COMBONIANUM – Formazione e Missione

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Lectio sul Vangelo di MATTEO – Schena (3) Capitoli 11,2-13,52

XV-XVII settimana del tempo ordinario
Riflessioni spirituali sul Vangelo di Matteo
– Don Antonio Schena –


seminatore.jpg

CONTROVERSIE E PARABOLE
(Mt 11,2-13,52)

SEZIONE NARRATIVA:
ostilità dei Giudei (11,2- 12,50)

Fra il discorso missionario e il discorso in parabole Matteo inserisce una seconda sezione narrativa. Già sappiamo la funzione di queste sezioni: l’evangelista è convinto che i discorsi di Gesù siano importanti, ma è altrettanto convinto che il messaggio del Regno non è una dottrina ma un evento, una storia.

Come già nella precedente sezione narrativa (cc. 8-9), anche qui si intrecciano miracoli, brevi insegnamenti, dialoghi e controversie: la gente, i farisei e altri gruppi giudicano Gesù, esprimono pareri sulla sua opera. Anche Gesù giudica loro, ed è un giudizio negativo: svela le profonde ragioni del loro dissenso e la gravità del loro rifiuto.

L’interrogatorio su Giovanni Battista (11, 2-6)

Agli inviati del Battista che volevano rendersi conto della sua messianicità, Gesù risponde con una serie di allusioni agli oracoli di Isaia, soprattutto al c. 61, un passo importante che ha già fatto da sfondo alle beatitudini. Gesù non risponde direttamente alla domanda degli inviati di Giovanni (“ Sei tu colui che deve venire?”)[17] ma rinvia alle sue opere (una storia che è sotto gli occhi di tutti) e alle Scritture (il passo di Isaia). Gesù enumera una serie di miracoli che lo mostrano non come giudice potente, ma come il portatore della grazia e della salvezza: “I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano…”. Fra essi vi è perfino la risurrezione dei morti, soltanto l’ultimo (“ai poveri è predicato il vangelo”) non è un miracolo, e tuttavia è forse il segno più specifico e decisivo: che Gesù sia l’inviato di Dio è provato dai miracoli, ma è la predilezione per i poveri (ammalati, peccatori, pagani) che rivela la novità della sua scelta messianica.

La testimonianza di Gesù su Giovanni Battista (11, 7-19)

Dopo aver indicato i termini in base ai quali è possibile dare un giudizio su di lui (i miracoli, la scelta dei poveri e le Scritture), Gesù esprime il suo giudizio sul Battista e lo fa rivolgendosi alle folle. La grandezza di Giovanni non consiste solo nell’austerità della sua vita e nella fortezza del suo carattere, sta piuttosto nell’aver accettato il compito di preparare il terreno al Messia, cioè di essere stato il suo testimone. Giovanni è venuto per rendere testimonianza a Gesù: risiede qui tutto il suo significato e la sua eccezionale grandezza e Gesù gli fa un grande elogio: Giovanni è la figura più grande di tutta l’economia della legge e dei profeti, implicitamente Giovanni viene giudicato superiore persino a Mosè. Giovanni, però, visse e operò prima della venuta del regno di Cristo, pertanto, anche il più piccolo nel regno, poiché riceverà la luce del vangelo e la potenza della fede, compirà opere più grandi di quelle di Giovanni.

Dopo il giudizio sul Battista c’è un giudizio “su questa generazione” (11, 16-19). Come è sua abitudine, Gesù ricorre a un paragone. Due gruppi di bambini, schierati sulla piazza uno di fronte all’altro, decidono di giocare al funerale. Ma quando il primo gruppo inizia le nenie, l’altro non si muove, ha già perso interesse al gioco: è troppo triste – essi dicono – allora si cambia e si ricomincia da capo, si gioca allo sposalizio. Ma anche questa volta il secondo gruppo non si muove: il gioco è troppo allegro. Gesù rimprovera gli uomini di questa generazione perché sono proprio come quei bambini capricciosi: non sanno quello che vogliono, non sanno decidersi e per chi non vuol decidersi le scuse sono sempre a portata di mano.

