. La salvezza non è in alternativa alla catastrofe; non è nemmeno la sorte fortunata che consente ad alcuni di scampare dalla catastrofe.
Non è così che vanno le cose. La salvezza è l’opera di Dio che si realizza in continuità con la sua irrevocabile scelta di amore; si realizza all’interno della catastrofe nella quale siamo coinvolti; quella catastrofe nella quale precipitiamo e della quale siamo responsabili; quella catastrofe alla quale non possiamo più sfuggire: ne siamo già dentro. Ma è proprio al cuore della catastrofe – trasformando dall’interno il dramma della nostra storia sbagliata – che il Santo realizza le sue intenzioni, perché è fedele e avanza verso di noi.

Il cantico della vigna

Saltiamo ancora alcune pagine del nostro libro, fermandoci un momento al cap. 5, per leggere un cantico famoso: “il canto della vigna”, che viene ripreso in tanti modi già nell’AT e poi nel NT.
Nella prima strofa, un amico prende la parola per colui che qui è chiamato “il diletto”, il quale, è affranto per come la sua storia di amore si sia trasformata in una storia di delusione. L’amico canta per lui. «Canterò per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica».
Questo è il fatto. Il diletto è silenzioso, si è ritirato in disparte; è – per così dire – raggomitolato nel suo dolore, smarrito nella sua delusione: aspettava che la sua vigna facesse uva e, invece, ha prodotto uva selvatica. Le cose sono andate in questo modo.

E adesso – seconda strofa – è il diletto che avanza allo scoperto, che interpella direttamente gli abitanti di Gerusalemme: voi che siete spettatori, che ascoltate la voce dell’amico che sta cantando, voi che cosa ne direste? come vi comportereste? «Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica?». Che cosa fareste voi?
Terza strofa, vv. 5-6: «Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna». Risuona il pronome di prima persona singolare; il tono si fa sempre più energico: IO sto per fare questo alla vigna,perché la vigna è mia. Notate che qui il linguaggio è infuocato, tende addirittura a esplodere, quasi tragicamente, una passione travolgente, sembra così. Per altri versi, vedete, questo linguaggio ripropone a noi tutta la paziente dolcezza di un affetto antico e irrevocabile: è la mia vigna.

Che cosa devo fare per la mia vigna, per il mio popolo? Tu sei mio: che cosa devo fare? Ebbene: «toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia». Dunque il disastro. Ma – non dimenticate – questo disastro che ormai si configura come prospettiva storica inevitabile, questo disastro è tutto interno ad una relazione di amore che viene ribadita e sempre più intimamente, appassionatamente rilanciata. Che cosa succederà adesso quando un’intransigente volontà di amore – come quella che il diletto qui sta dichiarando – urta contro un rifiuto, che non è stato possibile superare, né addolcire, malgrado gli interventi, le correzioni, le insistenze. Non c’è stato niente da fare!
Adesso si esce dalla metafora: «Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele». La vigna siete voi, casa d’Israele: «Gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi».

Qui c’è un gioco di parole, in ebraico, che si perde nella traduzione. Vedete la delusione del diletto: colui che ha amato e che ama la sua vigna, adesso la vede così devastata, invasa, straziata. Ma è la sua vigna. E, questo sono io – dice – e questi siete voi. E’ in questione il rapporto tra me e voi, il rapporto tra la mia fedeltà all’impegno d’amore e la vostra inguaribile ribellione, la vostra così spietata durezza nel rifiutare tutte le mie attenzioni. Qui si apre una serie di oracoli che sono impostati come dei “guai” (che adesso, però, noi non leggiamo). Man mano che procediamo nella lettura, ci impratichiamo anche nell’ascolto di un linguaggio che, lì per lì, ci lascia sconcertati, forse anche ci spaventa; a volte, addirittura, ci sembra un linguaggio increscioso, sproporzionato, e perfino blasfemo. Ma non è affatto così! Il linguaggio del nostro profeta è puntualissimo, lucidissimo; è linguaggio teologico, linguaggio pastorale.
“Guai”: così adesso si esprime il diletto. Le sventure che vengono annunciate sono tutte relative a quel tradimento di cui è responsabile il popolo; di cui è responsabile la nostra umanità che ha rifiutato il dono di amore. Ma vedete che questa insistenza è intimamente coincidente con quella volontà di amore che stava all’inizio, e che è confermata adesso nel momento in cui la situazione attraverso la quale bisogna procedere, è una situazione catastrofica. Non ce n’è un’altra; e questa situazione nella quale “i guai” si accavallano uno sull’altro, nella quale le sventure si succedono senza limiti, e così via, proprio questa situazione tragica, catastrofica – così com’è – è il contesto nel quale quell’antica intenzione di amore viene ripetuta.