Condanna delle città della Galilea (11, 20-24)

Questo brano Luca lo inserisce come parte delle parole di addio di Gesù alla Galilea, Matteo probabilmente vide un’opportunità di contrapporre all’elogio di Giovanni Battista il rimprovero rivolto a coloro che avevano visto di Gesù molto di più di quanto aveva visto Giovanni. Corazin e Betsaida, infatti, sono le città nelle quali Gesù ha svolto la sua attività con maggiore intensità: hanno udito l’annuncio e hanno visto i miracoli, ma non si sono aperte al vangelo. Al loro posto Tiro e Sidone, città pagane, si sarebbero convertite. Non è la prima volta che si fa un simile confronto. Per Matteo la vita di Gesù è segnata da questo confronto fin dall’inizio: i Magi sono venuti da lontano per adorarlo, mentre Erode ha cercato di ucciderlo.

Ringraziamento al Padre (11, 25-30)

Luca colloca questo brano dopo il ritorno dei 72 discepoli: è una preghiera di ringraziamento per il successo della loro missione e per la capacità di intendere che è stata loro (“i piccoli”) concessa. La collocazione di Matteo – dopo il rimprovero alle città della Galilea – contrappone i piccoli, i discepoli, ai saggi e ai prudenti che sono i giudei, in particolare le loro guide spirituali: scribi e farisei.

Gesù non è riuscito a fare breccia tra i saggi e i sapienti, il suo messaggio è stato accolto soltanto da pochi discepoli proveniente dalle classi contadine e operaie. Questo non significa che la rivelazione sia stata negata ai saggi e ai sapienti della comunità giudaica, Gesù ha annunciato anche a loro il regno, ma soltanto i semplici hanno accettato il suo insegnamento. Viene qui implicitamente affermato che la saggezza e la cultura giudaica, che consistevano nella conoscenza della legge, costituivano un autentico ostacolo alla comprensione del messaggio di Gesù.

Gli affaticati e gli stanchi (28-30) sono i poveri, ai quali viene annunciata la buona notizia. Gesù li invita perché è uno di loro. Il “giogo” e il peso di Gesù sono la sottomissione al regno di Dio. Sottomissione che non è schiavitù ma la rivelazione di un Padre che non impone nuovi precetti ma che libera dai gioghi e dai pesi opprimenti e rende più facile vivere conformemente alla sua volontà.

Dispute sabbatiche (12, 1-14)

Il sabato era uno dei precetti divini più chiari, più indiscussi, quasi la tessera di riconoscimento del vero credente. La sua osservanza era rigidamente regolata. Naturalmente si ammettevano eccezioni per motivi di particolare gravità: portare aiuto a un uomo in pericolo, o a una donna colta dai dolori del parto o in caso di incendio e così via. Ma si trattava sempre di eccezioni a una regola, per Gesù invece è cambiata la regola. Egli afferma che il bene dell’uomo si pone al di sopra dell’osservanza del sabato, e questo non soltanto nel caso di pericolo di vita: “E’ permesso fare del bene anche di sabato”. Gesù proclama il valore assoluto dell’amore: è lui il profeta autorizzato a dirci che cosa Dio vuole e che cosa non vuole, cosa ritiene più importante e che cosa meno importante: “Il Figlio dell’uomo è signore del sabato”. Per Dio la cosa più importante è l’uomo, il bene dell’uomo: “Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio” (12,6) – “Quanto è più prezioso un uomo di una pecora (12,12). E questo è veramente il punto più nuovo del ragionamento di Gesù. Se i sacerdoti possono infrangere le regole del sabato per svolgere il loro servizio al tempio, quanto più si possono infrangere per fare del bene all’uomo: “l’uomo è più grande del tempio”.

I farisei, invece, partendo dall’ovvio principio che Dio è superiore all’uomo, concludevano che l’onore di Dio era da preferirsi al bene dell’uomo: prima l’onore di Dio, poi il bene dell’uomo. Anche questo sembra un ragionamento ineccepibile e invece nasconde una stortura fondamentale, un errore teologico primario. Si suppone, infatti, che l’onore di Dio (di un Dio che è amore) possa trovarsi in conflitto con il bene dell’uomo, possa realizzarsi al di fuori del bene dell’uomo. Invece la gloria di Dio è sempre – e unicamente – nel bene dell’uomo. La signoria di Dio resta indiscussa e il dovere fondamentale dell’uomo resta sempre l’obbedienza: ma la signoria di Dio si manifesta nell’amore, qui sta il suo onore. E l’osservanza del sabato deve essere una celebrazione di questo amore, non una smentita.

Gesù il servo del Signore (12, 15-21)

Lo scopo di questo sommario è di introdurre la citazione tratta da Isaia 42, 1-4, citazione che è riportata da una delle rare allusioni di Mt al segreto messianico di Mc (v. 8,4). La citazione tratta da Isaia si riferisce non solo alla missione del Servo a favore dei pagani (e questo concetto viene incluso da Matteo nella sua citazione), ma è intesa come una forte contrapposizione all’accusa dei farisei riportata nel brano successivo.

L’accusa dei farisei (12, 22-24)

L’accusa si trova anche in Mc 3, 20-22 ma senza il racconto del miracolo. Il miracolo è descritto soltanto nei suoi elementi puramente essenziali: l’interesse è nella discussione non nel miracolo in sé. Mt aggiunge “cieco” al “muto” di Lc. L’accusa abbassa Gesù al livello di uno stregone (Beelzebul: nome tratto da 2 Re 1, 2-6, era una divinità cananea il cui nome significa “Baal il principe”, ma l’ortodossia monoteista ne ha fatto “il principe dei demoni”), esisteva, infatti, a quel tempo la concezione che tali opere prodigiose potessero essere operate con l’aiuto dei demoni.

Risposta all’accusa (12, 25-37)

La prima argomentazione data in risposta si basa sull’assurdità dell’accusa dei farisei. Se Gesù scaccia i demoni per virtù di Beelzebul, allora il regno di satana è destinato alla rovina a motivo della sua stessa interna lotta distruttiva. I farisei sono restii ad ammettere questa logica deduzione. Viene qui senza alcun dubbio affermato il principio che la distruzione del regno di satana avverrà alla fine dei tempi.

La seconda argomentazione, mancante in Mc, è dedotta dagli esorcismi operati da Gesù, che a differenza di quelli giudaici, fatti di lunghi e complicati riti, con numerosi contatti e formule magiche, quelli di Gesù sono operati mediante un semplice comando, unito talvolta, a un semplice contatto fisico.

La parabola dell’uomo forte mostra che Gesù è completamente padrone dei demoni. Il brano si conclude con il detto concernente la bestemmia contro lo Spirito Santo.

A chiunque parla male del Figlio dell’uomo sarà perdonato, perché di fronte a Gesù, che si dichiara Figlio di Dio, che appare pur sempre un uomo come noi, è in qualche modo comprensibile il rifiuto, c’è posto anche per la buona fede. Ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non verrà perdonata perché, da parte dell’uomo, c’è una chiusura alla verità, un rifiuto volontario e cosciente alla luce.

I vv. 33-37 sono stati inseriti in questo contesto perché idoneo a descrivere l’incredulità ostinata dei farisei. I detti si agganciano tutti al tema della parola in quanto rivelatrice del carattere genuino della persona. La persona cattiva non può parlare bene perché il suo cuore è cattivo. Il cuore nella Bibbia è la sede dell’intelletto e dei sentimenti. Per Gesù il primo dovere dell’uomo è di tenere pulito il proprio cuore, prima ancora di seguirne i dettami. Perché non si tratta solo di fare cose con cuore (si possono fare di cuore anche cose sbagliate), ma di fare cose che provengono da un cuore retto, capace di intuire il disegno di Dio e di valutare il giusto e l’ingiusto.

Segni (12, 38-42)

Gli scribi e i farisei chiedono a Gesù un “segno”, forse un segno più convincente di quelli compiuti finora, ma Gesù rifiuta con sdegno simile pretesa. A questa generazione, dice, non sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona profeta.

Nella interpretazione di Matteo il segno di Giona è la risurrezione, ma il pensiero volge anche in un’altra direzione: cioè il confronto fra l’accoglienza che ebbe la predicazione di Giona e l’accoglienza che ha invece la predicazione di Gesù. Il confronto si tramuta in una severa condanna e ripropone quella constatazione che l’evangelista ha più volte sottolineato: i pagani sono più disponibili alla parola di Dio degli stessi giudei.

Il ritorno dello spirito cattivo (12, 43-45)

Gesù scaccia i demoni ma essi tornano, questo significa che il tempo di satana continua e la lotta non finisce mai, anzi, sembra intensificarsi. Il discepolo non deve perciò mai sentirsi arrivato e al sicuro, immune dalla tentazione del peccato. Ma questo avvertimento di Gesù va visto anche in una prospettiva collettiva, è rivolto, infatti, a “questa generazione perversa”. Egli avverte che la sua venuta, che pure inaugura il Regno di Dio, non sottrae le generazioni alla possibilità di cadere nel dominio di satana. Di fronte alla venuta di Gesù, satana non cessa di colpire, ma intensifica i suoi attacchi, e ci si può trovare in una condizione peggiore della prima. Come appunto avviene dei suoi contemporanei.