Vocazione di Isaia (cap. 6)

«Nell’anno in cui morì il re Ozia» (v.1), in questi versetti è quella che, di solito, viene chiamata la vocazione di Isaia. Siamo nell’anno 740 a.C.
«Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato». Isaia nel tempio, partecipa al culto; è un uomo devoto, un abitante di Gerusalemme, una figura qualificata; Isaia giovane, aristocratico, partecipa al culto nel tempio e nel tempio, dice Isaia stesso, vidi la presenza del Dio vivente, di Colui che è Santo e che governa l’universo intero. vv.1-3 «I lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l’uno all’altro: Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria». Vedete, il tempio di Gerusalemme, alla presenza del Santo: il tempio è il sacramento dell’alleanza tra Dio e il suo popolo; il culto viene celebrato, appunto come risposta del popolo che ha fatto alleanza con Israele e questa presenza si diffonde come sovranità su tutta la terra; la sua gloria abita nel tempo e nello spazio e tutta la creazione e lo svolgimento della storia umana, tutto fa capo a Lui, il Santo. Quando noi cantiamo a questo modo, quando celebriamo l’Eucaristia, noi siamo ancora in ascolto della voce che Isaia ha ascoltato in quella occasione.

Che cosa succede? v.4 «Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo». E’ il linguaggio d’Isaia. Alla presenza di Colui che nella Sua Santità vuole instaurare rapporti di comunione. La santità è volontà di vita, potenza di vita, sorgente di vita, pienezza di vita. Ed ecco il popolo dell’Alleanza è stato condotto attraverso le strade di una storia, ormai lunga di secoli, predisposta per educare il cuore umano ad aprirsi e corrispondere a quella gratuita volontà d’amore. E’ il segreto che Dio ha voluto rivelare; per questo ha chiamato, per questo ha attirato a sé, per questo ha instaurato un rapporto d’amore, per questo il tempio; per questo noi siamo qui stasera. Ed ecco, Isaia adesso da parte sua reagisce: v.5 «E dissi: Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti». Isaia avverte pesantemente, con sgomento, la sproporzione fra la Santità di Dio Vivente e l’ impurità della condizione umana.

vv. 6 e 7: “Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dell’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: ‘Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato’”. Dal fuoco che sta acceso là dove è l’altare, la brace viene prelevata per marcare a fuoco le labbra di Isaia. È un segno di consacrazione. Attraverso le labbra, che così sono bruciate, si raggiunge l’interiorità, la profondità del cuore. Alla presenza del Santo, Isaia è schiacciato nell’evidenza della sua impurità. Adesso constata che la Santità di Dio onnipotente trasforma la condiziona umana, consacra colui che è impuro. È l’esperienza originaria e fondamentale di Isaia profeta. Quello che egli ha sperimentato in modo così essenziale e definitivo nella sua condizione umana, riguarda anche la condizione storica. Non solo lui, ma tutto il popolo. È il senso di tutta una storia che è segnata da un rapporto di alleanza tra Colui che è Santo e un popolo di peccatori.

Dal v.8 al v. 13, infatti, Isaia immediatamente si affaccia sull’orizzonte missionario della sua vita, perché quella consacrazione che impegna, brucia e purifica lui personalmente, riguarda la storia della sua generazione e il senso complessivo di tutta la storia dell’alleanza tra Dio e i suoi.
v.8 :“Poi io udii la voce del Signore che diceva: ‘Chi manderò e chi andrà per noi?’”. Si spalanca una prospettiva missionaria, ma in modo del tutto naturale, quasi ovvio. vv. 9-10: “E io risposi: ‘Eccomi, manda me!’. Egli disse: ‘Va e riferisci a questo popolo: Ascoltate pure ma senza comprendere, osservate pure, ma senza conoscere. Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da essere guarito’”. Al profeta viene affidata una missione che urterà contro il rifiuto da parte del popolo. Il popolo è avvolto nell’impurità. Si tratta proprio di affrontare questa situazione terribile. Quel che vale per Isaia, ora si ripropone per tutto il popolo. È il Signore che avanza, è lui il Santo che preme, che brucia, ed è lui che, mentre si manifesta, mette in evidenza in misura crescente tutta l’ostilità e il fallimento di coloro che hanno rifiutato un impegno d’amore.
Per Isaia non c’è da attendersi niente altro che questo. Non ci sono prospettive entusiasmanti, gratificanti. Tutt’altro.
v.11: “Io dissi: ‘Fino a quando, Signore?’. Ed Egli rispose: ‘Finché non siano devastate le città, senza abitanti, le case senza uomini e la campagna resti deserta e desolata’”. Dunque, non c’è un limite. Anzi, vv.12–13: “Il Signore scaccerà la gente e grande sarà l’abbandono nel paese. Ne rimarrà una decima parte, ma di nuovo sarà preda della distruzione come una quercia e come un terebinto, di cui alla caduta resta il ceppo”. Devastazione, catastrofe. È inutile farsi illusioni, cercare soluzioni alternative, prospettare chissà quale evoluzione favorevole.

L’ultimo rigo del v.13 chiude il capitolo: “Progenie santa sarà il suo ceppo”. La quercia è abbattuta. Resta il ceppo. Ebbene, dal ceppo una progenie santa. Qui è come se potessimo già cogliere, in modo plastico, con questa unica visione così drammatica e anche così commovente, l’esperienza teologica della vocazione profetica di Isaia e della missione che a lui viene affidata. C’è salvezza attraverso la catastrofe, non in alternativa ad essa. Questa è l’esperienza teologica di Isaia. È solo dentro la catastrofe che si aprirà una strada di salvezza.

Martedì 2 novembre 2004
http://www.incontripioparisi.it

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Questa voce è stata pubblicata il 15/07/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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