I fratelli di Gesù (12, 46-50)

I capitoli 11 e 12 hanno ripetutamente evidenziato la cecità di “questa generazione”, una generazione che assomiglia a quei bambini che rifiutano un gioco e anche l’altro, e che dopo aver visto tanti segni ne chiede altri. Ma accanto a questo quadro fortemente negativo c’è anche un filo positivo: all’inizio la grande figura del Battista, poi i “semplici” ai quali è piaciuto al Padre rivelare “queste cose”, e ora – a modo di conclusione – i discepoli, la vera famiglia di Gesù. L’episodio è comune a tutta la tradizione sinottica e contiene una lezione molto chiara: agli occhi di Cristo, e per appartenere al Regno, non è la parentela fisica che conta (tanto meno l’appartenenza a una razza o a un popolo), ma soltanto la fede, e precisamente una fede concreta, fatta di ascolto e di opere: “Chiunque fa la volontà del Padre mio”

DISCORSO: le parabole del Regno (13, 1-52)

La parabola nel NT designa una breve narrazione immaginaria usata da Gesù per spiegare la sua dottrina. Il racconto in parabole ha la funzione di intensificare la curiosità e di attirare l’attenzione.

La maggior parte delle parabole evangeliche possono essere lette in una duplice dimensione: la situazione originaria del tempo di Cristo e la sua attualizzazione nel tempo della Chiesa primitiva.

Le parabole furono modificate nell’insegnamento della comunità e queste modifiche emergono chiaramente quando si mettono a confronto le differente versioni della stessa parabola nei diversi vangeli.

I commenti delle parabole (v. 13, 18-23.36-43) e gran parte delle caratteristiche allegoriche sono elaborazioni fatte dalla Chiesa primitiva.

La parabola del seminatore (13, 1-23)

L’insegnamento della parabola del seminatore – questa è la situazione più originaria, cioè quella di Cristo – non riguarda anzitutto gli ascoltatori della Parola, ma i seminatori – cioè i predicatori. La parabola, infatti, attira l’attenzione sul lavoro del seminatore, un lavoro abbondante, senza misura, senza distinzioni e che al momento sembra inutile, infruttuoso, sprecato. Eppure – dice Gesù – i frutti verranno abbondanti, perché il fallimento è solo apparente: nel Regno di Dio non c’è lavoro inutile né spreco. Comunque, successo o no, spreco o no, il lavoro della semina non deve essere calcolato, cauto, previdente, soprattutto non bisogna scegliere i terreni e gettare i semi in alcuni si e altri no. Il seminatore butti i semi senza risparmio e senza distinzioni, perché nessuno (come dirà Gesù più avanti) deve anticipare il giudizio di Dio: neppure il seminatore ha questo diritto.

La tradizione non si è accontentata di trasmettere la parabola, ma vi ha aggiunto una spiegazione (13, 18-23), meglio un’attualizzazione, che trasforma la parabola (in origine rivolta ai predicatori) in una catechesi per i convertiti. La spiegazione si rivolge ai fedeli e insiste sulla necessità di alcune disposizioni interiori e personali perché la Parola ascoltata venga capita e cresca. Ecco le principali disposizioni: apertura ai valori del Regno, coraggio di fronte alle persecuzioni, costanza, resistenza allo spirito mondano e liberà interiore.

Questa interpretazione della comunità primitiva non annulla il primo livello di interpretazione, al contrario, lo utilizza come suo fondamento: la fede non sempre è perseverante neanche tra i vari membri della Chiesa, cioè i predicatori.

La parabola della zizzania (13, 24-30)

Come la parabola del seminatore, anche questa della zizzania è seguita da una spiegazione (13, 36-43). La parabola risale a Gesù, la spiegazione appartiene alla comunità. Questo ci impone due letture: la parabola in se stessa e la parabola alla luce della sua spiegazione.

La parabola insegna che nel campo ci sono buoni e cattivi (ma gli uomini non sono in grado di sapere chi sono i buoni e chi sono i cattivi). La presenza della zizzania non è una sorpresa, e soprattutto, non è un segno di fallimento. La Chiesa non è una comunità di salvati, di eletti, ma è il luogo dove ci si può salvare. La Chiesa non si chiude a nessuno. Esistono sempre “servi impazienti” che vorrebbero anticipare il giudizio di Dio, ma questo giudizio non è riservato agli uomini, perché essi non sanno giudicare e non conoscono il metro di Dio.

Il centro della parabola non sta semplicemente nella presenza della zizzania, ma nel fatto che essa ora non venga strappata: è qui la meraviglia e lo scandalo dei servi, in questa politica di Dio, in questa sua pazienza.

Se leggiamo la parabola nel primo livello, quello cioè della situazione storica di Gesù, possiamo rilevare che al suo tempo c’era il movimento farisaico, che pretendeva di essere il popolo santo, separato dalla moltitudine dei peccatori. E c’era il movimento di Qumran, con la sua idea di opposizione e separazione, di rigida santità che esigeva il rifiuto di tutti coloro che non erano puri. E c’era la stessa predicazione del Battista (Mt 3,12), che annunciava il Messia come colui che avrebbe vagliato il grano e lo avrebbe separato dalla zizzania. Gesù viene a fare il contrario di tutti questi tentativi: egli non si separa dai peccatori, ma va con loro, ha nella sua cerchia anche un traditore.

Possiamo dunque dire che zeloti, farisei, Qumran, affermavano la santità a costo della separazione, e in questo contesto si capisce tutta la forza polemica della parabola di Gesù. Non è tanto una predicazione morale, un invito alla pazienza, ma una spiegazione teologica: il Regno è una realtà già presente, ma è una realtà dinamica, il male è già vinto alla radice ma non ancora nelle sue conseguenze.

Se leggiamo però la parabola alla luce della sua spiegazione (vv. 37-43), allora l’insistenza non riguarda più il Regno di Dio e la sua politica di tolleranza, ma un ammonimento a non approfittare della pazienza di Dio: ci sarà infatti il giudizio.

Nella spiegazione sono visibili due parti assai diverse:

a) una spiegazione allegorica dei diversi punti della parabola (vv. 37-39)

b) una piccola apocalisse, che ha lo scopo di applicare la sorte del grano e della zizzania ai buoni e ai cattivi nell’ultimo giorno.

Questa spiegazione rivela un ambiente comunitario preciso: il tempo ha fatto affiorare nelle comunità la coscienza della missione universale, ma insieme ha rivelato la presenza di molte defezioni dalla Chiesa. Di fronte a questi abbandoni – a differenza di prima – non c’è più tanto la meraviglia e lo scandalo, ma piuttosto l’adattamento. Per questo la spiegazione della parabola, anziché insistere sulla tolleranza, insiste sul suo contrario: non è la stessa cosa stare da una parte o dall’altra, bisogna collocarsi dalla parte giusta perché alla fine saremo giudicati.

Altre parabole (13, 31-52)

Tralasciamo la parabola del granello di senapa, perché comune a Marco. Accanto a questa, Matteo ha inserito la parabola del lievito (vv. 33-35).

Nella sua forma attuale questa parabola rientra nella stessa categoria delle parabole del seminatore e del grano di senapa, e come esse, la parabola del lievito illustra la crescita irresistibile del regno da modesti inizi. Ma al tempo della redazione evangelica la prospettiva è in parte mutata: la Chiesa è già in espansione. Resta sempre vero però che questa espansione viene da Cristo e dalla sua azione (lievito) e che, a sua volta, questa presenza della Chiesa (sempre piccola in confronto al mondo: oggi lo sappiamo molto bene) deve essere come il lievito in una grande massa di farina.

Le due brevi parabole del tesoro e della perla (vv. 44-46) vogliono sottolineare l’abbandono senza riserve e senza compromessi al Regno: il motivo che spinge il discepolo a lasciare e ad aderire a Cristo è la gioia di aver trovato.

Il detto conclusivo (v. 52) è una riaffermazione del principio che regola il rapporto tra legge (AT) e vangelo (NT). Lo scriba che è diventato un discepolo utilizzerà tanto l’antico (la legge e i profeti) quanto il nuovo (vangelo). Nessuno dei due è sufficiente senza l’altro; il vangelo infatti è la pienezza, il compimento della legge.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/07/2018 da in Bibbia, ITALIANO, Lectio Divina con tag .

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